Charlie Brown

Ansia, depressione, fallimento, disperazione, alienazione, isolamento sono (purtroppo) gli ingredienti standard che quasi inevitabilmente accompagnano la vita di ogni adulto. Ma bisogna ammettere che sono elementi insoliti per un fumetto da bambini. Che Charlie Brown è un fumetto per bambini vero? No, che dopo un paio d’ore trascorse a Sommesert House a vedere Good Grief, Charlie Brown!, la mostra sulla storia dei Peanuts mi sta venendo qualche dubbio. Forse perché da piccola sono sempre stata una bambina vecchia e adesso che sono adulta sono una vecchia bambina, sta di fatto in tutti questi anni non ho mai smesso un attimo di amare Charlie Brown.

Sommerset House. London, 2018 ©Paola Cacciari

Che io, come molti di noi che facciamo del nostro meglio per essere adulti spesso fallendo in modo apocalittico – dicevo, non siamo forse un po’ tutti Charlie Brown? Non abbiamo anche amici idealisti come Piperita Patty che ci salvano da noi stessi, teste calde come Lucy che ci scuotono quando ci sentiamo persi, teneri sognatori come Linus e la sua copertache ci restituiscono la speranza, e amici fedeli come Snoopy che non ci abbandonano mai, nonostante i nostri evidentissimi difetti? Che la forza di Charlie Brown sta proprio in quella sua vulnerabilità, in quella linea tremolante che gli fa da bocca che normalizza l’emotività in cui tanti di noi vedono riflessa nel suo perenne humour nero in cui si aprono squarci di luminosa speranza.

Sommerset House. London, 2018 ©Paola Cacciari

Nato a Monroe nel Minnesota, Charles M Schulz (1922-2000) era l’unico figlio di una coppia di immigrati di seconda generazione, la madre norvegese il padre tedesco. Bambino timido e introverso, Charles cresce con una sensibilità e un fatalismo davanti alle avversità della vita tutto nordico che presto trova sfogo nei suoi disegni. Con poche linee e un sapiente uso del neretto Shulz, era in grado di esprimere un intero mondo di emozioni e portare aventi un ariflessione sulla vita a dir poco filosofica.– soprattutto quando si trattava di dare voce alla frustrazione e vessazione che conosceva cosi bene e che rende con le linee nere e pesanti che hanno treso celebre gli scatti d’ira di Lucy…


Il nostro Umberto Eco nazionale non pensava che Peanuts fosse roba da niente e già agli inizi degli anni Sessanta cercò di spiegare perché 355 milioni di persone in tutto il mondo erano affascinate da un fumetto settimanale. Il motivo di tanto successo non era,, sosteneva Eco, legato al fatto che Charlie Brown & C. erano bambini carini con un cagnolino carino chiamato Snoopy che ci distraevano da un mondo intollerabile. Al contrario, il motivo per cui le storie dei Peanuts erano così potenti era proprio perché osavano guardare negli oscuri abissi della vita umana.Con poche semplici linee Charles M Schulz ha creato un’icona della vita moderna, un carattere allo stesso tempo comico e profondamente umano che con la sua modestia e sottigliezza illustra come forse nessuno ha mai fatto prima di allora la nostra lotta quotidina per dare un senso ad un universo che un senso non ce l’ha.  

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 3 Marzo 2019

Good Grief, Charlie Brown!

Sommerset House

Malick Sidibé: L’occhio di Bamako. A Sommerset House

Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, ammetto che la mia conoscenza della geografia Africana ha sempre lasciato un po’ a desiderare. Il fatto è che non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee  dritte, trattaciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose.

Per cui prima di entrare a Sommeset House a visitare la retrospettiva che l’istituzione londinese ha dedicato al fotografo Malick Sidibé (1936-2016) ho dovuto cercare su Google lo stato del Mali (“il Mali è uno stato dell’Africa occidentale situato all’interno e senza sbocchi sul mare che confina a nord con l’Algeria, ad est con il Niger, a sud con il Burkina Faso e la Costa d’Avorio, a sudovest con la Guinea e ad ovest con il Senegal e la Mauritania.” Grazie Wikipedia…).

Malick Sidibé
Malick Sidibé

Il fatto che il Mali si chiamasse Sudan Francese prima di proclamare la sua indipendenza dalla Francia nel 1960 non ha reso le cose più semplici. Un’indipendenza di breve durata, che il giovane stato si libera da un colonialimo solo per passare ad un altro anche se di un’altro tipo, quello americano del Rock’n’Roll, jeans e delle motociclette. E Sidibé è pronto ad immortalare con grande entusiasmo questo incredibile momento storico ed economico di un paese che si scrolla di dosso le restrizioni del colonialismo accogliendo la cultura Pop a braccia  aperte.

Le sue straordinarie foto in bianco e nero della gioventù di Bamako hanno un’immeditezza travolgente: coppie che ballano il Twist, pantaloni a zampa di elefante, occhiali da sole oversize e giacche dalle stampe caleidoscopiche la fanno da padroni. E non mi meraviglio che “l’occhio di Bamako”, come Sidibé era conosciuto, ha ricevuto molti premi nella sua lunga carriera diventanto nel 2007 il primo fotografo e il primo artista africano a vincere il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia.

Regardez-moi (1962) by Malick Sidibé. Photograph: Malick Sidibé/Jack Shainman Gallery, New York
Regardez-moi (1962) by Malick Sidibé. Photograph: Malick Sidibé/Jack Shainman Gallery, New York

 

Nuit de Noël (Happy Club), 1963 (c) Malick Sidibé. Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris
Malick Sidibé Les jeunes bergers peulhs, 1972 Tirage argentique baryté Papier : 50 x 60 cm Signé et daté © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, ParisBB=9.99Topaz2

 

“Les très bons amis en même tenue”, 1972 © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris
“Les très bons amis en même tenue”, 1972 © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris

Chissà ne è stato di quei volti sorridenti e di tutto quell’ottimismo, quale futuro e quali difficoltà aspettavano questi giovani dopo quel breve peridodo di promettente democrazia, e che ha portato guerre civili e colpi di Stato militare. Chissà se sono ancora vivi e come se la passano. Ma in queste bellissime fotografie, avvolte dalla magnifica colonna sonora di Rita Ray, questi volti sorridenti rimarranno per sempre giovani e felici.

2016 by Paola Cacciari.

Londra// estesa fino al 26 Febbraio 2017

Malick Sidibé: The Eye of Modern Mali a Sommerset House

somersethouse.org.uk

Entrata libera

Shakespeare 400: celebrando il Bardo a Londra

Per oltre quattro secoli William Shakespeare (1564-1616) ha influenzato le arti come pochi altri hanno fatto. Le sue storie senza tempo, tragedie e commedie hanno emozionato artisti di ogni genere, ispirando la creazione di numerosi capolavori con ogni mezzo espressivo – dalla musica alle arti visive. Il 2016 commemora i 400 anni dalla morte del Bardo e la Gran Bretagna lo celebra in grande stile con Shakespeare 400, un consorzio di organizzazioni culturali, creative e didattiche coordinato dal King’s College di Londra che propone spettacoli teatrali, concerti, mostre e conferenze nella capitale e altrove. Qui sotto trovate qualche suggerimento artistico.

  1. Shakespeare and London

Per commemorare l’anniversario quarto centenario, la City of London Heritage Gallery ci propone questo affascinante ‘Shakespeare Deed’, l’atto notarile che contiene uno dei soli sei esemplari autenticati della firma di Shakespeare. L’atto è per un’abitazione nella City of London nei pressi di Blackfriars che Shakespeare acquistò il 10 marzo 1613 per £140 da Henry Walker, ‘cittadino e menestrello’. Il luogo esatto in cui sorgeva abitazione è sconosciuto, anche se si pensa si affacciasse sulla strada ora conosciuta come St. Andrew Hill e che fu poi distrutta nel grande incendio del 1666. L’atto è particolarmente significativo in quanto si riferisce all’unica proprietà che il Bardo abbia mai posseduto a Londra. La sua vicinanza ai teatri come la Blackfriars Playhouse e il Globe ne avrebbe fatto una residenza perfetta, anche se non esiste alcuna prova che suggerisca Shakespeare abbia vissuto lì nei quattro anni prima della sua morte, avvenuta nel 1616. City of London Heritage Gallery; fino al 31 Marzo 2016. cityoflondon.gov.uk

By-William-Shakespeare_
By Me William Shakespeare
  1. By me William Shakespeare: A life in writing

Sarà anche stato il figlio di un guantaio e conciatore di Stratford-upon-Avon, ma Shakespeare morì da uomo ricco e By me William Shakespeare ci offre l’opportunità studiare il suo testamento, accanto ad altri documenti unici che offrono uno squarcio di luce sulla sua vita. Parti del testamento sono forse basate su una bozza dal 1613, ma furono apportati significativi cambiamenti nei mesi e forse anche nelle settimane precedenti la sua morte, avvenuta il 23 aprile 1616. Il testamento di per sé non fu scritto da Shakespeare in persona, ma contiene tre dei sei esempi superstiti della sua firma: in fondo alle pagine 1 e 2 e alla fine, concluso dalla frase ‘By me William Shakespeare’. Le sue disposizioni finanziarie proteggono le sue figlie Judith e Susanna, che ereditano la maggior parte dei beni del padre, tra cui la grande casa di New Place, a Stratford, lasciata in eredità alla figlia maggiore Susanna, mentre a Judith resta l’altra casa. La moglie Anne invece ricevette solo il ‘secondo miglior letto’. Una mostra intrigante per conoscere meglio la vita di Shakespeare a Londra e l’uomo dietro la scritta: cortigiano, autore, amico, marito e padre. King’s College London, Inigo Rooms, Somerset House East Wing; fino al 29 Maggio 2016. bymewilliamshakespeare.org

  1. Shakespeare in Ten Acts

Si dice spesso che l’opera di Shakespeare sia universale, ma questo significa ignorare il fatto che le sue opere sono state costantemente reinventate per adattarsi ai tempi. Attraverso i secoli le sue opere sono state trasformate e tradotte, falsificate e contraffatte, modificate, riformulate e ridisegnate per attrarre nuove generazioni di frequentatori del teatro inglese e mondiale. Come dice il titolo stesso, Shakespeare in Ten Acts esplora l’impatto dei dieci momenti più significativi della produzione teatrale di Shakespeare. In mostra ci sarà l’unico copione originale sopravvissuto, oltre a due delle sole sei firme Shakespeare autenticate, oltre a rare edizioni a stampa tra cui il Primo Folio. Questi e altri tesori provenienti da collezioni della British Library, sono esposti accanto film, dipinti, fotografie, costumi e oggetti di scena. The British Library; dal 15 Aprile al 6 Settembre 2016. bl.uk

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Shakespeare First Folio 1623 British Library
  1. Shakespeare Re-Discovered in St-Omer

Nel settembre 2014, il bibliotecario di St-Omer fece la scoperta della sua vita quando incappò in un libro sugli scaffali che si rivelò essere niente meno che una copia fino ad allora sconosciuta del Primo Folio del 1623. Prima di questa eccezionale scoperta, di questo documento erano note solo 232 copie: ora il mondo ne può vantare una 233esima. Il Folio di St-Omer sarà il fulcro di una mostra volta a collocare il volume del 1623 nel contesto storico e letterario del tempo. Globe Exhibition; dal 4 Luglio al 4 Settembre 2016

  1. Visscher Redrawn: 1616-2016

Il panorama di Londra creato da Claes Jansz Visscher nel 1616 è una delle immagini più iconiche della Londra medievale: un paesaggio urbano fatto di case basse e dominato dalle guglie e dai campanili di imponenti chiese. Stampata nel l’anno della morte di Shakespeare, l’incisone di Visscher è uno dei pochissimi documenti che rappresentano Londra prima che gran parte della città fosse distrutta dal grande incendio del 1666. Ora, a quattrocento anni di distanza, l’artista Robin Reynolds ha ricreato lo stesso panorama per raccontare l’architettura della metropoli di oggi. Guildhall Art Gallery; fino al 20 Novembre 2016. cityoflondon.gov.uk

A panorama of London by Claes Visscher, 1616.
  1. Fair play and foul: connecting with Shakespeare at UCL

Questa mostra esplora l’influenza di Shakespeare e la nostra secolare infatuazione con il Bardo – dalla cause célèbre delle falsificazioni di William Ireland alla fine del XVIII secolo, alla continua lettura e rilettura della sua opera da parte di accademici e studiosi o semplici adolescenti nelle scuole. E con Shakespeare, amici, mecenati, colleghi, studiosi e imitatori sono qui rappresentati da oggetti a loro appartenuti e provenienti dalla biblioteca dell’University College London. University College London’s Library; fino al 15 Dicembre 2016 ucl.ac.uk/library/exhibitions      

Per il programma completo guardate sul sito di Shakespeare400
Paola Cacciari Pubblicato su Londonita

London Design Festival 2015

Ed anche quest’anno è arrivato, puntuale come il susseguirsi delle stagioni: è il London Design Festival 2015, con il Frieze Art Fair e il London Fashion Week uno degli appuntamenti imperdibili dell’autunno londinese.

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Giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione, questo grande festival del design che quest’anno si tiene dal 19 al 27 Settembre, è senza dubbio l’evento e che studenti, progettisti, rivenditori e semplici appassionati attendono con entusiasmo e guardano con interesse per captare le nuove tendenze manifatturiere e del mercato.

Per nove giorni la capitale britannica si trasforma nella capitale europea del design, con eventi, showroom, laboratori, conferenze, mostre e installazioni la cui ubicazione varia da edifici storici e grandi magazzini, ad aree della città in cui grandi progetti architettonici mirano a cambiare il volto del paesaggio.

Nato nel 2003 con lo scopo di promuovere l’immenso potenziale creativo della città, il London Design Festival è diventato nel corso degli anni un evento di proporzioni colossali. E con i suoi circa 350 display e installazioni distribuiti tra musei e gallerie, spazi pubblici, negozi di lusso e d’avanguardia disseminati per sette ‘distretti’ cittadini, l’edizione 2015 del grande festival del design d’oltremanica si preannuncia davvero una delle più ambiziose.

Per il settimo anno consecutivo continua la collaborazione tra il London Design Festival e il Victoria and Albert Museum che, insieme a Sommerset House sullo Strand, sarà allo stesso tempo cuore e centro direzionale di questo grande festival del design. Ma nulla di meno ci si poteva aspettare da un’istituzione nata nel XIX secolo come il Museum di Art and Manufactures e votata sin dalle sue origini vittoriane, a esporre e migliorare il design britannico e ad ispirare la creatività in tutti, studenti e non. E anche quest’anno il V&A ospita una serie di eccitanti opere contemporanee esposte all’interno delle sale del museo inserite nel tessuto delle sue collezioni.

'The Tower of Babel' by Barnaby Barford
‘The Tower of Babel’ by Barnaby Barford, image courtesy of the London Design Festival

Tra le star del 2015, The Tower of Babel dell’artista Barnaby Barford, è una fragile struttura verticale formata da 3000 “casette” in porcellana disposte in fasce soprapposte a comporre quella che a prima vista sembra una traballante castello di carte. Ma basta avvicinarsi un po’ per realizzare che in realtà non si tratta di case, ma della fedele riproduzione di 3000 vetrine di negozi di Londra realmente esistenti – anche quelli con la facciata chiusa con assi di legno alla base della torre, mantre Harrods e Harvey Nichols naturalmente sono alla sommità. Il progetto, che è costato a Barford due anni di lavoro, vuole essere un’ironica e peculiare riflessione sul sempre crescente divario economico che separa i ricchi e poveri. Nel giardino del museo di South Kensington invece, l’installazione dell’artista messicana Frida Escobedo dal titolo You Know You Cannot See Yourself So Well As By Reflection e sponsorizzata dal Governo del Messico, è composta da una serie di piattaforme disposte geometricamente e ispirate alla strade di Tenochtitlán, l’antica città azteca fondata nel 1325 e che ha dato origine alla Capitale, Città del Messico. Nella Settecentesca Norfolk House Music Room delle British Galleries, Curiosity Cloud, del gruppo austriaco mischer’traxler per Champagne Perrier-Jouët è un omaggio alla Natura e all’uso di motivi movimento Art Nouveau.

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‘Curiosity Cloud’ by mischer’traxler for Champagne Perrier-Jouët, image courtesy of the London Design Festival

Nel corso degli anni il London Design Festival ha esteso sempre più i suoi originali confini geografici, espandendosi dai tradizionali distretti centrali di Brompton, Chelsea e Clerkewell ad altre zone della città come Islington, Queens Park e Shoreditch, con Bankside come nuova entrata. Quest’ultimo, che si estende da Borough Market all’Oxo Tower, è il primo distretto del festival al Sud del Tamigi: un importante centro creativo con numerose gallerie commerciali, studi di artisti e architetti e agenzie creative.

Ma soprattutto il Festival ha aperto un’intera città al mondo del grande design internazionale. Tra i marchi europei partecipanti all’edizione 2015, numerose sono le aziende manifatturiere italiane che utilizzano questa piattaforma d’avanguardia per portare sul mercato internazionale le ultime creazioni del Made in Italy. E anche quest’anno numerosi saranno gli eventi e gli showroom di marchi italiani, da B&B Italia – che per l’occasione sarà allestito con le ultime novità per la zona giorno firmate da Antonio Citterio, Patricia Urquiola, Vincent Van Duysen e Naoto Fukasawa – al notissimo marchio Poltrona Frau che celebrerà l’apertura del suo primo negozio nella Capitale, in Brompton Cross.

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Nella sede neoclassica di Sommerset House, che con il V&A è l’altro grande centro culturale del festival nel cuore di Londra nonché sede di spettacoli, proiezioni cinematografiche ed eventi espositivi, il designer Luca Nichetto esporrà una selezione delle sue ultime creazioni realizzate per lo studio di design Hem.

Tornano i Landmark Project 2015, i grandi progetti architettonici tradizionalmente affidati a famosi architetti e realizzati con l’aiuto di partner e sponsor e che hanno il compito di trasformare, seppure temporaneamente, alcuni spazi pubblici della Capitale. Tra questi spicca A Bullet From A Shooting Star, un’installazione di 35m creata per la Greenwich Peninsula dall’artista concettuale Alex Chinnock e che ha la forma di un pilastro elettrico capovolto ispirato alla lunga storia industriale dell’area, un tempo sito di grandi raffinerie di olio e di gas. A quanto pare l’installazione sarà visibile dal London’s City Airport, oltre che da Canary Wharf e da Greenwich.

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A Bullet From A Shooting Star by Alex Chinneck Render

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto. Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Da non perdere 100% Design, la più grande mostra di design contemporaneo della capitale dedicata ai professionisti del settore, quest’anno arrivata alla sua 21° edizione, e Tent and Super Brands che, con i suoi 450 espositori provenienti da 29 paesi, punta sulla scoperta dei talenti emergenti in Europa.
Ma spesso tuttavia sono le piccole gallerie commerciali e i negozi un po’ fuori dai sentieri più battuti a offrire gli oggetti di design più interessanti ed economicamente abbordabili. Sono moltissimi e come nelle passate edizioni, la maggior parte delle installazioni sono gratuite, per cui armatevi della guida del London Design Festival, di una buona mappa di Londra e di scarpe comode che ce ne sarà bisogno.

Il programma completo può essere scaricato dal sito ufficiale London Design Festival.

Dal 19 al 27 Settembre 2015, Londra//Victoria and Albert Museum; Sommerset House; varie ubicazioni.

(Images courtesy of LDF)

Paola Cacciari

Articolo pubblicato su Londonita

Storia di una diaspora: la Ben Uri Gallery di Londra

È possibile che dopo sedici anni trascorsi a Londra ci siano ancora zone della città che ancora non conosco o musei che non ho ancora visitato? A quanto pare sì, e la Ben Uri Gallery in St John’s Wood è uno di quelli.
Fondata nel 1915 per sostenere artisti e artigiani di lingua Yiddish emigrati in Gran Bretagna, il museo ha nel corso del tempo allargato la sua collezione con l’acquisizione di numerose opere di artisiti britannici di religione ebraica.

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Come il popolo di Israele, anche la Ben Uri Gallery ha avuto un’esistenza peripatetica che l’ha portata dall’East End di Londra a Soho fino alla sua attuale sede di St John Wood, al Nord di Londra; al momento sta raccogliendo i fondi per assicurasi una sede più grande in cui accomodare la sua sempre crescente collezione.

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Frank Auerbach, Mornington Crescent, Summer Morning II © Ben Uri

Nel frattempo Out of Chaos nella sede temporanea di Sommerset House, sullo Strand, celebra il centenario della fondazionedella galleria. Basata a grandi linee sui grandi movimenti migratori che hanno portato ondate di immigrati ebrei in Gran Bretagna Рdalle avanguardie dei Whitechapel Boys che hanno contribuito con il loro cubo-futurismo alla formazione del Modernismo in Inghilterra, alla School of London che conta trai i suoi esponenti un colosso come Frank Auerbach, Out of Chaos ̬ una mostra ambiziosa e intrigante che offre un affascinante spaccato sul passato e sul presente multiculturale di Londra e della Gran Bretagna.

Londra//fino al 13 Dicembre 2015

Sommerset House

benuri.org.uk

Photo London: la prima grande fiera internazionale di fotografia. A Londra.

Photo London 2015La fotografia è arte o è solo uno strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, questa tecnica non ha mai cessato di far discutere. Ancora negli anni Sessanta o Settanta l’idea che la fotografia potesse essere qualcosa di più di un puro mezzo meccanico utile a riprodurre fedelmente la realtà era considerata con sospetto. Quello della fotografia d’arte era un mondo sotterraneo, abitato da un pubblico di appassionati che si muoveva tra piccole gallerie commerciali e leggeva pubblicazioni specializzate.

Ma nelle ultime decadi questa domanda sulla natura della fotografia è stata posta con sempre meno frequenza e con voce sempre più debole. Negli ultimi anni anni solo a Londra le mostre fotografiche si sono moltiplicate, con istituzioni come la Photographer’s Gallery diventate vere e propri pilastri del panorama artistico e culturale della Capitale e con nuovi spazi espositivi come il Media Space allo Science Museum dedicati solo ed esclusivamente alle esposizioni fotografiche.The Edmond J. Safra Fountain Court © Marcus Ginns

Ed è in questo effervescente contesto culturale, nella sontuosa cornice di Sommerset House, sullo Strand – il luogo in cui si dice che l’astronomo, matematico e chimico inglese John Hershel abbia coniato per la prima volta il termine fotografia- che dal 21 al 24 di Maggio si terrà Photo London, la prima fiera internazionale di fotografia.

Photo London è un evento unico nel suo genere: una grande celebrazione della fotografia in tutte le sue forme. Suddivisa in sei aree tematiche che vanno dalla fotografia d’epoca all’opera di affermati fotografi contemporanei e di artisti emergent, al fotogiornalismo e a spettacolari immagini del mondo naturale, la fiera conta 70 espositori – tra gallerie d’arte e case editrici specializzate nel settore della fotografia provenienti da tutta Europa, dagli Stati Uniti, dal Giappone e dall’Australia. Il pubblico di Photo London avrà così la possibilità di ammirare e acquistare alcuni tra i migliori esempi di immagini create dalla nascita della fotografia – dai classici “vintage”del XIX e XX secolo alle gemme del contemporaneo. Uno spazio è inoltre dedicato anche a nove gallerie emergenti, riunite nella sezione Discovery.

Mayne Girl Jiving
Roger Mayne “Girl Jiving” 1957Copyright Estate of Roger Mayne

Ma le sorprese non si fermano qui. Oltre alle immagini offerte dalle gallerie partecipanti infatti, Photo London ha commissionato tre mostre e due installazioni che si svolgeranno in contemporanea alla fiera – cinque percorsi tematici alternativi creati appositamente per incoraggiare il pubblico di questo grande evento ad esplorare l’universo della fotografia e le diverse possibilità offerte da questa tecnica così versatile. Da non perdere sono Beneath the Surface, una mostra nella mostra organizzata e curata dal Victoria and Albert Museum, che attinge agli immensi archivi fotografici del museo di South Kensington; una selezione delle strepitose immagini appartenenti a Genesis di Sebastião Salgado, uno straordinario viaggio attraverso il nostro incredibile pianeta; la prima personale del fotografo iraniano Kaveh Golestan in Gran Bretagna con immagini dalla serie Prostitute; e i diorama di Sohei Nishino: CITIES raffiguranti Londra. Il programma della fiera include anche un’esposizione delle opere dei laureati del corso di fotografia del Royal College of Art, mentre The Teaser, un’installazione appositamente commissionata a Rut Blees Luxembourg, abiterà il grande cortile interno al Sommerset House.

Elina Brotherus, En Novembre. 2011, C-Type print, Edition of 6 Copyright: The Artist Courtesy: The Artists and The Wapping Project Bankside
Elina Brotherus, En Novembre. 2011, C-Type print, Edition of 6
Copyright: The Artist Courtesy: The Artists and The Wapping Project Bankside

Photo London è accompagnata da un ricco programma di eventi pubblici diretto ad un pubblico di appassionati, collezionisti o semplici amanti della tecnica con conferenze, concerti e presentazioni di libri e pubblicazioni. Tate Modern inoltre ospiterà nei locali della Turbine Hall una fiera del libro dedicata alla fotografia in concomitanza con Photo London.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Dal 21 – 24 May 2015

Photo London 2015, Sommerset House, Strand, London WC2R 1LA

photolondon.org

 

Il pazzo mondo di Guy Bourdin @ Sommerset House

Donne ovunque. E gambe. E labbra. E mani. E scarpe. Soprattutto scarpe. Ma no. Guy Bourdin (1928-1991) non era un maniaco sessuale con tendenze feticiste (anche se devo confessare che dopo qualche minuto all’interno della mostra di Sommerset House avevo cominciato a pensarlo…), ma un fotografo surrealista quando il Surrealismo era ormai diventato un mezzo per agire sui desideri inconscidel pubblico.

Guy Bourdin
Al contrario di Horst – artistico, elegante, monocromatico – Bourdin dedica il suo genio non tanto alla moda quanto alla fotografia della pubblicità di moda. Le sue preferenze non vanno agli abiti, ma agli accessori. E le sue campagne per smalti, rossetti, scarpe e borse non mancano mai dalle pagine di Paris Vogue o Harper’s Bazaar. Il suo stile è un misto di influenze diverse che vanno dal suo maestro Man Ray, a Magritte e Balthus, fino a Luis Buñuel.
Guy Bourdin
Bourdin si ispira alla ‘massa’ ed è ispirato da essa: giocando sui desideri più nascosti della donna, quella che dalla parrucchiera sfoglia annoiata una rivista e improvvisamente si blocca davanti ad una foto che cattura la sua immaginazione per intenderci. Questo è  Bourdin. 

 Non per nulla fu uno dei più celebri fotografi di moda e pubblicità della seconda metà del XX secolo. Anche lui come Helmut Newton ama stupire e provocare, ma la sua audacia formale e la forza narrativa delle sue immaginivanno oltre i limiti della mera fotografia pubblicitaria propriamente detta. Bourdin prende la fotografia di moda e la reinventa.

Guy Bourdin
Approda a Paris Vogue nel 1955, quando la fotografia di moda era sopratutto illustrativa e monocromatica (vedi Horst) e ci resta fino al 1987, rivoluzionando completamente lo stile. Le sue immagini sono provocatorie, scioccanti, surreali cariche di sensualità esplodono di colori primari.

Colore, umorismo (nero, nerissimo) teatro dell’assurdo e sensazione che la finzione non sia mai stata cosi reale.

Fino al 15 marzo 2015

Guy Bourdin: Image Maker
Sommerset House

somersethouse.org.uk
 

Percorsi. Tutte le mostre fotografiche in corso a Londra

Nonostante il clima economico incerto, il dibattito sull’eurozona e i bisticci della classe politica abbiano gettato un alone di cupa austerità sulla Gran Bretagna, la stagione artistica di Londra parte alla grande. Protagonista la fotografia in tutte le sue forme, con alcuni tra i più grandi musei e gallerie che ospitano importanti retrospettive e rassegne dedicate a questo mezzo.

Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
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Da quando fu inventata, poco meno di due secoli fa, la fotografia non ha mai smesso di far discutere. È arte o è solo uno strumento con cui documentare la realtà? La risposta della National Gallery a questo eterno dilemma è Seduced by Art: Photography Past and Present, la prima mostra ospitata nella storica galleria britannica che offre un esame approfondito del dialogo che da sempre è esistito (e continua ad esistere) tra l’arte e la fotografia d’arte. E se fotografi vittoriani come Julia Margaret Cameron e Roger Fenton imitavano la pittura quando, agli albori, esploravano le possibilità artistiche di questo nuovo mezzo, artisti contemporanei come Thomas Struth e Tacita Dean non sono da meno nel creare fotografie persino più “artistiche” dei dipinti a cui sono ispirate. Basta guardare il magnifico vaso di fiori di Ori Gersht, che si rifà all’opera di Henri Fantin-Latour: a differenza del francese, Gersht accelera la scomparsa di questa natura morta congelando la composizione floreale prima di farla esplodere, creando così qualcosa allo stesso tempo di bello e terribile.

Se invece preferite il fotogiornalismo d’azione, quello che coglie “il momento decisivo” e racconta i grandi eventi del mondo con immediatezza e oggettività, allora non perdetevi Everything Was Moving: Photography from the 60s and 70s  al Barbican, una straordinaria rassegna che esplora due decadi – gli anni Sessanta e Settanta – che hanno visto la società cambiare in modo drammatico. Sono gli anni di Woodstock, dell’Apartheid, delle marce per i diritti civili in America, della rivoluzione culturale in Cina, del Vietnam e del ‘68. È la storia nel suo farsi, raccontata da dodici fotografi che hanno vissuto dall’interno le rivoluzioni politiche e socio-culturali di quegli anni tumultuosi. E accanto a leggende come David Goldblatt, William Eggleston e Bruce Davidson, ce ne sono altri meno conosciuti ma non meno significativi, come il sudafricano Ernest Cole i cui documenti fotografici delle condizioni di vita dei neri (lui stesso era di colore) durante gli anni dell’Apartheid costituiscono uno dei documenti più potenti dell’intera mostra.

Paola Cacciari © 2012
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