Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk

La City of London come non l’avevate mai vista: le foto di Martin Parr alla Guildhall Art Gallery

Per gli ammiratori del fotoreporter inglese Martin Parr questo è un davvero un buon momento. Non solo lo troviamo in veste di curatore di Strange and Familiar alla Barbican Art Gallery e in veste di artista con una selezione delle sue foto esposte nella mostra di Tate Modern Performing for the Camera, ma anche come curatore e artista della sua mostra alla Guildhall Art Gallery nella City of London, dove ricopre il ruolo di fotografo in residenza dal 2013.

Adoro Martin Parr da quando, nel 2014, ho visto il suo lavoro in mostra al Media Centre dello Science Museum di Londra in una mostra bellissima curata dallo stesso Parr, dal titolo Only in EnglandCome il grande Tony-Ray Jones prima di lui, anche Martin Parr ha un’incredibile capacita di cogliere il lato buffo e umoristico delle cose, soprattutto quando queste riguardano la vita dei suoi compatrioti.

Trinity Hospital Greenwich, annual visitation to the sheltered accommodation provided by the Mercers’ Company, London, 2015Photograph Martin ParrMagnum Photos

Trinity Hospital Greenwich, annual visitation to the sheltered accommodation provided by the Mercers’ Company, London, 2015Photograph Martin ParrMagnum Photos

Unseen City: Photos by Martin Parr raccoglie un centinaio di immagini dello Square Mile e delle sue secolari tradizioni, dal censimento dei cigni, lo Swan Upping, che risale al XII secolo, alla parata del sindaco della City, il Lord Mayor’s Show, che si tiene sin dal 1535. Che forse non tutti sanno che lo Square Mile, il miglio quadrato che contiene la City ha il suo sindaco. Il nuovo Lord Mayor viene investito ogni anno con una parata pubblica, a significare che questo ruolo è fra gli incarichi più importanti d’Inghilterra; ma mentre il Lord sindaco di Londra ha un ruolo amministrativo nello Square Mile, il Mayor of London (Boris Johnson, almeno ancora per il momento) è a capo della Greater London Authority.

Lord Mayor’s Show, Guildhall, City of London, 2014 Photograph Martin ParrMagnum Photos

Lord Mayor’s Show, Guildhall, City of London, 2014 Photograph Martin ParrMagnum Photos

All’occhio di un forestiero (come la sottoscritta) le foto sono una divertente e colorata testimonianza dell’eccentricità inglese e dell’amore questo popolo per le tradizioni. O più semplicemete, come dice la mia dolce metà che inglese lo è, “vestirsi in modo ridicolo e sfilare per la strada.” E se guardiamo la foto di una processione di personaggi in livrea rossa con moschetti seicenteschi sulle spalle che sfilano in modo ordinato davanti ad uno dei tanti negozi di sandwich Pret-a-Manger sotto gli occhi allucinati e divertiti di turisti e avventori non posso che dargli ragione. Ma davvero le parate storiche sono tra le cose che gli inglesi fanno meglio. E allora lasciamoli fare… 🙂

Musketeers at the Poulters’ procession on Ash Wednesday // Martin Parr // 2014

Musketeers at the Poulters’ procession on Ash Wednesday by Martin Parr, 2014. Photo by Paola Cacciari

Londra//Fino al 31 Luglio 2016.

Guildhall Art Gallery

cityoflondon.gov.uk

Il giro del mondo con la Pop Art

Quando penso alla Pop Art penso ai barattoli di zuppa Campbell di Andy Warhol, ai quadri-fumetto di Roy Liechtenstein, alle sculture giganti di Claes Oldenburg, ai collage Richard Hamilton. Ma se questi sono certamente i rappresentanti più famosi di questo colorato movimento artistico, non sono certamente gli unici, così come come l’America e all’Inghilterra non sono state le uniche nazioni in cui questo movimento è fiorito e si è sviluppato. Ci voleva la Tate per organizzare una mostra su quella parte della Pop Art che è sfuggita (anche se sarebbe stato meglio ire lasciata fuori…) ai manuali di storia dell’arte.

Certo, per molti la Pop Art resterà per sempre un indissolubilmente legata agli Stati Uniti. Ma per la sottoscritta, la globalità di questo fenomeno così come la racconta questa mostra, è una vera e propria rivelazione. Chi l’avrebbe detto… Dal Perù al Vietnam, dalla Francia alla Romania, da Israele all’Argentina, la Pop Art affronta temi di propaganda e protesta e condanna in modo rumoroso ed efficace problemi globali come la guerra, il consumismo o la condizione femminile.

Non conosco praticamente nessuno degli artisti in mostra (alzi la mano chi conosce il polacco Jerzy Ryszard “Jurry” Zielinski – nessuno??), e questo é proprio il punto: allontanarsi dalla storia trita e ritrita che vede il movimento nascere a Londra negli anni Cinquanta grazie ad artisti come Richard Hamilton (un altro assente di rilievo dallo show della Tate), prima di esplodere a New York nei primi anni Sessanta. Ma se non ho mai sentito parlare di Zielinski, almeno ho sentito parlare dei nostri Mario Schifano e Sergio Lombardo (di cui ammetto però di non aver mai approfondito la conoscenza) che qui rappresentano il Bel Paese. E che come molti degli artisti di questa mostra, hanno adattato il linguaggio Pop ai propri fini politici.

 John F Kennedy and Nikita Krusciov (1962) by Sergio Lombardo. Photograph: Matt Dunham/AP

John F Kennedy and Nikita Krusciov (1962) by Sergio Lombardo. Photograph: Matt Dunham/AP

Ovunque ci si giri si trova rabbiosa insoddisfazione – che si tratti dell’imperialismo americano, della guerra del Vietnam, della bomba atomica, del capitalismo. Il nostra nuovo leader laburista Jeremy Corbyn sarebbe al settimo cielo. Ma seppure colorate e divertenti, la qualità di molte delle opere in mostra semplicemente non è un gran che, e questo da solo mi pare un motivo piú che valido per relegare molti degli artisti qui presenti al dimenticatoio…

Equipo Realidad, Divine Proportion 1967 (Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)

Equipo Realidad, Divine Proportion 1967 (Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)

Ma ci sono eccezioni, come il caleidoscopico Doll Festival del giapponese Ushio Shinohara, dipinto nel 1966 più colorato e di una canzone dei Beatles (Lucy in the Sky with diamonds salata alla mente, che infatti fu scritta nel 1967…).

Ushio Shinohara, Doll Festival 1966 (Download high resolution image 2.02 MB) Doll Festival 1966 Fluorescent paint, oil, plastic board on plywood Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection) © Ushio and Noriko Shinohara

Ushio Shinohara, Doll Festival 1966 (Download high resolution image 2.02 MB)
Doll Festival 1966 Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection)
© Ushio and Noriko Shinohara

A parte la politica, l’altro, tema che ha forse più successo è il sesso – in particolare, il modo in cui le donne erano (sono, ahime, ancora oggi) presentate nei media. Paradossalmente, in passato la Pop Art è stata occasionalmente criticata per essere sessista. Questo almeno fino a quando, di recente, è stato riscoperto il lavoro di un gruppo di artiste Pop Art completamente dimenticate dalla storia dell’arte. Guardandole adesso, certe opere che vogliono condannare la condizione della donna nella società dell’epoca sono davvero all’acqua di rose che con quello che si trova oggi in Internet una donna che mangia una banana non farebbe arrossire neppure un neonato, ma quarant’anni fa dovevano certamente apparire sovversive davvero e la mostra della Tate offre un esempio della loro arte. Basta guardare l’allegra ventata di femminismo dell’austriaca Kiki Kogelnik (1935-1997), di cui non avevo mai sentito parlare prima e che affronta temi femminili con umorismo e ironia, qualità pressoché sconosciute alla rabbiosa estetica femminista degli anni Sessanta e Settanta.

Friends, 1971, by Kiki Kogelnik is part of the World Goes Pop exhibition at Tate Modern. Photograph: Guy Bell/Rex Shutterstock

Friends, 1971, by Kiki Kogelnik is part of the World Goes Pop exhibition at Tate Modern. Photograph: Guy Bell/Rex Shutterstock

Per i puristi, questa mostra sarà certamente troppo. Innanzi tutto troppo vasta, con le sue 160 opere; e cronologicamente e geograficamente troppo estesa, in quanto allarga la già elastica definizione della Pop Art al punto di rottura. Che, diciamocelo, se un po’ di revisionismo non è sempre una brutta cosa, omettere i padri fondatori del movimento è un vero e proprio sacrilegio, che senza Warhol & C. non sarebbe esistito quel linguaggio visivo che questi artisti di periferia hanno adottato cosi velocemente e con tanto entusiasmo (ma senza possederlo mai fino in fondo) per dire cose che altrimenti non sarebbero state notate.

Nel complesso, però, questa colorata mostra regala in tutto il suo splendore al neon, una divertente e istruttiva istantanea dello stato della controcultura mondiale degli anni Sessanta e Settanta. È una storia vecchia raccontata in modo diverso. E già di per sé questo merita rispetto…

Londra// fino al 24 Gennaio 2016.

La vita è uno scivolo… E Carsten Höller lo sa.

L’artista concettuale belga che nel 2006 ha portato un gigantesco scivolo di 15m nella Turbine Hall di Tate Modern (che ha certamente causato non pochi lividi tra i più spericolati elementi del pubblico…), torna a Londra. E  con lui il suo diabolico scivolo, che fa bella mostra di se’ fuori dalla Hayward Gally a Southbank.

Carsten Höller richiede al suo pubblico di usare parecchio le mani. Che si tratti di trovare la strada a tentoni al buio di un corridoio, di aggrapparsi alle maniglie di una macchina volante (giuro, anche se io non sono abbastanza avventurosa per provarla…) o di entrare in un dado gigante. Ma nonostante ne richieda cosi tanto l’uso, le mani non sono la cosa più importante di questa mostra, ma le decisioni che si prendono. Da cui il titolo Carsten Holler: Decision.

One of Carsten Holler’s Two Flying Machines, 2015: ‘marginally cheaper than a bungee jump’. Photograph: Ela Bialkowska

Flying Machines, 2015. Photograph: Ela Bialkowska

Perché a seconda della decisione che si prende – che si scelga un’entrata anziché un’altra, che si decida di usare lo scivolo all’uscita della galleria oppure no o di fare un giro sulla macchina volante, noi del pubblico si avrà un’esperienza del tutto diversa della mostra. Ed è questo il punto che Holler vuole sottolineare: il prendere il considerazione soluzioni alternative a quelle a cui siamo abituati. Per liberarci almeno per un po’ del pilota automatic che cosi spesso finisce con il dominare le nostre vite. È un esercizio di mindfulness se vogliano, la disciplina che insegna a vivere nel presente (anche se Seneca c’era gia arrivato nel I secolo DC, basta leggere il De Breviate Vita…).

Mandatory Credit: Photo by Guy Bell/REX Shutterstock (4805692e) Carsten Holler's helter-skelter (Isomeric) slides come back to London - at South Bank's Hayward Gallery. Carsten Holler slides, Hayward Gallery, London, Britain - 30 May 2015 The modern artist is probably most famous in London for his installation at the Tate Modern, in which children and grown ups alike could slide down a 56-metre long helter-skelter back in 2007. this time they run from the gallery's glass pyramid ceiling to the entrance several floors below. They are part of Decision, the interactive exhibition which will run from June 10 to September 6 and will include - two robotic beds that will mirror each other's movements as they roam the gallery; and an installation called Flying Machines, which will be installed in the gallery's outdoor terrace opposite Waterloo Bridge, giving visitors "the sensation of soaring above city traffic".

Carsten Holler’s helter-skelter (Isomeric) at South Bank’s Hayward Gallery.

Eppoi diciamocelo, non sarebbe divertente uno volta ogni tanto uscire dal lavoro usando uno scivolo?? 😉

 

Londra // fino al 6 Settembre 2015.

Hayward Gallery

southbankcentre.co.uk

 

Sonia Delaunay, la donna che fece danzare il colore

Ci sono cose che Tate Modern fa davvero bene, come il dare ad artisti sottovalutati dalla storia dell’arte il dovuto riconoscimento. E in questo caso nulla è più vero di Sonia Terk (1885-1979), russa (ucraina per essere precisi…) di nascita e parigina d’adozione che ha trovato la sua voce tra le avanguardie della Parigi del primo Novecento e che merita in tutto e per tutto questa bellissima mostra. Che questa donna straordinaria quando si parla di astrattismo ci sa davvero fare. Così tanto che presto comincia ad utilizzare questo suo talento per creare tessuti e oggetti per l’arredamento che poi vende. Le prime sale (forse le mie preferite) ci offrono l’immagine di una giovane artista che vede il mondo in colori complementari e dove l’influenza del Fauvismo dell’Espressionismo sono evidentissimi nei verdi acidi, nei gialli accesi a malapena contenuti da una grossa linea di contorno che sembra cedere alla forza del colore da un momento all’altro.

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Sonia Dealynay, Philomene (1907)

Il passaggio all’astrattismo avviene in modo quasi brusco, contemporaneamente al suo matrimonio con Robert Delaunay e insieme sviluppano il Cubismo Orfico (anche detto Orfismo). E improvvisamente la sua creatività è liberata. Ma Sonia rifiuta di limitare se stessa alla pittura, portando l’Orfismo oltre i confini della tela.

Sonia Delaunay, Prismes electriques 1914 (Download high resolution image 670.56 KB) Prismes electriques 1914 © Pracusa 2013057 © CNAP

Sonia Delaunay, Prismes electriques 1914 Prismes electriques 1914 © Pracusa 2013057 © CNAP

La sua arte si espande ai tessuti e agli arazzi all’arredamento d’interni arrivando persino alla danza con la sua collaborazione per i rivoluzionari costumi per i Ballets Russes di Sergei Pavlovich Diaghilev.

Coat made for Gloria Swanson 1923-24. Private collection © Pracus

Coat made for Gloria Swanson 1923-24. Private collection © Pracus

Le sue creazioni piacciono alle star di Hollywood come Gloria Swanson e sono vedute da Liberty of London e i suoi tessuti diventano così popolari che, negli anni Venti, Sonia finisce con l’aprire a Parigi l’Atelier Simultané. I suoi tessuti sono veri e propri wearable art-pieces, realizzati con i colori vivaci delle sue pitture e sapentemente pubblicizzati da foto in bianco e nero che la ritraggono nella sua casa di Parigi circondata da oggetti d’arredamento da lei creati e indossando abiti da lei disegnati. Ma bisogna aspettare la morte del marito Robert nel 1941. perchè il genio creativo di Sonia Dealunay sia pienamente riconosciuto (fu la prima donna a cui fu dedicata una retrospettiva al Louvre nel 1964 e ad essere decorata con la Legion d’Onore francese nel 1975) dopo essere stata oscurato dalla fama del marito per gran parte della sua vita. Come ancora oggi spesso accade alle donne che lavorano, la Delaunay-madre ha avuto il sopravvento sull’artista e per molti anni Sonia smise i dipingere per dedicarsi alla famiglia e al figlio. Senza dimenticare che è stato il suo successo come designer che ha permesso alla famiglia (e a Robert) di sopravvivere.

Court shoes, 1925. Courtesy Musée de la Mode et du Textile, Paris

Court shoes, 1925. Courtesy Musée de la Mode et du Textile, Paris

Questa è la storia di una donna resistente ed esuberante che ha visto l’arte in tutto e nonostante disastri familiari e finanziari e due guerre mondiali non si è mai arresa e ha continuato a reinventarsi, risorgendo dai suoi fallimenti come l’araba fenice per colorare il suo mondo (e quello degli altri) dei colori della sua anima. Questa è la prima mostra a lei dedicata in Gran Bretagna ed è davvero da non perdere.

Londra// Sonia Dealunay, fino al al 9 Agosto

Tate Modern

tate.org.uk

Photo London: la prima grande fiera internazionale di fotografia. A Londra.

Photo London 2015La fotografia è arte o è solo uno strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, questa tecnica non ha mai cessato di far discutere. Ancora negli anni Sessanta o Settanta l’idea che la fotografia potesse essere qualcosa di più di un puro mezzo meccanico utile a riprodurre fedelmente la realtà era considerata con sospetto. Quello della fotografia d’arte era un mondo sotterraneo, abitato da un pubblico di appassionati che si muoveva tra piccole gallerie commerciali e leggeva pubblicazioni specializzate.

Ma nelle ultime decadi questa domanda sulla natura della fotografia è stata posta con sempre meno frequenza e con voce sempre più debole. Negli ultimi anni anni solo a Londra le mostre fotografiche si sono moltiplicate, con istituzioni come la Photographer’s Gallery diventate vere e propri pilastri del panorama artistico e culturale della Capitale e con nuovi spazi espositivi come il Media Space allo Science Museum dedicati solo ed esclusivamente alle esposizioni fotografiche.The Edmond J. Safra Fountain Court © Marcus Ginns

Ed è in questo effervescente contesto culturale, nella sontuosa cornice di Sommerset House, sullo Strand – il luogo in cui si dice che l’astronomo, matematico e chimico inglese John Hershel abbia coniato per la prima volta il termine fotografia- che dal 21 al 24 di Maggio si terrà Photo London, la prima fiera internazionale di fotografia.

Photo London è un evento unico nel suo genere: una grande celebrazione della fotografia in tutte le sue forme. Suddivisa in sei aree tematiche che vanno dalla fotografia d’epoca all’opera di affermati fotografi contemporanei e di artisti emergent, al fotogiornalismo e a spettacolari immagini del mondo naturale, la fiera conta 70 espositori – tra gallerie d’arte e case editrici specializzate nel settore della fotografia provenienti da tutta Europa, dagli Stati Uniti, dal Giappone e dall’Australia. Il pubblico di Photo London avrà così la possibilità di ammirare e acquistare alcuni tra i migliori esempi di immagini create dalla nascita della fotografia – dai classici “vintage”del XIX e XX secolo alle gemme del contemporaneo. Uno spazio è inoltre dedicato anche a nove gallerie emergenti, riunite nella sezione Discovery.

Mayne Girl Jiving

Roger Mayne “Girl Jiving” 1957Copyright Estate of Roger Mayne

Ma le sorprese non si fermano qui. Oltre alle immagini offerte dalle gallerie partecipanti infatti, Photo London ha commissionato tre mostre e due installazioni che si svolgeranno in contemporanea alla fiera – cinque percorsi tematici alternativi creati appositamente per incoraggiare il pubblico di questo grande evento ad esplorare l’universo della fotografia e le diverse possibilità offerte da questa tecnica così versatile. Da non perdere sono Beneath the Surface, una mostra nella mostra organizzata e curata dal Victoria and Albert Museum, che attinge agli immensi archivi fotografici del museo di South Kensington; una selezione delle strepitose immagini appartenenti a Genesis di Sebastião Salgado, uno straordinario viaggio attraverso il nostro incredibile pianeta; la prima personale del fotografo iraniano Kaveh Golestan in Gran Bretagna con immagini dalla serie Prostitute; e i diorama di Sohei Nishino: CITIES raffiguranti Londra. Il programma della fiera include anche un’esposizione delle opere dei laureati del corso di fotografia del Royal College of Art, mentre The Teaser, un’installazione appositamente commissionata a Rut Blees Luxembourg, abiterà il grande cortile interno al Sommerset House.

Elina Brotherus, En Novembre. 2011, C-Type print, Edition of 6 Copyright: The Artist Courtesy: The Artists and The Wapping Project Bankside

Elina Brotherus, En Novembre. 2011, C-Type print, Edition of 6
Copyright: The Artist Courtesy: The Artists and The Wapping Project Bankside

Photo London è accompagnata da un ricco programma di eventi pubblici diretto ad un pubblico di appassionati, collezionisti o semplici amanti della tecnica con conferenze, concerti e presentazioni di libri e pubblicazioni. Tate Modern inoltre ospiterà nei locali della Turbine Hall una fiera del libro dedicata alla fotografia in concomitanza con Photo London.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Dal 21 – 24 May 2015

Photo London 2015, Sommerset House, Strand, London WC2R 1LA

photolondon.org

 

Moda e modi: Cinque mostre di Primavera

Non siete riusciti ad appropriarvi di uno degli oltre settantamila biglietti venduti per la retrospettiva dedicata ad Alexander Mc Queen? Su con la vita, che l’universo della moda londinese non si esaurisce con la grande retrospettiva del Victoria and Albert Museum. Ecco qualche suggerimento alternativo.
1. Women Fashion Power. Design Museum, fino al 26 Aprile 2015
Che si tratti di spalline e twinsets o piume e giacche di pelle, quello che una donna indossa è una delle forme più complesse di auto-espressione. Da sempre donne carismatiche hanno usato la moda a loro vantaggio e sbirciando negli armadi di venti tra le più potenti donne del mondo (tra cui il pluripremiato architetto Zaha Hadid, che ha disegnato questa mostra) Women Fashion Power esplora centocinquant’anni di storia della moda femminile come indicatore di stato sociale. Un viaggio che dalle Suffragettes a Lady Gaga ci porta nel mondo degli abiti intesi come strumento di comunicazione. Tra i pezzi da non perdere, un abito di perline in stile “ flapper” del 1920, l’iconico abito blu di Margaret Thatcher quando era a capo del Partito Conservatore nel 1975, e l’abito da sera di Jacques Azagury indossato da Diana, Principessa del Galles per il suo trentaquattresimo compleanno. designmuseum.org

Zandra Rhodes Photograph by Gene Nocon

2. Thea Porter: Bohemian Chic. Fashion and Textile Museum, fino al 3 Maggio 2015
Nata a Gerusalemme nel 1927 e cresciuta in Siria, Thea Porter si trasferì a Londra nel 1960, ma la il ticordo della sua infanzia in Medio Oriente non la abbandonò, continuando ad essere per lei un’inestimabile fonte d’ispirazione. I suoi abiti proponevano lo stesso tipo di fantasia orientalista che aveva caratterizzato il lavoro di Barbara Hulanicki da Biba, ma ad un costo molto più alto. Thea Porter è stata, insieme a personaggi come i Zandra Rhodes e Bill Gibb, alla guida della rinascita bohémien della moda britannica e tra il 1960 e il 1970 ha vestito Elizabeth Taylor, la principessa Margaret e i Pink Floyd, per i quali ha creato le giacche e le camicie immortalate sulla copertina del loro primo album, Piper at the Gates of Dawn. La mostra esplora la sua vita familiare nel Medio Oriente negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, la sua evoluzione da arredatrice a stilista di moda negli anni Sessanta e il suo successo internazionale negli anni che seguirono. Con oltre 150 oggetti, tra tessuti, abbigliamento, opere d’arte e fotografie, la mostra include anche una ricostruzione dell’interno del suo negozio di Soho. ftmlondon.org

TP 113. Fashion Rules. Kensington Palace, Kensington Gardens, fino al 4 Luglio 2015.
Se si sente stanca di essere costantemente sotto osservazione per suoi abiti, che devono essere allo stesso tempo regali, eleganti e alla moda, l’impeccabile Duchessa di Cambridge può consolarsi Fashion Rules (le regole della moda) la mostra che si tiene a poca distanza dai suoi appartamenti. Una mostra che, come dice il titolo, esplora il modo in cui le altre tre donne della famiglia reale prima di lei (Sua Maestà la Regina Elisabetta II negli anni Cinquanta, la Principessa Margaret negli anni Sessanta e Lady Diana negli anni Ottanta) se la sono cavata nell’applicare le regole dettate dall’etichetta reale alla moda, e viceversa. E se gli abiti della Regina sono certamente i più belli, con la loro sobria sontuosità, quelli della principessa Margaret appaiono certamente quelli in cui la sua proprietaria si è divertita di più. Interessante e istruttiva è aperta fino all’estate 2015. hrp.org.uk

The Queen's dress by Norman Hartnell,  Photo Getty4. Fashion on the Ration: 1940s Street Style. IWM London (Imperial War Museums), fino al 31 Agosto 2015.
Essere eleganti di solito non costituisce una priorità in tempo di guerra, ma l’IWM London sembra pensarla diversamente. Fashion on the Ration: 1940s Street Style esplora la lotta delle donne britanniche per rimanere chic in tempo di austerità e i diversi modi che trovano per reinventarsi l’abbigliamento date le (molto) limitate circostanze. Tra gli oggetti più particolari, un braccialetto fatto da componenti aeronautici e una parure di biancheria intima ricavata da mappe di seta dell’aereonautica militare creata per la Countessa Mountbatten. Piú che una mostra, una celebrazione della fantasia, dell’immaginazione e della creatività con cui il governo e la popolazione hanno mantenuto alto il morale durante la Seconda Guerra Mondiale. iwm.org.uk

Fashion+Ration+Exhibition+Demonstrating+1940+HNnQ2nLHJyvl
5. Sonia Delaunay. Tate Modern, dal 15 Aprile al 9 Agosto 2015
A Parigi, dove si trasferisce nel 1906 per unirsi alle Avanguardie, l’ucraina Sonia Terk (1885–1979) conosce e sposa Robert Delaunay e insieme i due sviluppano il cubismo orfico. Ma Sonia rifiuta di limitare se stessa alla pittura, portando l’Orfismo oltre i confini della tela. La sua arte si espande ai tessuti e agli arazzi all’arredamento d’interni e suoi sono i rivoluzionari costumi per i Ballets Russes di Sergei Pavlovich Diaghilev. Le sue creazioni piacciono alle star di Hollywood come Gloria Swanson e sono vedute da Liberty of London e i suoi tessuti diventano così popolari che, negli anni Venti, Sonia finisce con l’aprire a Parigi l’Atelier Simultané. Ma come spesso accade, il genio creativo di Sonia Dealunay è stato pienamente riconosciuto solo dopo la morte del marito Robert nel 1941, la prima donna a cui fu dedicata una retrospettiva al Louvre nel 1964 e ad essere decorata con la Legion d’Onore francese nel 1975. Questa è la prima mostra a ledi dedicata in Gran Bretagna. Davvero da non perdere. tate.org.uk

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Per gli appassionati di fotografia cinque mostre da non perdere. A Londra.

  1. Conflict, Time, Photography. Tate Modern, fino al 15 Marzo 2015.
Don McCullin Shell Shocked US Marine, Vietnam, Hue 1968, printed 2013 © Don McCullin

Don McCullin Shell Shocked US Marine, Vietnam, Hue 1968, printed 2013 © Don McCullin

 

Da quando è stata inventata, la fotografia è diventata il mezzo per eccellenza per documentare sia un conflitto che le sue conseguenze. Tate Modern ci regala (ancora per poco) una mostra spettacolare che documenta gli effetti della guerra su oggetti, persone e paesaggi . Il potere evocativo della fotografia è immenso. Sono fotografie scattate negli attimi immediatamente successivi ad un evento, come la foto del soldato americano in stato di shock fatta da Don McCullin durante la Guerra in Vietnam, ma anche mesi o anni dopo, come quella raffigurante l’elmetto in acciaio con un frammento di osso del cranio fuso all’interno – quanto resta di una persona dopo l’esplosione della bomba atomica- scattata da Shomei Tomatsu nel 1963, a vent’anni dai fatti di Hiroshima e Nagasaki. Una mostra potente e profonda, assolutamente da non perdere.

  1. Human Rights, Human Wrongs. The Photographers’ Gallery, fino al 6 Aprile.  ( Ne abbiamo quiì  http://www.londonita.com/mostra-diritti-umani-londra/ )
    Per la sua immediatezza e per lo straordinario impatto informativo dell’immagine, il fotogiornalismo è diventato il mezzo prediletto per testimoniare i momenti salienti nella storia umana. Per gli amanti di questo genere pertanto la mostra della Photographer’s Gallery è un must see: oltre duecento fotografie provenienti dalla collezione dell’agenzia Black Star di New York – un’incredibile testimonianza dell’importanza delle immagini nella lotta per i diritti umani. Questa mostra esplora i grandi cambiamenti politici internazionali avvenuti nel quarantennio che va dal 1945 agli anni Novanta – dalla lotta contro il razzismo ai movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, dalla Guerra del Biafra alla Primavera di Praga.
Al Vandenberg, 'High Street Kensington' from the series 'On a Good Day'

Al Vandenberg, ‘High Street Kensington’ from the series ‘On a Good Day’

 

  1. Staying Power. Victoria & Albert Museum, fino al 24 Maggio 2015
    Il risultato di un progetto durato sette anni, la mostra è il frutto della collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e il Black Cultural Archives – una collaborazione che ha permesso al museo di raccogliere 118 opere di 17 artisti di colore, oltre alle testimonianze orali dei fotografi stessi, delle loro famiglie e delle persone immortalate nelle loro immagini. Abbracciando il quarantennio compreso tra il 1950 e il 1990, le opere affrontano argomenti diversi che vanno dalla moda alla musica, alla vita familiare e alle manifestazioni di protesta, gli abusi razziali e all’esperienza dell’immigrazione. Lo scopo è quello di aumentare la consapevolezza del contributo dato non solo alla cultura e alla società britannica dai suoi cittadini di colore, ma anche all’arte della fotografia. Al Vandenberg, Maxine Walker, Ingrid Pollard e Yinka Shonibare sono tra gli artisti presenti .

4. Salt and Silver: Early Photography 1840-1860. Tate Britain, fino al 7 Giugno 2015.

Jean-Baptiste Frenet, Thought to be a Mother and Son circa 1855 © Wilson Centre for Photography

Jean-Baptiste Frenet, Thought to be a Mother and Son circa 1855 © Wilson Centre for Photography

 

Questa è la prima mostra in Gran Bretagna dedicata alle stampe su carta salata – una delle prime forme di fotografia. Inventato da William Henry Fox Talbot nel 1834, questo processo che consisteva nel coprire fogli di carta con una soluzione di sale comune e nitrato d’argento che li rendenva sensibili alla luce, donava all’immagine quella particolare morbidezza che è diventata parte integrante del linguaggio visivo moderno. A causa della loro fragilità tuttavia, solo poche di queste immagini sono arrivate fino a noi. Questa mostra ci offre pertanto una rara opportunità per ammirare le incredibili nature morte, i paesaggi e i ritratti creati con questa tecnica.

  1. Wildlife Photographer of the Year 2014. Natural History Museum, fino al 30 Agosto 2015
    Il fine ultimo di un fotografo naturalista è riuscire a catturare la selvaggia bellezza della Natura e dei suoi abitanti, fermando sulla pellicola quel momento fugace che fa di una “bella” foto una foto “speciale.” Come quella in bianco e nero di Jasper Doest per esempio, affollata da centinaia di eleganti gru nell’atto di alzarsi in volo; o lo scatto del polacco Łukasz Bożycki che ha sopportato temperature polari per fotografare un pipistello in letargo in un bunker da guerra abbandonato e che è costato la vita al suo compagno d’avventure, Piotr Tomasik, morto di polmonite di lì a poco e a cui la foto è dedicata. Giunta alla sua 50esima edizione, questa mostra raccoglie cento fotografie di flora e fauna selvatica, selezionate tra le oltre 42mila partecipanti al concorso. Un imperdibile viaggio tra le meraviglie del nostro meraviglioso pianeta.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Fotografare la guerra: 150 anni di conflitti in mostra a Tate Modern

Siamo tutti tristemente consapevoli dell’impatto che la guerra ha su una civiltà; è pertanto legittimo chiedersi se organizzare un’intera mostra su questo tema sia strettamente necessario. Ancora di più, lo è chiedersi se scegliere una domenica di sole (freddo, freddissimo, ma sole) come  questa per andare a vedere una mostra  da cui dubito di uscire allietata non sia una scelta discutibile.

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Shell-shocked US Marine, Vietnam, Hue, 1968. Don McCullin. Courtesy of Hamiltons Gallery, London

Eppure l’ora e mezza che ho passato in nelle sale di Conflict, Time, Photography a Tate Modern è volata. Sono arrivata alla fine del percorso con il fiato sospeso, senza quasi accorgermene. Si tratta di foto scattate nei momenti immediatamente successivi ad un evento come la foto del soldato americano in stato di shock fatta da Don McCullin durante la Guerra in Vietnam o a pochi giorni di distanza, ma anche mesi o anni dopo, come quella dell’elmetto in acciaio con un frammento di osso del cranio fuso all’interno dall’esplosione della bomba atomica scattata da Shomei Tomatsu nel 1963, a vent’anni dagli eventi di Hiroshima e Nagasaki.

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Bullet-scarred apartment building and shops in the Karte Char district of Kabul. Simon Norfolk. Courtesy of the Tate

Pare impossibile ricordare un tempo in cui l’ Afghanistan non sia stato in guerra. Ero alla scuola elementare quando fu invaso dalla Russia e da allora non ha mai avuto tregua. Eppure le foto sulle pareti  raccontano di un realtà diversa, fatta di cinema all’aperto, di piscine e negozi – ora ridotti in rovine. Trent’anni e passa di guerra e significa che anche le rovine sono quasi pezzi di storia esse stesse, con strati diversi di distruzione che li rende simili ai cerchi di un tronco di un albero…

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Steel Helmet with Skull Bone Fused by Atomic Bomb, Nagasaki, 1963 by Shomei Tomatsu. Courtesy of Taka Ishii Gallery, Tokyo

Le rovine delle città di Charlestown e Atlanta rase al suolo durante la Guerra Civile Americana (1861-1865), quella tra Stati Uniti d’America al Nord e gli Stati Confederati d’America al Sud o quelle della Cattedrale gotica di Reims dopo la Prima Guerra Mondiale, non sono diverse da quelle lasciate anni dopo a Kabul o Sebrenica. Sono solo catturate con mezzi più sofisticati.

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Reims after the War, Plate XXXVIII, 1927. Photograph: Pierre Anthony-Thouret. Private collection, London

Le foto in bianco e nero dei piloti kamikaze giapponesi – giovani, giovanissimi e morti a centinaia pensando di fare la cosa giusta (e morire era comunque preferibile al disonore portato dal rifiutare di farlo…) sono inquietanti, così come lo sono quelle dei luoghi in cui, durante la Prima Guerra Mondiale, i soldati inglesi, francesi e belga che disertavano (alcuni poco più che adolescenti) erano fucilati all’alba dai loro commilitoni. Capitava anche in Italia.

Il potere evocativo della fotografia è immenso, ti costringe a guardare alle cose dal punto di vista del fotografo. E a volte le cose fotografate non sono belle. Ma questa mostra lo è, per quanto sembri assurdo mettere nella stessa frase il termine “guerra” e l’aggettivo “bella.” Ma non nego che sono stata felice di tornare fuori, all’aperto nel sole freddo di Febbraio.

Conflict, Time, Photography
fino al 15 Marzo 2015

http://www.tate.org.uk/

Cinque mostre per l’estate a Londra e dintorni

British Folk Art: The House that Jack Built, Tate Britain. Fino al 31 Agosto
Se la Folk Art, l’arte popolare, è un genere ben definito in molti paesi, in Gran Bretagna ha faticato a lungo ad essere riconosciuta come forma d’arte. Questa mostra, la prima ospitata in una galleria nazionale, mira a rivalutare il ruolo di primo piano che l’arte popolare ha svolto nel plasmare la cultura britannica. Ci sono circa 200 dipinti, sculture, polene, tessuti, ceramiche e altri oggetti provenienti da collezioni regionali in tutto il paese, molti dei quali mai esposti in un contesto artistico prima d’ora. Istruttiva.

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Making Colour, National Gallery. Fino al 17 Settembre
Che cos’è il colore e come si crea? Avvalendosi delle competenze del dipartimento scientifico della della National Gallery, questo mostra esplora i materiali che sono stati utilizzati per creare i colori che animano dipinti, ceramiche , tessuti e altre opere d’arte nel corso di 700 anni. Dalle origini dei materiali al loro sviluppo, la mostra approfondisce le sfide tecniche affrontate artisti nel realizzare le loro ambizioni pittoriche. Affascinante.

Digital Revolution, Barbican. Fino al 14 Settembre
Opere commissionate a personaggi come il duo Umbrellium o ad una star della musica mondiale come Will.i.am? Effetti speciali da premio Oscar come quelli dietro Inception e Gravity? Benvenuti alla Barbican Gallery, dove più che in una mostra ci si trova nel bel mezzo di un vero e proprio festival della creatività digitale, in cui artisti, registi, architetti, designer, musicisti e creatori di video giochi sembrano competere nell’utilizzare le ultime tecnologie. Sculture laser interattive, il primo sito web creato da Tim Berners-Lee e vari esempi di tecnologie indossabili sono tra gli oggetti esposti. Una mostra certamente unica nel suo genere.

Dennis Hopper: The Lost Album Royal Academy of Arts. Fino al 19 Ottobre.
Dai motociclisti dell’Hells Angels agli Hippie dei Figli dei Fiori, passando per movimenti per la pace e i diritti civili, Dennis Hopper ha catturato con la sua macchina fotografica una serie incredibile di immagini che testimoniano un periodo straordinario nella storia americana come quello tra il 1961 e il 1967. Libero dai vincoli di una formazione professionale o dall’appartenenza ad un movimento artistico particolare, Hopper fotografava semplicemente tutto ciò che lo affascinava. Da Martin Luther King a Ed Ruscha, da Paul Newman ad un barbone di Harlem: tutto nelle sue immagini ha la stessa importanza. Tornato definitivamente al cinema nel 1967 con Easy Rider, Hopper abbandona la fotografia. Ma guardate attentamente quel film e ci ritroverete lo stesso realismo ela stessa enfasi sulla cultura giovanile. Davvero da non perdere.

Malevich, Tate Modern. Fino al 26 Ottobre
Nato nel 1879 da una famiglia polacca trasferitasi a Kiev, Kazimir Malevich trascorse la sua infanzia in l’Ucraina sviluppando l’amore per l’arte contadina che contraddistingue le sue prime opere. Trasferitosi a Mosca, studia pittura, scultura e architettura sperimentando con vari stili moderni e partecipando alle principali mostre dell’avanguardia insieme a Vasilij Kandinskij e Michail Larionov prima di arrivare al su approccio radicale alla produzione artistica che lo porterà al Suprematismo. Malevich alla Tate Modern riunisce primi dipinti dell’artista di paesaggi russi, i lavoratori agricoli e scene religiose con le sue composizioni astratte e suprematiste. Insieme, i dipinti illustrano l’evoluzione del suo stile, alla luce degli eventi storici che hanno ispirato la sua nuova rivoluzionaria estetica. Un altro blockbuster per la Tate.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita