Ladoga: la Strada della Vita

La quarantena ha decisamente allargato i miei orizzonti in fatto di cinema e TV, soprattutto internazionale e durante questo periodo di riposo forzato mi sono dilettata con sceneggiati storici e gialli islandesi, tedeschi, francesi e soprattutto, russi.

E tra gli innumerevoli programmi disponibili su Amazono Prime mi sono imbattuta in questo bellissimo Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story (in russo, con sottotitoli in inglese), la storia di come, nel 1941, un gruppo di coraggiosi, uomini e donne, ha rifornito la città di Leningrado che i tedeschi cercavano di far capitolare con la fame.

Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story

Per 900 giorni l’antica capitale di Pietro il Grande fu sottoposta ad un assedio feroce, durante il quale i suoi abitanti furono sottoposti a fame, freddo e bombardamenti continui raccontato magnificamente dallo storico Harrison E. Salisbury nel suo libro I 900 giorni (The 900 Days: The Siege of Leningrad).

L’unica speranza (e l’unico accesso) all’assediata città di Leningrado, altrimenti circondata su tutti i fronti dagli eserciti tedesco e finlandese che ne impedivano gli approvvigionamenti, era data dalla Strada della Vita.

Si trattava di una strada sul ghiaccio e neve che correva per circa 48 km attraverso il lago ghiacciato di Ladoga, di cui una parte della sponda orientale era rimasta in mano sovietica, permettendo così il trasporto di rifornimenti a Leningrado tramite camion sul ghiaccio in inverno, e in barca in estate. Inutile dire che il percorso era incredibilmente pericoloso che alle insidie del ghiaccio che si poteva rompere in ogni momento, si aggiungevano i continui bombardamenti dell’aereonautica tedesca, e nella sola prima settimana del loro utilizzo, più di quaranta camion di rifornimento erano sprofondati nel ghiaggio con il loro carico di uomini e materiali. Ma non c’era altra via, che oltre a trasportare migliaia di tonnellate di munizioni e provviste di cibo ogni anno, la Strada della Vita era anche la principale via per evacuare i milioni di sovietici intrappolati nella città affamata. La strada oggi fa parte del patrimonio mondiale dell’umanità.  E con giusta ragione.

Lo sceneggiato in 4 puntate Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story  è disponibile su Amazon Prime

Bologna in Russia

Viale Fioravanti a Bologna non andrebbe molto lontano in un concorso di bellezza sulle vie della città. Nel quartiere Navile, al Nord della linea ferroviaria, un tempo era una delle aree più produttive della città, sede del mercato ortofrutticolo, ma da tempo caduta in disgrazia e abbandonata alla microcriminalita’, nonostante i vari tentativi di riconversione e riqualificazione urbana operati dal Comune.
Nella mia mente, viale Fioravanti sarebbe sempre stato associato al Centro Sociale indipendente LINK (acronimo di L’Isola nel Kantiere o LINK Project), in cui andavo a sentire musica tecno e a bere birra durante i miei giorni universitari, e ai bellissimi murales che l’artista di strada Blu aveva dipinto sui uri esterni della struttura.
Non ho mai pensato al nome della strada o al personaggio che le aveva dato il nome – che un nome ce l’aveva, Aristotele Fioravanti. Ma non mi sono mai preoccupata di sapere chi fosse. Fino a due giorni fa, quando su Amazon Prime mi sono imbattuta su una serie televisiva russa sulla storia della Principessa Sofia Paleologa.

Ora, direte voi, che centrano una serie TV russa e una principessa bizantina con una strada di Bologna? Centrano, centrano. Abbiate pazienza. Che se non fossi stata bloccata dal COVID-19 e non avessi ceduto alle lusinghe della sottoscrizioni su internet, non sarei mai venuta a conoscenza di questo singolare scambio interculturale tra la Russia e la mia Bologna avvenuto nella seconda meta’ del XV secolo.

Nato a Bologna nel 1415 (motivo per cui gli è stata dedicata una strada in primo luogo…) Ridolfo “Aristotele” Fioravanti era un architetto e medaglista, ma soprattutto fu un brillante ingegnere militare, civile e idraulico.  E proprio a Bologna Aristotele realizzò importanti opere architettoniche in cui utilizzò innovazioni tecniche, ponteggi e macchinari per la ricostruzione delle torri delle famiglie nobili della città, cosa per cui divenne celebre. Riuscì persino a sposta di oltre 13 metri e senza danneggiarla, la torre di Santa Maria della Magione (alta 24 metri) con un sistema di cilindri – un vero prodigio della meccanica, avvenuto nel 1455 tra lo stupore dei bolognesi. Semre a Bologna, Fioravanti realizzò anche il progetto della nuova facciata del Palazzo del Podestà, che chiude con la sua grazia rinascimentale la gotica Piazza Maggiore – anche se l’edificio fu terminato solo nel periodo 1484-1494 da Giovanni II Bentivoglio.

Ma il nostro Fioravanti bolognese non si fermava mai e gli anni tra il 1458 e il 1467 lo vedono prima a Firenze al servizio di Cosimo de’ Medici, poi a Milano; nel 1467 Mattia Corvino, re d’Ungheria chiese il suo intervento per costruire ponti e castelli per arginare l’avanzata dei Turchi.

La sua fama di ingegnere arrivò anche in Russia dove la nipote dell’ultimo imperatore bizantino Costantino XI Paleologo, Zoe Paleologa (1455-1503), aveva sposato Ivan III di Russia ed era diventata la Gran Duchessa e principessa di Mosca con il nome ortodosso di Sofia.

Sofia era una donna straordinaria. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi Ottomani nel 1453, in cui morì l’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, il padre di Zoe Tommaso Paleologo (il fratello minore del defunto Costantino XI) fuggì a Roma. Qui, il 7 marzo 1461, fece il suo ingresso trionfale come legittimo erede dell’Impero Bizantino1.  Alla morte del padre Tommsaso, Zoe fu adottata dal Papa e crebbe alla corte di Sisto IV, la sua educazione affidata alle cure del cardinale e umanista greco Basilio Bessarione.

Probabilmente fu proprio di Bessarione l’idea di proporre Zoe come sposa per sovrano russo Ivan III, probabilmente con la speranza di rafforzare l’influenza della Chiesa cattolica in Russia, o di unire cattolici e ortodossi come era stato stabilito nel Concilio di Firenze. Qualunque fosse il vero motivo del Papa per il matrimonio, il progetto fu un fallimento per Roma, visto che appena arrivata Sofia ritornò immediatamente alla fede Ortodossa dei suoi antenati. Ivan III, dal canto suo, interessato allo status e ai diritti derivatigli da un’unione con la principessa di Costantinopoli, fu più fortunato.

Il matrimonio fu celebrato per procura a nella Basilica di San Pietro a Roma nel giugno 1472 e in Novembre Sofia arrivò finalmente a Mosca.
Inutile dire che la presenza di questa greca cresciuta nell’Italia umanista colta e dal carattere forte, fu una delle principali fonti di tensione alla corte di Ivan III, secondo cui il Gran Principe si lasciava troppo influenzare dai suggerimenti della moglie. Certo, se fu lei a suggerire allo Zar l’introduzione al alla sua core dello splendore e della meticolosa etichetta delle cerimonie bizantine (che se Mosca doveva diventare la Terza Roma bisognava darsi da fare) lui accettò il suggerimento di buon grado…

La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti
La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti

Comunque. Probabilmente fu grazie all’insistenza di Sofia che Ivan III di Russia chiamò Aristotele Fioravanti, allora impiegato presso il Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, per affidargli la ricostruzione da zero della cattedrale della cattedrale della Dormizione, che era stata distrutta da un terremoto, un evento estremamente raro a Mosca, nel 1474. Qui tra il 1475 e il 1479 Fioravanti diresse la costruzione della nuova cattedrale. Ispirata alla preesistente cattedrale della Dormizione di Vladimir per la costruzione, Fioravanti tuttavia progettò un edificio luminoso e spazioso in cui i retaggi rinascimentali si fondevano alla tradizione russa.
Da eccellente ingegnere qual’era, il bolognese utilizzò per la costruzione una tecnica ultramoderna simile al cemento armato che inglobava uno scheletro di ferro entro la costruzione stessa.

Per anni Fioravanti servì fedelmente Ivan III e più volte chiese il permesso di poter tornare in patria, facendo intervenire anche il Governo di Bologna, ma lo zar Ivan III fu irremovibile e negò l’assenso ad ogni sua istanza. Fioravanti morì a Mosca nel 1486 circa, senza mai rivedere Bologna.
Non guarderò mai più né viale Fioravanti né il Palazzo del Podestà come prima…

2020 ©Paola Cacciari

I diari del COVID-19 #8

Il cosidetto Cummings-gate non è finito qui. Mercoledì scorso, Emily Maitlis, popolare giornalista televisiva alla BBC da quasi vent’anni, aveva aperto l’edizione serale del suo programma Newsnight dicendo che Dominic Cummings aveva violato le regole della quarantena. Tutto il paese l’aveva capito, ed che era sorprendente che il Governo lo negasse, ha continuato la giornalista, aggiungendo che in questo modo Downing Street non solo ha fatto passare per stupidi coloro che invece hanno fatto di tutto per rispettarle le regole, ma che ha dato ad altri il pretesto per violarle. Ha concluso che con più a lungo i ministri e il primo ministro contunueranno a dire alla nazione cheCummings ha rispettato le regole, piu’ grande sarà la rabbia per questo scandalo. Uh! Go On Girl !!!

Un editoriale del Financial Times pubblicato mercoledì sostiene che l’opinione pubblica abbia ragione a essere arrabbiata per i comportamenti di Cummings, e che sia stato poco saggio da parte di Johnson fare finta di niente. Non solo perché per difendere Cummings il Primo Ministro ha specato molta della sua credibilità (che già non era altissima dopo il COVID fiasco del come è stata gestita la crisi sanitaria), ma anche perché ora sarà più difficile fare rispettare le regole di distanza sociale.

Inutile dire che l’insolito monologo d’apertura della Maitlins è diventato virale, e sebbene apprezzato da molti (tra cui la sottoscritta), è stato criticato da molti politici conservatori, e anche da alcuni giornalisti, che hanno ritenuto la presa di posizione della collega eccessiva e non conforme alla tradizionale imparzialità dei notiziari della BBC, che l’ha prontamente richiamata. Una decisione quella dell’emittente televisiva, accolta con una certa sorpresa e molte critiche, tanto da giornalisti che politici Laburisti.

Il fatto che, la serata successiva, la Maitlis sia stata sostituita alla conduzione del programma dalla giornalista Katie Razzall, ha scatenato l’immaginazione collettiva, fornendo allo stesso tempo a Downing Street la distrazione necessaria per allontanare l’attenzione del opinione pubblica da Cummings e le sue peregrinazioni in lungo e in largo per l’isola.

Il comunicato della BBC afferma che la Maitlis ha violato le regole di imparzialità della rete, e che le sono state ricordate le linee guida da seguire. E fin qui ci siamo: ogni corporazione ha linee guida che vanno seguite, pena severi richiami (anche il museo ne ha molte). Ma il fatto che lei sia stata richiamata e Cummings no, rende l’azione di quest’ultimo ancora più arrogante. La colpa di Emily Maitlins (se si può chiamare colpa) è che ha usato la sua posizione di giornalista conduttrice di un programma molto seguito, per farsi portavoce di coloro che vogliono delle risposte.

Che l’imparzialità tanto sventolata dalla BBC non è forse fare domande e aspettarsi una risposta? Che dopo dopo oltre 38,489 morti accertate, la gente ha il diritto di avere la verità sui fallimenti del passato recente e sui tentativi passi futuri verso una vita post-COVID-19 . Fatti, la gente vuole fatti. Non più verità alternative, ma la verità e basta.

“Che cos’è la verità? disse Pilato e non attese risposta.”

Scrisse nel 1625 il filosofo Francis Bacon. Temo che in questo momento il padre dell’empirismo si stia rivoltando nella tomba alla vista del modo in cui l’oggettività è sia deventata un’opinione, qualcosa di elastico da manipolare aperatmante da personaggi come Bojo e Trump.

Ma Bacon disse anche che “la verità è figlia del tempo.” Vedremo se avrá ragione.

2020 ©Paola Cacciari

 

Deutschland 83 🇩🇪

 Devo dire che l’essere stata a Berlino l’anno scorso non ha fatto che acutizzare un interesse per un periodo della mia vita la cui Storia con la “S” maiuscola mi e’ passata accanto come un fantasma. Parlo della Guerra Fredda, della Cortina di Ferro e del disatro nucleare che pendeva sulle nostre teste come una spada di Damocle. A Berlino avevo portato con me anche1983: The World at the Brink dello storico inglese Taylor Downing che, parlando di spie e affini mi sembrava appropriato al luogo che avrei visitato, e che non ha fatto altro che raffozare il fascino per quel periodo e per una parte della Germania che avevo cmpletamente ignorato.  Una visita al DDR Museum (Museo della DDR) ha rispolverato dalla memoria un passato che ricordavo a malapena, come quello delle due germanie (con tanto di due nazionali di calcio), mentre quello della Deutsches Spionagemuseum (Museo dello spionaggio tedesco) mi ha fatto realizzare che ci fossero altre spie con la licenza di uccidere oltre a James Bond

Per cui ho preso come un segno del “fato” che in questi giorni di arresti domiciliari da COVID-19 in cui mi sto dedicando al binge watching della spropositata quantità di vecchie serie televisive messe a disposizione online dalle varie reti televisive, per aiutare i prigionieri a fronteggiare meglio l’emergenza coronavirus, sia incappata in Deutschland 83. E sono completamente presa.Deutschland 83 è una miniserie televisiva tedesca cooprodotta con l’americana SundanceTV che ha per tema gli eventi del 1983. Wikipedia mi dice anche che è  stata trasmessa per la prima volta negli Stati Uniti, Germania e Italia nel 2015.

È  l’autunno del 1983, il culmine della guerra fredda, quando la NATO annuncia delle manovre militari nell’Europa occidentale. Tra i vertici moscoviti e di Berlino Est scoppia il panico in quanto si presume che queste mosse siano progettate per colpire l’est con il cosiddetto primo colpo nucleare. Il servizio segreto di spionaggio all’estero del Ministero per la Sicurezza di Stato, l’Hauptverwaltung Aufklärung (HVA), invia per questo motivo una spia nell’ovest, con l’obiettivo di spiare i piani della NATO e del Bundeswehr. Per questa missione è stato selezionato il sergente maggiore delle Truppe di frontiera della RDT Martin Rauch, il quale accetta, a malincuore, l’incarico, con la promessa che lo Stato avrebbe ricollocato la madre ai primi posti della graduatoria per un trapianto di reni. Nella Germania Ovest, Rauch si sarebbe infiltrato sotto falsa identità come tenente e aiutante di campo del generale Edel del Bundeswehr e avrebbe dovuto rivelare la posizione dei missili americani Pershing II e altri piani della NATO.

Come sempre accade quando la storia è coinvolta, anch’io mi sono chiesta quanto attinente ai fatti accaduti fosse realmente Deutschland 83 , soprattutto dopo aver letto alcune recensioni di esperti della Germania orientale, che avevano descritto il modo in cui il protagonista Martin viene reclutato dalla Stasi (la polizia segreta della Germania orientale) come un mucchio di fesserie. D’altra parte persino una fanatica del fact checking storico come lo sono io capisce che, come esiste la licenza poetica, ne esiste anche una “simbolica”, che permette agli autori di drammi storici di comunicare informazioni complesse in modo rapido, senza che queste interrompano il ritmo narrativo. Soprattutto quando si tratta di un thriller di spionaggio!

La colonna sonora poi è uno sballo, soprattutto per chi come me, la musica di quel periodo la ricorda bene, a cominciare dal tema iniziale “Major Tom (Coming Home)” uscita nel 1983 del tedesco Peter Schilling liberamente ispirata al “Major Tom”, protagonista della più famosa Space Oddity di David Bowies 1969.

2020 ©Paola Cacciari

Good Omens (miniserie televisiva)

Non mi piace il Fantasy, a meno che non sia quello di Good Omens: The Nice and Accurate Prophecies of Agnes Nutter, Witch,  scritto a quattro mani da Terry Pratchet (1948-2015) e Neil Gaiman  e pubblicato nel 1990 (e che in italiano è stato tradotto nel 2007 con il titolo di Buona Apocalisse a tutti! ).

Sulla base delle Profezie di Agnes Nutter, Strega (messe per iscritto nel 1655 prima che Agnes facesse saltare in aria tutto il villaggio riunito per godersi il suo rogo), il mondo finirà di sabato. Sabato prossimo, per essere proprio precisi. Le armate del Bene e del Male si stanno ammassando e i Quattro Motociclisti dell’Apocalisse stanno scaldando i loro poderosi motori, pronti a lanciarsi per strada. Gli animi si surriscaldano e tutto sembra proprio andare secondo il Piano Divino. Non fosse che Azraphel, un angelo che ama il cibo, il libri e l’arte e Crowley, un demone che apprezza la bella vita e le auto veloci e che, avendo trascorso parecchi millenni tra i mortali sulla Terra si sono affezionati ad usi e costumi umani, e hanno intrecciato una sorta di insolita amicizia, non fanno esattamente salti di gioia davanti alla prospettiva dell’incombente catastrofe cosmica. E allora decidono di mettersi all’opera per uccidere l’Anticristo (mica una bella cosa, visto che è un ragazzino simpaticissimo) e far si’ che la profezia non si compia. Ma c’è un piccolo problema: sembra proprio che qualcuno lo abbia scambiato con qualcun altro…

Ora finalmente la serie TV è arrivata sulla BBC. Ed è fantastica!  

La vita in Gran Bretagna? E’ un test: specie se volete la cittadinanza

Posso descrivere i miei primi vent’anni a Londra come una parabola ascendente che ha inizio il giorno in cui sono atterrata all’aereoporto di Heathrow colma di filiali sensi di colpa per aver preferito il Fish & Chips e le nuvole al sole del Bel Paese e alle lasagne della nonna, ma elettrizzata al prospetto della nuova avventura che mi aspettava.

Nulla mi aveva preparato allo shock culturale che mi aspettava in Terra Angla. La mia ignoranza del Paese, dalla lingua agli usi e costumi della gente, era a dir poco spettacolare. A quanto pare la visione compulsiva di La Banda dei Cinque, Black Beauty e Attenti a Quei Due a cui mi ero sottoposta da piccola (e a cui avevo sottoposto i miei genitori) non mi aveva insegnato niente di utile. Certamente non mi avevano insegnato a difendermi dai terribili phrasal verbs pronunciati tra i denti dalla cassiera del mio supermercato di Camberwell.  Ma Londra e l’inglese mi piacevano troppo per farmi dissuadere da qualche verbo ostinato, al punto che mi sono sempre sentita a casa sotto la bandiera della Union Flag.

Non solo: ero una cittadina europea, e come tale certa che niente e nessuno avrebbero interferito con la mia legittima posizione nella società britannica. Almeno prima che il referendum del Giugno 2016 e l’avvento dell’era della Brexit venissero a spogliarmi dell’arrogante sicurezza che la bandiera azzurra con le stelle e le tasse pagate per anni al governo di sua maestà fossero una garanzia sufficiente a garantirmi una vita tranquilla. Sbagliavo.

Così ho deciso di diventare cittadina britannica. L’ironia è che ho deciso di farlo proprio nel momento in cui la mia patria adottiva mi piace meno. Come racconta Bill Bryson nel suo Piccola Grande Isola, il seguito di un’altro mio grande favorito Notizie da un’isoletta, l’unico modo per diventare cittadini britannici se non si è nati sull’isola di Shakespeare o se non si hanno parenti (o almeno un quarto di parente) di origine britannica, è riempire una serie di moduli e giurare fedeltà alla Regina. E visto che i miei genitori erano entrambi bolognesi, e non sono arrivata nella terra del fish and chips portata dalla cicogna, ma bensì da un volo di linea della British Airways, per forza di cose ho dovuto seguire la seconda opzione. Che consiste, oltre a dimostrare una conoscenza approfondita della lingua (cosa utile quando si pensa di vivere in pianta più o meno stabile in un paese straniero…), nel superare un esame chiamato Life in The UK. E se chi viene da un paese di lingua inglese (come Bill Bryson che è americano) è esonerato dal test di lingua, nessuno, proprio nessuno (neppure Bryson stesso), è escluso dal sostenere l’esame. Così ho comprato Life in the United Kingdom: A guide for new residents e mi sono messa a studiare.

Life in the UK test united kingdom official 3rd edition for 2019 book-LF

Non importa quanto bene un aspirante britannico pensi di conoscere la geografia, la storia e la letteratura del proprio adottivo. O a quante overdosi di Tribuna Politica ci si sottoponga per cercare di capire cosa accadrà alla nazione dopo la Brexit, ammesso che questa accada. Ciò che non si sa sono proprio le cose necessarie per superare il test. Come chi ha corso il miglio in meno di un minuto (Sir Roger Bannister nel 1919 se lo volete sapere), cosa significa l’espressione bowled a googly (necessaria nel caso decidiate di capire le regole del Cricket, cosa a cui io ho rinunciato dopo cinque minuti), come si chiama l’edificio in cui si riunisce l’Assemblea dell’Irlanda del Nord (Stormont, memorizzatelo qualora decideste di partecipare ad un quiz al pub), di cosa si compone l’Ulster Fry, la variante nord-irlandese della colazione all’inglese (per la cronaca, contiene soda bread, il nostro pane di soda, invece del toast tradizionale).

Come Bill Bryson, anch’io inizialmente avevo pensato di prendere qualche scorciatoia, convinta di conoscere il Paese in cui vivevo da quasi vent’anni piuttosto bene, e mi sono messa a fare i test di prova online prima di aprire il libro. Solo per ritornarci immediatamente, con la coda tra le gambe, la secchiona che è in me mortalmente umiliata dai terribili risultati ottenuti e determinata a memorizzare cose che sfido qualunque britannico a sapere, come quanti deputati ha l’Assemblea del Galles.

Avrei superato il test a pieni voti, ci fossero stati pieni voti alla fine del test. Ma non c’erano: solo un insoddisfacente pass/fail stampato su un foglio di carta con la data dell’esame da allegare alla domanda di cittadinanza insieme ai documenti necessari. Capita. E poi una piccola cerimonia con cui ufficializzare a suon di inno nazionale e giuramento a Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la mia entrata nella grande famiglia britannica. Mi sono quasi commossa.

Pubblicato su la Repubblica.it

Paola Cacciari © Riproduzione riservata

Addio a Luke Perry il Dylan di ‘Beverly Hills 90210’

E anche lui è andato. Luke Perry, dico, il Dylan McKay di Beverly Hills 90210. E con lui se ne va anche un pezzo della mia adolescenza, o almeno della sua parte finale, che all’epoca ero già all’università.
Ma chi come me era ancora in quella fase di passaggio tra il mondo degli adulti e quello più spensierato dei teenagers, ricorderà quella serie televisiva americana, trasmessa in Italia alla fine degli anni Novanta da Italia 1 e ambientata sotto il sole di Beverly Hills.

Il soggetto era originale che per la prima volta infatti una serie televisiva mirava a raccontare gli adolescenti per quello che erano e sono tutt’oggi, ragazzi che stanno imparando ad essere adulti, e affrontava senza pregiudizi temi delicati come droga, AIDS, sessualità e alcolismo – temi fino ad allora praticamente tabù in televisone. La serie seguiva le vicissitudini di un gruppo di adolescenti dell’alta borghesia, che abitavano nell’elegante quartiere di Beverly Hills, a Los Angeles.

Il suo personaggio, Dylan McKay, il tipico bad boy ispirato a James Dean, è il rampollo di una famiglia miliardaria, che ha problemi con l’alcol e con la famiglia stessa e un atteggiamento da duro dietro al quale si nasconde un’anima fragile e gentile. Il classico bel tenebroso che ama la poesia, la musica, i film d’epoca, ed è particolarmente sensibile al fascino femminile. Insomma il perfetto stereotico dell’irresistibile rubacuori…

Naturalmente anch’io ero infatuata di lui, anche se più che di Luke Perry uomo (che pure non era male) a me piaceva il personaggio che interpretava. Dylan infatti era il tipico ragazzaccio, bello e dannato che, incapace di salvarsi da solo, aspetta solo che l’amore di una brava ragazza lo redimesse… Ah…….. (qui ci sta un sospiro sognante): insomma il classico irrecuperabile- recuperabile che faceva (fa?) impazzire le ragazze come me affette dalla sindrome dell’infermierina salvatrice (tengo a dire che a me nel frattempo e’ passato…).

Perry ha passato un decennio ad interpretare quel ruolo, sollevando un sopracciglio e corrugando la fronte per le buffonate di Steve, Brandon e gli altri del gruppo. Ma poi la vita va avanti, noi siamo cresciuti (o almeno ci abbiamo provato) e Luke Perry è diventato un altro mestierante di Hollywood, che oscillava tra pellicole di successo e film di serie B come Vacanze di Natale ’95, con Massimo Boldi e Christian De Sica.R.I.P Luke: pero che la tua vita sia stata meno melodrammatica e turbolenta di quella di Dylan (a dire il vero spero che la vita di tutti sia meno melodrammatica e problematica di quella di Dylan …)

 

Taste: the history of Britain through its cooking di Kate Colquhoun

Poche cose riflettono la cultura di una società come il cibo e il modo in cui lo si prepara. Noi italiani siamo giustamente orgogliosi della nostra tradizione culinaria, ragion per cui quando due decadi fa ho annunciato il mio trasferimento nella terra del Fish and Chips, la prima cosa che amici e parenti si sono precipitati a fare è stata seppellirmi di cibarie da portare oltremanica – dal caffè all’olio d’oliva come se invece che per Londra fossi partita alla volta di un’isola deserta.
E se sul fatto che la Gran Bretagna sia un’isola non ci piove, bisogna dire che la gastronomia inglese – da sempre oggetto di scherno da parte di noi del continente, ha fatto passi da gigante, tanto è vero che il celebre e celeberrimo TV show di cucina MasterChef è nato in Inghilterra negli anni Novanta. Ma questa è un’altra storia…
La storia in questione è quella racconatta dalla storica irlandese Kate Colquhoun Taste: the history of Britain through its cooking. Attraverso gli alti e bassi della storia della Gran Bretagna, Kate Colquhoun celebra ogni aspetto della cultura e della cucina di una nazione troppo spesso accusata di non avere affatto una cucina tradizionale. Dall’Età del Ferro alla Rivoluzione Industriale, dai romani alla Reggenza, passando attraverso i banchetti Anglosassoni  e dei Tudor e ai dickensiani dinner-party per arrivare all’invenzione dei surgelati e del microonde, Taste racconta una storia ricca e diversa e soprattutto illuminante. Per finira una buona volta con i pregiudizi di chi dice che non esiste una cucina inglese! Forse… 😉
Taste: The Story of Britain Through Its Cooking (Paperback)

Delitto e Castigo di Fyodor Dostoevsky

C’è stato un momento nella mia vita in cui ho pensato che non sarei mai riuscita a leggere Dostoevsky. Non che non ci avessi provato, anni fa (neppure troppi anni fa…), ma la miseria del mondo abitato da Raskolnikov mi faceva sentire così triste e depressa che mi sono arresa dopo tre capitoli. Poi sono stata a San Pietroburgo e tutto è cambiato. Mi sono innamorata della città, totalmente, senza riserve. E ho deciso di riprovarci, a rileggere Delitto e Castigo dico.

L’ho letto quasi tutto d’un fiato, come ho fatto con Guerra e Pace. Che c’è un motivo perché questi libri sono cosiderati classici: perché, nonostante il tempo, non smettono mai di parlarci. Era tempo che un libro non mi faceva riflettere così profondamente sul cosa significhi essere un essere umano, e sul come le nostre scelte abbiano un’influenza indelebile sulla nostra vita.

E mentre leggevo, assaporando quella prosa brillante (OK, l’ho letto in traduzione, ma era una buona traduzione) e non cessavo di stupirmi dell’altrettanto brillante comprensione che Dostoevsky ha della natura umana. La trama è incredibilmente semplice: Rodion Romanovich Raskolnikov, un povero ex-studente all’università di San Pietroburgo, formula un piano per uccidere una vecchia usuaraia senza scrupoli per derubarla. Raskolnikov crede che con i soldi possa liberarsi dalla povertà e continuare a compiere grandi imprese; ma confusione, esitazione e lo zampino del caso fanno cadere la sua convinzione di riuscire a compiere un omicidio moralmente giustificabile. Delitto e Castigo non è altro che uno studio approfondito di un uomo che commette un omicidio e del come viene “punito” per questo, principalmente dalla sua coscienza.

Dostoevsky è un narratore sublime. Non solo è in grado di creare personaggi complessi, ma è in grado di portare il lettore profondamente dentro la mente di un personaggio. Tanto che di tanto in tanto mi veniva da chiudere il libro per mettermi a pensare. Sara’ il paesaggio, la particolarità della loro terra o della loro cultura, la loro non appartenenza né all’Oriente né all’Occidente, ma i romanzieri russi sono insuperabili nel riuscire a combinare di storia, filosofia e alta alta letteratura in un unico tomo.

Lo sceneggiato televisivo della BBC2 del 2002 con John Simm nei panni dell’inquieto Raskolnikov e girata interamente a San Pietroburgo cattura lo spirito del romanzo.

2018 © Paola Cacciari

Siberia: terra di santi di guaritori e di sette segrete

Tutti hanno sentito parlare di Rasputin (se non altro nella versione musicale nella canzone di Boney M…) ma la Siberia offre ben altro. Qualche giorno fa alla BBC2 ho visto un documentario (ah, i documentari della BBC!!) dal titolo “Russia with Simon Reeve” dove il suddetto giornalista intervistava colui che ritiene di essere la reincarnazione di Gesù Cristo. Non potevo non ribloggare questo interessantissimo articolo di Bhutadarma… 🙂 Buona Lettura!

Russia with Simon Reeve

Bhutadarma

Con i suoi undici milioni di chilometri quadrati la Siberia è uno dei territori più vasti e remoti del pianeta. Per generazioni i russi lo hanno utilizzato come luogo di raccolta per tutti i generi di esuli religiosi e prigionieri. La prima cosa che bisogna pensare a proposito della Siberia, è l’idea di uno spazio vasto e desolato in cui vive pochissima gente. I russi lo hanno sempre visto come uno spazio vuoto che si trovava lì per essere colmato, ma purtroppo non ci riuscirono mai in quanto era troppo vasto! Non c’erano strade adatte per viaggiare per il paese; e questo ha contribuito al senso di isolamento che la comunità russa provava in questo ambiente freddo e ostile.

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