Red is the colour

La Ferrari non è l’unica iconica “rossa” del design italiano. C’è anche la cosiddetta Rossa Portatile, quella progettata da Ettore Sottsass e Perry A. King per Olivetti. Chi come me appartiene alla Generation X cresciuta a cavallo tra i due mondi, pre e post computer, naturalmente sa che mi riferisco alla scintillante macchina da scrivere Valentine di Olivetti.  

Come gli abiti che indossiamo, anche gli oggetti di cui ci circondiamo nelle nostre vite rappresentano sogni ed aspirazioni. La Valentine non è solo un’icona del design italiano, ma il simbolo del momento storico in cui è nata, caratterizzato dalle forti rotture sociali, politiche e culturali. Prodotta a partire dal 1969, l’Olivetti diventa da subito un oggetto di culto tanto che nel giro di due anni un esemplare viene acquisito dal MoMA per la propria prestigiosa collezione.

Olivetti Valentine, Paola Cacciari

La Valentine è la prima macchina interamente in plastica. La sua caratteristica principale è la portabilità e l’integrazione dell’oggetto alla sua custodia: la parte posteriore della macchina è essa stessa la “chiusura” della valigetta, e include la maniglia. Si chiude con due semplici sicure di gomma laterali e, protetta dal suo “guscio”, è pronta ad essere portata in giro nel mondo.

Con la Valentine si voleva rinnovare il successo della Olivetti Lettera 22 ma anche l’immagine dell’intera azienda. La portatile non era destinata a tecnici ed esperti, ma concepita come un oggetto pop per tutti. Alla sua uscita la si poteva trovare in mano (si fa per dire) a stelle del cinema come Richard Burton ed Elizabeth Taylor, o immortalata sulla pellicola come quella che si vede nella stanza del giovane Alex, il protagonista del film Arancia Meccanica, diretto da Stanley Kubrick nel 1971.

“Forse tutta la grafica con la quale abbiamo annunciato la Valentine, non è perfetta: forse si scosta molto dalla antica, famosa, favolosa, classica impostazione della Olivetti, ma spero ci sarà perdonata la presunzione — che certo non è irriverenza — per aver tentato un’apertura verso i nuovi tempi e anche verso la nuova struttura dei programmi dell’industria che affronta ogni giorno responsabilità più vaste e società più coscienti,” affermava Ettore Sottsass.

Ma l’impatto della Valentine va oltre la sua funzionalità. È la rappresentazione del desiderio di libertà di un periodo storico unico.

2022 ©Paola Cacciari

Frans Hals, il maestro del nero

Era il 1998 quando durante una vacanza in Olanda ho incontrato per la prima volta Frans Hals (15801666). Ok, tecnicamente non era proprio la prima volta, che da brava storica dell’arte, ne conoscevo le opere avendole viste sui manuali di pittura olandese del Seicento. Ma non avevo mai visto i dipinti dal vero, almeno fino a quando la coppia di amici olandesi con cui stavo ad Amsterdam mi parcheggiò al Frans Hals Museum di Haarlem mentre loro sbrigavano alcune commissioni in città. Ed è stato amore a prima vista – o a seconda, che dir si voglia. Non ha importanza.

Ma devo ammettere che il mio preferito è quello appeso ai muri della Wallace Collection, e che giustamente è considerato il capolavoro di Hals: Il Cavaliere Sorridente. Completato nel 1624, non a torto è uno dei ritratti maschili più celebrati della storia dell’arte. Chi sia il gioviale signore dalle guance rosse che ci sorride complice dalla finestra del dipinto non si sa, che l’identità dell’uomo è sconosciuta, ma una cosa è certa non è un militare come l’accattivante titolo del quadro suggerisce. La ricchezza dell’abbigliamento, fa pensare piuttosto ad un ricco civile, forse il mercante di tessuti olandese Tieleman Roosterman. Che farsetti di questo tipo, così splendidamente ricamati, erano incredibilmente difficili reperire ed erano accessibili solo all’élite olandese, quella che intratteneva relazioni con la potente Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Un vero e proprio status symbol, insomma, non solo un’ostentazione di ricchezza, ma anche simbolo di appartenenza al circolo giusto.

Ma i quadri di Hals sono anche una disquisizione sulle complessità della moda maschile nell’Olanda del Seicento: a prima vista i soggetti dei suoi ritratti, uomini e donne, sono vestiti di nero e indossano i bianchi colletti in pizzo in voga all’epoca. Ma basta osservare con un po’ di attenzione per notare le sottili differenze indicanti non solo lo status sociale e la ricchezza del committente, ma anche l’evoluzione della moda con il passare del tempo. Cambiano il taglio dei capelli, la forma dei colletti (sempre candidi), la foggia e il materiale degli abiti (raso, seta o velluto), ma non il colore, sempre rigorosamente nero. Il nero era predominante, perché implicava “sobrietà e modestia. Ma il fatto che fosse di moda non era certo meno importante. Tanto che Van Gogh contò 27 sfumature di nero.

Portrait of a man, 1635, The Rijksmuseum, Amsterdam

I suoi contemporanei dicevano che i soggetti dei suoi ritratti erano così realistici che “sembravano vivere e respirare” sulla tela. E questo è certamente cero per questo ritratto del marcante Isaac Abrahamsz Massa. , Massa era un ricco mercante e diplomatico che trascorse diversi anni in Russia. Era anche un’amico di Hals, che lo ritrae in una posa particolarmente informale e innovativa. Con un gomito sopra lo schienale della sedia, Massa si gira a guardare qualcosa furi dal dipinto, le labbra socchiuse sorpreso nel mezzo di un discorso – immortalato per sempre in un fugace attimo di vita.

Portrait of Isaac Abrahamsz Massa, 1626. Collection Art Gallery Ontario, Toronto.

La pennellata morbida, carica di colore di Hals sembra galleggiare sulla tela, coagulandosi in cascate di spuma che in forma di ampi colletti, si adagiano morbidi sulle sete e sui velluti lucidi dei farsetti dei personaggi dipinti, nei fluttuanti polsini in pizzo che hanno la delicatezza di fiocchi di neve. Non a caso i suoi ritratti hanno l’immediatezza dei quadri di Manet, che dell’olandese ne era un grande ammiratore.

Londra//fino al 30 Gennaio 2022

Frans Hals: The Male Portrait @The Wallace Collection, Londra. #TheMalePortrait

2022 © Paola Cacciari

Ma allora sono postmoderna anch’io!

Nella biblioteca del museo mi sono trovata tra le mani il catalogo di una mostra di molti anni fa da titolo Postmodernism: Style and Subversion 1970-1990. Ricordo di essere uscita completamente elettrizzata. E non solo perché la mostra era divertente e interessante, ma perchè per una volta il passato che già passato, non era ancora troppo passato da non ricordalo. Che da figlia della Generazione X quale sono, le cose che stavano lì dentro me le ricordo tutte – o quasi. Sono postmoderna pure io!

Che negli anni Ottanta anch’io ero un’adolescente con la permanente da barboncino  impazzito (bruciacchiata al punto giusto) che se ne andava in giro infagottata in orrendi maglioni oversize con le maniche a raglan, annegata in giacche e giubbotti dalle spalle talmente imbottite da intimidire un giocatore di football americano, piegata sotto il peso di uno dei primi modelli di Walkman creati dalla Sony (così pesante che si vendeva provvisto di un’apposita tracolla!). iPod? Mp3? Spotify? iTunes? Stiamo scherzando?? Mai come negli anni Ottanta è stato così faticoso essere cool

Se per il Modernismo la decorazione era quasi un peccato mortale, per il Postmodernismo è vero il contrario. Quello postmoderno è un mondo effimero, dominato dalla teatralità e dall’esagerazione, un mondo abitato da pop stars androgine come Boy George o Grace Jones, un mondo in cui artificiale e naturale si uniscono come nelle architetture di Philip Johnson o di Hans Hollein che giocano in modo irriverente con i principi architettonici dell’architettura classica. In breve, un mondo che va affrontato con scettiscismo e ironia.

Dopo essermi aggirata per le varie sezioni (i curatori hanno saggiamente deciso di concentrarsi solo sul design, evitando arte e letteratura contemporanee che da sole avrebbero fornito abbastanza materiale per un’altra mostra) mi sono appropriata delle cuffie attaccate al televisore che trasmetteva non stop video di Kraftwerk, Talking Heads, Devo, Visage e altre chicche di MTV, guardata con aria attonita da una moderna adolescente mentre, con le cuffie nelle orecchie, improvvisavo goffe mosse di danza al ritmo dei Culture Club. Che la poverina in questione avrà avuto sedici anni e dubito che sapesse cosa fossero Boy George e la New Romantic Uh!

Ho sostato con reverenza davanti ai costumi di scena di Annie Lennox e di David Byrne, e di quelli di Pris e Rachel, le replicanti di Blade Runner, film che ho visto quando avevo quattordici anni ed ero cotta marcia di Harrison Ford e al cinema ci andavo al pomeriggio.

Ho ammirato il segno del Dollaro di Andy Warhol introduce il soggetto del denaro e la cultura degli yuppies, che io ricordo più per i film di Carlo Vanzina con Massimo Boldi e Cristian de Sica che per la manovra economica di Margaret Thatcher. Mi sono commossa davanti al prototipo della copertina di Closer dei Joy Division, e ho sorriso con tenerezza davanti ai caricaturistici utensili da cucina Alessi e ai mobili assurdi e alle assurde (e bellissime!) ceramiche del Gruppo Memphis di Ettore Sotsass e di Studio Alchymia. Che al contrario del Modernismo, dove la forma segue la funzione, per il Postmodermismo lo stile viene prima di tutto. E non a caso l’Italia e stata una delle prime nazioni ad abbracciare con entusiasmo questo movimento! È davvero una questione di stile, e di quello noi italiani di quello ne abbiamo davvero da vendere… 😉

Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.
Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.

Inutile dire che sono uscita dalla mostra gongolante e con un mega-sorrisone stampato sulla faccia. Che è stato impagabile rivivere quegli anni. E ancora di più è stato farlo senza la permanente bruciata…

2022

Londra//fino al 15 Gennaio 2012

Postmodernism: Style and Subversion 1970 – 1990 @ Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

Dieci cose che impari dalla vita se sei Carlo I Stuart re d’Inghilterra

Accadde oggi: il #30gennaio 1649 viene decapitato Carlo I Stuart, re d’Inghilterra. 10 cose che dovresti imparare dalla vita quando sei Carlo I Stuart: 1) Gli inglesi sono campioni di understatement e quindi fanno passare persino le rivoluzioni sotto tono. Ma le fanno. E i re li decapitano, prima dei francesi e con gran soddisfazione. […]

Dieci cose che impari dalla vita se sei Carlo I Stuart re d’Inghilterra

UK’s first LGBTQ+ museum to open in London

The Queer Britain team outside the Art Fund building in Kings Cross, London
The Queer Britain team outside the Art Fund building in Kings Cross, London

The Art Fund has announced that the UK’s first national LGBTQ+ museum will open at its London headquarters in 2022.

The project is led by Queer Britain, a charity set up in 2018 to create a space dedicated to telling the stories of the UK’s LGBTQ+ community. Queer Britain, which is leasing the space from the Art Fund, will occupy the ground floor of the building in Kings Cross. This was previously taken by the House of Illustration, which is moving to a larger space.

Queer Britain trustee Lisa Power said: “I’m really excited that Queer Britain is finally going to have a space to show what we can do and that we’re here for all the community, from old lesbian feminist warhorses like me to young queer folk of all genders and ethnicities. Queer Britain aims to tell our many and diverse histories, and now we have a home to do that from.”

The museum will be free to enter and will initially employ about 10 people, ranging from front-of-house, curatorial, design, development and operations roles.

Queer Britain has started collecting objects, which range from costumes, photography, documents and campaigning material. The launch show will contain a mixture of items from its own collection and loans.

Objects already in the collection include Stonewall‘s founding document signed around actor Ian McKellen’s kitchen table; material from the world’s only queer cricket club; and costumes from musician and actor Olly Alexander and Hi-NRG singer Hazell Dean.

The Queer Britain project is funded by patrons, a membership scheme and corporate support from companies such as Levi’s, Coutts and Allen and Overy.

The Art Fund is the national fundraising charity for art. It helps museums to acquire and share works of art across the UK.

The origina article is here 👉 Museum Association

The Second Sleep (Il sonno del mattino) di Robert Harris

Tra gli oggetti in mostra nella nuova sala dedicata al Design del museo in cui lavoro c’è anche il primo Apple iPhone. La spiegazione che lo accompagna lo definisce opportunamente “The phone that changed everything”. E mai cosa è stata più vera.

Touchscreen smartphone iPhone 2007.

Sviluppato da Apple Inc. nel 2005 e lanciato nel 2007, l’iPhone 2G è la prima generazione di iPhone, e quello che farà diventare lo smartphone con la mela uno dei marchi più riconosciuti al mondo. Nonostante non sia affatto stato il primo smartphone, l’iPhone originale ha comunque catturato l’immaginazione del pubblico sulle possibilità di un nuovo tipo di telefono cellulare dotato di dispositivo touchscreen e di connettività Internet. E nel giro di quindici anni grazie (o a causa) di questo design, l’industria della telefonia e il modo in cui affrontiamo la nostra vita quotidiana è cambiato per sempre.

Inutile dire che la cosa mi fa uno strano effetto che il 2007, in fondo, non è poi così lontano. Sono arrivata felicemente all’età di 29 anni anni senza possedere un telefono cellulare, e solo nel 2013 ho ceduto alle lusinghe del touchscreen. Eppure ora fatico a concepire la mia vita senza il mio fedele compagno elettronico. In un solo dispositivo ho a portata di mano il mondo nella sua interezza – giornali, libri, notizie, intrattenimento, musica, opinioni. Non solo: questi pochi grammi di plastica e microchips mi permettono di parlare e vedere in tempo reale la famiglia e gli amici, sopratutto quelli lontani. Tutto questo ha del miracoloso.

Fino ad un certo punto però. A volte mi manca il mio cervello pre-internet. Che tecnologia e social media in molti casi hanno sostituito la memoria e il ragionamento umani e persino i normali rapporti sociali. Lo vedo quando interagisco con la gente al museo, sempre più impaziente, sempre più incentrati su se stessi, e sempre meno abituati (date un’occhiata a questo sito sul museum etiquette per credere…) a rapportarsi in modo civile con un altro essere umano in carne ed ossa che sta davanti a loro e non faccia capolino dallo schermo di un telefono. Inoltre, l’affidarci tanto alla tecnologia ci ha reso terribilmente vulnerabili ai suoi guasti – si tratti della cassa del supermercato o del sistema aeroportuale. Cosa ne sarebbe di noi e della nostra società iper-digitalizzata se all’improvviso la tecnologia dovesse all’improvviso venir meno?

Questa è la domanda che si pone anche Robert Harris in un romanzo dallo strano titolo The Second Sleep, tradotto in italiano letteralmente come “Il secondo sonno” – una frase che sono dovuta andare a cercare su Google (ironia) per capire di cosa si parlasse, che non ne avevo idea. Che pare infatti che li mito delle otto ore filate sia (appunto) un mito moderno, e che i nostri antenati in realtà dormissero in due fasi, inframezzate da una pausa durante la notte in cui si dedicavano allo svolgimento attività richiedenti pace e tranquillità (come leggere, scrivere, pregare, meditare) per poi tornare a dormire. Di certo il fatto che che l’illuminazione elettrica sia un’invenzione piuttosto recente, spiega il perché in passato la gente andasse a letto al calar della notte. Ma cosa c’entra questo con la storia del libro? Presto detto.

Siamo nel 1468. È quasi sera quando un giovane prete, Christopher Fairfax, giunge in un remoto villaggio della regione di Exmoor in Inghilterra per celebrare il funerale del parroco, padre Thomas Lacy, morto una settimana prima. E fin qui niente di strano in un thriller/mistery storico. Ma a mano a mano che si procede con la lettura e si cominciano a notare le incongruenze, ad uno all’improvviso viene da pensare “aspetta un attimo, c’è qualcosa che non va qui”. Che ci fa un parrocchetto nell’Inghilterra medievale? E c’erano davvero orologi a cassa lunga nel XV secolo? Ma è solo quando, nelle ore tra il sonno notturno e quello del mattino, il nostro Fairfax scopre nello studio del prete morto, una vetrina dagli scaffali colmi di bottiglie di plastica, banconote, mattoncini giocattolo – reliquie di un passato perduto diventi conservati contro il volere della Chiesa, che tutto diventa chiaro. E che il XV secolo di Harris non è quello dei abitato dalle rivali famiglie di York e Lancaster che si sono combattuti nella Guerra delle due Rose, ma quello riemerso dopo l’apocalisse che nel 2025 ha posto drammaticamente fine all’era tecnologica che ha condannato l’umanità ad un nuovo Medioevo.

Nelle sue peregrinazioni notturne nello studio del prete ucciso, Fairfax scopre “uno dei congegni usati dagli antichi per comunicare”, contrassegnato dal simbolo di una mela a cui è stato dato un morso.” Uno smartphone, ridotto ad un inutile oggetto di plastica visto che in quel nuovo Medioevo non esiste l’elettricità.

Il sonno del mattino, di Robert Harris (Autore) 
 Annamaria Raffo (Traduttore) Mondadori, 2019

It both made their waste trade possible and rendered them beggars when it failed. Consider waking up one morning entirely destitute, with skills of no longer value or of any used the struggle for life! Their word was based upon imaging – mere castles of vapour , the wind blew: it vanished.

Robert Harris, The Second Sleep

Ecco, appunto.

La moda e le sue storie

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri. La moda, come gli oggetti di design, sono storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume, come gli oggetti di cui ci circondiamo a casa, dice cose che le parole non dicono.

Come questo ritratto che la (allora) principessa Elisabeth dona al fratello, re Edward VI. Più che un ritratto, questo è un capolavoro di diplomazia. A cominciare dal formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – in quanto lo status di Elisabetta, che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa che, anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re, il suo costume e suoi gioielli indicano che non si tratta di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono.

Elizabeth I when a Princess c.1546
Elizabeth I when a Princess c.1546

L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che tanto il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro non di sangue reale (e che quindi le sarebbero stati proibiti se la principessa fosse stata davvero illegittima), il messaggio di Elisabetta ad Edward non avrebbe potuto essere più chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

Spazio 1999

A volte ritornano. Anche i telefilm che ci appassionavano tanto da bambini. Quando meno te lo aspetti il ricordo del passato, fino ad allora sepolto sotto un cumulo di nuovi ricordi, ti si ripresenta davanti, provocandoti le stesse emozioni della madeleine di Proust. Come oggi, per esempio quando, girovagando pigramente tra un canale all’altro del digitale mi sono imbattuta in una replica del mitico Space 1999. O come era arrivato da noi in Italia, Spazio 1999.

La serie televisiva britannica trasmessa dalla televisione tra il 1975 e il 1977 racconta le peripezie dell’equipaggio della Base Lunare Alpha che lottano per sopravvivere in un universo ostile, dopo che un terribile susseguirsi di esplosioni nucleari avevano scagliato la luna fuori dall’orbita terrestre, dispersa per sempre nell’infinità del cosmo. Da noi arrivò nel 1976, trasmessa da Rai 2, che l’aveva cofinanziata.

E se la prima mi era piaciuta molta, è la seconda serie che ricordo di più, quella anglo-statunitense (mi dice Wikipedia…) e non per i mostri, sparatorie e scene romantiche, ma perché c’era Maya. L’ultima superstite di un pianeta distrutto dalle straordinarie sopracciglia che mi ricordavano tanto piccole palline di pongo, Maya diviene parte dell’equipaggio, si fidanza con il comandate Tony e spesso e volentieri si serve dei suoi straordinari poteri di cambiare forma per soccorrere gli altri protagonisti dell’equipaggio. Uh!

Maya (Catherine Schell) Space 1999

Avevo sette anni e la guardavo sulla TV in bianco e nero della nonna, ma non importava. Sognavo di cambiare forma come Maya e magari anche vita, e nel frattempo tormentavo genitori e parenti con la sigla finale del telefilm, che nell’edizione italiana era cantata dal duo Oliver Onions (Guido e Maurizio De Angelis) e si intitolava opportunamente, S.O.S. Spazio 1999“.

Lost London – Arundel House… — Exploring London

Arundel House, from the south, by Wenceslas Hollar. Via Wikimedia Commons. One of a string of massive residences built along the Strand during the Middle Ages, Arundel House was previously the London townhouse of the Bishops of Bath and Wells (it was then known as ‘Bath Inn’ and Cardinal Thomas Wolsey was among those who […]

Lost London – Arundel House… — Exploring London

Quando Kensington aveva un canale

Chi l’avrebbe mai detto! Che durante la Reggenza anche il quartiere di Kensington avesse una via navigabile come il più famoso Regent’s Canal! Da anni bazzico in quest’area per lavoro e per piacere, ma non sapevo dell’esistenza di un bacino e tantomeno di un canale.

Ok, non era proprio un canale, all’inizio era più un ruscello che altro, il Counter’s Creek che attraversava il quartiere da da Nord a Sud, passando da Kensal Green Cemetery, Kensington Olympia e, oltrepassando Earl’s Court e West Brompton costeggiava il Brompton Cemetery e quello che è ora è il luogo in cui sorge lo stadio del Chelsea F.C. a Stamford Bridge, per poi buttarsi nel Tamigi. Sul luogo sorge la centrale elettrica (ancora per poco) in disuso di Lots Road, ovest del ponte di Battersea. Dico ancora per poco, perché come tutte le cose che possono portare soldi e “gentrificazione” a Londra ( e non solo), anche questo iconico edificio come la Battersea Power Station, è in procinto di diventare un blocco di appartamenti super lusso con vista sul Tamigi.

Lots Road Power Station, London, England. Photographed by Adrian Pingstone

Ma torniamo al nostro canale. Nel 1820, l’apertura del Regent’s Canal che congiungeva il vicino bacino del Grand Junction Canal a quelli di Paddington, Limehouse e al Tamigi trasportando un traffico ampio e in rapido aumento, convinse William Edwardes, il secondo Lord Kensington, che sarebbe stata una buona idea trasformare quella parte del Counter’s Creek che attraversava la sua proprietà in un canale navigabile come il Regent’s Canal. Allettato dall’idea di arricchirsi con pedaggi e commercio, affidò al geometra William Cutbush, il compito di prepare un progetto adatto allo scopo e tra il 1824 e il 1828 la parte più a sud del torrente fu sviluppata nel Canale di Kensington.

Brompton Cemetery and Kensington Canal by William Cowen

Il Kensington Canal fu inaugurato il 12 agosto 1828, con l’idea di estenderlo fino ai bacini del Grand Junction e di Westbourne, ma l’enorme costo per le undici chiuse necessarie all’operazione finì con il dissuadere Lord Kensington, che dovette rassegnarsi al fatto che il suo nuovo canale si stesse rivelando già dall’inizio un buco nell’acqua. Il fatto era che, in realtà il Canale non era altro che il fiumiciattolo Counter’s Creek migliorato e ampliato; e in quanto più fiume che canale, era soggetto (come il Tamigi in cui si buttava) alle maree – cosa che ne limitava il traffico e di conseguenza le entrate pecuniarie che sin da subito si dimostrarono sostanzialmente inferiori a quanto sperato.

Kensington Canal, plan of basin and lock near Warwick Road in c. 1850

Altro fattore che il nostro Lord Kensington non aveva considerato era stato l’effetto tornado dell’arrivo dell’era ferroviaria, che a Londra in particolare diede il colpo di grazia alla navigazione fluviale. Il canale fu quindi acquistato dalla ferrovia nel 1839 e per costruire la West London Railway che, tramite il Kensington Canal, avrebbe collegato l’Inghilterra Nord Occidentale con il bacino di Kensington, consentendo l’accesso, smistamento e trasporto delle merci ai vari moli di Londra. Inaugurato nel 1844, nonostante un inizio promettente, anche questo progetto si rivelò tuttavia un buco nell’acqua. Gli introiti erano bassi e la ferrovia chiuse appena sei mesi dopo l’apertura. Le uniche vestigia ancora visibili ai nostri giorni sono un fosso verdeggiante accanto al binario 4 (treni per Olympia) della stazione della metropolitana di West Brompton. Le scoperte fatte durante il lockdown….

2021 by Paola Cacciari