Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

Eduardo Paolozzi (1924-2005) ha un passato a dir poco tubolento. Nato a Leigh, in Scozia da genitori italiani immigrati da un paesino nella provincia di Frosinone, il giovane Eduardo sembrava destinato a seguire le orme dei genitori e a lavorare nella gelateria di famiglia. Ma le cose non andarono esattamente in questo modo.

A statue of Newton at the British Library. Photograph: Sarah Lee for the Guardian

Suo padre Rudolfo Paolozzi, che non aveva problemi con il Duce e aveva deciso di emigrare puramente per ragioni economiche, si era premurato di mandare ogni anno il figlio in vacanza in Italia nelle colonie estive dell’Opera Nazionale Balilla. Cosa che, quando Mussolini dichiara guerra alla Gran Bretagna il 10 Giugno del 1939, costa all’allora quindicenne Eduardo tre mesi di prigione a Edimburgo. E se per lui le cose non erano il massino, il ragazzino ebbe comunque una sorte migliore di quella che toccò al padre, al nonno e allo zio che insieme ad altri prigionieri di guerra tedeschi e italiani, furono imbarcati sulla nave Arandora Star che li stava portando (o de-portando) in Canada. La nave fu affondata nel giugno 1940 da un U-Boat tedesco e 800 persone (il più italiani) persero la vita.

Paolozzi mosaics at Tottenham Court Road station. Photograph: Linda Nylind for the Guardian

Certo, per il figlio di un simpatizzante fascista in un periodo in cui il Paese in cui era nato (la Gran Bretagna) e quello da cui provenivano i suoi genitori (l’Italia) erano in guerra, il futuro era tutt’altro che roseo e al nostro Eduardo non resta altro che tenere la testa bassa e a continuare a soddisfare la golosità degli scozzesi lavorando nella gelateria di famiglia ad Edimburgo, mentre studia all’Edinburgh College of Art. Arruolato nell’esercito nel 1943, Paolozzi si finge pazzo per farsi riformare e continuare gli studi alla prestigiosa Slade School of Fine Art di Londra tra il 1944 e il 1947 prima di fare quello che i tutti i giovani artisti avevano fatto per un centinaio di anni e stanno ancora facendo oggi: andare a Parigi. In tasca aveva lettere di presentazione per Georges Braque, Alberto Giacometti e altri suoi idoli come Jean Arp, Constantin Brancusi e Fernand Léger. E la capitale mondiale dell’arte i germogli di quello che divenne Pop Art erano lì in bella mostra, per chi come lui aveva gli occhi bene aperti per vedere quello che il mondo offriva: i dadaisti avevano respinto la tradizione, Picasso aveva sperimentato con il collage, i surrealisti si erano spinti ai limiti dell’immaginazione. Eduardo torna in Gran Bretagna dopo tre anni con la mente in subbuglio.

Ma la Gran Bretagna degli anni Cinquanta non era esattamente quel vulcano di creatività e colore che è adesso, ma un paese che, sebbene vincitore, era uscito dal secondo conflitto mondiale con l’economia a pezzi, distrutto dalla povertà e da un razionamento che continuerà per gran parte degli ani Cinquanta. Ragion per cui Paolozzi si unì all’Indipendent Group una cooperativa di artisti e intellettuali che aveva come scopo scuotere il mondo dell’arte e rinnovarlo. E per far questo si serve di immagini che “trova” già pronte nella cultura popolare come la stessa parola “pop” che fa bella mostra di se nel suo collage I was a rich man’s plaything (1947) spianando la strada alla Pop Art di Andy Warhol che tutti conosciamo.

Paolozzi era un’anima inquieta e la sua irrequietezza traspare anche dalla sua arte: nel corso della sua lunga carriera utilizza praticamente ogni tecnica disponibile ed ogni materiale – dalla pittura alla scultura, dalla stampa al collage, dal bronzo alla ceramica, dal tessuto, alla serigrafia al mosaico , creando di tutto, cose grandi e cose piccole, pubbliche e private. Paolozzi era una sorta di cleptomane dell’arte e guardando le sue opere mi vienbe da pensare che la sua curiosità sia senza fine, così come la e la sua immaginazione. Sembra trovare ispirazione in tutto – dai fumetti alle rovine antiche, dalla pubblicità al disegno industriale e tutto trova posto nella sua arte, tramutato in colorata bellezza. Non sorprende che i critici dell’epoca, annoiati dalla pittura tradizionale, amassero i suoi collages. Insieme ad altri giovani scultori, come Anthony Caro e Reg Butler, Eduardo decide di misurarsi con giganti dell’epoca come Henry Moore e Barbara Hepworth, le cui sculture, un tempo derise dalla critica, erano diventato parte dell’establishment dell’arte. Fedele a se stesso, Paolozzi sperimenta con nuovi materiali per riflettere, come diceva lui, la “dinamicità” del tempo.

Sarà anche stato scozzese di origini italiane, ma Paolozzi non si è mai sentito del tutto a casa in Scozia o in Gran Bretagna in genere. Forse è per questo che piu’ che britannico si considerava prima di tutto un londinese ed è nella capitale che lascia il suo marchio – letteralmente. La capitale è piena delle sue opere, tanto che in occasione della mostra alla Whitechapel Gallery il settimanale Time Out (o la Bibbia di Londra come lo chiamo io quel giornale…) gli ha persino dedicato un delizioso itinerario per la città – dai restaurati mosaici delle stazioni della metropolitana di Totteham Court Road e Aldgate alle sculture in bronzo davanti al nuovo Design Museum (l’ex Commonwealth Institute che sta accanto ad Holland Park) o in Kew Gardens solo per citarne alcune. Tutte cose che ho visto un milione di volte senza mai notarle – o notarle particolarmente che è difficile non notare il gigantesco Newton bronzeo che troneggia fuori dalla British Library… So già cosa fare la durante uno dei miei giorni liberi quindi…

Londra/fino al 14 Maggio 2017

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

whitechapelgallery.org

 

A Londra, in mostra il mondo di Paul Strand

Con la sua collezione di oltre 500.000 fotografie risalente al 1856, il Victoria and Albert Museum è senza dubbio il più antico archivio fotografico del mondo. Una collezione che di recente è stata allargata dall’aquisizione della serie Outer Hebridis del fotografo americano Paul Strand (1890-1976).

Contemporaneo del più famoso e acclamato Ansel Adams (1902-1984), Strand era un personaggio molto particolare. Socialista convinto, nutriva un interesse spirituale per il benessere di tutte le culture, genti e razze – cosa che lo portava spesso ad indignarsi e ad entrare in conflitto con persone ed istituzioni, soprattutto quelle americane.

Tir A'Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland

Paul Strand, Tir A’Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland, 1954. Victoria and Albert Museum

Cosa che accadde puntuale quando, nel 1954, venuto a conoscenza dell’impellente sorte degli abitanti di South Uist, isola dell’arcipelago delle Ebridi al Nord-Ovest della Scozia, le cui tradizioni e lingua gaelica erano minacciate da quello che, ai suoi occhi, era un ennesimo esempio dell’aggressivo militarismo della NATO (gli Stati Uniti pensavano di utilizzare l’isola come campo prova per i nuovo missili nucleari), Strand decide di fotografare la comunità dell’isola per preservare la memoria. Ciò che ne scegue è un magnifico libro fotografico, Tir un Mhurain (1954). Tuttavia, la sua presenza sull’isola in un periodo il cui la Guerra Fredda era al suo culmine, unita alle sue idee marxiste (cosa che gli aveva messo l’FBI costole), fa sì che per anni gli Stati Uniti vietassero la pubblicazione del libro. Il fatto poi che, per ragioni tutte sue, Strand si fosse intestardito a far stampare il libro nella Germania dell’Est non fu d’aiuto alla sua causa…

Wall Street, New York, 1915 © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Con queste referenze, non sorprende che ancora oggi Paul Strand non sia conosciuto come merita. Un’ingiustizia a cui il Victoria and Albert Museum spera di porre rimedio con una la grande retrospettiva dedicata a questo grande fotografo americano dal titolo Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century.

Nato a New York al tramonto dell’Ottocento, Strand studia alla Ethical Culture Society  School della megalopoli americana, un istituto fondato nel 1880 con lo scopo di sviluppare negli studenti idee socialmente progressiste. In occasione di una gita scolastica che Strand visita per la prima volta la galleria d’arte 291 gestita dal grande fotografo modernista Alfred Stieglitz (1864-1946), la cui guida fa sì che Strand si avvicinasse, nel corso degli anni, allo stile grafico e modernista che lo contraddistingue. Basta guardare l’iconica Wall Street 1915 – i passanti ridotti a semplici macchie scure le cui ombre, così elegantemente delineate, completano armoniosamente le torreggianti masse dell’edificio circostante – per vedere all’opera quel Modernismo che tanta influenza avrà su un altro grand eamericano, Edward Hopper (1882-1967). Le sue immagini delle strade di New York, con la sua umanità varia ed eventuale, sono così evocative che gli si perdona il fatto di aver adottato trucchi degni di un reporter scandalistico (come l’utilizzare una lente nascosta per per scattare foto agli ignari passanti) per ottenere il suo scopo. Ma nonostante lavorasse in strada e all’aperto, Strand non si considerò mai un fotoreporter, preferendo le lunghe esposizioni e il lavoro in studio alla velocità e all’immediatezza della street photography.

Angus Peter MacIntyre, South Uist, Hebrides by Paul Strand, 1954. Victoria and Albert Museum, London © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Sebbene sia stato anche un regista cinematografico, Strand è tuttavia perlopiù noto per le sue suggestive immagini in bianco e nero, progetti immensi che lo hanno portato dalle Ebridi al New England, dalla Romania alla Francia, al Nuovo Messico e al Ghana e che raccoglie in libri fotografici. I volti tranquilli dei suoi soggetti – pastori, operai, contadini e pescatori, come il giovane Angus Peter MacIntyre, fotografato a South Uist nel 1954, emanano una luminosa dignità che emerge dall’asprezza della loro vita quotidiana. Ma Strand fotografa anche paesaggi e gli umili oggetti quotidiani – una finestra rotta, una porta aperta, briglie e finimenti per animali, una roccia e dei rami secchi – immortalandoli con tale precisione ed esattezza che per un attimo sembra quasi possibile sentire i suoni, gli odori, i profumi, i colori di quel mondo.

Sebbene non sia mai stato ufficialmente un membro del partito comunista, Strand non nascose mai le sue simpatie marxiste, circondandosi per tutta la vita di amici e collaboratori socialisti o appartenenti al Partito, cosa che non gli rese la vita facile nell’America dei primi anni Cinquanta, in preda al fervore anti-comunista istigato dal senatore repubblicano Joseph Raymond McCarthy (1908-1957). Eventualmente, stanco di essere perseguitato per le sue simpatie politiche e di essere accusato di essere una spia sovietica, nel 1949  Strand ne decide di trasferirsi in Francia, nel villaggio di Orgeval, dove visse fino alla sua morte avvenuta nel 1976.

Una delle più celebri collaborazioni di Paul Strand fu quella con il nostro Cesare Zavattini (1902-1989) che l’americano conosce nel 1949 a Perugia durante il convegno internazionale Il cinema e l’uomo moderno. Zavattini, del quale Strand condivide le simpatie comuniste, gli suggerisce per il suo prossimo progetto Luzzara, il suo paese natale, un piccolo borgo rurale in provincia di Reggio Emilia noto per l’industria casearia, i cappelli di paglia e le briglie per cavalli e per essere apertamente “Rosso”. Strand non si fa pregare e nella primavera del 1953 passa oltre cinque settimane a fotografarne gli sconcertatati abitanti (non capitava spesso di trovarsi al cospetto di un americano comunista negli anni Cinquanta) impegnati nella loro vita quotidiana .

The Family, Luzzara The Lusetti, 1953 © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Ciò che ne risulta è il magnifico libro fotografico Un Paese (Portrait of an Italian Village) (1955), con racconti dello stesso Zavattini. In copertina è The Family (1953), forse una delle immagini più emblematiche create dal fotografo americano. Si tratta dei cinque fratelli Lussetti che, a piedi nudi, posano con la madre (il padre comunista era stato picchiato a morte dai fascisti) davanti alla porta della loro casa e che Strand aveva conosciuto grazie a Zavattini. Sembrano usciti da un quadro di Piero della Francesca, o da una scena di Ladri di Biciclette: le loro espressioni calme e dignitose cariche dei taciti traumi di chi ha molto sofferto durante la Guerra e il Fascismo.

Parmesan, Luzzara 1953 Philadelphia Museum of Art © Paul Strand Archive Aperture Foundation

Per Strand la fotografia è un processo artigianale che vede ogni foto come l’unione perfetta di luce e composizione. È un processo lento, lentissimo e le sue fotografie richiedono una grande di attenzione da parte dello spettatore. Prendetevi il tempo per farvi assorbire dai volti dei suoi soggetti, perdervi nelle consistenze dei suoi paesaggi e nella magia del suo mondo.  Perché quelle di Paul Strand non sono solo fotografie, ma piccole opere d’arte attentamente costruite.

2016 © Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century

Londra// fino al 3 Luglio 2016

Victoria and Albert Museum

Vam.ac.uk/paulstrand

I Celti: una faccia una razza

Una vecchia foto di molti anni fa mi ritrae in un pub di Leather Lane, alla soglia della City of London con gli (allora) colleghi del Pret a Mager a celebrare la festa di San Patrizio. In mano una pinta di Guinness, in testa il cappellone di spugna bianco e nero con il quadrifoglio. Che quando si pensa ai Celti si pensa al verde smeraldo dell’Irlanda, ad antiche leggende, a druidi e a musiche antiche, al Book of Kells. Giusto?
Sbagliato. Almeno a sentire i curatori di Celts: art and identity, la mostra del British Museum. E visto che loro certamente ne sanno più di me in fatto di questo popolo, sono propensa a credergli. Pare infatti che i celti non fossero neppure un popolo. Certamente non lo erano all’inizio della loro storia…

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Con il nome di Celti infatti, infatti si indica un insieme di popoli indoeuropei che tra il IV-III secolo a.C. abitavano un’ampia area dell’Europa che andava dalle Isole britanniche al bacino del Danubio. Ma i Celti arrivarono persino ad insediarsi, seppure in modo più sparso ed isolato, anche più a Sud, persino in Spagna, Italia e Anatolia. Aristotele e Plutarco furono i primi a riferirsi a questi popoli con il termine Κέλται (Kéltai), da cui deriva il latino Celtae.

Celts_in_III_century_BC

Probabilmente il termine Celti indicava inizialmente una singola tribù dell’area della colonia greca di Marsiglia, il primo luogo di contatto con i Greci, per poi diventare sinonimo di tutte le genti che avevano caratteristiche simili. Di fatto pare che la parola “celta” fosse usata dai greci per indicare tutti quei popoli che non erano come loro – barbuti, capelluti e poco civilizzati. Un esempio seguito anche dai romani con i barbari. Nel corso dei secoli successivi, la cultura e le lingue di queste varie tribù e popoli si sparsero per l’Europa (e sul “come” si discute ancora), dando cosi’ origine ai celti che conosciano oggi: un popolo la cui visione del mondo è tanto ricca e  complessa quanto anti-classica.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

Lungo il percorso della mostra si incontrano bellissimi oggetti provenienti da Francia, Germania e dalle Isole Britanniche. E non manacano i tesori sepolti da persone che non riuscirono ad andarli a riprendere. Ci sono poi  armi, oggetti sacri e di uso domestico – molti provenienti da Londra, come il famoso Scudo di Battersea, estratto dal fango Tamigi nei pressi del Ponte di Battersea nel 1857.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

Ma oltre a quella dei celti di un tempo, la mostra racconta anche un’altra storia, quella dei celti di oggi, gli scozzesi e gli irlandesi, la cui moderna eredità  nasce dalla riscoperta in epoca  vittoriana dell’identità celtica di queste popolazioni. 

Se mi aspettavo le croci e i collari torcs, gli scudi e gli elmi e la pittoresca rivisitazione vittoriana della Celtificatione, non mi aspettavo di veder pezzi di murales di Belfast o le magliette bianco-verdi del Celtic F.C., una delle due squadre di calcio di Glasgow, tradizionalmente associato alla comunità cattolica, ma che ha anche un nutritissimo seguito tra i cattolici irlandesi (l’altra squadra, i Rangers rappresentano la parte protestante). Con il referendum per la separazione della Scozia dall’Inghilterra dello scorso anno ancora fresco nella memoria, non posso che applaudire i curatori per non aver tralasciato argomenti spinosi come l’aspetto nazionalistico e religioso che ancora oggi divide gli abitanti dello stesso stato.

Una cosa mi fa trasalire guardando la mappa delle popolazioni Celtiche sparse per l’Europa che fa bella mostra di se’ sulle pareti della mostra: in Italia, l’Emilia era parte della Gallia Cisalpina. Quando, nel V-IV secolo a.C. i Galli scesero nella penisola, gli Etruschi furono progressivamente sopraffatti. Il dominio gallico sulla zona durò fino al 196 a.C., anno in cui i Galli Boi furono soggiogati dai Romani. Nel 189 a.C. questi ultimi fondarono sul sito una colonia di diritto latino, Bononia. Ma allora sono un po’ celtica pure io?? 😉

Londra// fino al 31 Gennaio 2016

Celts: art and identity

British Museum

britishmuseum.org

A volte ritornano… anche i Conservatori

Triste giorno per chi sperava in una vittoria elettorale del Labour Party. Una vittoria che per qualche settimana sembrava possibile, sebbene fragile. Ma la stragrande maggioranza di seggi ottenuta dallo SNP, il partito nazionale scozzese è stata fatale per il partito di Ed Miliband che insieme ai molti voti della Scozia ha perso anche la possibilità di formare un Governo di qualche tipo.

David-Cameron-outside-No--007

David Cameron outside-No 10 Dowining Street

Non solo. Quella di David Cameron è stata una vittoria tanto schiacciante che coloro che avevano promesso di dimettersi se il leader dei Tories avesse vinto, hanno dovuto farlo. Cosi bye bye Ed Miliband, e con lui se ne l’unica speranza di un Governo che tutelasse in qualche modo la popolazione del Settore Pubblico e del Terziario che fa funzionare la Capitale (non sorprende che, invece di perdere seggi come è loro successo nel resto del Paese, i laburisti a Londra abbiano vinto 25 seggi).

Ma se per Miliband la sconfitta è stata dura, per Nick Clegg, il leader dei liberal-democratici il cui partito ha perso bensì 47 seggi sui 57 ottenuti nel 2010, è stata addiritura straziante; lo stesso vale per Nigel farage di UKIP, il partito anti-immigrazione, anti-Europa, che aveva promesso di dimettersi qualora non avesse vinto un seggio nella sua circoscrizione di Thanet South, nella Contea del Kent.

E almeno questa è una piccola vittoria per gli “immigrati” e gli “europei” come me.

Che ne sarà della Union Jack?

È di qualche settimana fa la notizia che, alla fine del 2015, il governo di Cameron ha annunciato la chiusura dei Portsmouth Shipyards, i cantieri navali più famosi del Regno Unito, dove da cinquecento anni si costruiscono le navi della Royal Navy, la marina militare britannica. Da qui sono uscite la Mary Rose, la nave ammiraglia di Enrico VIII costruita nel 1509  e tragicamente affondata con il suo carico umano nel 1545 durante un’altra guerra con la Francia, e adesso anch’essa parte del museo galleggiante della città. Da qui è partita la flotta di Francis Drake che ha vinto l’Invincibile Armada spagnola; da qui è uscita l‘HMS Victory con cui l’ammiraglio Nelson ha sconfitto Napoleone a Trafalgar. Sia La Mary Rose (o meglio, quello che ne resta) che la Victory sono visibile e visitabili nello straordinario Portsmouth Historic Dockyard, il Porto Storico della città. Una città operaia come la definisce giustamente Enrico Franceschini su La Repubblica, che a parte i cantineri navali e il Posrto Storico non davvero nient’altro (lo so, ci sono stata) e che ora si vede portare via da sotto il naso la sua unica fonte di sostentamento.
Ma sui giornali non se ne parla già più, tutti presi come sono dai capelli bianchi di Kate Middleton e da X Factor. L’Impero è finito, andate in pace. Ma tra la gente è diverso, tra la gente non si parla d’altro. Perché solo la gente comune sa cosa significa questo. “Una brutta botta per l’ economia nazionale. Un colpo ancora più duro per l’ orgoglio” scrive Franceschini. Una brutta botta davvero. E non solo per le 1.800 persone che perderanno il posto di lavoro, ma anche come dice il giornalista espatriato a Londra, per l’orgoglio inglese. Chiudere i cantieri della Royal Navy è per l’Inghilterra un po’ come rinunciare ad un pezzo della sua “anima”. Inghilterra dico, non Regno Unito. Perché da qualche settimana il Regno Unito non è mai stato cosi diviso. Comprensibile, dato che la seconda parte della notizia è che, pur chiudendo Portsmouth, la Gran Bretagna continuerà a costruire le sue navi nel cantiere di a Clyde, in Scozia vicino a Glasgow. Dovrebbe essere una buona notizia – quella di Glasgow è una delle aree più povere dell’intero Regno Unito – ma non lo è. Certamente non per i lavoratori della città sulla Manica che sostengono che il cantiere scozzese è stato salvato per una questione politica. E come dar loro torto? Con l’avvicinarsi del referendum per l’indipendenza della Scozia nel 2014, sono in molti a pensare che il Governo Conservatore abbia preferito sacrificare la base inglese per assicurarsi i voti dei secessionisti scozzesi.  Vero o no, da fuori non pare un bel modo di appianare i dissensi esistenti tra Scozia e Inghilterra. Portsmouth vs Glasgow: ovvero, un’altra guerra tra poveri. E quando David Cameron dice che ci siamo dentro tutti insieme in questa crisi, mi chiedo in che mondo vive… Mi chiedo anche che ne sarà della bandiera, l’iconica Union Jack (o Union Flag come si chiama adesso) se la Scozia si separa. Cosa metteranno sulle teiere per i turisti??

Job cuts: The Ministry of Defence has announced that warships will no longer be manufactured in Portsmouth dockyard, pictured

Pioneering Painters: The Glasgow Boys 1880-1900

Henry George & E. A. Hornel, The Druids, 1890 – Kelvingrove Art Gallery and Museum

‘Affascinanti’, ‘eleganti’, ‘splendidi’ sono alcuni degli aggettivi che mi vengono in mente guardando i loro quadri. Ma chiamare i Glasgow Boys pionieri mi sembra andare un po’ troppo oltre. Che quando negli ultimi vent’anni del XIX secolo questo gruppo di giovani artisti (il primo significativo dopo i Preraffaelliti) si ribella alle convenzioni accademiche e al sentimentalismo da scatola di cioccolatini della pittura vittoriana tutta bambini in lacrime, fanciulle angosciate e nonni benevoli, lo fa non ispirandosi alle innovazioni pittoriche degli impressionisti considerati troppo radicali, ma al naturalismo della Scuola di Barbizon, di Corot e Millet, mescolato all’influenza delle stampe giapponesi.

James Nairn, ‘Auchenhew, Arran’, 1886 Oil on canvas, 610 x 91.5 cm. 
Private collection. Courtesy of The Fine Art Society

Ma se questi artisti dipingono il mondo che li circonda, ciò che sorprende  è la mancanza di immagini urbane. Che se questi sono i Glasgow Boys viene da chiedersi ‘dov’è Glasgow’ nei loro quadri, visto che nel periodo che vede i Boys all’opera, la città scozzese è uno dei più importanti centri industriali dell’Impero Britannico. Ma ripensando a come doveva essere Glasgow in epoca vittoriana –una metropoli permanentemente immersa nel fumo delle fabbriche che vedeva il sole solo di rado, attraversata da un fiume (il Clyde) inquinato e puzzolente– non sorprende che i Boys andassero all’estremo opposto scegliendo di dipingere paesaggi montani dai colori radiosi, druidi misteriosi, giovanotti impegnati in amene partite di tennis e contadinelle con cappelli di paglia che si muovono paesaggi assolati di sapore quasi macchiaiolo.
Non c’è nulla di nuovo nei soggetti dei Boys, o nel loro modo di dipingere e ancora alla fine della mostra mi chiedevo di cosa esattamente fossero pionieri. Ma poco importa, che se anche non ho visto nulla di radicale, quello che ho visto è certamente splendido.

Royal Academy of Arts
http://www.royalacademy.org.uk/