Bologna loves Hamburg via The Beatles

Una recensione (questa volta in inglese) di una mostra sui Beatles nella mia Bologna. Astrid Kirchherr with the Beatles, a Palazzo Favae’ davvero da non perdere. Qui nella recencesione di Flaneur in Bologna 🙂 Buona lettura!

Flaneur in Bologna

It was impossible not to sing along this afternoon while Stefanie Hempel, beautiful low voice, cheerful interpretation and ukulele, was tuning Here comes the sun and With a little help from my friend at Palazzo Fava. The german singer was a special gift for the first day of Astrid Kirchherr with the Beatles, by Genus Bononiae and Ono Arte Contemporanea, an exhibition for all of those who have a little Dear Prudence, Blackbird or Lucy in the sky gently tattooed in their hearts.

1. AHDN_FabFour_Press LOWcredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO ASTRID KIRCHHERR 

I’m one of them and I was also one of the many improvised Beatles’ scholars. When I was 17 I spent a couple of weeks eagerly reading their biography, with that typical sting of pain for not having been there. And among the many “there” of the history of the Beatles there’s Hamburg.

7. The Beatles, Hugo Haase, 1960 LOW REScredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO…

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Pink Floyd: Their Mortal Remains @Victoria and Albert Museum

Chi sostiene che i maiali non possono volare non ha mai visto quello gonfiabile che si è innalzato sopra la facciata vittoriana del Victoria e Albert Museum di Londra nell’Agosto del 2016. Ma a differenza di quando fu issato sulla centrale elettrica di Battersea nel 1976, quando un colpo di vento ruppe le corde che lo trattenevano facendolo volare via sul cielo di Londra intralciando il traffico sopra l’aereoporto di Heathrow, questa volta il maiale in questione si è limitato a rallentare il traffico sulla caotica Cromwell Road, sotto gli occhi allibiti dei passati. Che, diciamocelo, non capita tutti i giorni di andare al lavoro una mattina e di trovarsi improvvisamente catapultati nell’immaginario di Animals. Ma in quella particolare occasione, il maiale rosa, che insieme a prismi e a martelli è uno dei dei simboli più riconoscibili dei Pink Floyd, è stato fatto fluttuare nel cielo estivo della Capitale per annunciare il lancio di The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, la grande retrospettiva sulla cult-band britannica che, dopo la mai avvenuta apertura alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2014, sarebbe stata ospitata nelle sale del museo di South Kensington il Maggio successivo.

Pink Floyd, Belsize Park ®Pink Floyd Music Ltd

Ed ora, dopo le grandi mostre David Bowie Is nel 2013 e You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-1970 nel 2016, è il momento della grandissima rock band inglese (che quest’anno celebra il cinquantesimo anniversario dell’uscita del loro primo album, The Piper at the Gates of Dawn, uscito nell’Agosto del 1967 e registrato nei mitici studi di Abbey Road, mentre i Beatles stavano lavorando a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nella stanza accanto) di ricevere le attenzioni del grande museo d’arte e design britannico con una mostra che esplora il storico e culturale in cui Pink Floyd hanno mosso i primi passi e sviluppato il loro unica linguaggio visivo e teatrale.

La mostra racconta la storia della lunga e travagliata carriera del gruppo inglese – o almeno dei suoi quattro personaggi principali, il cantante e chitarrista David Gilmour, il bassista e cantante Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason. Una storia fatta di liti, separazioni, riunioni e progetti solisti, ma sempre e comunque di grande, grandissima musica. Una storia raccontata in 350 oggetti che vanno dal materiale d’archivio ai costumi di scena (amorevolmente collezioni e conservati da Nick Mason), dall’amata chitarra Fender Strat nera e bianca di David Gilmour ai sintetizzatori di Rick Wright alle lettere scritte da Syd Barrett alla sua fidanzata Jenny Spiers.

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Fu proprio a quel genio anticonformista di Barret, forse l’unica vera rock star del gruppo, a cui si deve la nascita dei Pink Floyd nel 1965 (il cui nome deriva dall’unione dei nomi di due vecchi jazzisti, Pink Gingham e Floyd Cramer molto amati da Barret) e a trasformare così un gruppo di studenti di Architettura di Londra in qualcosa di molto più interessante. Per cui quando, nell’aprile del 1968, a causa del progressivo deterioramento della sua già fragile salute mentale, esacerbato dal suo uso divenuto leggendario di droghe e psicofarmaci,  Syd Barret dovette lasciare il gruppo, i più (compresi gli stessi membri della band) pensarono che la carriera dei Pink Floyd fosse arrivata al capolinea ancora prima di aver decollato. Il suo sostituto infatti, il geniale chitarrista e cantante David Gilmour, sebbene avesse sulla carta tutti gli ingredienti per lo status di ‘dio del rock’, era ancora più schivo e riservato degli altri… Fortunatamente (per tutti) le peggiori paure si rivelarono infondate e il gruppo continuò a crescere e a svilupparsi sul sentiero indicato da Barret. Ma basta guardare le loro prime foto in bianco e nero (che mostrano quattro giovani dai volti così puliti e ordinari da essere assolutamente immemorabili – anche con Sid Barret tra loro, che era tanto fotogenico quando talentuoso e creativo) per capire cosa intendeva il mitico John Peel, giornalista, conduttore radiofonico e disc-jockey nonché voce storica della BBC Radio One, quando disse che i Pink Floyd “avrebbero potuto unirsi al pubblico dei loro stessi concerti  senza essere riconosciuti.”

Hands over eyes © Pink Floyd Music Ltd photo by Storm Thorgerson Aubrey Powell 1971 Belsize Park

Di fatto sembrava che tanto più grande diventasse il loro successo, quanto più i Pink Floyd cercassero di allontanare da sé dalle luci della ribalta. Ma l’impegno messo dai quattro nell’allontanare da loro stessi le attenzioni del pubblico era difficilmente una ricetta per il successo per una rock band e la foto promozionale della tourneè del 1972 di The Dark Side of the Moon mostra la band dare le spalle alla macchina fotografica: difficilmente un’immagine in grado di competere con gli iconici fulmini dipinti sulla faccia del Ziggy Stardust di David Bowie o le rune (ZoSo) dei Led Zeppelin

Le cose cambiarono nel 1973 con l’uscita dell’abum The Dark Side of the Moon. Il prisma triangolare rifrangente un raggio di luce raffigurato sulla copertina è un vero e proprio colpo di genio: creato dallo Studio Hipgnosis  di Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell, autori anche di altre iconiche copertine di Wish you were here (due uomini d’affari che si stringono la mano, mentre uno di loro sta andando a fuoco) e Animals (il maiale che fluttua sopra la centrale di Battersea Power Station) è ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza, una delle immagini più riconoscibili della band.

La sezione su The Wall del 1979 è la più drammatica ed è anche la mia preferita: un maestro gonfiabile basato sul disegno caricaturista Gerald Scarfe e basato sui ricordi degli anni trascorsi in collegio da Roger Waters, si affaccia sopra un vasta parete in mattoni bianchi che richiama sia la copertina del disco che il palco del concerto omonimo. È difficile non essere emozionati. Dai sette anni in poi, più o meno il periodo in cui ho cominciato a prestare attenzione ad altre canzoni che non fossero quelle dello Zecchino d’Oro, non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui io non abbia ascoltato i Pink Floyd. E se pare un po’ estremo è perché lo è: credetemi, solo un marziano sarebbe cresciuto negli anni Settanta senza conoscere Wish You Were Here, Money e Another Brick in the Wall.

Il senso dell’isolamento dei Pink Floyd di fronte al loro crescente successo è un tema che ricorre durante tutta mostra. Ma come le copertine dei loro dischi, anche il percorso espositivo – iniziato in modo così potentemente innovativo – si indebolisce con il passare del tempo e l’aumento delle liti tra i membri della band. The Final Cut (1983) è l’ultimo l’ultimo concept-album di Roger Waters con i Pink Floyd, creato sulla scia della guerra delle Falkland e dedicato a suo padre, morto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Grande assente dalla band è il tastierista Richard Wright, allontanato dal gruppo per le divergenze sorte con Waters negli ultimi tempi. Riconvocato da David  Gilmour nel 1986 come musicista “stipendiato” per A Momentary Lapse of Reason (1987) il primo album in studio senza Roger Waters, Wright torna a tutti gli effetti come membro principale del gruppo con l’album Delicate Sound of Thunder (1988) e Division Bell (1994). Morirà di cancro ai polmoni nel 2008.

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari (4)

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari

Inevitabilmente con più ci si inoltra nella mostra e con essa, nella storia della band (e nelle loro immancabili liti, riunioni e separazioni), si scivola nel manierismo autocelebrativo – un destino inevitabile, vista l’evoluzione dei Pink Floyd dopo la partenza di Roger Waters, indubbiabente la mente più creativa ed innovativa del gruppo. E  insieme alla nozione del tempo, si comincia a perdere un po’ di vista anche ciò che i Pink Floyd come band hanno rappresentato per l’evoluzione della musica, con la loro ricerca filosofica e gli esperimenti sonori, grafici e i loro grandiosi concerti.

Ma il sentimento è di breve durata, immediatamente spazzato via dall’elettrizzante stanza finale dove il video di Comfortably Numb (con i Pink Floyd al Live 8 del 2005 con un ritrovato Roger Waters ritornato eccezionalmente per l’occasione) proiettato sulle pareti a trecentosessanta gradi, ci risucchia come un vortice nel magia di una delle più grandi band della nostra epoca.

 

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 1 Ottobre 2017

Pink Floyd: Their Mortal Remains

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, Londra.

vam.ac.uk

 

David Hockney @ Tate Britain

Quando nel 2012 sono andata a vedere David Hockney: A Bigger Picture la mostra che la Royal Academy aveva dedicato ai nuovi paesaggi che David Hockney aveva dipinto nel suo natio Yorkshire non capivo il motivo di tutto quel trambusto. I quadri belli certo, e grandi e molto colorati, ma per quanto guardassi non riuscivo a ‘vedere’ il cosa facesse di questo pittore il più grande pittore inglese vivente. Tanto che quando, l’anno scorso, la stessa Royal Academy ha montato David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still-life, non mi sono neppure presa la briga di andare a vedere la mostra.

Il fatto è che ci sono artisti che fanno così parte della nostra vita che alla fine si pensa di conoscerli bene, anche se di fatto (e certamente nel mio caso), non si sfiora neppure la conoscenza superficiale. Così, quando in realtà mi sono trovata faccia a faccia con un “vera” retrospettiva di Hockney – quella che la Tate Britain ha dedicato a questo gigante dello Yorkshire e del XX secolo per celebrare i suoi 80 anni e una carriera che dura da sessant’anni, è stato come incontrarlo davvero per la prima volta. Il fatto poi che propro di recente la BBC4 abbia riproposto HOCKNEY il magnifico documentario diretto da Randall Wright sulla vita dell’artista, è stata una fortunata coincidenza per chi come me non aveva mai avuto il tempo (e l’inclinazione) per fare una conoscenza un po’ più approfondita con questo questo personaggio. Ed è stato amore a prima vista.

David Hockney è un artista che va oltre i confini. Da quelli artistici (sperimenta praticamente con tutte le tecniche a sua disposizione: dalla tradizionale pittura ad olio all’acrilico, dal disegno alla fotografia, dalla videoarte all’arte digitale creata con l’ipad) a quelli geografici, avendo scambiato l’Inghilterra con la California nel 1964. Daltra parte chi può dargli torto. Lo Yorkshire sarà anche bellissimo, ma piove sempre e uno viene anche scusato se ha la possibilità di abbandonare la pioggia e il freddo di Bradford per il sole di Los Angeles come ha fatto Hockney nel 1964, quando ha lasciato tutto e per dirigersi verso climi più miti. Ciò che ha trovato dall’altra parte dell’Atlantico è stato un mondo pieno di colore, di piscine blu, di libertà sessuale (o almeno di più libertà sessuale rispetto alla Gran Bretagna, dove l’omosessualità era illegale fino al 1967) e di infinite possibilità che cambiano la sua arte per sempre. Abbandonando i toni cupi alla Francis Bacon, Hockney adotta un colorato naturalismo leggero come una boccata d’aria fresca. I quadri del periodo non riflettono solo il sole e il clima della California, ma la libertà e la leggerezza della sua nuova vita. E sono bellissimi.

Dipingere immagini naturalistiche lo fa sentire libero, una reazione all’astrattismo e al modernismo, la possibilità finalmente di esprimere se stesso. Ma sono i suoi ritratti che mi colpiscono in modo particolare: si tratta di amici, genitori, altri astisti, scrittori e (spesso) i suoi amanti. E se i soggetti sembrano messi in posa, quasi finti e irreali è perché lo sono che per Hockney realtà (o meglio, irrealtà) e artificialità sono parte della stessa medaglia. Uno dei miei quadri preferiti ritrae lo scrittore inglese Christopher Isherwood e il suo compagno, l’artista americano Don Bachardy nella loro casa di Santa Monica. I due si erano incontrati nel 1952 quando Bachardy aveva 18 anni e Isherwood 48 e nonostante la differenza d’eta’ rimasero insieme per oltre trent’anni, fino alla morte di Isherwood nel 1986. Hockey li ritrae in un’atmosfera di intima, confortevole domesticità: un audace dichiarazione da parte di quella che, all’epoca, era l’unica coppia di alto profilo apertamente gay, come lo era Hockey nonostante in Gran Bretagna l’omosessualità fosse ancora un crimine.

I lived in Bohemia, and Bohemia is a tolerant place.’

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968. Private Collection, London © David Hockney

E se i soggetti ritratti sono affascinanti, è la tecnica con cui sono immortalati che mi colpisce più di ogni altra cosa. Quasi tutti i quadri di questo periodo (anni Sessanta/Settanta) sono dipinti in acrilico, che si asciuga subito e non può essere rimosso dalla tela rendendo correzioni e ripensamenti impossibili e richiedendo quindi mano sicura e idee chiare. Ma sin dall’infanzia disegnare per Hockney è sempre stato un modo per osservare la realtà con più attenzione e nel corso degli anni ha sviluppato una la capacità di catturare l’essenza di una scena nel più breve tempo (e metodo) possibile. Basta guardare il disegno del suo amico, lo stilista Ossie Clark: poche linee tracciate ad inchiostro e pastello e il gioco  è fatto!

“Ossie Wearing a Fairisle Sweater” 1970 Private Collection, London © David Hockney

Eppoi ci sono le foto. L’idea che una foto catturi la vita in modo più realistico di un dipinto non attacca con Hockney, per il quale noi non vediamo le cose da una solo punto di vista come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ma da tanti punti diversi.

“When you put one piece of paper on top of another… you put two pieces of time together, and therefore make a space. I thought I was making time, then you realise you’re making space… Then you realise time and space are the same thing.”

Cosi ha cominciato a fare collage di fotografie dello stesso soggetto visto da angoli diversi. E il risultato è mozzafiato, un po’ come deve vedere il mondo attraverso gli occhi di una mosca suppongo…

Hockney cameraworks internal5 1000 650x682 joiners Creative Polaroid Collages by David Hockney

Negli anni Novanta torna nello Yorkshire per stare vicino alla madre molto anziana. Il ritorno alla terra natia non poteva non avere impatto anche sulla sua arte. Improvvisamente si trova immerso in boschi e sentieri, circondato da dolci colline. Il risultato sono una serie di giganteschi paesaggi (quelli della Royal Academy del 2012 che ho citato prima) che cercavano di catturare o ri-catturare i luoghi del suo passato e nonostante la scala monumentale sono stranamente intimi… Al giorno d’oggi alla veneranda età di ottant’anni Hockney non ha ancora finito di sperimentare e le sue ultime opere sono creata e con un’applicazione dell’ipad. Un’ennesima prova che, a dispetto della tecnica, Hockney è sempre lo stesso avventuroso Hockney.

“I’m interested in ways of looking and trying to think of it in simple ways. If you can communicate that of course people will respond, after all everybody does look. The question is, how hard.”

Qui trovate una selezione di opere di Hockney presenti nella mostra

Londra//fino al 29 Maggio 2017

David Hockney

Tate Britain

tate.org.uk

Gli anni Sessanta: la decade che ha cambiato il mondo

Nessun’altro periodo è stato mitizzato, venerato, catalogato e sezionato come gli anni Sessanta.  Ma questo non sorprende se si considera che quelli furono gli anni in cui un’intera generazione, quella dei figli della guerra, diventa adolescente. E questo terremoto generazionale investe tutto e tutti: gli anni sessanta furono semplicemente la decade in cui tutto esplose. E con l’emancipazione finanziaria dei giovani, cresce un fiorente contro-culura che investe come un ciclone l’arte, la cultura, la musica e la moda e con esse anche la coscienza politica della nuove generazioni. Ispirati da personaggi come Che Guevara e Martin Luther King che, all’epoca non ancora soggetti di cartoline e poster, ma radicali rivoluzionari – i  giovani degli anni sessanta volevano cambiare il mondo. E per un breve, elettrizzante periodo sembro’ che ci riuscissero.

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Questo (e molto altro) è il soggetto di You Say you Want a Revolution: Records and Rebels 1966-1970 l’ennesima incredibile mostra del Victoria and Albert Museum, il cui titolo è una strofa dell’omonima canzone dei Beatles, Revolution. Cinque anni, 1.826 giorni che scuotono la societa’ del dopo guerra e gettano le basi per il modo di vivere che conosciamo.landscape-1474388766-twiggy-ronald-traeger-1967-ronald-traeger

Londra diventa improvvisamente la metropoli più cool del mondo e con essa i personaggi che la popolano si tratti di Biba e Mary Quant o del Primo Ministro Labour Harold Wilson, dei Beatles e dei Rolling Stones o di Michael Caine – questi ultimi immortalati dalla lente del fotografo “cockney” David Baley, lui stesso un’icona della della Swinging London. Ogni decade è rappresentata da una città, dice l’editoriale del settimanale Time del 1966. E ripensandoci ha ragione: se l’inizio del secolo, con gli artisti della Secessione, gli Asburgo e il Valzer appartengono a Vienna, gli anni Venti sono della Parigi di Picasso e i Trenta della Berlino del Bahuaus. E se New York diventa il centro della vita creativa, politica e culturale durante negli anni Quaranta della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta sono della Roma di Federico Fellini, Audrey Hepburn e della Dolce Vita, Londra negli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, il luogo in cui accadeva tutto e dove tutto sembrava possibile – almeno per alcuni.  Che, diciamocelo, non tutti avevano la fortuna di trovarsi al momento giusto nel posto giusto per godere degli aspetti più divertenti ed interessante della Swinging London, come andare alle feste, fare cose, vedere gente. Ma il senso di euforia e e di cambiamente che era nell’aria era infettivo: Winston Churchill era morto, l’aborto stava per essere legalizzato e la disoccupaziore era quasi inesistente. Il futuro sembrava a portata di mano.

Ma questa non è una mostra sulla Londra degli anni Sessanta, perlomeno non solo e grande spazio è dato alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam e alle lotte per i diritti razziali, delle donne e dei gay che, come un fiume in piena, stavano straripando fuori dai confini degli Stati Uniti, portate  dalle parole di Frank Zappa, di Allen Ginsberg e dei Velvet Underground.  L’estate del 1966 fu, per San Francisco, totalmente indimenticabile.

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

I miei oggetti preferiti? Una carta di credito della Barclays del 1966, la prima banca ad estendere il credito alle donne britanniche – tutte le altre dovettero aspettare il 1973. O le parrucche da uomo appositamente create per nascondere i capelli lunghi ai colloqui di lavoro, che suggerisce l’esistenza di un’astuta razza di giovani hippy da weekend. E che dire della sala in cui – erba finta sul pavimento e megaschermi alle pareti – e’ stato ricreato il concerto di Woodstock? Gli ex giovani degli anni Sessanta, che quel periodo l’anno vissuto, abbandonano per un momento il loro ruolo di ‘persone anziane’per ritornare i giovani che in quel periodo volevano cambiare il mondo. Ed e’ bellissimo osservarli ballare, ed esclamare “Io c’ero!”

Revolution exhibition photography © Victoria and Albert Museum, London

 

Londra// fino al 26 Febbraio 2017

You Say You Want A Revolution? Records and Rebels 1966-1970

Victoria al Albert Museum

Il Giugno Fiammeggiante di Lord Leighton (Flaming June)

Gli anni Sessanta furono gli anni della rivoluzione. Il periodo più celebrato e mitizzato della nostra epoca, il decennio che genitori e nonni (e chiunque ci sia passato, anche in modo tangenziale), non ci permetteranno mai di dimenticare. Per la generazione della Swinging London liberarsi del vecchiume passato – si trattasse di idee, stili di vita, moda, pettinature o musica- era una sorta di dovere morale e tale dovere era stato esteso anche all’arte. E per la generazione della Swinging London nulla era più offensivo e fuori moda dell’arte vittoriana. E qui comincia la storia di Flaming June, il capolavoro di Frederic Lord Leighton (1830-1896).

Self portrait of Leighton (1880)

Self portrait of Leighton (1880)

Certo, quando lo presentò alla Royal Academy nel 1895 insieme ad altre cinque opere dipinte per l’occasione (le altre quattro conosciute sono Lachrymae (1895), del Metropolitan Museum of Art in New York; ‘Twixt Hope and Fear, The Maid with the Golden Hair e Candida (1894-95), tutte appartenenti a collezioni private sin dal XIX secolo), Leighton non poteva sapere che Flaming June sarebbe stato uno degli ultimi quadri che avrebbe dipinto. O che sarebbe diventato il suo dipinto più famoso e celebrato. Ma l’opera fece scalpore per il suo sapore vagamente erotico (e forse proprio per quello…) diventando da subito una delle immagini più amate e riprodotte già nel XIX secolo.

William Luson Thomas, artista e incisore e proprietario del settimanale illustrato The Graphic, lo acquistò da Leighton nel 1895, al suo ritorno da un soggiorno in Nord Africa, dove il pittore sperava di guarire dai problemi di cuore che lo avrebbero ucciso nel Gennaio dell’anno successivo. Con l’opera, Luson si era assicurato anche i diritti di riprodurla, inaugurando così una nuova era di mercificazione di quadri famosi,  prontamente trasformati in manifesti volti a decorare le abitazioni della borghesia vittoriana amante dell’arte, ma priva dei mezzi finanziari per acquistare gli originali. Tuttavia, nonostante il suo successo commerciale fosse già stabilito, il giornale vendette Flaming June nel 1906 alla famiglia Watney, titolare dell’azienda produttrice di birra James Watney & Co. che nel 1915 a sua volta lo prestò all’Asmolean Museum di Oxford, dove il dipinto rimase fino al 1930 quando fece ritorno per un breve periodo a Leighton House, allora da poco trasformata in museo per il centenario della nascita dell’artista.

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive) The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive)
The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Dopodiché il vuoto. Il quadro scomparve letteralmente dalla faccia della terra per oltre trent’anni, prima di riapparire nel 1962 nella vetrina del negozio di un un corniciaio di Battesea (portatovi da un muratore che sosteneva di averlo trovato in una casa non lontana da lì destinata alla demolizione), dove attrasse l’attenzione del musicista e compositore Andrew Lloyd Webber. Ma Lloyd Webber, allora uno squattrinato studente d’arte con la passione per l’arte vittoriana e ambizioni da collezionista, non possedeva le cinquanta sterline necessarie per comprare il quadro (il successo di musical come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e Il fantasma dell’opera che gli averebbe portato fama e denaro e che gli ha permesso di ammassare un’impressionante collezione di arte vittoriana, era ancora lontano) e avendo appena speso la stessa cifra in libri antichi, si risolse a chiedere un prestito a sua nonna. Che glielo rifiutò, dicendo che non voleva ‘cianfrusaglie vittoriane’ in casa sua. Con buona pace di Lloyd Webber che dovette rassegnarsi a dire addio alla sua bella addormentata.

Eventualmente il dipinto fu comprato nel 1963 per sole £2,000 dall’uomo di affari portoricano Luis Ferré, a cui invece le ‘cianfrusaglie’ vittoriane piacevano molto, tanto da costruire persino un museo a Ponce, la sua città natale, sulla costa meridionale dell’isola di Puerto Rico, in cui ospitare la sua collezione di Preraffaelliti. E da quell’isola del mar dei Caraibi, la fama del dipinto ha continuato a crescere inesorabilmente: oggigiorno Flaming June è un quadro talmente famoso che si fatica a ricordare che manca dall’Europa dal 2008, quando cioè fu esposto a Tate Britain insieme ad un altra chicca della collezione di Luis Ferré, The Sleep of Arthur in Avalon di Burne Jones.

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

A prima vista Flaming June sembra solo un groviglio di tessuto stropicciato di un arancione, caldo e luminoso come il sole di una calda giornata di Giugno. La stagione preferita dai pittori dell’Estetismo era infatti la piena estate, quando il sole accende di luce i colori della natura. Nel dipinto di Leighton brillanti colori tizianeschi rivestono un corpo dalla potente anatomia michelangiolesca: Michelangelo non a caso utilizza quella posa raggomitolata di origini classiche nella figura de La Notte (1521-34) per le Cappelle Medicee nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, scultura di cui Leighton possedeva diverse fotografie che conservava nel suo studio.

Le immagini di donne inconsapevoli – fossero esse addormentate, assorte, morte o morenti come l’Ophelia di John Everett Millais (per cui Millais fece immergere Lizzie Siddal, la moglie dell’amico Dante Gabriel Rossetti in una vasca da bagno riscaldata da candele – esperienza dalla quale la giovane uscì con una feroce bronchite che quasi la uccise per davvero…) sono una caratteristica dell’epoca vittoriana. Ma a differenza della tormentata Ophelia preraffaellita di ispirazione botticelliana, con Flaming June ci troviamo davanti all’Estetismo all’ennesima potenza. Come le sensuali bellezze dalle labbra carnose del Rossetti dell’ultimo periodo, anche Flaming June è esattamente ciò che rappresenta: una giovane donna addormentata. Inutile cercare tra le pieghe di quel brillante tessuto arancione un significato più profondo dello squisito esercizio di padronanza della linea e del colore in cui gli esteti erano maestri. Leighton, dapprima associato ai Preraffaelliti, si allontanò verso la fine della sua carriera da soggetti allegorici per abbracciare il credo estetico dell’arte per l’arte. Per lui e per gli altri artisti, Whistler, Watts, Albert Moore e Burne-Jones, ciò che importava non era il soggetto, ma la sublime combinazione di amosfera, armonia del colore e bellezza della forma. Dipinto al tramonto della sua vita, Flaming June è l’ultimo colpo di coda del più intellettuale e rigoroso dei figli dell’Estetismo.

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Flaming June: The Making of an Icon

Leighton House Museum, 12 Holland Park Rd, Kensington, London W14 8LZ

Paola Cacciari, pubblicato su Londonita

In giro per musei: Design Museum

Giorno libero, fa un bel freschino ma il sole splende e il cielo blu: perfetto per una scarpinata sulla riva sud del Tamigi. È una parte della vecchia Londra che trovo davvero suggestiva. Qui, nascosto dietro al Tower Bridge e le ottocentesche banchine portuali di Butler’s Warf, i cui imponenti magazzini per le merci sono stati trasformati in appartamenti di lusso, si trova quello che fino all’anno scorso era il Design Museum e che ora è diventato l’archivio dello studio di architettura della compianta Zaha Hadid.

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Aperto nel 1989 per volere di Sir Terence Conran, il Design Museum è stato il primo museo al mondo dedicato a al design in tutte le sue forme, compresa la moda, l’architettura e la grafica. Nonostante il mio ex-compagno fosse un fanatico di Habitat e non facesse entrare in casa sua nulla che non provenisse dal grande grande negozio di Tottenham Court Road, non avevo idea di chi Terence Conran fosse. Fino a  quando, nel 2011, in occasione degli 80 anni di Conran, il Design Museum allesti’ una mostra davvero geniale, opportunamente intitolata The way we live now. E i rimandi alla geniale satira di Anthony Trollope non sono casuali, che questa mostra offre la stessa penetrante visione della società inglese offertaci da Trollope nel XIX secolo, anche se decisamente meno cattiva…

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran ha fatto per il design quello che Mary Quant ha fatto per la moda: l’ha cambiato. È grazie a lui se gli inglesi hanno scoperto il piumone (duvet), gli utensili da cucina francesi e la cultura del caffè del continente. Designer, imprenditore, innovatore e buongustaio, Conran ha iniziato la sua carriera nel clima austero del dopoguerra, quando decide che il design doveva essere accessibile a tutti, sia nel gusto che nel costo. Il primo negozio Habitat, aperto nel 1964, in Fulham, vendeva mobili e oggetti per la casa funzionali, semplici e lineari.  E non a caso il suo spirito innovatore trovò ampio consenso nella Swinging London degli Anni Sessanta e in Mary Quant, per cui Conran disegno’ gli interni del negozio.

Sull’onda del successo di Habitat, Conran ha aperto una nuova serie di negozi, The Conran Shop, che ancora oggi offrono una selezione dei maggiori brand del design internazionale. Ma non finisce qui. Che oltre ai mobili questo instancabile creativo ha firmato anche spazi pubblici, (il Terminal One dell’aeroporto di Heathrow), librerie e ristoranti -l’altra sua grande passion, tra cui il famoso Bibendum all’interno dello storico edificio Michelin House, acquistato nel 1985. Da allora ne ha inaugurati più di 30 nelle più importanti città del mondo contribuendo non poco a modificare anche il gusto inglese per la tavola. Quando si dice la passione…

Il nuovo Design Museum riaprirà il 24 Novembre 2016 nella nuova sede di High Street Kensington, nel vecchio edificio che in precedenza ospitava il Commonwealth Institute in High Street Kensington, nella zona Ovest di Londra vicino ad Holland Park. Per maggiori informazioni cliccate qui

AL Barbican la Gran Bretagna raccontata dai fotografi internazionali

Ci sono molte ragioni per cui amo la fotografia, ma quella principale è che ha il potere di fermare il tempo. Io stessa sono un’entusiasta fotografa, anche se all’ingombro della DLSR preferisco una piccola Canon che sta in una mano e che viene con me ovunque nel caso ci sia un attimo di interessante, uno di quei “momenti decisivi” per dirla alla Cartier-Bresson, di cui voglio appropriarmi. Che per me la fotografia è fotogiornalismo, ritrattistica, natura o travel photography, insomma un mezzo per documentare la realtà.

Per questo non vedevo l’ora di visitare la mostra fotografica della Barbican Art Gallery: perché sapevo che avrei trovato tutto quello che mi piace di questa tecnica. Curata dal Martin Parr, Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers fa esattamente quello che dice di fare: racconta gli ultimi novant’anni di storia sociale britannica vista attraverso l’obbiettivo di 23 fotografi internazionali.

E ci tengo a sottolineare questa non-britannicità dei fotografi proprio perché la grande maggioranza dei soggetti immortalati mostrano persone di ogni classe sociale, età e razza impegnate in azioni di ogni tipo – da quelle importanti come manifestare contro la guerra, a quelle più banali come aspettare la metropolitana. Inutile dire che non mancano le eccentricita’  di vario tipo – una cosa in cui gli inglesi riescono benissimo anche adesso.

Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

E se tra i fotografi in questione c’era chi era più interessato all’aspetto sociale degli inglesi, chi alla vita dei minatori gallesi e agli slum dell’East End di Londra, i più sembrano essere affascinati dagli stereotipi che ancora adesso affascinano i turisti – autobus double decker avvolti dalla foschia del mattino, minigonne e hippies, lavoratori della City in bombetta e ombrello, famiglie che prendevano il tè (quando ancora il tè era un rito da rispettare) al bordo i una strada armati di tavolo e sedie da campeggio, bobbies e cappelli a cilindro.

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Girl holding a kitten. 1960. Photograph by Bruce Davidson/Magnum Photos

Ci sono nomi che conosco bene, come il mitico francese Henri Cartier-Bresson (1908-2004) o gli americani Paul Strand (1890-1976) e Bruce Davidson (b.1933) , altri che riconosco come l’americano Robert Frank (b.1924) e l’olandese Cas Oorthuys (1908-75) altri che non avevo mai sentito prima d’ora come il nostro Gian Butturini (b.1935) che visita Londra negli anni Sessanta e fotografa la Swinging London. E devo dire che dopo la carrellata di cieli grigi, povertà e sconforto come quelli della fotografa tedesca Edith Tudor-Hart (1908-73), è un sollievo vedere un gruppo i persone che si stanno divertendo un mondo…

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London, Gian Butturini

La sala finale della mostra è dedicata a un video che in realtà è una presentazione silenziosa di centinaia di foto a colori scattate nel centro commerciale Bullring di Birmingham dal fotografo olandese Hans Ejkkelboom (b.1949). Ha organizzato le immagini in griglie e sequenze in base alle similarità degli abiti, colore, forma, taglio, i marchi, modelli di ciò che le persone indossano così via Il commento dice che è ‘mettere in discussione la costruzione dell’identità e autorappresentazionè, il che significa lui sta sottolineando che un gran numero di persone che con affetto si immaginano di essere individui mentre indossano la stessa roba prodotta in serie. La presentazione è inquietante e ipnotica un finale appropriato per un’esposizione stupefacente.

 

Londra// fino al 19 Giugno 2016

Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers

barbican.org.uk

 

Le figlie dei fiori: a Londra Liberty in Fashion

Non è un mistero che il mio passatempo preferito sia andare in giro per musei di Londra. Il Fashion and Textiles Museum nel quartiere di Bermondsey è una “scoperta” relativamente recente (vedi storia del costume da bagno) anche se ne conoscevo l’esistenza da anni, ed ora è uno dei miei preferiti, vicino com’è al Tamigi e alla Torre di Londra.  Come ho ho avuto occasione di dire in precedenza, Il FTM è l’unico museo in Gran Bretagna ad occuparsi dell’evoluzione della moda contemporanea e ancora per qualche giorno ospita una mostra super interessante dal titolo Liberty in Fashion.

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Liberty &. C. London, 2014. Photo by Paola Cacciari

In Italia Stile Liberty è sinonimo di Art Nouveau. Ma in realtà il nome deriva da quello della ditta omonima fondata nel 1875 da Arthur Lasenby Liberty (1843-1917) il figlio primogenito di un commerciante di stoffe di Chesham che con grande spirito di iniziativa ha cambiato il corso della storia del costume. Impiegato nei grandi magazzini in Regent Street di proprietà della Farmer & Rogers, Arthur Liberty ne era diventa in breve tempo il responsabile; ma quando la ditta lo rifiuta come socio allora il nostro eroe capisce che è giunto il momento di spiccare il volo. E nel 1875 crea Liberty & Co. un negozio specializzato in tessuti, ornamenti e oggetti d’arte importati dall’Oriente

La mania per l’arte e la cultura giapponese che aveva investito l’Europa nella seconda meta’ dell’XIX secolo in seguito alla Restaurazione Meiji del 1868, fa sì che il Giappone ponga fine al tradizionale isolamento, aprendosi i suoi porti al commercio con l’Occidente.  E, come spesso accade con le novità, il mondo diventa improvvisamente pazzo per tutto quanto proveniva dalla terra del Sol Levante e Liberty, lungimirante come al solito, da subito comincia a ricercare oggetti provenenti dall’estremo oriente per soddisfare la mania per il Giapponismo e l’Orientalismo in genere che aveva investito Londra e l’Inghilterra alla vigilia del nuovo secolo. La purezza delle linee dell’arte giapponese, la semplicità e il naturalismo del suo modellato avranno un’influenza determinate non solo sull’arte Britannica ed europea, ma anche sul costume femminile: non a caso Liberty diventa sinonimo di esotismo e indumenti come il Kimono, che sono alla base di vestaglie e abiti avvolgenti, diventano tipico del Liberty look.

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Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Questa possibilità non sfuggi ad Artur liberty che, quando aprì al mondo le porte del suo ‘bazar orientale’ in Regent Street, decise che non avrebbe seguito la moda esistente, ma ne avrebbe create di nuove. E lo fece non solo incoraggiando gli artisti e artigiani delle Arts and Crafts , ma anche i seguaci del nuovo stile Art Nouveau e dell’Estetismo.

Ma se tutti gli ggetti in vendita erano di alto valore artistico, Liberty divenne noto a livello internazionale per i suoi tessuti morbidi, ideali per la moda fluida favorita dall’Estetismo. Questo movimenti infatti, promuoveva abiti dalla linea fluida che celebravano la linea naturale del corpo femminile anziché costringerlo  nei corsetti e nelle imbottiture che caratterizzavano l’abbigliamento femminile degli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e presto il nome ‘seta Liberty’ diventa sinonimo del materiale utilizzato da sarte e modiste per l’artistic dress, l’abito artistico prediletto dalle anticonvenzionali signore associate al movimento, indipendentemente dal fatto che provenisse da da Liberty o meno. L’assenza di decorazione applicate, nastri, piume (etc etc.) porta allo sviluppo del ricamo.

 Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

La sua merce ebbe un successone tra gli artisti dell’epoca e personaggi come Oscar Wilde, Dante Gabriel Rossetti, Ellen Terry, James McNeill Whistler e Frederick Leighton furono tra i suoi primi clienti. Le vetrine del suo negozio, un vero e proprio arcobaleno di tessuti  stampati e divennero un’attrazione turistica. Non sorprende gli furono commissionati i costumi per il cast originale del Mikado di Gilbert e Sullivan.

Gli affari andavano così bene che, nel 1924, l’azienda si trasferisce nell’incantevole edificio Arts and Crafts di Great Marlborough Street, che è ancora la sua sede. Disegnato dagli architetto Edwin Thomas Hall, la costruzione, in stile mock Tudor come viene chiamato il revival dell’architettura Tudor ed Elisabettiana che caratterizza l’Epoca Edoardiana, incorpora anche le travi di due vecchie navi da guerra nella facciata la HMS Impregnable e la HMS Hindustan, il cui legno stagionato conferisce quell’alone di autenticità che fa sì che i turisti spesso scambino l’edificio per un vero superstite dell’epoca Tudor.

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Liberty & C. London, 2014. Photo by Paola Cacciar

I delicati motivi floreali che Liberty aveva cominciato a produrre già da prima della Prima Guerra Mondiale, diventano largamente popolari nel periodo tra le due guerre con il revival dell punto smock per i capi di abbigliamento femminili, un motivo decorativo utilizzato dai lavoratori agricoli nel XVIII e XIX secolo e che Liberty utilizza principalmente per l’abbigliamento dei bambini. confermo: da bambina avevo anch’io un abitino simile…)

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I romantici fiori Liberty raggiungono nuove punte di popolarità negli anni Cinquanta che porta alla creazione del Liberty Design Studio, mirato a creare il meglio in fatto di abbigliamento. Ma chi credeva che l’avvento della Swinging London fosse la fine per questi tessuti colorati si sbagliava di grosso, che le stampe Liberty sono riproposte con rinnovato vigore anche negli anni Sessanta e Settanta nelle collezioni di stilisti come Mary Quant e Jean Muir che li rivitalizzano, facendone simbolo di una moda giovane e libera, romantica e anticonvenzionale.

 Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Gran parte dei pezzi presenti alla mostra del Fashion and Textile Museum provengono dalla collezione privata di Mark e Cleo Butterfield, una coppia di coniugi appassionati di tessuti Liberty che negli anni Sessanta hanno setacciarono i mercatini di Portobello e Kensington alla ricerca di questi Рora preziosissimi Рabiti e tessuti per la loro collezione. Vero e proprio paradiso per disegnatori, costumisti teatrali e cinematografici e oltre che da stilisti come Vivienne Westwood e da marchi come Nike, la loro collezione ̬ stata usata di recente per creare gli abiti indossati da Eddie Redmayne nel film The Danish Girl.

Londra//fino al 28 Febbraio 2016

Liberty in Fashion

ftmlondon.org

London 2016 © Paola Cacciari

 

Il magico mondo di Mademoiselle Privé alla Saatchi Gallery

Dato il mio scarso interesse per l’arte contemporanea, la Saatchi Gallery non è il tipo di museo in cui capito così per caso, tanto per godermi la collezione come faccio con la National Gallery ogni volta che mi trovo a passare dale parti di Trafalgar Square. Anche se, a dire il vero, i motivi non mancherebbero, a cominciare dall’architettura.

SaatchiGallery

          SaatchiGallery, Duke of York’s Headquarters

Dal 2008 infatti, da quando ha lasciato gli spazi del County Hall sul Tamigi, la galleria d’arte del miliardario e collezionista (spesso le due cose vanno di pari passo…) Charles Saachi è ospitata in quel magnifico esempio di architettura Georgiana che è il Duke of York’s Headquarters, disegnato da John Sanders (l’allievo di Sir John Soane, l’architetto della Dulwich Picture Gallery) nel 1801.

Eppoi la posizione, che si affaccia sulla super-trendy King’s Road, la strada del Re, chiamata così in quanto era un tempo una strada privata che Carlo II utilizzava per andare al villaggio di Kew. Cuore pulsante della Swinging London degli anni Sessanta, King’s Road vide svolgersi la rivoluzione della minigonna di Mary Quant (che ha ancora un negozietto da queste parti) diventando negli anni Settanta e Ottanta il quartier generale del punk con i suoi trasgressivi numi tutelari, Vivienne Westwood e Malcom McLaren.

Ma la Saatchi Gallery resta per sempre una galleria di arte contempoaranea. E allora, uno si chiede, che ci faccio qui, in fila insieme a svariate decine di persone (perlopiù donne) attendendo pazientemente il mio turno per entrare in questo tempio dell’arte contemporanea? La risposta è semplice, quanto insolita per la galleria del magnate di origine araba: Gabrielle “Coco” Chanel. Fino al 1 Novembre infatti, la Saatchi Gallery ha messo a disposizione delle creazioni senza tempo della Maison Chanel i tre piani della sua galleria d’arte e, per la gioia di molti, inclusa la sottoscritta, questo tempio dell’arte contemporanea è stato trasformato (seppure temporaneamente) in un tempio dedicato alla moda e alla bellezza.

Mademoiselle Privé. London, 2015 © Paola Cacciari

Mademoiselle Privé. London, 2015 © Paola Cacciari

Oltre a celebrare le novità introdotte da Karl Lagerfeld, che da oltre trent’anni è il direttore creativo di Chanel, la mostra racconta la storia della casa Chanel, il suo ruolo nella haute couture e le vicende che portarono alla nascita del suo iconico profumo, Chanel No 5. E se non bastano una serie di abiti mozzafiato (anche se non abbastanza per i miei gusti…) per farci sognare, c’è anche la famosa collezione ‘Bijoux de Diamants’, la prima ed unica collezione di gioielli create dalla stessa Coco Chanel nel 1932.

Mademoiselle Prive. Chanel

‘Coco’ Chanel famosamente disse che “Per essere insostituibili bisogna essere diversi”. E visto l’immutato successo della casa di moda francese, la signora aveva certamente aveva ragione…

Londra// fino al 1 Novembre 2015.
Saatchi Gallery

Bailey Stardust

National Portrait Gallery, Londra – fino al 1° giugno 2014. Stardust. Polvere di stelle. E di stelle che brillano sulle pareti della National Portrait Gallery ce ne sono oltre duecentocinquanta: da Kate Moss, che ci accoglie all’ingresso, a Michel Caine, David Bowie e Damien Hirst. Attori, scrittori, musicisti, registi, icone della moda e dello stile, artisti e altri fotografi, oltre a persone incontrate nei suoi viaggi. Sono i ritratti di David Royston Bailey. 

Mick Jagger by David Bailey, 1964 © David Bailey

Catapultato nel mondo delle stelle negli anni Sessanta quando approda a British Vogue, David Royston Bailey (Londra, 1938) fatica a staccarsi di dosso l’etichetta di fotografo della Swinging London. Un’immagine amata/odiata quella del mondo della moda e che ha ispirato il personaggio interpretato da David Hemmings nel celeberrimo Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni. Un’immagine che tuttavia proprio Bailey stesso ha contribuito a creare con il suo Box of Pin-Ups (1965): trentasei stampe formato poster di personaggi famosi dell’epoca che includono nomi come Andy Warhol, Cecil Beaton, Rudolf Nureyev, Jean Shrimpton, oltre ad un giovanissimo Mick Jagger immortalato all’inizio della sua carriera avvolto in un cappuccio di pelliccia. Fotografati sotto una luce tagliente contro uno sfondo bianco, senza trucchi e con pochi oggetti di scena, emanano carisma all’ennesima potenza.
Lo stesso carisma che si ritrova nelle immagini di Black and White Icons. Dai Queen agli U2, da Bob Geldof a Meryl Streep: in questa carrellata di facce famose non manca davvero nessuno, neanche lo stesso Bailey, di cui ci sono diversi ritratti. Tra gli scatti più riusciti, quelli che ritraggono un rilassato Johnny Deep o un sorridente Jack Nicholson, attori che Bailey ammira in modo particolare e a cui è legato da una lunga amicizia.

Francis Bacon by David Bailey, 1983 © David Bailey

Ma c’è di più oltre a Bailey fotografo delle stelle e la National Portrait Gallery è ansiosa di dimostrarlo. Per questo gli ha dato libertà assoluta di scegliere e di allestire le sue foto come preferisce. E Bailey ha scelto un approccio tematico piuttosto che cronologico, raggruppando le sue immagini in diciannove categorie suddivise per tema, epoca o formato. Immagini di grandi come poster o piccole come cartoline illuminano di vita le pareti bianche dello spazio principale della galleria londinese che per l’occasione ha concesso a Bailey tutto il primo piano, rimuovendo le opere della collezione permanente. E e se spesso questo allestimento tematico è confuso, quando funziona provvede un’altalena di emozioni del tutto inaspettata. Come quando passa dal patinato mondo dei Rolling Stones e di Vivienne Westwood alle immagini dei reportage di viaggi in Australia e Papua Nova Guinea, da Delhi alla moglie Catherine Bailey, o da Maurizio Cattelan impegnato a fare le boccacce alle immagini scattate in Sudan come inviato del Live Aid nel 1985, queste ultime in particolare, un brusco richiamo alla realtà.

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