Balenciaga

“Se l’ alta moda è un’orchestra, Cristobal Balenciaga ne è stato a lungo il direttore. Noi altri stilisti siamo i musicisti e seguiamo le indicazioni che dà”

disse di lui Christian Dior. Ed è al genio indiscusso del couturier spagnolo che è dedicata la mostra del Victoria & Albert Museum dal titolo Balenciaga: Shaping Fashion. Con un centinaio di oggetti in mostra tra abiti, cappelli, fotografie di Cecil Beaton e Richard Avedon (e molti altri) e numerosi schizzi, modelli tecnici e immagini a raggi X che svelano i segreti della perfezione dei suoi abiti e che faranno felici gli appassionati del settore della moda, la mostra si concentra sul periodo degli anni Cinquanta e Sessanta del couturier, un periodo durante il quale Balenciaga diede pieno sfogo alla sua creatività e che lo vide introdurre una serie sorprendente di innovazioni nelle forme e nei materiali.

Dovima with Sacha, cloche and suit by Balenciaga, Café des Deux Magots, Paris, 1955. Photograph by Richard Avedon © The Richard Avedon Foundation

Nato nel 1895 a Getaria, un piccolo villaggio di pescatori dei Paesi Baschi in un epoca in cui le donne erano ancora prigioniere di corsetti e crinoline, nulla nella semplice infanzia di Cristóbal Balenciaga Eizaguirre (1895-1972)  sembrava predestinarlo all’olimpo dei grandi dell’alta moda. Alla morte del padre, anche lui pescatore, il dodicenne Cristóbal fu mandato a guadagnasi da vivere come apprendista da un sarto, mentre la Señora Balenciaga si dava da fare a cucire e a rammendare gli abiti degli aristocratici che trascorrevano l’estate nella ville vicine; fu così che il giovanotto conobbe la Marquesa Casa Torres, Blanca Carrillo de Albornoz y Elio, la donna che diventerà la sua prima cliente e mecenate e che, secondo la leggenda, permise al ragazzino di scucire un tailleur di Poiret comprato durante uno dei suoi viaggi a Parigi per vedere come era fatto. Grazie ai contatti della nobildonna, la fama di sarto esperto del nostro giovane talento cominciò presto a spagersi per la Spagna e al primo atelier a San Sebastián nel 1917, seguirono presto quelli di Madrid e Barcellona.

Elise Daniels with street performers in a suit by Balenciaga in Paris, 1948. Photograph: Richard Avedon/Victoria and Albert Museum London

Erano anni importanti quelli dell’inizio del XX secolo per l’Europa dell’arte e del design, con il Bauhaus di Walter Gropius in Weimar e il De Stijl di Piet Mondrian e Theo van Doesburg in Olanda che promuovevano la semplificazione delle linee e si opponevano strenuamente all’ornamentazione. Ma per il giovane Balenciaga e per i suoi aristocratici clienti, immersi nel mondo provinciale della Spagna d’inizo secolo e lontana anni luce dal modernismo di quei paesi lontani, l’ornamentazione non era certo un crimine, ma qualcosa da celebrare insieme ad elementi caratteristici della sua Spagna come il pizzo, il bolero e il contrasto tra rosa e nero.

Tuttavia, tutto questo era destinato a finire con lo scoppio della Guerra Civile nel 1937 e la conseguente fuga delle famiglie aristocratiche dal regime del Generale Francisco Franco. Trovatosi senza clienti,  Balenciaga decise che anche per lui era arrivato il momento di trasferirirsi a Parigi. Ed è dalla sua nuova casa di moda al numero 10 dell’Avenue George V, nel cuore della capitale francese, che svela  ad una sbalordita clientela la sua prima collezione d’alta moda interamente in nero ispirata al Rinascimento spagnolo. L’incantesimo è gettato: da quel momento Parigi diventa preda di una vera e propria “balenciagamania”: dalla regina Fabiola del Belgio alla Duchessa di Windsor, tutte le donne sono improvvisamente pazze per Balenciaga. E come non esserlo?

Bello, alto ed elegante, aveva l’aspetto e il portamento di un divo del cinema. Eccentrico e solitario, poco amante  del denaro e delle persone (nel corso della sua lunga vita concesse solo un’intervista nel 1971, al Times), Balenciata era tuttavia riverito come una divinità da una clientela, eccentrica come lui che andava da icone di stile  come Jackie Kennedy ed Helena Rubinstein, ad attrici come Ava Gardner, Grace Kelly, a personaggi del jet-set e giornaliste e nobildonne come Mona Harrison-Williams, la Contessa di Bismarck, tanto devota al couturier che persino i suoi pantaloni da giardinaggio erano Balenciaga, e che alla notizia della scomparsa dello stilista nel 1972, si rinchiuse nella sua stanza e non ne uscì per tre giorni.

Ma per Balenciaga il successo, quello con la “S” maiuscola non arriverà prima della fine della Seconda Guerra Mondiale quando, grazie agli investimenti economici americani del Piano Marshall, la Francia assiste ad un boom economico senza precedenti. Nel giro di un trentennio il potere d’aquisto del francese medio cresce del 170% e famiglie che prima della guerra non possedevano il frigo, la lavatrice o il telefono si trovavano improvvisamente in possesso di un reddito disponibile che sono ansiose di spendere. I tempi stavano cambiando e il mondo della moda era pronto per qualcosa di nuovo e radicale. E Balenciaga provvede.

Perché se gli anni Cinquanta sono di Dior e del suo New Look, gli anni Sessanta appartennero a Balenciaga e ai suoi discepoli. Lo spagnolo, che aveva cominciato come sarto (uno dei pochi maestri della moda in grado di disegnare, tagliare e cucire i propri abiti), non partiva mai dal disegno. “È il tessuto che decide” era solito dire a proposito del modo in cui “costruiva” le sue creazioni.  Camicie senza colletto, scollature piatte, abiti a palloncino, a tunica, a sacco e scamiciati: quelli di Balenciaga sono abiti che si staccano dal corpo inventando volumi nuovi che eliminano completante il punto vita e liberano le donne dalla costrizione dei corsetti imposta dal New Look di Dior. Per lui l’unica decorazione mmessa in un abito è la sua forma: basta guardare all’iconico “envelope dress”, il tubino a quattro angoli raccolti sullo scollo in uno spaziale volume conico (che ebbe un grande successo con la stampa, ma che non vendette molti capi in quanto la sua forma così particolare rendeva per chi lo indossava particolarmente difficile sedersi o andare al bagno…), o all’abito da sera “chou” (cavolo), con una monumentale rouche di seta nera che può fungere da cappuccio o mantella. L’immacolato astrattismo di Balenciaga diventa sinonimo di modernismo puro alla Le Corbusier, che non per nulla di Balenciaga era contemporaneo.

L’ironia della situazione era che il nostro Cristóbal detestava il modernismo e la modernità e già nel 1968 ne aveva piene le tasche del movimento giovanile e della rivoluzione degli anni Sessanta. A differenza di Yves saint Laurent, che farà sua la moda di strada incorporandola nella sua linea di Prêt-à-Porter Rive Gauche lanciata nel 1966, Balenciaga aborriva la moda pronta, e piuttosto che scendere a compromessi preferiva condurre di persona i suoi clienti più affezionati nell’atelier del suo discepoli Hubert de Givenchy, Emanuel Ungaro e André Courrèges. E fu proprio quest’ultimo che, dopo essersi fatto le ossa nell’atelier dello spagnolo negli anni Cinquanta, aprì la sua casa di moda nel 1961 e divenne famoso per le sue creazioni dal disegno geometricamente semplice e moderno, come i famosi abitini bianchi spesso abbinati agli iconici stivaletti anch’essi bianchi con tacco basso.

Dal canto suo nel 1968 Balenciaga, sconcertato da un’epoca in cui non si riconosceva e incapace di abbracciare la produzione di massa, decise che era arrivato il momento di chiudere bottega e uscire di scena con lo stesso stile con cui aveva vissuto tutta la sua vita – anche se con una mossa che probabilmente avrebbe fatto orrore allo spagnolo, il marchio fu rilanciato nel 1987 con una linea di prêt-à-porter creata da Michel Goma, che tuttavia non ebbe il successo desiderato. Ora  il marchio Balenciaga è ritornato a quello che sa fare meglio, la haute couture – dapprima nelle mani sapienti di Nicolas Ghesquière ed ora in quelle dell’attuale direttore creativo Demna Gvasalia. Una dimostrazione di quanto ancora oggi le acrobatiche creazioni di Cristóbal Balenciaga continuino ad ispiare una nuova generazione di nuovi talenti.

Pubblicato su Londonita

By Paola Cacciari

Londra// fino al 18 Febbraio 2018

Balenciaga: Shaping Fashion

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London SW7 2RL.

 

 

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Noi (Us) David Nicholls

Douglas Pertersen ha 54 anni, un bel lavoro (è uno biochimico di successo) una bella casa, una bella moglie con un passato da artista e un figlio diciottenne in procinto di iniziare l’università.
Douglas è un uomo comprensivo e capisce e che la moglie sente il bisogno di ritrovare se stessa ora che Albert (detto Albie) sta per lasciare la famiglia per iniziare la sua grande avventura nel mondo degli adulti. Solo, lui pensava che le loro ri-scoperte le avrebbero fatte insieme. Per cui quando una sera, Connie gli dice che il loro matrimonio è arrivato al capolinea e che intende lasciarlo, Douglas si ripromette che il loro ultimo viaggio, il Grand Tour che avevano programmato insieme ad Albie e che li porterà attraverso mezza Europa, sarà assolutemente indimenticabile e li riavvicinerà.  D’altra parte, gli hotel sono prenotati, i treni pure, gli itinerari stampati.
Cosa può andare male?

Naturalmente, come vuole la Legge Murphy, tutto quello che può andare male lo farà.

A cinque lunghi anni di distanza dal suo Un Giorno, David Nicholls ci premia con questo bellissimo, tenero, dolceamaro Noi. Un libro brillante in tutti i sensi, non solo perché è un viaggio tra sentimenti che tutti conosciamo (la paura di deludere e il coraggio di mettersi in gioco, il rapporto tra genitori e figli e tra marito e mogli quando questi ultimi se ne vanno lasciando un inevitabile senso di vuoto), ma perché  ci porta per mano tra gli scenari suggestivi di mezza Europa tra cui casa nostra (Venezia, Firenze, Siena, Roma, cita persino la mia Bologna!), raccontandoci per via anche l’atmosfera bohémienne della Londra anni Ottanta. Ed è con un certo rimpianto che si arriva alla fine, ma come spesso accade nei libri di Nicholls, anche in questo la speranza nel futuro trionfa sempre.

9780340897010[1]

Streghe e vegliarde. Nei disegni di Goya

La mostra della Courtauld Gallery di Londra – fino al 25 maggio – si potrebbe riassumere con il famoso motto di Mies van der Rohe, “less is more”. Per soggetti come la stregoneria e la vecchiaia possono venire in mente molti aggettivi: “bello” è un termine che non molti userebbero. A meno che l’aggettivo in questione non si riferisca agli incubi in bianco e nero di Francisco Goya…

Francisco de Goya, Regozijo, Witches and Old Women Album, 1819-23 ca. – New York, The Hispanic Society of America

Francisco de Goya, Regozijo, Witches and Old Women Album, 1819-23 ca. – New York, The Hispanic Society of America

Pittore, disegnatore e incisore, vissuto a cavallo tra il secolo dei Lumi e il Romanticismo, Francisco José de Goya y Lucientes (Fuendetodos, 1746 – Bordeaux, 1828) è da sempre considerato il primo artista moderno. Noto come “Apelle della Spagna” già dal 1801, durante i sei decenni della sua carriera ha servito tre generazioni di re spagnoli, producendo circa 700 dipinti, 900 disegni e quasi 300 stampe. Una produzione immensa, la sua, con cui sembra voler fissare sulla carta un mondo che sta cambiando troppo in fretta. Nei suoi ottantadue anni di vita, infatti, Goya vive in prima persona l’Illuminismo, l’occupazione francese, il regno dispotico di Ferdinando VII (e l’Inquisizione) e la guerra d’indipendenza spagnola.
Nato in un piccolo paese dell’Aragona, quarto di sei fratelli, Goya diventa il pittore prediletto da aristocratici e reali di Spagna. Ma in seguito a una grave malattia che lo colpisce all’età di cinquant’anni e che lo lascia praticamente sordo, la sua opera assume un tono più scuro e malinconico. La convalescenza è lunga e Goya disegna per passare il tempo, riempiendo otto album, ognuno di essi associato dagli studiosi a una lettera dalla A alla H. Quelli dell’Album D costituiscono il soggetto centrale di Goya: The Witches and Old Women Album, la nuova mostra della Courtauld Gallery.

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