Famous Londoners – Thomas Crapper…

One of the most famous plumbers in the world, Thomas Crapper was the founder of London-based sanitary equipment company, Thomas Crapper & Co, and a man whose name has become synonymous with toilets (although he was not, contrary to popular belief, the inventor of the flushing toilet). A portrait of Thomas Crapper. PICTURE: Via Wikipedia. […]

Famous Londoners – Thomas Crapper…

LondonLife – The Bow Street Police Museum opens its doors…

The Bow Street Magistrates’ Court in 2006, the year of its closure. PICTURE: Edward (public domain) The Bow Street Police Museum, located on the site of the 1881 Bow Street Magistrates’ Court and Police Station, has opened its doors in Covent Garden. The museum tells the story of the early Bow Street Runners, the first […]

LondonLife – The Bow Street Police Museum opens its doors…

Guerra e Pace di Lev Tolstoj

Il 2016 passerà alla mia storia personale come l’anno in cui ho conquistato Guerra e Pace. Ho sempre voluto leggerlo, il capolavoro di Lev Tolstoj (1828-1910), da quando alle scuole medie la professoressa di italiano ce ne fece leggere alcuni brani sull’antologia. Da allora, la scena del ballo, quello in cui il Principe Andrei Bolkonsky balla con la giovane Natasha Rostova e si innamora di lei, mi è rimasta scolpita nel cuore: è una delle scene più romantiche della storia della letteratura mondiale. Davanti a loro, Cenerentola e il principe azzurro sembrano due dilettanti…

Lily James and James Norton in War and Peace
Lily James (Natasha) and James Norton (Andrei) in War and Peace

Ricordo di aver chiesto alla mamma di comprarmi il libro, che da brava secchiona qual’ero volevo leggerlo tutto, ma dopo aver guardato con puro sgomento quel mastodontico romanzo in edizione integrale che lei mi aveva comprato, l’ho messo da parte e da allora quei quattro volumi dell’Einaudi, giacciono nascosti da qualche parte nella cantina della casa dei miei a Bologna, dimenticati. Che in fondo avevo tredici anni…

E da allora non ho più avuto il coraggio di avvicinarmici a quel libro, intimidita dalle proporzioni epiche di quei quattro volumi – un’impresa erculea. D’altra parte chi non ha mai esclamato riguardo alla lunghezza di qualcosa: “È lungo come Guerra e Pace!”? Le metafore sulla lunghezza del romanzo si sprecano. Eppure i libri di Ken Follet non sono molto più brevi. Lo stesso si puo’ dire di Wolf Hall di Hilary Mantell. E l’anno scorso ho letto Il Cardellino di Donna Tart che di pagine ne conta quasi 1000 e l’ho fatto in una settimana che davvero non riuscivo a staccarmici da quel libro, anche se quando ho raggiunto la fine ero quasi isterica per la mancanza di sonno…

Ma grazie alla BBC e al suo meraviglioso sceneggiato trasmesso di recente, la mia vecchia curiosità di sapere “tutta” la storia, senza scorciatoie, è tornata più prepotente che mai che per quanto sei puntate siano certamente poche per condensare il meraviglioso romanzo di Tolstoj, proprio l’inevitabile semplificazione della trama (che tanto ha irritato chi il libro l’aveva già letto e si era fatto un’idea ben precisa dei personaggi) ha tuttavia reso accessibile la trama ai profani come me. E così, non potendo sopportare il pensiero che lo sceneggiato fosse finito e con loro le vicende di Pierre, Andrei e Nathasha in preda ad un’impulso irrefrenabile, il giorno dopo sono andata da Waterstones (la Feltrinelli londinese) e ho acquistato il romanzo. “Visto lo sceneggiato, eh?” Mi ha sorriso il commesso con aria complice quando, con aria vagamente imbarazzata, ho appoggiato il tomo sul banco per pagarlo. Chissà quanti ne hanno venduti nell’ultimo mese agli addolorati orfani dello sceneggiato della BBC…

Paul Dano, Lily James and James Norton
Paul Dano (Pierre), Lily James (Natasha) and James Norton (Andrei)

E fin dalla prima pagina sono iniziate le sorprese, che ero pronta ad una battaglia e mi sono ritrovata a fare una passeggiata in campagna – sebbene lunga quasi 1400 pagine. Mi aspettavo un testo difficile e ostico, e con mia grande sorpresa ho trovato una prosa fluida, personaggi vivi, vicende, intrighi, passioni, sentimenti universali. Guerra e Pace  è un romanzo ancora oggi attuale come lo è stato nel XIX secolo. I personaggi principali sono tutti giovani alla soglia della maturità (Natasha è ancora una bambina quando la incontriamo) e Tolstoj ci accompagna con loro in questi anni cruciali, quando le emozioni sono più intense, si forgiano amicizie che durano un vita e si commettono errori che avranno effetti devastanti sulle loro vite.

James Norton as Prince Andrei in War and Peace
James Norton as Prince Andrei in War and Peace

Pierre, il figlio illegittimo del conte Bezhukov, l’uomo più ricco di Russia, considerato uno sciocco e un semplicione in società, è amato e rispettato per la sua onestà dal Principe Andrei Bolkonsky che, giovane, bello e ricco, è già irrimediabilmente cinico e terribilmente infelice per la vita che conduce e che considera vuota e priva di significato. Cosi’ tanto che preferisce andare in guerra piuttosto che trascorrere tempo con la giovane moglie e i suoi insipidi amici. Natasha Rostova è bella, frizzante, impulsiva e appassionata. Generosi, affettuosi e caldi, i Rostov sono una famiglia adorabile, una di quelle a cui tutti vorrebbero appartenere. Nikolai, il fratello di Natasha è cosi abituato ad essere amato da tutti che non riesce e credere che, durante la sua prima battaglia, i francesi stiano davvero tentando di ucciderlo. È una scena quasi comica se non fosse per la tragedia della Guerra

I cattivi poi non mancano, e sono splendidi: il Principe Vassily Kuragin e i suoi depravati figli Anatole e Helene, l’autodistruttivo Dolokov che riesce a rovinare sempre per sé e per gli altri tutto ciò di buono che gli capita nella vita, la scheming Anna Pavlovna che dirige le serate del suo salotto di San Pietroburgo con la stessa abilità tattica impiegata dal Generale Kutuzov con le armate di Napoleone.

Natasha, Andrei, Pierre e tutti gli altri resterrano con me per sempre. E chissà, forse un giorno lo rileggerò. Che in fondo, come ha detto Italo Calvino, è per questo che si rileggono i classici: perchè sono libri che non hanno mai finito di dire quello che hanno da dire.

2016 ©Paola Cacciari

Il Duca di Wellington e Apsley House

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da battere. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

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Apsley House. London. 2014 © Paola Cacciari

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974 con la canzone omonima.

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House
Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London
‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone Neoclassico, in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House
View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Winston Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria al Sud del Tamigi. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots
The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine

Around London: Le London Blue Plaques

Mozart, Dickens, Keats e Churchill. E ancora: Freud, Darwin, Handel e Oscar Wilde, passando da Napoleone III, Gandhi e Jimi Hendrix. No, non si tratta di un moderno Olimpo dei grandi, ma delle London Blue Plaques.

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La casa di Oscar Wilde in Tite Street. Chelsea. Foto Paola Cacciari

Chi conosce Londra forse avrà capito di cosa stiamo parlando: delle targhe rotonde di ceramica blu che occhieggiano discrete dai muri delle case e dei palazzi della Capitale e che ci raccontano dei grandi personaggi inglesi e stranieri che in quei luoghi hanno vissuto, dormito, o anche solamente mangiato. E devo dire che tra tutte le cose che fanno tanto “Londra” come le cassette della posta fatte a pilastro per esempio, o le cabine rosse del telefono (almeno quelle lasciate in situ per la gioia dei turisti), i caratteristici taxi neri e gli inconfondibili autobus a due piani (anche se nel nuovo design di Thomas Heatherwick, il creatore del braciere delle Olimpiadi londinesi del 2012) – le Blue Plaques sono le mie preferite. E a quanto pare, visto il duraturo successo del progetto, non solo le mie…

Istituito dalla Royal Society of Arts nel 1867, quello delle London Blue Plaques è il più antico programma di targhe commemorative esistente al mondo. Solo a Londra se ne contano circa 880: una sorta di Hollywood Walk of Fame in miniatura, solo molto più vario e certamente molto più prestigioso.

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La casa di John Keats, in Keats Grove, Hampstead. Foto Paola Cacciari

L’idea di erigere “lapidi commemorative” – com’erano chiamate le targhe blu all’inizio- fu proposta nel 1863 dal deputato liberale William Ewart, il quale era convinto che i suoi connazionali avrebbero apprezzato un’indicazione dei luoghi in cui avevano abitato i personaggi che avevano contribuito alla storia del loro Paese e onorato la loro città. E aveva ragione. La sua idea ebbe infatti un impatto immediato sulla fantasia popolare e su quella di Henry Cole (il primo direttore di quello che è adesso il Victoria and Albert Museum) che, compresa immediatamente la potenzialità socio-educativa del progetto, vi aderì con entusiasmo, suggerendo per la sua realizzazione la Royal Society of Arts.

Ma sotto il patrocinio della Royal Society of Arts (RSA) la dedica delle targhe commemorative fu un processo lungo e complesso e nei suoi trentaquattro anni di vita la Società ne eresse solo 35. Di queste prime targhe, realizzate dal 1867 dalla ditta Minton, Hollins & Co in ceramica a encausto e riconoscibili dal loro bordo decorato con la scritta ‘Society of Arts’, oggi ne restano meno della metà, decimate dallo sviluppo edilizio, dalle demolizioni indiscriminate e dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale. Fra le sopravvissute sono le targhe dedicate all’Imperatore Napoleone III in King Street, vicino a Covent Garden e a John Keats, in Keats Grove, Hampstead.

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Esempio di targa marrone posta nel 1905 dal London County Council sulla casa del romanziere W.M.Thackeray at 16 Young Street, Kensington, London W8 5EH, Royal Borough of Kensington and Chelsea. Foto Paola Cacciari

Sotto la tutela del London County Council (LCC), subentrato alla RSA nel 1901, il processo di selezione si velocizzò e nei 64 anni in cui l’istituzione fu responsabile della gestione dello schema, furono erette più di 250 targhe. È di questo periodo la decisone di utilizzare il blu invece del marrone delle prime targhe in quanto più visibile sugli gli edifici di mattoni di Londra, così come quella di utilizzare la ceramica smaltata Doulton (più economica) invece della tecnica ad encausto utilizzata in precedenza da Minton. Il Consiglio decise anche di modificare il disegno primitivo delle targhe aggiungendo al bordo una corona d’alloro vagamente ispirata alle ceramiche dei della Robbia.

Foto Paola Cacciari
Antonio Canal detto Canaletto, targa dedicata nel 1925 dal London County Council al 41 di Beak Street in Soho), con la caratteristica corona d’alloro al bordo. Foto Paola Cacciari

Ma l’iconica targa blu racchiusa dal caratteristico bordo bianco che vediamo oggi la si deve alla creatività di uno sconosciuto studente della Scuola Centrale di Arti e Mestieri del London County Council che nel 1938 decise di eliminare tutti gli elementi decorativi utilizzati in precedenza (mantenendo tuttavia il colore blu) per poter utilizzare caratteri più grandi che facilitassero la lettura del nome a distanza.

Con l’abolizione del London County Council nel 1965, la gestione dello schema delle Blue Plaques fu affidato al Greater London Council (GLC). Al contrario dell’istituzione che lo aveva preceduto, limitata quasi esclusivamente ai quartieri centrali di Londra, il GLC era responsabile di un’area geografica molto più ampia. L’estensione del programma a territori dapprima “inesplorati” della cintura urbana londinese come Richmond, Croydon e Bexeheath, permise una scelta più ampia di possibili candidati da commemorare (qualcuno all’interno del Consiglio pare avesse una particolare predilezione per le star del varietà visto che almeno ad una mezza dozzina di loro fu dedicata una targa…) e nei suoi vent’anni di vita il GLC ha dedicato circa 262 targhe.

foto Paola cacciari
Esempio di targa della Corporation of the City of London in 5 Wardrobe Place, EC4 sul luogo in cui sorgeva l’edificio che ospitava le armi e gli abiti del Re, distrutto dal Grande Incendio di Londra nel 1666. Foto Paola Cacciari

Oggigiorno, sono trascorsi centocinquant’anni, ma il progetto di William Ewart e di Henry Cole gode ancora di ottima salute e dal 1986 è stato affidato alle mani capaci dell’English Heritage. Da allora sono state dedicate oltre 360 targhe – una media di 9-10 all’anno, anche se lo schema ha purtroppo subito una battuta d’arresto nel 2013 a causa dei tagli ai finanziamenti pubblici.

foto Paola Pacciari

Sebbene il più antico e prestigioso, quello delle London Blue Plaques non è tuttavia l’unico schema di questo tipo esistente a Londra: ci sono anche quello delle placche verdi del Westmister City Council (lanciato nel 1991), e quello della Corporation of the City of London, che commemora non persone, ma antichi edifici oramai perduti.

Tra i nostril grandi connazionali onorati da una targa blu troviamo il pittore Antonio Canal detto Canaletto al 41 di Beak Street in Soho, il poeta Ugo Foscolo al 19 Edwardes Square in Kensington, il patriota Giuseppe Mazzini al 183 North Gower Street, Bloomsbury, il romanziere Italo Svevo al 67 Charlton Church Lane, a Greenwich e lo scienziato/inventore Guglielmo Marconi al 71 Hereford Road, Bayswater.

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Esempio di targa verde del Westmister City Council dedicata al pittore W.M. Turner in 21 Maiden Lane, Westminster. Foto di Paola Cacciari.

E allora cosa aspettate a creare il vosto itinerario per esplorare le strade di Londra sulle trace dei vostri beniamini del passato? Basta andare sul sito dell’English Heritage dove trovate il link per cercare le Blue Plaques. E buon divertimento!

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Il Re ed io

Vivo in Inghilterra ormai da oltre un decennio. Sono un’impiegata statale. Pago le tasse. Ma questo non fa di me una suddita di Sua Maestà la Regina Elisabetta II.

Non che da cittadina italiana e (sottolineo) fedele sostenitrice della Repubblica ci tenga in modo particolare, ma devo ammettere che la Royal Family esercita su di me un certo fascino. Forse proprio perchè sono nata in uno stato repubblicano (almeno ancora per il momento). O forse perchè mia nonna (materna) era una monarchica convinta che non si perdeva una replica de La Principessa Sissi con Romy Schneider e non ha mai perdonato allo stato Italiano di aver esiliato i Savoia. Forse perchè come ho già detto in altre occasioni adoro la storia e i filmoni in costume. O forse semplicemente perchè gli intrighi di corte sembrano più affascinanti e meno squallidi delle escort di Berlusconi.

Comunque. Ieri sera la mia dolce metà  ed io siamo andati al cinema a vedere The King Speech di Tom Hooper. Un film da vedere. E non solo perchè Colin Firth è davvero straordinario nei panni del balbuziente Giorgio VI, diventato re suo malgrado quando il fratello Edoardo VIII abdica per sposare la divorziata americana Wallis Simpson, Helena Bonham Carter è fantastica come Elisabetta (madre dell’Elisabetta ora sul trono), moglie amatissima e poi regina, e Geoffrey Rush è sublime come Lionel Logue, il logopedista australiano che aiuta il re a controllare e superare la balbuzie che lo ha tormentato sin da quando era bambino. Ma perchè è una di quelle storie che raccontano sentimenti forti. E che ti smuovono qualcosa dentro. Qualcosa che, se fossi cittadino britannico, potrei chiamare orgoglio nazionale.

‘Non mi dispiace avere la Famiglia Reale…’ mi dice sulla strada di casa la mia dolce metà, che è inglese fino al midollo. ‘…che se si comportano con decoro (sì, sì, ha usato proprio questa parola!) e non fanno cose stupide a spese di noi contribuenti, non danno fastidio a nessuno. Che in fondo la Monarchia fa parte della nostra storia. È un simbolo che ci rappresenta. E se lo teniamo va rispettato. Altrimenti che senso ha?’ Uh! ‘Non parlare di simboli a qualcuno che è rappresentato all’estero da un clown ultrasettantenne che se la fa con le minorenni!’ Gli faccio sarcastica. ‘Ma quello è il Capo del Governo!’ mi fa lui di rimando. ‘Non è un “simbolo”. In Italia c’è la Repubblica, me lo ripeti sempre. Il tuo simbolo è la tua bandiera, no?’ Così semplice che ci voleva un inglese a ricordarmelo.

La settimana scorsa, durante una breve capatina in Italia mi è capitato di vedere alla TV quel programma bellissimo che è La Storia siamo noi. Parlava della storia del Tricolore, di questa nostra (oggigiorno) povera, martoriata bandiera. Il simbolo dell’Italia, sopratutto per chi come me vive fuori. Un simbolo che, nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, noi italiani forse dovremmo un po’ riscoprire.