Marguerite and Armand: con Bolle sulle tracce di Nureyev

Ci sono spettacoli a cui si assiste da spettatori e altri a cui si partecipa con l’anima. E il programma misto dedicato al mitico coreografo Sir Frederick Ashton dal Royal Ballet il 7 Giugno 2017 appartiene decisamente alla seconda categoria. Un cast stellare (che tra gli altri ha visto anche la partecipazione del nostro Roberto Bolle) per tre balletti diversissimi tra loro, come vario e camaleontica era l’immaginazione di Ashton – dal sognante The Dream ispirato allo Shakespeare di Sogno di una notte di mezza estate, Symphonic Variations l’omaggio astratto ai Balletti Russi di Diaghilev, e il tragico Marguerite and Armand.

Quando nel 1961 Frederick Ashton (1904-1988) vide a teatro il celebre dramma “La Dame aux Camélias” di Alexandre Dumas figlio, interpretato da Vivian Leigh pensò che ne sarebbe uscito un bel balletto per la sua musa, la prima balleriana assoluta del Royal Ballet, Margot Fonteyn. Lo stesso anno, il giovane rinnegato del Kirov, Rudolf Nureyev che aveva fatto scalpore per aver defezionato in occasione di una tournee del corpo di ballo sovietico a Parigi, fu invitato dalla stessa Fonteyn a partecipare a un gala di beneficenza a Londra. Fu sempre Margot Fonteyn ad introdurlo al Royal Ballet, invitandolo a ballare Giselle con lei nel febbraio del 1962. La loro performance fu un vero trionfo. Fu l’inizio di una proficua collaborazione professionale e d’amicizia che fece del giovane tartaro il principale partner della gran dama del Royal Ballet.

Ma Ashton pensava ancora alla sua “Dame aux Camélias” e a come gli sarebbe piaciuto trasformare quella storia – la stessa che aveva ispirato Giuseppe Verdi per la sua Traviata – in un balletto. Una sera, immerso nella vasca da bagno, sentì la “Sonata in si minore” di Liszt e come spesso accade con le illuminazioni inaspettate, il balletto prese magicamente forma nella sua mente. Il fatto poi che Marie Duplessis, la cortigiana divenuta famosa come la Marguerite Gautier della La Signora delle Camelie e morta a soli 23 anni, ebbe una relazione  non solo con Alexandre Dumas, ma anche con lo stesso Franz Liszt rese Ashton ancora più sicuro della sua scelta musicale. Naturalmente, Margot Fonteyn decretò che avrebbe ballato solo con Rudolf Nureyev (cosa che anni dopo fece commentare ad un amareggiato Nureyev che durante la sua permanenza al Royal Ballet non fu mai creato nessun balletto solo per lui, ma solo per lui in quanto partner di Margot Fonteyn). Le prime prove furono difficili, soprattutto quelle dei costumi disegnati dallo scenografo (poi diventato fotografo) Cecil Beaton. Nureyev che temeva che i costumi di Beaton lo facessero sembrare piu’ basso, prese un paio di forbici e taglio’ le code della sua giacca. Ma a parte questo, la prima performance di gala del 12 marzo 1963 a Covent Garden, di fronte alla Regina Madre e alla Principessa Margaret, fu un grande successo e i due e il coreografo dovettero apparire in ventuno inchini finali.

Il balletto, che usa la tecnica del flashback, è diviso in cinque scene: “Prologue”, “The Meeting”, “In the Countryside”, “The Insult” e “The Death of La Dame aux Camélias”. L’arredamento sobrio ha un solo elemento costante, il letto su cui Marguerite Gautier sta morendo e da cui rivive la sua tumultuosa relazione con Armand. Tanta era la fama della coppia Nureyev-Fonteyn che nessun’altro artista osò cimentarsi con il balletto mentre i due artisti furono vita e bisognerà attendere il Marzo del 2000 perchè Sylvie Guillem, una delle ballerine preferite di Nureyev, cedesse alle richieste dell’allora direttore del Royal Ballet Antony Dowell e accettasse di ballare Marguerite and Armard rompendo un taboo durato sette anni. Da allora il balletto è entrato nel repertorio non solo di Covent Garden, ma anche della Scala.

Quella di questa sera è stata anche l’ultima performance di Zenaida Yanowsky che si ritira dal ruolo di Prima ballerina del Royal Ballet dopo una splendida carriera durata 23 anni. Ho avuto la fortuna di vederla ballare diverse volte nel drammatico Manon con lo stesso Roberto Bolle e Carlos Acosta, nel poetico The Winter’s Tales di Christopher Wheeldon, nel sanguigno Mayeling di Kennet MacMillan. Inutile dire che Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle sono stati meravigliosi. Entrambi ultraquarantenni, i due possiedono quel bagaglio emotivo che li rende capaci di infondere una staordinaria carica emotiva ai due personaggi che incarnano. E qui l’emozione è tutto – alla faccia di chi dice che Ashton è frivolo e superficiale.

Nessun uomo è un’isola? Da oggi pare proprio di sì.

Theresa May signs the letter to the EU confirming the UK’s departure

Ieri notte Theresa May ha firmato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che sancisce la secessione di uno Stato membro dall’Unione. L’inghilterra è tornata ad essere un’isola.

Ma temo che chi spera di tornare ai tempi gloriosi dell’Impero “su cui non tramontava mai il sole” o alla

“gemma incastonata nell’argenteo mare che la protegge come un alto vallo o il profondo fossato d’un castello dall’invidia di terre men felici”

descritta dal duca John of Gaunt nel Riccardo II (atto secondo, scena prima) di Shakespeare rimarrà deluso, che sessant’anni di Europa non sono acqua e il mondo è cambiato, così come è cambiata la Gran Bretagna.

Che più che con John of Gaunt, sono d’accordo con il magnifico lord Michael Heseltine, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major e uno dei fautori della caduta del governo Thatcher, nonché uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May) quando dice che l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa è “il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”. Difficile dargli torto.

Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino Claudio. Di sei mesi più giovane, Claudio è stato durante l’adolescenza per me che sono figlia unica, la cosa più vicina ad un fratello. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library

Il pittoresco geniale di Capability Brown

Oltre a  Shakespeare, al Grande Incendio e alla nascita del Punk, Londra quest’anno celebra anche i trecento anni di Capability Brown. E se non sapete chi e’ leggete questo illuminante articolo di Claudia su London SE4 … 🙂

London SE4

wp-1472628340780.jpegLancelot Brown, architetto di paesaggio inglese, era nato in Northumberland nel 1716 e fu apprendista giardiniere presso Sir William Lorraine. Brown si trasferì poi nel Buckinghamshire e, nel 1741, fu impiegato da Lord Cobham, in qualità di capo giardiniere a Stowe. Questo impiego, gli diede l’opportunità di lavorare con due affermati architetti: John Vanbrugh e William Kent. Con William Kent, uno dei fondatori del nuovo stile, piu’ naturale, di paesaggio, strinse un forte rapporto di amicizia e stima, cementato anche dal fatto che ne sposò la figlia Bridget, nel 1744.
Successivamente Brown esercitò l’attività di architetto di paesaggio in proprio, progettando sia case che giardini. Nel 1764, fu nominato da re Giorgio III Maestro Giardiniere di Hampton Court. La sua pratica si espanse rapidamente e lo vide spesso in giro per l’Inghilterra.
Il soprannome di ‘Capability‘ gli derivò dalla predilezione di spiegare alla clientela come la…

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Ora è l’estate del nostro scontento

Now is the winter of our discontent, made glorious summer by this sun of York” proclama un cupo Benedict Cumberbatch nei panni di Riccardo III nella serie televisiva The Hollow Crown. È stato trasmesso solo due mesi fa dalla BBC per celebrare i 400 anni della morte di Shakespeare, ma sembra un’altra vita. Forse perché lo era.  Ma “l’inverno del nostro scontento” di Shakespeare invece di mutarsi nella splendida estate auspicata da Riccardo di Gloucester, si sta rivelando essere una vera e propria “estate del nostro scontento”, il cui già timido sole è stato in sole due settimane completamente offuscato dal post-Brexit.
Il mio blog si chiama Vita da Museo perché questo è quello che faccio per lavoro (lavorare in un museo) ed è quello che mi piace fare nel mio tempo libero (andare per ALTRI musei). La rubrica di attualità varia ed eventuale che ho battezzato Life in UK doveva essere un’occasionale sguardo sul mondo che mi circonda, una finestra aperta sulla società (quella britannica) e sulla città (Londra) in cui vivo da quasi un paio di decadi. Per cui mi scuso con chi mi legge se insito sul fattore Brexit, ma con la politica britannica, di solito così sonnolenta, in caduta libera tutto il resto, incluso il Bardo e i musei sono passati in secondo piano.

Le conseguenza di Brexit poi mi toccano in prima persona, se non altro per la posizione ambigua assunta da Theresa May, ministro degli Interni proprio oggi eletta leader dei conservatori e prossimo Primo Ministro al posto di David Cameron, nei riguardi dei circa tre milioni di cittadini europei residenti in Gran Bretagna. La May infatti si ostina a non fare nessuna promessa formale sul fatto che i diritti di noi europei (mi ci metto in mezzo anch’io) non saranno alterati e che potremo restare nel Regno Unito a tempo indeterminato. E se è chiaro che il temporeggiamento della May è tattico, ovvero ottenere analoghe garanzie per il milione e mezzo di cittadini britannici residenti negli altri 27 paesi della UE, vivere in questa terra di nessuno che è la Gran Bretagna dell’estate del 2016 non è piacevole.

Home Secretary Theresa May Getty

Home Secretary Theresa May Getty

Ma la vita continua e il primo segnale che il peggio dello shock è passato è l’improvviso ritorno tra amici e colleghi, soprattutto britannici, del senso dell’umorismo – e con esso la constatazione (ma sarebbe meglio dire assegnazione) he alla fine non ci sarà un secondo referendum sull’Unione Europea, nonostante una petizone che circolava online abbia raccolto più di 4 milioni e 100 mila firme visto che la legge sul referendum non stabilisce una percentuale minima per l’approvazione, quindi la richiesta avanzata dalla petizione non può essere accolta.

La cosa più assurda che uno alla volta sono spariti tutti i fautori di questo casino, neanche fossimo in un surreale rifacimento di Dieci piccoli indiani di Agatha Chistie. Il primo a scomparire è stato David Cameron, dimessosi immediatamente dopo la vittoria di Brexit; poi è stata la volta di Boris Johnson, ritiratosi dopo l’infame “tradimento” di Michael Gove, dapprima suo socio nella missione Brexit poi pugnalatore fratricida degno di un dramma shakespiriano (“Et tu, Brute?” gli avrebbe fatto dire il Bardo in Giulio Cesare…). E infine Nigel Farage che, compiuta la sua missione di fare saltare in aria la Gran Bretagna, ha deciso di lavarsene le mani come Pilato e di prendersi un “meritato riposo visto che ora non c’è più bisogno di lui.” Quello del riordinare questo pasticcio e rimettere insieme i cocci di un’intera nazione, sarà il compito di Theresa May.

Michael Gove and Boris Johnson

Sembra una battaglia navale scrive Enrico Franceschini nel suo blog My Tube, o “Tre uomini in barca – per tacere del quarto, Jeremy Corbyn, che in nome di non si sa quale ideologia di sinistra non ha fatto niente per fermare Brexit e ora non ne sembra nemmeno tanto dispiaciuto, ma potrebbe presto a sua volta dimettersi.” Ci sarebbe da ridere se non fosse che ad affondare non è una barchetta qualsiasi, ma l’ammiraglia del Regno Unito. Michael Heseltine, membro del parlamento dal 1966 al 2001 e figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major è spietato nella sua condanna di Boris Johnson che accusa di aver fatto a pezzi il partito conservatore e di aver creato la più grande crisi costituzionale in tempo di pace degli ultimi tempi. Per non parlare della svalutazione che della sterlina il cui valore non era cosi basso dal 1985. Boris Johnson, continua Lord Heseltine, si è comportato come un generale che marcia con il suo esercito, ma che quando vede il campo di battaglia lo abbandona. La metafora sembra appropriata.

E mentre metà della nazione cerca di farsi una ragione del fatto di essersi addormentata in un Paese e di essersi svegliati in un altro, l’altra metà – quella che ha creduto alle balle di Boris, Gove e Farage e ha votato Brexit, resta senza leader sul campo di battaglia, abbandonata ad una Scozia infuriata che minaccia la seccessione. Spero vivamente che tutte queste persone si stiano chiedendo se per caso non abbiano fatto una cazzata a votare Leave. Come ha scritto un mio amico bolognese sul suo profilo FB: “Dopo la “tragedia greca”, “la commedia all’italiana”… è arrivata la farsa all’inglese!”

Nigel-Farage

Nigel Farage

L’età di Giorgione in mostra alla Royal Academy

Ci sono cosi tante mostre in questo momento ed io ho avuto così poco tempo ultimamente che quasi stavo per perdermi questa su uno dei grandi del primo Rinascimento, Giorgione (c.1477-1510).

Questo 2016 fin’ora è stato un anno stellare qui a Londra per il Rinascimento Italiano, con la mostra dedicata a  Botticelli (beh, una parte) al Victoria al Albert Museum, quella appena termitata alla Courtauld  Gallery dedicata ai disegni fatti da Botticelli per la Divina Commedia appartenenti alla Hamilton Collection e questa della Royal Academy su questo grandissimo pittore veneto.

Giorgione Il Tramonto (The Sunset) 1506–10. Photograph The National Gallery, London

Giorgione Il Tramonto (The Sunset). Photograph The National Gallery, London

Da sempre ho una passione sviscerata per Venezia, la sua arte la sua architettura la sua cultura. E Venezia all’inizo del XVI secolo era una potenza economica e politica in grado da trattare alla pari con Papato e impero, di fare e disfare alleanze, di decidere la sorte di alleanze e trattati. Venezia allora era La Serenissima. E Giorgione era il più sereno dei suoi figli.

Non che gli altri fossero da meno sia ben chiaro. Che insieme al suddetto maestro, le pareti della Royal Academy offrono un cast stellare come personaggi come Giovanni Bellini, Dürer, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Lorenzo Lotto – il titolo In The Age of Giorgione indica la volontà dei curatori di prendere in esame, oltre al pittore, un particolare momento storico e culturale e di un’altrettanto particolare area geografica. Il risultato è una mostra di grande bellezza e poesia che illumina con i brillanti colori veneziani questo particolare momento della storia della’arte. 

Ma non è tutto oro quello che luccica che sebbene ricca e prospera, Venezia era costantemente minacciata da guerre e pestilenze e inondazioni. E forse proprio in questo sta il fascino di Giorgione, nel senso di fragilità e caducità che è cosi tanta parte del suo lavoro.

Nato Giorgio Zorzi da Castelfranco dal nome del suo paese natale a pochi km dalla citta lagunare, della sua vita prima che diventasse “Giorgione” si conosce pochissimo. E quello che si conosce bisogna comunque maneggiarlo con cura, come i suoi bellissimi e frangilissimi dipinti.

Giorgione, La Vecchia, 1506 Gallerie dell'Accademia Venezia

Giorgione, La Vecchia, 1506 Gallerie dell’Accademia Venezia

Non si sa quando abbia lasciato Castelfranco o quando esattamente sia arrivato a Venezia. Quello che si sa è che era giovanissimo quando l’ha fatto, e approda nientemeno che alla bottega di Giovanni Bellini da cui apprende l’amore per il colore e per il paesaggio.

E se manca La Tempesta, uno dei suoi dipinti più iconici, giudicato troppo fragile per viaggiare, abbiamo il meraviglioso  Il Tramonto (1506–10) che venendo dalla National Gallery non ha dovuto viaggiare molto… E comunque considerato che i dipinti autografi del pittore sono davvero pochi, quello che c’è in mostra è bellissimo. Che Giorgione non sarà stato l’inventore della pittura di paesaggio (che quella  non esisteva come genere prima che  Albrecht Dürer la portasse da Nuremberg), ma è stato certamente il primo (o uno tra i primi) a sperimentare con la rivoluzione psicologica portata da Leonardo quando visita Venezia nel 1499.

Dipinta attorno al 1506 (con Giorgione non si sa mai), questo raffigurante La Vecchia (1506) è un quadro che mi ha sempre affascinato. Qui una donna anziana ritratta a mezzo busto dietro un parapetto, leggermente di tre quarti, stagliata su uno sfondo scuro ci lancia uno sguardo di saggia rassegnazione mentre, seppur indicando se stessa,  sembra rivolgere a chi la guarda le parole scritte sul cartiglio che essa tiene in mano: “Col tempo”. Una riflessione sulla vecchiaia portatrice di decadimento fisico, ma anche di crescita interiore e di saggezza. Che dir si voglia, siamo lontanissimi dalla satira crudele de La Duchessa brutta dipinta pochi ani dopo, nel 1513, dal fiammingo Quentin Massys. Giorgione imbeve il soggetto di una dignità totalmente assente dal quadro di Massys.

Non che la cosa l’abbia riguardato, il diventare vecchio dico. Che Giorgione muore di peste a soli 32 anni lasciando campo libero a Tiziano, come accade con Marlowe e Shakespeare. E come Marlowe, chi sa cosa sarebbe stato di Giorgione se fosse vissuto.

 

Londra//fino al 4 Giugno 2016.

The Royal Academy of Arts

royalacademy.org.uk

 

Shakespeare 400: celebrando il Bardo a Londra

Per oltre quattro secoli William Shakespeare (1564-1616) ha influenzato le arti come pochi altri hanno fatto. Le sue storie senza tempo, tragedie e commedie hanno emozionato artisti di ogni genere, ispirando la creazione di numerosi capolavori con ogni mezzo espressivo – dalla musica alle arti visive. Il 2016 commemora i 400 anni dalla morte del Bardo e la Gran Bretagna lo celebra in grande stile con Shakespeare 400, un consorzio di organizzazioni culturali, creative e didattiche coordinato dal King’s College di Londra che propone spettacoli teatrali, concerti, mostre e conferenze nella capitale e altrove. Qui sotto trovate qualche suggerimento artistico.

  1. Shakespeare and London

Per commemorare l’anniversario quarto centenario, la City of London Heritage Gallery ci propone questo affascinante ‘Shakespeare Deed’, l’atto notarile che contiene uno dei soli sei esemplari autenticati della firma di Shakespeare. L’atto è per un’abitazione nella City of London nei pressi di Blackfriars che Shakespeare acquistò il 10 marzo 1613 per £140 da Henry Walker, ‘cittadino e menestrello’. Il luogo esatto in cui sorgeva abitazione è sconosciuto, anche se si pensa si affacciasse sulla strada ora conosciuta come St. Andrew Hill e che fu poi distrutta nel grande incendio del 1666. L’atto è particolarmente significativo in quanto si riferisce all’unica proprietà che il Bardo abbia mai posseduto a Londra. La sua vicinanza ai teatri come la Blackfriars Playhouse e il Globe ne avrebbe fatto una residenza perfetta, anche se non esiste alcuna prova che suggerisca Shakespeare abbia vissuto lì nei quattro anni prima della sua morte, avvenuta nel 1616. City of London Heritage Gallery; fino al 31 Marzo 2016. cityoflondon.gov.uk

By-William-Shakespeare_

By Me William Shakespeare

  1. By me William Shakespeare: A life in writing

Sarà anche stato il figlio di un guantaio e conciatore di Stratford-upon-Avon, ma Shakespeare morì da uomo ricco e By me William Shakespeare ci offre l’opportunità studiare il suo testamento, accanto ad altri documenti unici che offrono uno squarcio di luce sulla sua vita. Parti del testamento sono forse basate su una bozza dal 1613, ma furono apportati significativi cambiamenti nei mesi e forse anche nelle settimane precedenti la sua morte, avvenuta il 23 aprile 1616. Il testamento di per sé non fu scritto da Shakespeare in persona, ma contiene tre dei sei esempi superstiti della sua firma: in fondo alle pagine 1 e 2 e alla fine, concluso dalla frase ‘By me William Shakespeare’. Le sue disposizioni finanziarie proteggono le sue figlie Judith e Susanna, che ereditano la maggior parte dei beni del padre, tra cui la grande casa di New Place, a Stratford, lasciata in eredità alla figlia maggiore Susanna, mentre a Judith resta l’altra casa. La moglie Anne invece ricevette solo il ‘secondo miglior letto’. Una mostra intrigante per conoscere meglio la vita di Shakespeare a Londra e l’uomo dietro la scritta: cortigiano, autore, amico, marito e padre. King’s College London, Inigo Rooms, Somerset House East Wing; fino al 29 Maggio 2016. bymewilliamshakespeare.org

  1. Shakespeare in Ten Acts

Si dice spesso che l’opera di Shakespeare sia universale, ma questo significa ignorare il fatto che le sue opere sono state costantemente reinventate per adattarsi ai tempi. Attraverso i secoli le sue opere sono state trasformate e tradotte, falsificate e contraffatte, modificate, riformulate e ridisegnate per attrarre nuove generazioni di frequentatori del teatro inglese e mondiale. Come dice il titolo stesso, Shakespeare in Ten Acts esplora l’impatto dei dieci momenti più significativi della produzione teatrale di Shakespeare. In mostra ci sarà l’unico copione originale sopravvissuto, oltre a due delle sole sei firme Shakespeare autenticate, oltre a rare edizioni a stampa tra cui il Primo Folio. Questi e altri tesori provenienti da collezioni della British Library, sono esposti accanto film, dipinti, fotografie, costumi e oggetti di scena. The British Library; dal 15 Aprile al 6 Settembre 2016. bl.uk

shakespeare Fisrt Folio 1623 British Library

Shakespeare First Folio 1623 British Library

  1. Shakespeare Re-Discovered in St-Omer

Nel settembre 2014, il bibliotecario di St-Omer fece la scoperta della sua vita quando incappò in un libro sugli scaffali che si rivelò essere niente meno che una copia fino ad allora sconosciuta del Primo Folio del 1623. Prima di questa eccezionale scoperta, di questo documento erano note solo 232 copie: ora il mondo ne può vantare una 233esima. Il Folio di St-Omer sarà il fulcro di una mostra volta a collocare il volume del 1623 nel contesto storico e letterario del tempo. Globe Exhibition; dal 4 Luglio al 4 Settembre 2016

  1. Visscher Redrawn: 1616-2016

Il panorama di Londra creato da Claes Jansz Visscher nel 1616 è una delle immagini più iconiche della Londra medievale: un paesaggio urbano fatto di case basse e dominato dalle guglie e dai campanili di imponenti chiese. Stampata nel l’anno della morte di Shakespeare, l’incisone di Visscher è uno dei pochissimi documenti che rappresentano Londra prima che gran parte della città fosse distrutta dal grande incendio del 1666. Ora, a quattrocento anni di distanza, l’artista Robin Reynolds ha ricreato lo stesso panorama per raccontare l’architettura della metropoli di oggi. Guildhall Art Gallery; fino al 20 Novembre 2016. cityoflondon.gov.uk

 A panorama of London by Claes Visscher, 1616.

  1. Fair play and foul: connecting with Shakespeare at UCL

Questa mostra esplora l’influenza di Shakespeare e la nostra secolare infatuazione con il Bardo – dalla cause célèbre delle falsificazioni di William Ireland alla fine del XVIII secolo, alla continua lettura e rilettura della sua opera da parte di accademici e studiosi o semplici adolescenti nelle scuole. E con Shakespeare, amici, mecenati, colleghi, studiosi e imitatori sono qui rappresentati da oggetti a loro appartenuti e provenienti dalla biblioteca dell’University College London. University College London’s Library; fino al 15 Dicembre 2016 ucl.ac.uk/library/exhibitions      

Per il programma completo guardate sul sito di Shakespeare400

Pubblicato su Londonita

Elisabetta I e l’età d’oro dei Tudor.

Quando nel 1507 Pietro Torrigiano sbarcò in Inghilterra, fuggito da Firenze per aver rotto il naso a Michelangelo, doveva aver pensato di aver fatto un balzo indietro nel tempo. Ed in un certo senso era vero: dopo centocinquant’anni di guerre, l’Inghilterra semplicemente non aveva avuto tempo per l’arte. In quella remota isola del Nord dell’Europa, gli artisti non erano celebrità come in Italia, ma anonimi artigiani. Bisognerà attendere i primi sovrani Tudor, perché le cose cambino. Consci infatti dell’importanza delle arti visive per trasmettere alla nazione un messaggio di potere e legittimità, Enrico VII e Enrico VIII spalancarono le porte del loro regno agli artisti europei.

Ma se l’Inghilterra di Enrico VIII aveva goduto di proficui scambi culturali con l’Europa – almeno fino alla rottura con Roma, il Paese che Elisabetta I (regna 1558-1603) eredita dai suoi fratelli – il malaticcio re-bambino di Edoardo VI (regna 1537-1553) e Maria I (regna 1553-1558) detta La Sanguinaria per aver fatto giustizare almeno trecento oppositori protestanti, incluso l’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer, è un Paese demoralizzato ed economicamente distrutto, politicamente debole e internamente lacerato da sanguinose guerre civili e furiose persecuzioni religiose scatenate a turno dal fratellastro e dalla sorellastra. Il turno di Elisabetta arriva nel 1558, quando Maria muore senza lasciare eredi; una volta sul trono e circondatasi di personaggi fidatissimi come William Cecil, I barone Burghley e suo figlio Robert Cecil, Elisabetta è libera di dedicarsi a ciò che le riesce meglio: glorificare la propria persona. E lo fa con un gusto ed uno splendore che non si vedeva dall’epoca dell’Impero Bizantino.

Elizabeth I(Armada Portrait) 1588

Elizabeth i (Armada portrait) 1588

Il suo regno, lungo ben quarantacinque anni, è generalmente riconosciuto come l’età d’oro della storia e della cultura inglese. Questi sono anni di grandi esplorazioni e scoperte geografiche, di corsari e navigatori come Francis Drake (1540-1596) che quando non era impegnato a combattere l’Invincibile Armata di Filippo II in nome della Regina, derubava i galeoni spagnoli nel Mar dei Caraibi con il suo (di lei) segreto benestare; o Walter Raleigh (1554-1618), poeta, corsaro e grande favorito di Elisabetta (ma non abbastanza da preferirlo a Drake al comando della flotta inglese) famigerato per aver introdotto il tabacco in Inghilterra – e da lì nel resto del mondo, con buona pace di nostri polmoni.

Ma ancora più delle imprese di corsari e navigatori, che pure donano al XVI secolo un’ineffabile esotismo, l’aspetto più significativo dell’epoca elisabettiana fu la riscoperta della lingua inglese portata dalla Riforma protestante. Sebbene il Latino continuasse ad essere essenziale per ogni persona di cultura, in questo periodo poeti e scrittori si accorgono quasi all’improvviso che, nelle mani giuste, l’inglese poteva diventare una lingua incredibilemente malleabile e capace di sublime bellezza. Non a caso gli anni compresi tra 1558 e il 1601 videro un fiorire starordinario della letteratura, poesia, musica e, soprattutto, del Teatro con William Shakespeare , Christopher Marlowe e Ben Johnson. A Londra poi, città in forte espansione economica e culturale, cominciano a sorgere in questi anni i primi teatri stabili come il Curtain Theatre (1577), il Rose (1587), lo Swan (1595) e il Globe (1599).

The Globe by Paola Cacciari

The Globe Theatre, London © Paola Cacciari

Ma l’importanza della parola scritta ha un grosso impatto anche sulle arti visive. L’arte di questo periodo, infatti, è aulica e altamente simbolica: è un’arte che sceglie di ignorare le conquiste del Rinascimento per ripiegarsi su se stessa. Questo è vero soprattutto per la pittura, che rimane fondamentalmente ancorata ad un’estetica di tipo medievale, dominata da colore e linea di contorno. Non sorprende per cui, che la più grande espressione dell’arte inglese si verifichi in quell’arte essenzialmente medievale che è il ritratto miniato. Quest’arte tutta inglese, non nacque tuttavia in Inghilterra, ma – come molte altre cose dell’epoca – fu una disciplina largamente d’importazione, che i primi ritratti miniati furono dipinti alla corte di Enrico VIII dal fiammingo Lucas Horenbout (c.1490/1495–1544), e dal tedesco Hans Holbein (1497-1543).

Nicholas Hilliard, Self-Portrait, 1577.

Nicholas Hiliard, Self-portrait. 1577. Victoria and Albert Museum

Ma sarà con l’inglese Nicholas Hiliard (c.1547-1619) che, durante il regno di Elisabetta I, il ritratto miniato raggiungerà il massimo splendore. Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello. Ma i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici come il giovane vestito di bianco e nero (colori della regina) ritratto in The young man among the roses (1577) forse il Robert Devereux, II Conte di Essex, allora diciassettenne che, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta.

A Young Man Amongst Roses by Nicholas Hilliard, 1585-95. Museum no. P.163-1910, © Victoria and Albert Museum, London

Young Man Amongst Roses, by Nicholas Hiliard. 1585-9. Victoria and Albert Museum

Ma gli elisabettiani non volevano questa collezione di simboli solo nelle loro tasche, o a collo. La volevano anche alle pareti delle loro case. E questo amore per il simbolo e per la parola scritta è più che mai evidente nel ritratto, un genere che in Inghilterra diventa particolarmente popolare in seguito alla Riforma protestante, quando la pittura si allontana dai soggetti esclusivamente sacri per dedicarsi a quelli secolari. Come Hiliard aveva già capito nelle sue stilizzata miniature, l’Inghilterra della fine del XVI secolo, costantemente in guerra con la Spagna e governata da una monarca non più giovane e senza figli che si ostinava a non nominare un erede per paura di un colpo di stato, aveva bisogno di essere rassicurata. E allora, con un’idea geniale, Elisabetta crea il personaggio di Gloriana, la Regina Vergine ed eternamente giovane, donna, madre e icona irraggiungibile, simbolo dell’Inghilterra stessa. Inevitabilmente, gli stretti parametri a regolamentare la produzione delle immagini della Regina, imbrigliano la creatività di artisti e pittori, costringendoli a ricorrere alla complessa serie di simboli che dona al ritrattismo Tudor la ieratica bidimensionalità di tipo quasi bizantino che li contraddistingue.

Ma la pittura non era la sola arte dell’epoca elisabettiana che ignora volutamente l’esistenza del Rinascimento. Che si trattasse di nuovi edifici, di castelli modernizzati o di monasteri convertiti, anche l’architettura della seconda metà del XVI secolo non mostra nessuna traccia della rivoluzione artistica che, partita dall’Italia, stava impazzando per l’Europa. Al contrario: invece di guardare avanti, al classicismo di Palladio, l’architettura elisabettiana si rivolge al passato per i suoi modelli, ai grandi edifici dei primi sovrani Tudor ispirandosi a palazzi come quelli di Richmond e Hampton Court , costruiti da Enrico VII ed Enrico VIII e dove Elisabetta (tanto parsimoniosa quanto suo padre era spendaccione) continua felicemente a vivere, lasciando ai nobili della sua corte il compito di costruire nuovi, sfarzosi edifici che l’avrebbero ospitata nei suoi spostamenti. Questo, unito alla lunga pace che caratterizza il suo regno, da’ vita a quel boom architettonico la cui massima espressione è la country house, la casa di campagna, il simbolo architettonico della struttura del potere dell’Inghilterra della post- Controriforma. Impegnate come sono nel costruire la “loro” Inghilterra, le nuove casate nobiliari non hanno tempo da perdere con le conquiste del Rinascimento e, come era accaduto con i primi sovrani Tudor, anche all’epoca di Elisabetta gli elementi decorativi dell’inizio del secolo sono opportunamente integrati a quelli nuovi. Mentre nel 1567 in Italia Palladio costruiva quel capolavoro di classicimo rinascimentale che è Villa Capra (la Rotonda), con le loro torri, torrette e fossati, le abitazioni della nobiltà britannica continuano ad mantenere in tutto e per tutto un aspetto ancora medievale.

Hardwick Hall, Doe Lea, Derbyshire. Photo woody1981

Hadwick Hall, Doe Lea, Derbyshire. Photo woody1981

Un tempo il cuore e l’anima della comunità, nella seconda metà del XVI secolo le nuove dimore si allontanano progressivamente da villaggi e centri abitati per ergersi in loro splendido isolamento nel mezzo di parchi e terreni. Un’esempio di questa esuberanza architettonica è Hardwick Hall, nel Derbyshire, costruita tra il 1590 e il 1597 dall’antenata dei duchi di Devonshire, la formidabile Elizabeth Talbot (c. 1527-1608), la Contessa di Shrewsbury e la donna più ricca d’Inghilterra dopo la Regina. Costruita su tre piani, con ogni piano più alto di quello precedente in modo da rispecchiare gerarchicamente l’accrescersi dell’importanza dei suoi occupanti, Hardwick Hall è la rappresentazione fatta mattone dello stato sociale della sua proprietaria e della sua ricchezza, evidente nelle molte (e molto grandi) finestre in vetro, un lusso che all’epoca solo pochi eletti potevano permettesi…

Naturalmente tutto questo non poteva durare, che tutte le cose arrivano alla fine – anche le età dell’oro. Come i suoi fratellastri che l’avevano preceduta, anche Elisabetta muore senza eredi il 24 Maggio 1603, l’ultima della dinastia Tudor. Gli succede sul trono il nipote Giacomo Stuart, il Re di Scozia figlio di quella Maria Stuart opportunamente decapitata dalla stessa Gloriana. Il secolo seguente sarà davvero molto, molto diverso.

Pubblicato su Londonita

2016 © Paola Cacciari

 

 

Lusso, calma e voluttà? No, solo lusso, please.

“What is Luxury?” si chiede il Victoria and Albert Museum con la sua ultima mostra nello spazio dedicato all’arte contemporanea. E visto che da quando è iniziata in questa mostra mi è già capitato di lavorarci un po’ di volte, ho finito con il chiedermelo anch’io.

Non che manchino gli spunti di riflessione al riguardo sia ben chiaro che, soprattutto dal 2008, da quando cioè la Grande Crisi economica sta strizzando l’Occidente con la sua austerity come un tubo di dentificio in un pugno di ferro, abbiamo assistito (ebbene si’, anche in UK) allo sproporzionato arricchirsi di un piccolo 1% della popolazione, mentre il restante 99% tira avanti come può, spesso male. Uno dovrebbe essere talmente inferocito da questa sfacciata ingiustiza da voler assaltare l’House of Parlament come nel 1789 i francesi assalirono la Bastiglia, e il più delle volte lo siamo (io almeno lo sono e anche spesso). Ma siamo anche umani e a dispetto di tutto e tutti finiamo con il guardare con curiosità, un po’ di invidia e (mal riposta) ammirazione allo stile di vita di questa piccola minoranza di alieni che popolano le pagine di riviste patinate con le loro vacanze in luoghi esotici, i loro guardaroba senza fine e i loro fare festa come se non ci fosse domani.

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Paris Hilton

Siamo costantemente bombardati da immagini di oggetti di lusso, senza i quali la nostra esistenza si preannuncia triste e sconsolata – che si tratti di status symbol a quattro ruote come le varie Ferrari e Bentley e Aston Martin che poco a poco si sono sostituite nelle strade a marche più modeste (se una BMW si può considerare e tale…) e che sono parcheggiate distrattamente in strada come comuni utilitarie, di vacanze a cinque stelle in località esotiche, di abiti, borse o scarpe di marca.

 Advert for an Estate Agency. Gloucester Road, London. 2014© Paola Cacciari

Advert for an Estate Agency. Gloucester Road, London. 2014© Paola Cacciari

Per non parlare degli appartamenti. Negli ultimi anni Londra è diventata la casa (o almeno il luogo in cui hanno comprato un’altra delle tante loro case…) alcuni dei più grandi ricconi della terra. Ti rendi conto che una zona si è “gentrificata” quando improvvisamente uno scantinato umido viene promosso da semplice “flat” (il normale termine per abitazione, appartamento) ad “apartment” (il sinonimo americano figo che ha una connotazione più residenziale). Persino il supermercato racconta la tua provenienza sociale e la salute del tuo conto in banca. Waitrose o Tesco? M&S o Morrisons? Dimmi dove fai la spesa e ti dirò chi sei.

lvmh_1615386cMa allora, cos’è davvero il lusso? “Può essere una cosa davvero personale…” mi dice la mia amica/collega A., romana  e come me espatriata in terra angla davanti ad un caffè nel giardino della Estorick Collection dove eravamo andate a vedere la mostra di Modigliani (vedi articolo qui). È meglio possedere una cosa o basta averne il ricordo? In poche parole, come dice Shakespeare in Come vi piace (As You Like It) è meglio avere degli occhi ricchi e delle mani povere” o il contrario? Io che non sono particolarmente interessata a vacanze di lusso, auto veloci o abiti firmati, so benissimo cosa preferisco. Come Jaques nella commedia di Shakespeare preferisco possedere il ricordo  di un’esperienza straordianaria che possedere una cosa. Musei, teatri e l’abbonamento alla Royal Opera House, il meraviglioso teatro d’ Opera e balletto di Londra sono lussi di cui non voglio fare a meno; per A. che fa l’illustratrice il lusso sono (sarebbero) libri di fotografia, un bel divano e il tempo per leggerli. Ma il bombardamento di immagini di cui siamo costantemente circondanti è tale da riempirci la testa di cose che più o meno coscientemente dobbiamo desiderare, fornendoci così un idea generica ed inesatta di cosa sia davvero il lusso.

Il mercato dei prodotti di lusso ruota attorno il tempo, all’abilità di artigiani straordinari, alla pazienza e all’uso di materiali preziosi e ricercati e sono queste le cose comprate da chi compra un oggetto di lusso: perché comprare un Pateck Philippe quando si può comprare uno Swatch: non sono forse entrambi orologi? Ma questo non è il punto. Il punto è l’esclusività che si compra con il primo e che separa il possessore di un Pateck Philippe di comuni mortali che (come me) possono solo permettersi uno Swatch.

lux_9In questo nulla è cambiato dal Medioevo e Rinascimento quando l’uso di certi colori, di certe fogge o di decorazioni architettoniche era proibito a chi non apparteneva ad una certa classe sociale (che non si montassero troppo la testa….). Conspicuous consumption l’aveva chiamato l’economista e sociologo statunitense di origine norvegese Thorstein Bunde Veblen (1857-1929), nel suo libro La teoria della classe agiata (1899). Veblen fu il primo a mettere nero su bianco ciò che per anni era stato fatto in modo più o mendo inconscio. La ricchezza non viene solo accumulata, ma mostrata in società attraverso l’ostentazione di beni costosi. Ciò porta inevitabilmente anche ad un singolare gusto, per cui il valore estetico di un oggetto è legato strettamente al suo costo economico. E, ieri come oggi, non appena le classi dominanti si sentivano imitate dal popolino abbandonano le fogge colpevoli per adottarne altre che li differenziassero da chi voleva, ma non poteva, essere come loro. Basta guardare in Inghilterra cosa è accaduto con la marca Burberry diventata così desiderabile dalla working class che nessuno della midlle o upper class non si avvicinerebbe neanche morto ad uno dei suoi modelli tartan, pena l’ essere associato – o peggio scambiato – per un chav, equivalente britannico del truzzo o del tamarro.

Mi piace il fatto che questa non sia una mostra che vuole fornire risposte, ma che vuole piuttosto sollecitare la riflessione. E lo fa con un misto di oggetti che vanno dall’eccezionale – come una pianeta di pizzo veneziano o una super tecnologica sella da equitazione di Hermès – a veri e propri inni al kitsch come una scimmia ricoperta di cristalli (mi chiedo io chi in possesso delle sue piene facoltà mentali vorrebbe condividere il proprio spazio abitativo con una scimmia ricoperta di cristalli??). Nella seconda parte della mostra, che si interroga su futuro del lusso, un orologio senza lancette suggerisce che, dal momento che le nostre vite si fanno sempre più caotiche e complicate, il tempo e  lo spazio per vivere le nostre vite sono diventati il vero lusso. E da persona cronicamente a corto di tempo quale sono, non posso che essere d’accordo…

Londra// fino al 27 Settembre 2015

Victoria and Albert Museum

Fighting History: La storia è adesso. A Tate Britain

Più di una volta Penny Curtis, la direttrice uscente della Tate, è stata criticata per la scelte dei soggetti delle sue mostre – artiste donne semi-sconosciute ai più come Marlene Dumas e Agnes Martin, o una mostra dedicata alla scultura vittoriana come Sculpture Victorious– e di certo non credo si sia fatta molti amici con questa ultima di Tate Britain del titolo Fighting History, che ci offre una carrellata tematica di quadri di soggetto storico o pseudo-storico che attraversa gli ultimi 250 anni di pittura di britannica. Una mostra che riesce ad essere, al tempo stesso, pomposa e stiracchiata e sorprendentemente intrigante, anche se alcune scelte curatoriali sono alquanto discutibili che sotto l’etichetta di pittura di storia sembrano essere raccolti tutti i generi che non sono paesaggio e ritratto: dalla mitologia ai soggetti biblici (ci sono ben SEI, dico SEI quadri raffiguranti il Diluvio Universale e quasi tutti appartengono alla Tate: se non è stiracchiare questo!). E che ci fa un quadro con Re Lear per soggetto in una mostra dedicata alla pittura di storia? Non era Re Lear un personaggio inventato dalla geniale fantasia di Shakespeare? I veri dipinti di storia sono pochi e rappresentano i soliti noti, gli eroi come Wellington, Nelson (e altri oscuri personaggi che a me, forestiera, sono praticamente sconosciuti), fatta l’eccezione per un magnifico quadro di Walter Sickert (1860-1942), un quadro di Allen Jones e una foto di Steve McQueen, il regista di 12 anni schiavo (12 Years a Slave).

Miss Earhart's Arrival 1932 Walter Richard Sickert 1860-1942 Purchased 1982 http://www.tate.org.uk/art/work/T03360

Miss Earhart’s Arrival 1932, Walter Richard Sickert. Tate

Fino al XX secolo la pittura di storia è stata la forma più alta di pittura. I soggetti storici avevano il compito di istruire e mostrare le virtù senza tempo del coraggio e dell’integrita’ morale. Ma quando, nel XX secolo, la pittura si sposta verso l’astrazione e il Modernismo, questi primato si perde. Ma questo non significa che gli artisti contemporanei abbiano smesso rappresentare eventi storici (e con essi, la nostra reazione ad essi); solo, lo hanno fatto utilizzando modi diversi. E allora entri Jeremy Deller.

Artista concettuale che nel 2013 ha partecipato alla Biennale di Venezia rappresentando la Gran Bretagna nel Padiglione Inglese (che ho opportunamente visitato e apprezzato), è stato in assoluto la star della mostra.

La sala da lui creata e che ospita, oltre a memorabilia poster e ritagli di giornale, il filmato della rievocazione della Battaglia di Orgreave nel Sud dello Yorkshire, tra minatori e forze dell’ordine nel1984, mi ha lasciato completamente a bocca  aperta. Posso solo paragonarlo alla forza emotiva che avrebbe su di me-donna adulta, il vedere una rievocazione  storica fatta nei benché minimi dettagli delle lotte studentesche avvenute a Bologna nel 1977 quando avevo neanche sette anni.

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Flashpoint: A mounted policeman swings his baton during the clash with miners at Orgreave, 1984. Photo John Harris

Quello compreso tra il 1984 e il 1985 è uno dei periodi più cupi dell’Inghilterra ‘tacheriana’, quando la polizia a cavallo attacca i minatori in sciopero che stavano facendo picchetto davanti alle miniere, picchiandoli con i manganelli. Centinaia di feriti e un massiccio insabbiamento di quanto era effettivamente accaduto, da parte del Governo britannico che ordina (letteralmente!) alla BBC di montare il filmato al contrario per far apparire i minatori colpevoli di aver attaccato per primi la polizia, in modo da giustificare la reazione spropositatamente violenta della polizia. Con questa rievocazione, avvenuta il 17 giugno 2001, Deller propone la verità storica di coloro che vi presero parte (ex-minatori, ex-poliziotti) e che sono stati appositamente coinvolti nel progetto, prendendo le distanze dalla mistificazione che ne fecero i media per volere dell’allora primo ministro Margaret Thatcher (1925-2013).

“What’s a grim part of history!” esclama la mia dolce metà, scuotendo la testa amareggiato, prima di alzarsi dalla panca alla fine del filmato e scomparire nella sala successiva. Io invece, ho faticato a staccarmici. Nel 1984 avevo 14 anni ed ero pazza per i Duran Duran: la mia idea dell’Inghilterra non andava oltre i capelli cotonati di Boy George e degli aderenti al New Romantic. Mentre io sognavo i boccoli biondi e gli occhioni azzurri di Simon le Bon, qualche centinaio di km a nord di Londra i minatori lottavano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie contro il governo della Lady di Ferro, Margaret Thatcher. Inutile dire chi ha vinto…

E solo allora ho compreso il titolo della mostra: Fighting History, storia di battaglie. Da quelle combattute da Nelson e di Wellington contro Napoleone, a questa lotta civile contempoaranea tra stato e cittadini. E a questo serve la pittura di storia: a non dimenticare

Londra//fino al 13 Settembre 2015

Tate Britain

tate.org.uk