The Deadly Sisterhood by Leonie Frieda

My rating: 3 of 5 stars

Interesting book, a drama on a grand scale sweeping tale involving corrupt monarchs, finest thinkers, brilliant artists and the greatest beauties in Christendom. . However, the title is very misleading.
A title such as The Deadly Sisterhood: A story of Women, Power and Intrigue in the Italian Renaissance promised me the stories of eight remarkable women of the Renaissance, all joined by birth, marriage and friendship and who ruled for a time in place of their men-folk – women such as Lucrezia Tornabuoni (Queen Mother of Florence, the power behind the Medici throne), Clarice Orsini (Roman princess, feudal wife), Beatrice d’Este (Golden Girl of the Renaissance), Caterina Sforza (Lioness of the Romagna), Isabella d’Este (the Acquisitive Marchesa), Giulia Farnese (‘la bella’, the family asset), Isabella d’Aragona (the Weeping Duchess) and Lucrezia Borgia (the Virtuous Fury), but instead, it is a book about women (an men) in the Renaissance.
Of course, major figures such as Caterina Sforza, Lucrezia Borgia and Beatrice and Isabella d’Este feature prominently (Frieda doesn’t make a secret of her deep dislike for Isabella, an opinion that after once or twice mentions becomes annoying…), but there were already plenty of books about them without the need of another one added to the list. Also, in the paperback edition, there are no illustrations, despite the inclusion of a detailed list.
This said it is an interesting book – a sweeping panoramic view on the lives of some outstanding players of the Renaissance, who wielded the real power behind the throne and whose fates entwined with each other as Christendom emerged from the shadows of the calamitous 14th century.

El Alamein – La linea del fuoco

Non mi capita spesso di vedere film italiani che non raccontino delle gesta dei partigiani, dell’orrore dell’occupazione tedesca, della distruzione nella vita dei civili. Che, diciamocelo, di film italiani recenti raccontino dei soldati italiani in guerra alleati dei tedeschi non ce non sono molti che quell’alleanza con Hitler la si vorrebbe dimenticare. Mediterraneo è forse l’unico mi viene in mente. Ed era proprio alla pellicola di Gabriele Salvatores che mi veniva da pensare quando, per puro caso, mi sono imbattuta in questo El Alamein – La linea del fuoco in quel pozzo senza fondo che è lo streaming in Internet. Forse perché il regista è quello stesso Enzo Monteleone che di Mediterraneo è stato lo sceneggiatore, e che come in Mediterraneo evita come la peste la retorica bellicistica quando racconta di questi soldati persi nel deserto nel 1942

Il film è ambientato durante la Seconda battaglia di El Alamein, vista dalla prospettiva italiana. Nell’autunno del 1942 le forze italo-tedesche, guidate dal generale Rommel, furono sconfitte dall’VIII armata britannica del generale Montgomery. Nel suo L’armata nel deserto: Il segreto di El Alamein storico Arrigo Petacco ricostruisce l’intera campagna dell’Africa settentrionale, individuando la chiave della sconfitta di Rommel: la sistematica intercettazione dei messaggi tedeschi da parte degli Alleati che grazie al decodificatore “Ultra” ( abbreviazione di “UltraSecret”) approntato da un team di grandi matematici tra cui Alan Turing, di decifrare “l’Enigma, il criptatore fino ad all’ora ritenuto inviolabile dai tedeschi. Questi ultimi, incapaci di spiegarsi i continui successi britannici in Africa, se la presero immediatamente con quei chiacchieroni degli alleati italiani, sui quali gettarono la responsabilità delle sconfitte tedesche. Quello che non si conobbe fino alla metà degli anni Settanta, quando fu finalmente rivelata al mondo, fu l’esistenza di tale sistema, ma ormai ai nostri soldati la nomina di inetti e traditori non gliela toglieva più nessuno.

Poco si parla degli errori strategici, dell’inettitudine del Generale Rodolfo Graziani accusato, fra le altre cose, di codardia, per aver diretto le operazioni da una tomba tolemaica di Cirene, profonda trenta metri e lontana dal fronte alcune centinaia di chilometri e incapace di sostenere gli attacchi inglesi benché in forze nettamente inferiori alle truppe italiane, dell’arrivo di Rommel, delle vittorie e della sconfitta finale.

Travolti in una battaglia di oltre dieci giorni che agli italiani costò 9.500 morti e 30.000 prigionieri, questi giovani (impersonati da attori tanto bravi da sembrare veri, come lo stranito volontario Paolo Briguglia, il sergente Pierfrancesco Favino, il tenente Emilio Solfrizzi) fanno il loro dovere fra alternanze insopportabili di calori diurni e freddi notturni. Cannonate che sollevano nuvole di sabbia e insidiose fucilate di cecchini, reticolati e campi minati, fame molta e acqua poca.

Il film non parla di politica né di alta strategia e sui signori della guerra si concede appena qualche stilettata ironica. Come le derrate di lucido da scarpe arrivate per la parata della vittoria as Alessandria (che non si farà mai) invece di cibo e acqua, o il furgone con il cavallo di Mussolini la cui vista suscita nei soldati affamati tentazioni gastronomiche. Monteleone ci trasporta all’interno di questa tragedia con la stessa umana semplicità di Mediterraneo .

Tra questi veterani arriva dall’Italia pieno di entusiasmo il giovane fante Serra, volontario universitario originario di Palermo inviato sul fronte del Nordafrica dove è assegnato al 27º Reggimento fanteria “Pavia” dipendente dalla 17ª Divisione fanteria “Pavia”, a sua volta inquadrata nel X Corpo d’Armata italiano. Come molti connazionali, anche il giovane Serra trasuda spirito patriottico, e come tutti coloro che da casa pensano che la vittoria sia già cosa fatta e non hanno idea della realtà, è certo che la conquista di Alessandria sia imminente, confidando di partecipare alla sfilata trionfale che si svolgerà nella città egiziana. Ma la realtà del fronte è molto diversa: il caldo è insopportabile, l’armamento è inadeguato, il cibo insufficiente, l’acqua è razionata e inquinata; l’artiglieria dellVIII Armata britannica martella costantemente le posizioni italiane, lasciando un po’ di respiro solo di notte. E tutti i soldati soffrono di dissenteria.

La lettera alla madre che il soldato serra compone nella sulla mente mentre vaga stravolto tra rottami e cadaveri dopo un sanguinoso scontro con il corpo Neozelandese, è uno dei momenti più veri e tragici del film:

“Oggi ho visto in faccia l’orrore. A scuola ti insegnano “fortunati quelli che muoiono da eroi.” Ne ho visti in bel po’ di questi eroi. I morti non sono né fortunati né sfortunati: sono morti e basta. Marciscono in fondo as una buca, senza in briciolo di poesia. La morte è bella solo sui libri di scuola. Nella vita fa pietà. E’ orrenda. E puzza.”

Fante Serra

La gloriosa divisione Folgore, che schierata insieme a ciò che rimaneva della Divisione “Pavia”, durante la seconda a battaglia di El Alamein riuscì a resistere per una decina di giorni ai ripetuti tentativi di sfondamento degli alleati. In ottemperanza agli ordini dell’ACIT la divisione “Folgore” iniziò la ritirata nella notte del 3 novembre 1942, in condizioni rese difficilissime dalla mancanza di mezzi di trasporto. Dopo due giorni di marcia nel deserto, alle 14:35 del giorno 6, dopo aver distrutto le armi, ciò che restava della Divisione si arrese alla 44ª divisione fanteria britannica del generale Hughes. I paracadutisti italiani ottennero dai britannici l’onore delle armi e, dopo la resa, il generale Hughes volle ricevere i generali Enrico Frattini e Riccardo Bignami e il colonnello Boffa, complimentandosi per il comportamento dei loro uomini. Dopo la battaglia di El Alamein alla Divisione “Folgore” ed ai suoi Reggimenti verrà conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Interamente distrutta in combattimento, la divisione “Folgore” venne sciolta a fine 1942.

Qualche «cammeo» di attori noti ravviva il cast: Silvio Orlando, generale suicida, Roberto Citran, colonnello imbecille, Giuseppe Cederna, medico stoico

Ferragosto, di Enrico Franceschini: mare, piadina e delitti.

“A quest’ora, l’Adriatico fa la sua figura: il mare è vuoto, l’orizzonte è addolcito dalla luce che precede il crepuscolo, perfino l’acqua ha un colore invitante.”

Enrico Franceschini, Ferragosto

L’Adriatico. Sembra di esserci, lì sulla riviera romagnola, con le sue spiagge sabbiose rigate da file ordinate di ombrelloni colorati, nell’aria il profumo di bomboloni freschi, pesce fritto e piadine col prosciutto. Ad abbrustolirsi al sole, immobili come lucertole fino a quando il suono della Publiphono (che risuonava immancabile come il raffreddore in inverno lungo la spiaggia di Rimini e dintorni religiosamente tutte le mattine alle 11 e alle 17 nel pomeriggio) non riscuoteva dal coma indotto dall’overdose di UVB segnalando l’ora del bagno o della merenda. Poi ci si univa all’esodo dei umanità sciabattante fatta di madri e padri carichi come bestie da soma di borse da spiaggia, secchielli e salvagenti con al seguito bambini impastati di sabbia, diretta alle pensioni famigliari dalle sale apparecchiate che facevano presagire le delizie del pranzo. La storia delle mie vacanze. Almeno fino a quando non ho cominciato a viaggiare per conto mio, sostituendo lo zaino alla pensione completa.

Ed ora, con il Covid ancora imperante, e gli inevitabili obblighi di quarantena (sì, no, forse: chi ci capisce qualcosa è bravo…) e costosi PCR tests, e altre difficoltà logistiche legate alla fortuna di avere ancora un lavoro, immergermi tra le pagine di Ferragosto, il nuovo giallo di Enrico Franceschini è stata la cosa più vicina ad una vacanza che mi sia capitata quest’anno – meno gli inevitabili gavettoni. E me le sono godute entrambe, sia la storia che la vacanza letteraria.

File di ombrelloni sulla Riviera Romagnola

In questa seconda commedia noir, ritroviamo i personaggi di Bassa Marea: Andrea Muratori detto Mura, due divorzi alle spalle, un figlio a Londra a fare il quasi avvocato, una vita da corrispondente all’estero alle spalle e ora pensionato anzitempo residente in un capanno sul mare a Bagnomarina – che assomiglia tantissimo a Cesenatico, ma che qui diventa il simbolo universale della località balneare della Riviera Romagnola e dei suoi tre amici di sempre, la famiglia che Mura non ha. Ma era da dire che, dopo una vita passata a caccia di notizie in giro per il mondo, la pesca, la lettura del giornale, la corsetta sulla spiaggia e la partitella a basket con gli amici finiscono per non bastare più. E il Mura comincia ad annoiarsi.

La noia e la sua debolezza per le donne, la cui vicinanza è sufficiente a trasformare  il nostro eroe in un ‘minchione’ come avrebbe detto mia nonna, un credulone incapace di dire loro di no – si tratti di una procace moglie che sospetta che il marito le metta le corna, una bellissima trans brasiliana o la vistosa ballerina martinicana che recluta Mura per investigare sulla morte del marito, noto fotografo erotomane ritrovato morto nel suo studio dalla donna delle pulizie in una posa a dir poco oscena. Ma quelli che sembrano due casi completamente diversi come una banale questione di corna e un delitto a sfondo pornografico, sono in realtà uno solo che porta Mura ad imbattersi in qualcosa di molto più grande. Una storia dell’Italia fascista che coinvolge addirittura Mussolini e Claretta Petacci e lo scoop che potrebbe riportarlo in prima pagina – alla faccia di chi lo ha costretto al prepensionamento.

Come Bassa Marea, anche Ferragosto è una riflessione sul passato e presente dell’Italia, di un Paese emerso devarstato dal dopoguerra e che grazie ai dollari americani pompati nelle industrie dal piano Marshall ha visto una ripresa economica senza precedenti. Un vero e proprio miracolo economico quello degli anni Sessanta, “quando la Romagna ambiva a diventare la California italiana”, la meta delle ferie democratiche di massa, il luogo in cui quasi tutti potevano permettersi di trascorrere due settimane in albergo o in una delle numerosissime pensioni famigliari che punteggiavano la riviera. “Mezzo secolo più tardi,” continua Franceschini, “il miracolo italiano si è sgonfiato ma la Romagna no: la costa delle ferie di massa, delle vacanze a basso prezzo già da prima che fosse inventato il termine low cost, del divertimentificio in disco-pub, aqua-park, go-kart, mini-golf, night-club e tutto quanto si può dire in un inglese facilmente comprensibile con due parole separate da un trattino.”

Avendo trascorso le mie prime diciotto estati tra Rimini e Riccione, con un breve intervallo a Lido di Classe, la Romagna raccontata da Franceschini la conosco bene che è la Romagna dei miei ricordi. Riaffiorano alla memoria nomi da tempo dimenticati come Fiabilandia, Mirabilandia, l’Italia in Miniatura, e luoghi mitici come la Baia degli Angeli (che io ho conosciuto quando era già la Baia Imperiale), il Pineta e il Cocoricó e altre discoteche storiche che hanno fatto ballare generazioni di vacanzieri, inclusa la sottoscritta. Lungi dall’essere solo lo sfondo della storia, la Romagna ne è in realtà la vera protagonista, qui descritta con amore infinito dalla sapiente penna di Enrico Franceschini. Ne emerge una nostalgica mappa socio-culturale di una generazione non troppo distante dalla mia che si ritrova ad abitare un mondo che non riconosce più.

È impossibile non simpatizzare con questi quattro ex ragazzi di ieri, sorpresi dalla sesta decade della loro vita come da un improvviso temporale estivo che li ha travolti come un fulmine a ciel sereno. Ed che ora si ritrovano a cercare di riconciliare la loro esuberante voglia di vivere e divertirsi con gli acciacchi portati dall’inevitabile avanzare dell’anagrafe. Lo so benissimo, che ho lo stesso problema: la non coincidenza tra età interiore ed età anagrafica. Che in fondo i cinquanta o i sessanta sono i nuovi trenta o quaranta: non si è vecchi, ma solo un po’ vintage – come il paio di Ray Ban regalati a Mura da Caterina (detta Cate), corrispondente di guerra e sua amica/amante. E se non lo sa lei che ha trent’anni meno di lui…

E se mi sono divertita ad immergermi nell’atmosfera nostalgico-felliniana di Bassa Marea, devo dire che in Ferragosto la trama noir è più solida, meglio sviluppata, la storia più avvincente e temi recenti come prostituzione, immigrazione, la pericolosa risorgere della destra – sono intessuti con la naturalezza del flusso di coscienza nella trama di questa deliziosa black comedy dal sapore di sale. I personaggi sono meglio delineati, soprattutto quelli femminili – donne forti e indipendenti, che sanno quello oche vogliono e come ottenerlo e che tollerano i loro compagni bambocci con l’affetto che si potrebbe avere per un cucciolo pasticcione a cui si è abituati e di cui si apprezza la compagnia. Sebbene, come donna, non possa esimermi dall’arricciare il naso davanti commenti bonariamente volgari se vogliamo, ma sempre volgari, di una generazione di uomini come Mura & C. cresciuta prima del “politically correct”. Non che il politically correct del giorno d’oggi abbia miracolosamente fatto sparire i commenti volgari diretti alle donne (basta guardare i socials per accorgersi del contrario), le pressioni sociali ancora esistenti per quanto riguarda decisioni fondamentali come famiglia, maternità, figli e lavoro, sia ben chiaro…

Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che vedere con il libro in questione, anche se confesso che mi piacerebbe vedere le donne dei Moschettieri avere un ruolo più centrale nelle avventure della combriccola. Chissà cosa ci riserverà la prossima storia al profumo di piadina di Mura e C. …

Paola Cacciari © 2021

It’s coming home – to Rome

Strana atmosfera oggi a Londra. Non che sia andata molto lontano sia chiaro, che il giorno dopo Italia – Inghilterra a Wembley mettere il naso fuori casa da italiana nella tana del leone (o meglio, dei tre leoni) mi rende più inquieta dell’avvicinarsi rimozione delle restrizioni del Covid…

In uno stadio stracolmo di supporter rosso-bianchi che (a torto o a ragione) davano già quasi per scontata la vittoria inglese, l’arco di Wembley si è invece colorato di rosso, bianco e verde. E Londra ieri sera si è colorata di azzurro.

Scrive il giornalista Tobias Jones sull’Observer: “Come tifoso, non brami solo la gloria sportiva, ma anche, attraverso la tua squadra, capire da dove vieni e dov’è la tua vera casa.” Come me, Tobias Jones è un espatriato, un’inglese in Italia come io sono un italiana a Londra. E per chi come noi ha una famiglia ibrida anglo-italiana questa non è stata solo una partita, ma una scelta tra il nostro paese d’origine e quello adottivo, tra i nostri compagni di vita e la famiglia di origine, tra gli amici italiani e quelli inglesi. A casa mia non c’era dubbio: il mio compagno inglese è per l’Inghilterra, mentre io nonostante la cittadinanza britannica, ero per l’Italia. Ovviamente. 

Gli Europei di calcio mi hanno fatto riprendere in mano un saggio di George Orwell dal titolo Lo Spirito Sportivo, di cui avevo già scritto a proposito dei Mondiali di Russia in questo post Il calcio secondo George Orwell. Qui Orwell scrive: “Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È semmai strettamente legato all’astio, alla gelosia, alla vanagloria, alla noncuranza di qualsiasi regola e al sadico piacere di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è come la guerra, ma senza gli spari.”

Ancora una volta mi è venuto da riflettere sulla tribalità del calcio, o degli sport agonistici in genere. Si gioca per vincere, arrivare secondi non conta – lo hanno dimostrato ampiamente i giocatori inglesi sfilandosi con stizza la medaglia d’argento appena ricevuta dal presidente dell’Uefa Ceferin. Ma, continua Orwell, “l’aspetto significativo non è la condotta dei giocatori bensì l’attitudine degli spettatori: e, dietro gli spettatori, quella delle nazioni che finiscono per infuriarsi su queste assurde competizioni, e che credono seriamente […] che correre, saltare e dare un calcio al pallone costituiscano una prova di virtù nazionale. […] Il calcio senza la folla non ha alcun significato.

Anche se gli spettatori non intervengono fisicamente, provano comunque a influenzare l’andamento del gioco incitando la loro squadra e innervosendo i giocatori avversari con urla ed insulti.” Altro che fair play: il calcio sembra risvegliare gli istinti più selvaggi. Certamente lo fatto nei tifosi inglesi che non contenti di fischiare l’Inno di Mameli nonostante gli appelli a non farlo dell’ex calciatore della nazionale inglese Gary Lineker e di Boris Johnson, hanno dato il peggio urlando insulti razzisti a Marcus RashfordSancho Saka, i tre giocatori di colore che hanno sbagliato i rigori.

Marcus Rashford

Marcus Rashford, attacante ventiduenne del Manchester United, dopo aver aiutato a raccogliere circa 20 milioni di sterline per sostenere le famiglie in difficoltà nei giorni più critici della pandemia è riuscito a fare cambiare idea al governo di Boris Johnson che voleva sospendere i buoni pasto per oltre un milione di bambini inglesi provenienti da famiglie a basso reddito durante le vacanze estive del 2020 e che grazie a lui hanno continuato a ricevere un buono settimanale per un pasto gratuito al giorno. Per la sua attività umanitaria Rashford è stato insignito dalla Regina Elisabetta II dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (The Most Excellent Order of the British Empire) una tra le onorificenze più importanti del Regno Unito. Ciononostante “l’attivista” conservatore Darren Grimes lo ha insultato in Twitter dicendogli di dedicarsi meno alla politica e più al calcio.

Davvero, il giocare per divertirsi ha significato solo quando non è coinvolto il patriottismo locale. Perchè, come nel caso di Italia – Inghilterra, non si tratta solo di prestigio e orgoglio nazionale. Come molte altre nazionalità, anche noi italiani che viviamo in Gran Bretagna abbiamo sofferto negli ultimi anni di quello che Tobias Jone definisce “un certo anglocentrismo dispettoso”, per cui non sorprende che per noi expats questa partita ha il significato di una rivincita tra l’Europa e l’Inghilterra della Brexit. Per un gruppo di persone il risultato costituisce l’avvallamento della superiorità di una parte sull’altra, la dimostrazione che lasciare l”UE è stata la decisone giusta o un terribile errore.

In ambito internazionale lo sport, detto francamente, è una battaglia politica. E da italiana in UK che ha vissuto l’amarezza della Brexit, vedere l’Italia vincere proprio a Wembley mi ha riempito di orgoglio nazionale, alla faccia di quel 51% della popolazione che nel 2016 ha deciso di uscire dall’Europa e tornare ad essere un’isola.

2021 Paola Cacciari

Raffaella Carrà – “Ballo ballo”

Da bambina ho passato ore davanti allo specchio cercando di imitarne il sorriso, lo sguardo e la repentina alzata di testa che le scompigliava la frangia bionda e le dava quell’aria allo stesso tempo sexy e sbarazzina.

Ma la Carrà era inimitabile, e non solo nel caschetto biondo, ma anche nella sua umanità che la rendeva a tutti così cara. E anche se io da lì a poco avrei scoperto i Duran Duran e il “mullet” di Simon le Bon, la cosa non mi ha mai impedito di guardare ogni puntata di Fantastico e Pronto Raffaella e di essere un po’ orgogliosa della mia concittadina … 😄

Con Milva e Battiato anche questo è un pezzo della mia storia che se ne va. Ciao Raffaella. 💕🎤💃

We engaged for you: feminist collages

You might have seen some impacting messages stuck on walls by walking around the city of Bologna. The feminist collages became a part of the everyday life of Bolognese people since one year. The number of sentences which catch the eyes is no longer counted in Bologna today. Imported from France, this movement gathers women […]

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Quando Nilde Iotti divenne la prima donna Presidente della Camera

Nilde Iotti era stata una staffetta porta-ordini durante la Resistenza ed entrò nella Costituente e poi in Parlamento con la Repubblica. Fu la prima donna a ricoprire una delle tre massime cariche dello stato, per questo la ricordiamo oggi che il partito a cui apparteneva non ha espresso neanche una donna nel Governo Draghi. Nilde […]

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Storia del teatro italiano – Giorgio Strehler e il modello teatrale italiano in Europa

Figura emblematica del Novecento, Giorgio Strehler è stato uno dei registi più rappresentativi di tutto il teatro europeo. Durante la sua carriera il regista ne elabora infatti una sua concezione personale, sintesi di svago e didattica… Figura emblematica del teatro del Novecento, Giorgio Strehler (Trieste, 14 agosto 1921 – Lugano, 25 dicembre 1997) è stato […]

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