Vita e Destino di Vasily Grossman

“Qui si scrive, non si va a zonzo” avrebbe detto Tolstoj se avesse letto Vita e destino. E davvero qui non si va a zonzo, che ognuna delle 790 pagine di questo sterminato capolavoro ha un preciso peso specifico, come Guerra e Pace. E come Guerra e Pace, anche questo di Vasily Grosman è un romanzo profondamente russo, che rientra in pieno nella tradizione del grande romanzo russo – quella appunto di Tolstoj e di Dostoevskij. E che come questi, raggiunge vette ineguagliate.

Vivendo in Inghilterra tendo a leggere libri in inglese – più semplice procurarseli e certamente più economico che farsi arrivare libri italiani anche se Amazon. Ma con ogni pagina, ero sempre più convita che la mia scelta mirata di leggerlo in italiano anziche in inglese sia stata quella giusta che quel poco di russo che ho imparato nell’ultimo anno mi ha convinta che la nostra lingua, con la sua grammatica complicata e la sua ricchezza espressiva (oltre che il genere, numero e formale/informale) sia molto più adatta ad esprimere le sottili sfumature dall’anima slava della diretta razionalità anglosassone.

Inutile dire che il libro mi ha stregata dall’inizio, fin dalla prima pagina. Tanto che arrivata a metà, già mi scoprivo a rallentare la lettura, che non volevo finirlo troppo presto, per assaporare meglio ogni parola, ogni frase. E tornare indietro e rileggere un brano semplicemente perce’ era troppo bello per andare avanti subito. Che nella scrittura di Grossman non sembrano esserci parole inutili, ma al contrario, tutto sembra essere necessario per descrivere grandi temi come l’amore tutto russo per la Madrepatria e per la bellezza della natura, che fanno da drammatico contraltare alla crudeltà e all’orrore della guerra. L’amore, ma soprattutto per raccontare la necessità di ogni singolo individuo a continuare a lottare perconservare la propria umanità. Nonostante i lager, i gulag, Hitler e Stalin.. Nonostante le bombe e la paura. Restare umani. Nonostante tutto.

“Soviet soldiers attack”. Soviet soldiers on the attack on the house, Stalingrad 1943. RIAN archive

E’ un libro esigente, nel senso che esige tempo e concentrazione e magari anche una carta geografica, ma bello come pochi. Quando l’ho chiuso per l’ultima volta, ho deciso di tenerlo ancora sul comodino, di non metterlo subito via sullo scaffale: semplicemente non riuscivo a lasciarli andare così, subito – Strum, Zenja, Krymov – e tutti gli altri centinaia di personaggi che li accompagnan in questo sterminato viaggio, tutti provvisti di nome, cognome, patronimico e diminutivo, grado militare e appartenenza a divisioni, unità, reggimenti, battaglioni – tanto che io dovuto stampare una lista dei personaggi da Wikipedia e tenerla alla mano durante la lettura. Un’umanità quella raccontata da Grossman, sterminata come la Russia; un vortice di vite segnate da un unico destino.

Nel 2012 la televisione russa ha prodotto il primo adattamento cinematografico del romanzo «Vita e destino». Il film consiste di dodici puntate andate in onda sul canale Rossija, e’ disponibile su Prime Video (con sottotitoli in inglese).

Paola Cacciari © 2021

Vita e Destino di Vasilij Grossman

Ancora grazie ai “russi” di Parla della Russia che mi hanno fatto incontrare Vita e Destino di Vasilij Grossman. In attesa di affronrae le 912 pagine del libro, mi sto gustando la serie televisiva disponibile su Amazon Prime Video UK – un vero capolavoro.

PARLA DELLA RUSSIA

Ho letto Vita e Destino.

Parla della Russia. E del mondo. Di Vita e di Destino. Di guerra e di lotta. Di amore e odio. Di spirito e di materia. Di storia e di escatologia. Dell’aberrazione e dell’eroismo. Del nostro presente, frutto del nostro passato. Dei grandi e dei piccoli.

Vita e Destino parla di tutto. Come Guerra e Pace. Vita e Destino è il Guerra e Pace del ‘900. È per questo che ho ripreso la recensione di GeP, perché senza il libro di Tolstoj non si comprenderebbe Grossman. Commentando il libro in PdR ho detto: prendi Guerra e Pace, togligli la speranza e hai Vita e Destino. Certo, questo in sintesi, in estrema sintesi.

Mi sono chiesta in questi mesi, da quando ho finito di leggerlo, come potessi recensire questo libro. Dove trovare le parole giuste per un tale capolavoro.

Innegabilmente è un…

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Il Limpido Ruscello (The Bright Stream)

Xenia Pchelkina / Denis Savin / A. Meskova / A. Bolotin / A. Petukhov – The Bright Stream – Bolshoi Theatre 2013

Uno dei balletti più divertenti che mi sia mai capitato di vedere è stato questo Limpido Ruscello del Teatro Bolshoi, su musica di Dmitri Shostakovich. Sfortunatamente Stalin non apprezzò che c’era da aspettarselo che una tale presa in giro non sarebbero andati giù a Mosca) e Shostakovich fu disonorato – una sorte migliore comunque di quella toccata al librettista Fyodor Lupokhov, che invece finì in un gulag. Uh!

 

 

Shadows on the Tundra (I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti) di Dalia Grinkevičiūtė.

C’è solo una parola per descrivere questo libro: straordinario. Parlo di Shadows on the Tundra, tradotto in italiano come I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti (editore Pagine, 2009) della lituana Dalia Grinkevičiūtė. Mi ha lasciato davvero senza fiato.

Fatta eccezione per Primo Levi e Aleksandr Solženicyn, le testimonianze dei campi di concentramento nazisti e dei gulag sovietici sono praticamente inesistenti. Nel caso dell’URSS, la censura non cessò con la morte di Stalin e neppure con la fine dell’Unione Sovietica, ma continuò per molti anni a cercare di cancellare le testimonianze dei sopravvissuti. Non che molti di loro volessero parlare, sia chiaro. Per questo la testimonianza di Dalia è così preziosa.

Nel 1941, in seguito all’occupazione sovietica della Lituania, la quattordicenne Dalia Grinkevičiūtė (1927–1987) e la sua famiglia vengono deportati dalla loro nativa Lituania in un campo di lavoro in Siberia, a Trofimovsk (Трофимовский пгт) isola carceraria nel delta del fiume Lena posta oltre il circolo polare artico dove molti dei deportati morirono di freddo e fame. Separata dal padre (morto negli Urali) Dalia, si assume il compito di prendersi cura del resto della famiglia, la madre e il fratello, sottoponendosi a dodici ore al giorno di lavoro manuale. Sin dall’inizio, Dalia capisce che cedere alla debolezza del corpo è il primo stadio che porta alla morte, ed è pertanto determinata a rimanere in piedi e continuare a lavorare, anche quando la malattia, la denutrizione, il congelamento e la diarrea frequente sembrano una sfidare ogni umana possibilità.

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In un luogo come il gulag dove tutto è disegnato per spogliare i prigionieri della loro umanità, Dalia lotta per mantanere la sua dignità di essere umano. Una natura leopardiana, imponente e terribile allo stesso tempo – l’immensità risplendente della tundra con i suoi ghiacci, lo spettacolo dell’aurora boreale – non fa altro che esaltare con la sua terrificante bellezza, la nullità dell’esistenza umana. Ma come Francesca nel Canto V dell’Inferno dantesco che dice “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, anche Dalia non può pensare alle prime note de La Traviata o ascoltare Il Lago dei Cigni senza mettersi a piangere, senza che la consapevolezza della sua adolescenza perduta per sempre la colpisse come un pugno in faccia.

Dalia Grinkevičiūtė
Dalia Grinkevičiūtė

Nel 1949, all’età di 21 anni, Dalia riuscì a fuggire dal gulag insieme alla madre e a fare ritorno in Lituania; qui, nascondendosi nelle case di amici e parenti a Kaunas per un anno, inizia a scrivere i suoi ricordi su pezzi di carta che trova qua e là. Quando la madre muore nel 1950, Dalia la seppellisce di nascosto nella cantina della loro casa di Kaunas e temendo di essere arrestata, nasconde le pagine del suo diario in un barattolo che seppellisce nel giardino di casa, per metterle al sicuro dal KGB. E aveva ragione ad essere preoccupata, che infatti poche settimane dopo, fu nuovamente arrestata ed rimandata in Siberia. Fu solo nel 1956 che poté tornare in Lituania, ma una volta tornata cercò invano il barattolo con le pagine delle sue memorie, senza riuscire a trovarlo. Avendo studiato medicina, Dalia lavora come medico nella Lituania Sovietica fino al 1974, quando fu dismessa dalle autorità sovietiche. È in questo periodo che la donna decide di riscrivere le sue memorie – memorie che questa volta furono prontamente pubblicate nelle edizioni dissidenti russe samizdat (Память) nel 1979. Eventualmente il diario originale fu riscoperto 1991, quattro anni dopo la sua morte e dopo che la Lituania aveva riguadagnato l’indipendenza. Questo libro è la traduzione di quelle stesse pagine, la storia sepolta da Dalia. L’immediatezza della sua scrittura testimonia non solo della sofferenza che ha subito, ma anche della speranza che l’ha sostenuta. È una storia di sofferenza e di coraggio e di indomita volontà di sopravvivere.

2020 ©Paola Cacciari

http://www.lithuanianstories.com/2019/03/22/dalia-grinkeviciute-la-sua-storia/

http://www.lithuanianstories.com/2018/09/10/yurta-lituani-mar-di-laptev/

 

Demonizzazione di Stalingrado — Il simplicissimus

Ieri ricorreva l’anniversario della vittoria delle truppe sovietiche a Stalingrado che segnò lo spartiacque della seconda guerra mondiale e tuttavia la guerra per la libertà è tutt’altro che vinta poiché siamo di fronte ad un’operazione orwelliana di cancellazione della memoria condotta con subdolo accanimento da tutto l’apparato imperiale americano e dalle sue appendici come la […]

via Demonizzazione di Stalingrado — Il simplicissimus

La guerra non ha un volto di donna, di Svetlana Aleksievic

Come raccontare questo libro? Come mettere per iscritto la selva di emozioni che ho provato durante la lettura e che , ancora adesso, a quasi un mese dalla fine, continuo a provare? Era tanto che un libro non mi coinvolgeva emotivamente in modo così viscerale e totalizzante (e di libri coinvolgenti ne ho letti molti ultimamente).
Conosceva già Svetlena Alexievich per il suo bellissimo Tempo di seconda mano, una splendido racconto sulla vita in Russia dopo il crollo del comunismo. La Alexievitch è nota per il suo raccogliere e raccontare le storie e le memorie di coloro che nella storia ci si trovano a causa delle decisioni degli altri, la gente comune insomma, coloro che voce in capitolo non ce l’hanno mai, ma che (per amore o per forza) finiscono con il trovarsi sempre in prima linea nelle vicende della storia e finiscono con il farla, la storia.

Questa volta si tratta della  Seconda Guerra Mondiale, ma raccontata dalle donne sovietiche, molte delle quali erano appena ragazzine adolescenti di sedici, diciotto o diciannove anni quando corrono al fronte (alcune scappano addirittura di casa per farlo) per difendere la Patria e gli ideali della loro giovinezza, soprattutto quando Hitler, dopo aver inflitto perdite devastanti all’Armata Rossa, arriva alle porte di Mosca. Centinaia di migliaia di donne allora vanno a integrare i vuoti di effettivi lasciati dagli uomini: quasi un milione infatti, tra infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea e carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte. Attraverso un lavoro di anni e centinaia di conversazioni e interviste, l’autrice ha ricostruito il volto della guerra al femminile, che

“ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue.”

Per tutto il tempo non ho fatto altro che chiedermi cosa avrei fatto io: sarei partita? I miei ideali sarebbero bastati a sostenermi? Avrei resistito? Mi sono resa conto di quanto poco so della guerra, a parte quello che i nonni mi hanno raccontato e che di certo era stato accuratamente “editato” prima di essere narrato a me e ai miei cugini. Mi accorgo di quanto poco so di quello che è accaduto alle mie nonne, della loro guerra, del loro sopravvivere durante l’occupazione tedesca con i mariti al fronte e bambini piccoli. Ma come solito sono arrivata tardi che le mie nonne non ci sono più. Arrivare tardi, la storia della mia vita…

Editore: Bompiani
Anno edizione:2017

2020 ©Paola Cacciari

La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

PARLA DELLA RUSSIA

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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Il Limpido Ruscello (The Bright Stream) di Shostakovich

OK, capisco perché Stalin ha vietato questo balletto: è divertente! E quando dico divertente intendo davvero, molto, troppo divertente. Divertente dall’inizio alla fine, con il suo misto di commedia e pantomima, coppie quasi adultere che si scoppiano e si riaccoppiano, ballerine vestite da uomo e ballerini vestiti da ballerine che danzano sulle punte e una sfilza di eccentrici caratteri ispirati allo Shakespeare di Sogno di una Notte di Mezza Estate  (ok, non c’è un uomo con la testa d’asino, ma c’è un cane in sella ad una bicicletta). Uh!

È anche ambientato in un collettivo agricolo sovietico, ma si rifiuta categoricamente di prendere la cosa sul serio, inclusi i frutti del lavoro del collettivo stesso, qui rappresentati sotto forma di frutta e verdura di ciclopiche dimensioni. C’era da aspettarselo che tanto liberalismo e tanta presa in giro della propaganda non siano andati giù a Mosca. Subito dopo il suo debutto nel 1935, The Bright Stream fu dovutamente denunciato in un articolo sulla Pravda, in cui il balletto veniva attaccato per la mancanza di un tema serio. Il compositore, Dmitri Shostakovich fu disonorato, il librettista Fyodor Lupokhov finì in un gulag e il balletto fu condannato all’oblio. Fino a quando, nel 2003, quasi 70 anni dopo, Alexei Ratmansky ha deciso di riportarlo in scena, con una produzione di in due atti che, pur rendendo omaggio all’originale sovietico, adatta il balletto alle necessità di un pubblico moderno.

La trama è semplice. La giovane campagnola Zina, ama suo marito, l’arrogante studente di agricoltura Pyotr. Ma il loro matrimonio viene messo alla prova quando due famosi ballerini entrano in città – conosciuti solo come La Ballerina, e Il Ballerino di danza classica. I due decidono di insegnare a Pyotr (e al suo occhio errante e mani e labbra) una lezione. E a questo punto iniziano le risate.

Non capita spesso di vedere il Balletto del Bolshoi  in piena versione comica, ma con la sua infilata  di interazioni da pantomima, The Bright Stream è un’opportunità per i ballerini di fare proprio questo. E ci si buttano a capofitto, godendosi un mondo l’opportunità di essere sciocchi – anche se lo fanno, ovviamente, con uno stile impeccabile. E per noi che stiamo nell’audience, è una gioia assoluta vedere questa compagnia divertirsi in modo quasi fanciullesco. Tanto che più di una volta sono scoppiata a ridere fino quasi alle lacrime (come non mi capitava da quando proprio a Covent Garden ho visto The Dream, di Frederick Ashton, basato appunto su Sogno di una Notte di Mezza Estate) insieme al resto del pubblico che stipava ogni angolo della Royal Opera House.

Ruslan Skvortsov, una delle più brillanti stelle del Bolshoi, sarà anche abituato a ruoli da “macho” nel balletto classico, ma una volta fattosi prendere dalla farsa, è un vero spasso, con tanto di tutù, petto peloso e tutto il resto. Che si tratti di svolazzare sulle punte o di trascinarsi stancamente sui piedi, il nostro eroe rende una magistrale parodia di quell’ “inseguimi – no, non- inseguirmi” tutto femminile e così  caratteristico diuna certa… (ahem) Odette.

Ma a quanto pare, fare la parodia a Il Lago dei Cigni nell’Unione Sovietica di Stalin era una reato punibile con il gulag, come appunto Lupokhov ha scoperto a sue spese. Una cosa ingiustissima che, lungi dall’essere una presa in giro, questo suo è piuttosto uno scherzo affettuoso che fa tanto più ridere in quanto viene da una compagnia famosa per la sua serietà. Una piacevole scoperta questa  The Bright Stream. Mi sono divertita immensamente!

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

The Bright Stream 7-8 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari

Spartacus. Ovvero, la potenza dell’esercito del Bolshoi

Forse solo un marziano non conosce la storia di Spartaco e degli schiavi rivelli nel 73 a.C., diventata nota anche grazie al film di Stanley Kubrick nel 1960 e interpretato da Kirk Douglas. Alla fine del film, sconfitta la rivolta, Crasso propone ai sopravvissuti dell’esercito degli schiavi ribelli (tra cui c’è anche Spartaco) di identificare (vivo o morto) il loro comandante, in cambio della loro vita – una vita che comunque dovranno trascorrere nuovamente in schiavitù. Spartaco decide di consegnarsi, ma quando sta per alzarsi, tutti i suoi compagni fanno lo stesso, pronunciando ognuno la frase “Io Sono Spartaco!”.

Nelle mani di Yuri Grigorovich la storia della ribellione degli schiavi diventa l’allegoria di un popolo oppresso (quello sovietico) che lotta coraggiosamente per rovesciare una classe dirigente fascista e decadente. Creato nel 1968, lo Spartacus del Bolshoi è un’opera tipicamente sovietica, e tipicamente “del” Bolshoi, un luogo dove le dimensioni contano – non per niente il nome del teatro significa “grande” in russo. E come il Bolshoi, questo è un balletto di dimensioni straordinarie, a cominciare dall’esercito di ballerini necessari per un tale spettacolo, tutti identicamente e perfettamente addestrati per finire (ma solo metaforicamente) con la grandiosa musica di Aram Khachaturian.

Denis Rodkin (Spartacus) in Spartacus by the Bolshoi Ballet at Royal Opera House, London. Photograph Tristram KentonThe Guardian
Denis Rodkin (Spartacus) in Spartacus by the Bolshoi Ballet at Royal Opera House, London. Photograph Tristram KentonThe Guardian

La trama è semplice, come lo sono i quattro personaggi principali: il nobile, indomito gladiatore Spartacus, Frigia, la sua amata, bella e dal cuore puro, il folle Crasso, capo dell’esercito romano e la venale cortigiana Aegina. Gli uomini dominano il palco: schiavi e soldati che si muovono all’unisono, dritti come le loro spade, e poi lo Spartaco di Denis Rodkin che affronta il console romano Crasso (Artemy Belyakov).

Più che in frasi liriche, la coreografia di Grigorovich si esprime in spettacolari tableau che utilizzano blocchi di ballerini e cortigiane illuminati da un chiaroscuro di sapore caravaggesco, che entrano ed escono dalla scena muovendosi in perfetto accordo.

Denis Rodkin (Spartacus) and Anastasia Denisova (Phrygia) in the Bolshoi’s Spartacus. Photograph Tristram KentonThe Guardian
Denis Rodkin (Spartacus) and Anastasia Denisova (Phrygia) in the Bolshoi’s Spartacus. Photograph Tristram KentonThe Guardian

Spartacus è un vero tour de force, non solo da parte dei solisti (Irek Mukhamedov, l’indiscusso Spartaco del Bolshoi dal 1986 al 1991, famosamente ha detto scherzando che la cosa piu’ soddisfacente del ruolo era arrivare vivi alla fine del balletto…), oltre ad essere una meravigliosa esibizione di potenza da parte del corpo di ballo del Bolshoi.

Ed è anche incredibilmente divertente e interessante: la narrativa  tipicamente cinematografica infatti lo rende una sorta di film ‘danzante’ che alterna melodrammatici pas de deux che sfidano la gravità (come quello in cui Spatacus/Rodikin alza Phrygia/Denisova con un solo braccio, momento in cui l’intero teatro di Covent garden e’ esploso in un sonoro applauso…) a *vagamente cominci) baccanali ed esplosive scene di battaglie, il tutto unificato dalla straordinaria partitura di Khachaturian, con le sue potenti percussioni, il suo romantico tema d’amore e qualche sorprendente tocco di jazz spizzicato qua e la’. Spartacus insomma è ancora un balletto per le masse e le masse contunuano a godreselo alla grande. Certamente io l’ho fatto (e non solo per i vigorosi giovanotti in calzamaglia… 😜)

 

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

Monday 29 July-Saturday 17 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari