Gli impressioni australiani @ National Gallery

“In un paese bruciato dal sole”, penso mentre guardo sbalordita il quadro che mi sta davanti. Si tratta di Fire’s On di Arthur Streeton (1867-1943).

 Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Il collegamento con il libro di Bill Bryson, che nella traduzione italiana porta come titolo quella frase, mi sembra più che appropriato che questo paesaggio  è un’esplosione di colori densi  illuminati da una luce così accecante da sembrare quasi piatta e dura. Chiamarlo impressionistra mi sembra una forzatura che lo spazio qui non è indistinto e la luce non è morbida ed opalescente come nei quadri dei francesi. Anzi, qui le superfici sembrano aride e asciutte, come se il caldo sole degli antipodi avesse asciugato il colore troppo in fretta. Dipinto nel 1891 fa parte di quella  piccola chicca di mostra che è Australia’s Impressionists alla  National Gallery.

L’Australia mi sembra così lontana che mi sembra quasi impossibile pensare che l’Impressionismo francese sia arrivato pure down under. Ma ripensandoci, in fondo non è poi così strano: i contatti era frequenti almeno con Il Regno Unito che utilizzava questo continente per le colonie penali.

A Melbourne Streeton conosce due emigrati inglesi, Charles Conder (1868-1909) e Tom Roberts (1856-1931) e i tre diventano amici. Tre artisti artisti che avevano avuto l’opportunità durante viaggi e permanze in Europa di intravedere barlumi di modernità nei notturni di Whistler e nella luce mutevole dell’impressionismo francese e volevano adattare questo vocabolario visivo ai paesaggi di casa loro. E l’Australia del dell’Ottocento era un luogo sorprendentemente urbanizzato, basta guardare alcune tele di Steenton che raccontano di città sotto la pioggia (“Ma piove anche in Australia?” chiede perplessa la signora elegante che mi sta accanto alla sua amica…), di translatlantici che allagano di fumo l’aria del porto, di folle di persone con ombrelli. Il ricordo della piovosa Inghilterra in cui Roberts aveva studiato, pesa  su queste immagini, così come l’influenza del grande James Whistler.

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

Ma anche quando, come nel caso di Conder, provano a rappresentare un soggetto “europeo” come la spiaggia di Mentone, nessuno li potrà mai scambiare per impressionisti francesi che la loro pennellata è robusta e pesante, quasi aggressiva e decisamente più descrittiva che intuitiva. Il loro mondo è lontano da Antibes, e se vogliamo anche dall’Impressionismo stesso (certe immagini annegate nel sole mi ricordano più i macchiaoli che altro). E’ come parlare una lingua straniera: il vocabolario c’è, ma l’accento della terra d’origine resta nonostante gli anni di pratica. E parlo per esperienza. Il paesaggio australiano è misterioso, imponente, a tratti persino minaccioso. Nella pennellata di Streeton si percepisce l’urgenza di fermare sulla tela questa intensità anche quando dipinge un paesaggio marino come Ariadne, dove Arianna e’ abbandonata nel sole accecante degli antipodi: una figuretta solitaria sulla spiaggia bianchissima, contro il turchese dell’oceano.

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Il quarto e ultimo della compagnia è John Peter Russell (1858- 1930). Nato  a Sidney, alla morte del padre (un ingegnere australiano) riceve un conspicua eredità che gli permette di scambiare l’ingenieria per l’arte. Nel 1881 il nostro eroe lascia il sole di Sydney per la pioggia e lo smog di Londra prima, dove si iscrive alla Slade School of Fine Art (l’Accademia di Belle Arti) e poi per Parigi. Fu qui che s’imbatté in Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Monet, Sisley e Matisse. Restera’ in Francia per trent’anni e ritorna in Australia da vecchio. Certo, i suoi turbolenti paesaggi marini sono esplosioni vorticose di blu, verde e bianco. Sono confusi, sfocati e così intensi che paiono infrangersi sul vetro della cornice.

 

Londra//fino al 26 Marzo 2017

Australia’s Impressionists @ National Gallery

nationalgallery.org.uk

Oltre Caravaggio (ci sono i caravaggeschi). A Londra.

È difficile pensare ad un artista la cui vita sia più avvincente  di quella di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571–1610). Ho sempre pensato a lui come un Baudelaire in versione pittorica: geniale, violento, autodistruttivo e decisamente fuori dagli schemi. Certamente la sua vita sembra uscire da un romanzo d’avventure. Basti pensare che nei primi anni del XVII secolo, fu citato in tribunale in almeno 11 occasioni con accuse che andavano dall’imprecare contro un agente, allo scrivere versi satirici a spese di un pittore rivale, e tirare un piatto di carciofi in faccia a un cameriere. Che avesse un caratteraccio appare chiaro fin da subito ce lo dice Giovan Pietro Bellori (1613-1696) he di Caravaggio fu uno dei biografi, il quale sostiene che, intorno al 1590-1592, Caravaggio, già famoso per le risse tra bande di giovinastri, avrebbe commesso un omicidio durante una rissa. In fuga da Milano, scappa dapprima a Venezia per poi investire la Roma papalina con la violenza di un ciclone, spazzando via le sdolcinate immagini di santi che popolavano l’iconografia contemporanea e sostituendole con le sue vigorose visioni della cruda realtà. Ma nel 1606 fu costretto a fuggire anche da Roma, dopo aver ferito mortalmente Ranuccio Tomassoni durante una rissa in Campo Marzio causata da una controversia su una partita di pallacorda, una sorta di tennis. Il verdetto del processo fu severissimo e Caravaggio viene condannato a morte. Trova rifugio nella Napoli spagnola. Trascorse il resto della sua vita a fuggire dalle sue azioni, prima di collassare sulle sponde della Toscana, morendo a Porto Ercole il 18 luglio del 1610 durante il viaggio di ritorno a Roma per chiedere perdono al Papa.

E i suoi dipinti non erano meno audaci e provocatori dell’uomo che li aveva creati. A cominciare dal fatto che il nostro Caravaggio ricorresse per i suoi quadri alla gente comune, il popolino, che utilizzava come modelli dipingendoli dal vero, direttamente sulla tela ignorando allegramente i precetti dell’accademia sul disegno preparatorio. L’altra novità è il drammatico chiaroscuro che più che un come violento contrasto di parti illuminate e di parti in ombra. Secondo il Bellori, il nostro eroe:

“non faceva mai uscire all’aperto del Sole alcuna delle sue figure, ma trovò una maniera di campirle entro l’aria bruna di una camera rinchiusa, pigliando un lume alto, che scendeva a piombo sopra la parte principale del corpo, e lasciando il rimanente in ombra, affine di recar forza con veemenza di chiaro e di scuro”.

saint-john-the-baptist-in-the-wilderness-about-1603-4-the-nelson-atkins-museum-of-art-kansas-city-missouri-photo-jamison-miller-the-nelson-atkin

Michelangelo Merisi da Caravaggio Saint John the Baptist in the Wilderness, about 1603-4. The Nelson – Atkins Museum of Art, Kansas City, Missouri.

Questa luce, che piomba improvvisa nell’ambiente oscuro, colpisce gli oggetti e le figure, illuminandone alcuni lati, altri lasciandone nell’ombra, modellando i corpi, facendone risaltare il volume e la massa. Ma questa luce che sembra provenire da una sorgente ben definita e’ in realtà molto meno vera di quella di un Tiziano o di un Tintoretto. L’ombra di Caravaggio ha un valore negativo di qualcosa che esiste solo in assenza della luce. Da questa oscurità emergono le figure, in primo piano, davanti all’osservatore. Sfido chiunque a guardare il magnifico San Giovanni Battista di Kansas City senza farsi venire le palpitazioni, anche Ottavio Costa, il banchiere che lo aveva commissionato nel 1604 come pala d’altare per il piccolo oratorio di un feudo di sua proprietà. Pare che il dipinto gli piacque al punto tale che ne fece fare una copia per l’oratorio conservando l’originale nella sua collezione…

Questa combinazione di realismo e luce drammatica fa di Caravaggio l’indiscussa superstar della Controriforma: tutti volevano i suoi dipinti (tutti quelli che non erano il popolo, sia chiaro – che quest’ultimo non amava vedersi ritratto troppo fedelmente…) e tutti volevano dipingere come lui anche se, diciamocelo chiaramente, nessuno ci riesce nonostante alcuni eccezionai tentativi come quelli di Mattia Preti di Jusepe de Ribera.

beyond-caravaggio-x8819-pr_

The Crucifixion of Saint Peter (1656–59), Mattia Preti, called II Calabrese. © The Barber Institute of Fine Arts, University of Birmingham

È solo che l’opera di Caravaggio possiede un fuoco interiore che nessun seguace riesce a riprodurre. Sembra impossibile che la stessa mano che maneggiava la spada con tanta facilità potesse accarezzare il pennello con tanta destrezza e maestria. Prendiamo la Cattura di Cristo che prima d’ora non aveva mai visto dal vivo. Dire che è un capolavoro è riduttivo. Quel quadro sembra parlare. La violenza del dramma si svolge sotto il nostri occhi con un dramma immutato dal tempo: l’espressione rassegnata di Gesù condannato dal bacio di Giuda, la metallica solidità del gendarme in armatura che contrasta con le sofficii pieghe della veste di Cristo, l’urlo sconvolto di San Giovanni in fuga, in netto contrasto con l’espressione pragmatica del personaggio che con la lanterna che illumina la scena (secondo Roberto Longhi un autoritratto del Caravaggio stesso) simbolo della ricerca della fede e della redenzione a cui il pittore aspirava.

Caravaggio, Cattura di Cristo, 1598. Dublino, National Gallery of Ireland.

Caravaggio, Cattura di Cristo, 1598. Dublino, National Gallery of Ireland.

Davanti ad una pittura così rivoluzionaria, a quel realismo che raggiunge vette impensate (i piedi, le unghie sporche) e che spaventava i popolani, ma attirava nobili e cardinali come le  mosche, non sorprende che molti pittori cercassero di imitarlo e di imitare il suo uso del chiaroscuro. E questi suoi seguaci, i cosidetti caravaggeschi, sono  il soggetto della mostra della National Gallery – l’indizio è nel titolo Beyond Caravaggio anche se pochi notano quel “beyond” saltando direttamente al “Caravaggio” che lo segue. Una dimostrazione che ancora una volta basta mettere il suo nome nel titolo di una mostra per garantire code che girano intorno al isolato.

Di fatto pochi seguaci di Caravaggio lo incontrarono di persona a Roma, ma molti di loro restarono travolti dalla sua pittura come da una mareggiata violenta. Almeno fino a quando la mareggiata non si ritito’ e questi seguaci decisero di intraprendere altre strade. Che a differenza dei suoi etreni rivali i bolognesi Carracci, il nostro Michelangelo Merisi era troppo impegnato a bisticciare con tutti e a scappare dalle conseguienze deille sue azioni per fermarsi e pensare a intituire un’accademia come quella carraccesca a Bologna di cui potesse essere il caposcuola. ma nel frattempo per gran parte del XVII secolo il caravaggismo diventa uno degli stili pittorici piu’ affermari a Roma e in Europa. Il chiaroscuro caravaggesco piace e così si ha chi cerca di copiarlo fedelmente, come il suo servitore, assistente, modello e amante Cecco di Caravaggio e i pittori della sua cerchia, come Antiveduto Grammatica e Bartolomeo Manfredi, e chi ne prende il chiaroscuro e il vigore espressivo adattandolo al proprio stile classico come il mio concittadino carracesco Guido Reni. La lista è lunga, e include pittori del calibro di Orazio Gentileschi, che era stato amico di Caravaggio ed era l’unico dei suoi seguaci ad essere piú anziano di lui, e sua figlia Artemisia

Gerrit van Honthorst, 'Christ before the High Priest', about 1617

Gerrit van Honthorst, ‘Christ before the High Priest’, about 1617

Certo, coloro che abitavano a Roma o vi erano di passati ad un certo punto della loro vita, erano avvantaggiati dal fatto di avere (o aver avuto per qualche tempo) sotto gli occhi i dipinti del maestro, come il fiammingo Gerrit van Honthurst detto anche “Gherardo delle Notti” che visitò Roma in gioventù e non dimenticò mai la lezione del chiaroscuro caravaggesco, riproponendolo in scene di taverna con musicisti e giocatori d’azzardo, ma anche scene della vita di Cristo, sempre illuminate da una sola candela.

Ma la mancanza degli originali non ha mai fermato mai nessuno dei suoi seguaci, neanche quelli che a Roma non c’erano mai stati e l’opera di Caravaggio la conoscevano solo attraverso le copie di altri, come il francese Georges de La Tour con le suggestive scene notturne illuminate da candele e molti altri caravaggeschi d’oltralpe. C’è poi chi rielabora il drammatico chiaroscuro del maestro adattandolo ad una tradizione culturale diversa, creando uno stile originalissimo, come il divino Pieter Paul Rubens. Ma questa, ancora una volta, è un altra storia.

 

Londra// fino al 15 Gennaio 2017
Beyond Caravaggio

Gli artisti degli artisti @ National Gallery

Van Dyck, Thomas Lawrence, Degas, Matisse, Delacroix, Tiziano, Ingres, Corot, Lucian Freud, Corot, Constable, Cézanne. E ancora Matisse, Picasso, Gauguin, Manet, Sisley, Delacroix, Poussin. Hollywwod walk of fame? No, Painters’ Paintings alla National Gallery. In un momento come questo, in questa strana estate dello scontento del 2016 come l’ho chiamata in un precedente post, trovo il rifugiarmi nell’arte ancora più terapeutico del solito.

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Cosa hanno in comune questi artisti? Il fatto di essere stati ammirati, collezionati, ma soprattutto amati da altri grandi artisti. A partire dal bellissimo ritratto di donna italiana di Corot che Lucien Freud teneva appeso nel soggiorno della sua casa di Notting Hill, insieme alla pagina di un catalogo raffiguarante un dipinto di Cézanne che lo ispirava che rimase li’ fino a quando l’artista non riuscì a comprare il dipinto originale.

Ma non solo per Freud l’arte nasceva dall’arte e da sempre gli artisti hanno trovato guida, ispirazione in coloro che li hanno preceduti. Così apprendo che Van Dyck non solo era un devoto ammiratore di Tiziano, ma che possedeva molti dipinti del maestro veneziano tra cui il dipinto che per lungo tempo si credeva fosse un ritratto di Ludovico Ariosto, mentre Edgar Degas oltre a collezionare opere dei due grandi maestri del XIX secolo, Ingres e Delacroix, era un insaziabile collezionista di contemporanei. Impressionista lui stesso, Degas aveva la fortuna di provenire da una famiglia agiata, cosa che gli permise di comprare molte delle opere dei suoi amici-colleghi contemporanei, sostenendoli cosi anche finanziariamente.

E se sapere quale quadro appartesse a chi non investe il dipinto di un significato più intenso, apre tuttavia uno squarcio molto interessante sul gusto e le predilezioni estetiche ed artistiche di altri artisti-collezionisti. Joshua Reynolds, il primo presidente della Royal Academy utilizzava i quadri della sua vasta collezione durante le sue lezioni: ai miei tempi si usavano le diapositive o le immagini dei Maestri del Colore. Ora ci sono i tablet e internet, ma avrei di gran lunga perferito il sistema di Reynolds…

 Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

E anche se i curatori sostengono che la mostra non vuole raccontare nessuna storia, la storia ovviamente c’è, quella dell’arte vista attraverso gli occhi di artisti. Una storia in cui Reynolds guarda a van Dyck che guarda a Tiziano, mentre Matisse guarda Degas che guarda Ingres, e dove Degas, Matisse e Lucian Freud guardano tutti a Cézanne. È una splendida mostra, e una splendida dimostrazione che nella mente di artisti tutta l’arte nasce dall’arte.

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

 

Painters’ Paintings: From Freud to Van Dick

National Gallery

Londra//fino 4 Settembre 2016

Io, lui e l’altro (Valentino)

Portrait of a Young Man, 1480-5. London, The National Gallery

Qualche giorno fa mi trovavo dalle parti di Trafalgar Square quando mi sono ricordata che non lo vedevo da una vita. Che non so neppure come si chiami, LUI dico, l’altro mio grande amore (il primo essendo la mia dolce metà, of course…) il giovane che Sandro Botticelli ha ritratto nel 1483. Non è mai stato identificato, ma mi ricorda l’Alessandro Gassman dei tempi migliori. E comunque continua a popolare i miei sogni da quando, quasi sedici anni or sono, varcai con il mio piedino ansioso la sacra soglia di quel tempio dell’arte che è la National Gallery.

Così quando sono in zona passo a salutarlo, godendomi ancora per il momento la gioia dei musei gratis – che i tagli ci sono pure qua e non si sa mica cosa abbia in serbo il futuro per noi amanti dell’arte

Il fatto è che per chi, come me, passa intere giornate in un museo per lavoro, non c’è niente di strano a parlare con gli oggetti o con i dipinti in mostra: si diventa possessivi, protettivi, gelosi. E comunque quadri, sculture e affini a volte sono meglio loro del pubblico o dei colleghi: almeno loro, i quadri dico, non parlano.

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

Sir Mahon e il ricatto a fin di bene

Ogni tanto mi piace guardare indietro, tra le cose che ho scritto su argomenti che mi stanno a cuore, e riproporre qualcosa qui e li’…  Oggi ho ritrovato questo articolo sulla National Gallery e la collezione di Denis Mahon.

Sir Denis MahonUn regalo dall’aldilà. Cento milioni di sterline in dipinti barocchi donati alla Gran Bretagna. Ma a una condizione: i musei devono rimanere gratis. La collezione di Denis Mahon, storico dell’arte e collezionista, è stata finalmente donata.

È ufficiale: la splendida collezione di pittura barocca appartenuta a Sir Denis Mahon (1910-2011), storico dell’arte, collezionista, filantropo e appassionato sostenitore dell’ingresso gratuito ai musei pubblici, è stata formalmente donata alla Gran Bretagna. Un lascito permanente ai musei inglesi in accordo con i desideri del suo energico proprietario. Ma a una condizione: che tutti coloro che amano l’arte possano vederla. Gratis.

Un annuncio questo fatto il 19 febbraio scorso [2013] alla National Gallery di Londra che, con venticinque dipinti, è la maggiore beneficiaria della generosità di Mahon.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, curatore volontario, nel 1936 Mahon offrì un Guercino al museo londinese (Elia nutrito dai corvi, comprato a Roma due anni prima per 200 sterline) per poi vederselo rifiutare dall’allora direttore Kenneth Clark che, seppure apprezzando la qualità del dipinto, non ritenne opportuno neppure menzionarlo ai membri del comitato di gestione dell’istituzione, tale era all’epoca la mancanza di interesse nell’arte italiana del XVII secolo. Il tapino non poteva immaginare che sessant’anni dopo lo stesso dipinto sarebbe stato stimato circa 4 milioni di sterline. Fortunatamente, Mahon non si lasciò scoraggiare da quell’insuccesso e avendo capito che i tempi non erano maturi, decise di collezionare lui stesso i dipinti e di tenerli con sé fino a quando i musei nazionali non avessero compreso (e apprezzato) il suo gusto. Cosa che infatti è avvenuta, grazie anche (e soprattutto) all’instancabile impegno dello stesso Mahon.

Guercino, L’angelo appare ad Agar e Ismaele, 1652 ca.

Guercino, L’angelo appare ad Agar e Ismaele, 1652 ca.

Ora questa collezione di capolavori del Barocco italiano, che comprende nomi illustri come Guercino, Guido Reni, Domenichino, Ludovico Carracci, Luca Giordano, Pietro da Cortona, Giovanni Antonio Pellegrini e Giuseppe Maria Crespi (solo per citarne alcuni), e il cui valore complessivo alla morte del collezionista era di circa cento milioni di sterline, sarà ospitata in sede permanente in sei musei e gallerie britanniche, secondo il desiderio di Mahon. Otto presso le National Galleries of Scotland di Edimburgo, venticinque alla National Gallery di Londra, dodici all’Ashmolean Museum di Oxford, sei al Fitzwilliam Museum di Cambridge, cinque alla Birmingham Museums and Art Gallery e una a Temple Newsam House di Leeds. Ma è un dono, questo, fatto a una precisa condizione: qualora le istituzioni in questione dovessero decidere di re-introdurre l’ingresso a pagamento, i lasciti sarebbero immediatamente revocati e i dipinti ritirati. La stessa cosa accadrebbe se tentassero di vendere quadri appartenenti alle collezioni permanenti. Mahon ha sempre avuto le idee chiare sui fruitori della sua collezione, e giá nel 1999 annunciò che la sua raccolta sarebbe passata in mani pubbliche e che alla sua morte (avvenuta nel 2011 alla veneranda eta di cent’anni) l’amministrazione delle opere sarebbe stata trasferita all’Art Fund con le precise disposizioni che fosse esposta permanente in Gran Bretagna.

L’eliminazione dell’ingresso a pagamento a musei e gallerie nazionali britanniche (introdotto in epoca thatcheriana) da parte del governo di Tony Blair nel 2001 come parte di un piano per estendere l’accesso al patrimonio culturale della nazione a un publico più vasto, ha visto nel corso di un decennio quasi raddoppiare il numero di visitatori dei musei nazionali. Secondo un sondaggio condotto da Museum Association, durante il primo anno dall’introduzione dell’entrata libera, il numero di visitatori del Victoria & Albert Museum è aumentato del  111%  portandolo da 1.1 milioni a 2.3 milioni. E le cifre hanno continuato a salire in tutto il Paese. Da allora l’ingresso gratuito ai musei nazionali è diventato una parte fondamentale della vita culturale britannica, tanto da portare il Segretario alla Cultura Jeremy Hunt ad affermare che “la cultura è di tutti, non solo di pochi fortunati” e di essere particolarmente orgoglioso dell’aver garantito il futuro dei musei gratuiti, nonostante l’attuale clima finanziario.

Sir Denis Mahon – Agenzia Infophoto

Sir Denis Mahon – Agenzia Infophoto

Ma quelli attuali sono tempi difficili e il principio di mantenere l’ingresso gratuito costa caro. I musei britannici (e gli organi che li sostengono) hanno dovuto prendere decisioni difficili, ma hanno preferito tagliare il personale amministrativo pur di mantenere un servizio di fama internazionale. Mahon aveva previsto tutto questo e sapeva che la minaccia dei tagli alla cultura avrebbe continuato a pendere sulle ricchezze dei musei come una spada di Damocle.

Così inventò un ingegnoso meccanismo, la cui attuazione, dopo la sua morte, fu opportunamente affidata alle mani dell’Art Fund. Un meccnismo che ha il sapore di un ricatto. “Un ricatto” disse allora Mahon, “of course, pro bono publico.”

La sua fiera opposizione all’idea che il pubblico paghi per vedere qualcosa che gli appartiene di diritto, ha spinto Mahon a non donare direttamente nessuno dei 57 capolavori ai musei: le opere sono state lasciate in custodia all’Art Fund, che ha giurato di portare avanti le idee e i principi morali dello storico dell’arte. Fondato nel 1903, The Art Fund (in precedenza chiamato National Art Collections Fund) è un’organizzazione indipendente (non riceve aiuti da parte del governo o della Lotteria Nazional, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche) e il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione. L’Art Fund (di cui Mahon fece parte dal 1926 fino alla morte) oltre a concedere sovvenzioni e ad agire per conto di musei e gallerie d’arte e dei loro utenti, funge anche da canale per donazioni e lasciti. Non sorprende pertanto che Sir Denis abbia visto in questa organizzazione il custode ideale della sua collezione, nonché un fidato esecutore dei suoi desideri. Stephen Deuchar, il direttore, ha dichiarato: “Sir Denis Mahon è stato per tutta la vita un sostenitore dell’Art Fund e ha condiviso il nostro impegno di ampliare l’accesso pubblico gratuito all’arte. La sua visione come collezionista d’arte è stata straordinaria, come lo è stata la sua determinazione nel sostenere che la sua collezione dovesse essere visibile a tutti”. “È ancora un principio importante” continua Deuchar, “perché l’ingresso a pagamento costituisce una barriera”.

389891959-480x340

La donazione Mahon

Nato a Londra nel 1910 e figlio di John FitzGerald il Mahon, un membro della famiglia che aveva prosperato della banca d’affari Guinness Mahon, Sir John Denis Mahon ha amato il Barocco quando era terribilmente fuori moda in Inghilterra. Una laurea a Oxford nel 1933, poi il nuovo Courtauld Institute di Londra, dove l’incontro con Nikolaus Pevsner, di cui seguì le lezioni sul Barocco italiano, lo porta a specializzarsi nello studio di Giovan Francesco Barbieri, detto il Guercino. Fu nel 1934, durante in viaggio in Francia, che Mahon vide nella vetrina di un mercante d’arte parigino un quadro che riconobbe come un importante capolavoro perduto del Guercino. Non ebbe esitazioni e lo comprò, assicurandosi per sole 120 sterline il suo primo capolavoro. Si trattava di Giacobbe benedice i figli di Giuseppe. È l’inizio di una strepitosa avventura che dalla Gran Bretagna lo porta in Europa e da lì in Italia, a Bologna, Cento e a Ferrara, sulle tracce del Barocco italico. Nasce così, poco alla volta, la sua straodinaria collezione di opere italiane Seicento; una collezione formata nel corso di varie decadi.

Essendo ancora negli anni Trenta la critica d’arte anglosassone tutta impregnata delle idee di John Ruskin che disprezzava il Barocco e sosteneva che dopo il Rinascimento c’era stato più nulla, Manhon non spese mai per i suoi quadri più di 2000 sterline l’anno. E la cifra più alta pagata dallo studioso per un singolo quadro furono 2000 sterline per La presentazione al Tempio (1623), sempre di Guercino, comprato nel 1953. Un’enormità se si pensa che per alcuni disegni dello stesso Guercino aveva pagato 10 sterline. Poco più di un biglietto giornaliero della metropolitana.

Paola Cacciari

Marzo 2013 pubblicato su Artribune

I ritratti di Goya alla National Gallery

Che Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828) fosse un mago del pennello non è una novità: i suoi dipinti sono capolavori di tecnica, oltre che brillanti spaccati di storia sociale.Nel corso degli anni non sono mancate le mostre dedicate al Goya pubblico o privato, giovane o vecchio, alle Pitture Nere e ai disastri della guerra, come quella che di recente si è tenuta alla Courtauld Art Gallery dedicata alle Streghe e vegliarde dei suoi album privati. Ma questa della National Gallery è la prima dedicata interamente ai suoi ritratti, così nuovi e audaci.

Il linguaggio pittorico di Goya cambia a seconda del soggetto e diventa di volta in volta morbido e gradevole o incisivo e grafico, mentre la pennellata si fa densa e compatta o larga e sciolta, come quelle del Modernismo che Goya presagisce. E questo è vero soprattutto per i suoi numerosi autoritratti, dove il nostro pittore sembra assumere molteplici personalità, che Goya non era sempre lo stesso pittore. La consistenza infatti non sembra essere stata il suo forte, che ci sono momenti in cui sembra che il nostro eroe perda interesse per quello che sta dipingendo, dimenticando le proporzioni e concentrandosi su dettagli, come se la fibbia di una scarpa fosse infinitamente più interessante della faccia di qualche nobiluncolo di secondo grado.

Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Ma è il realismo senza filtri di Goya che fa sì che i suoi ritratti siano di volta in volta bizzarri, poco lusinghieri, volutamente imbarazzanti, persino apertamente sconcertanti. Goya era il ritrattista di corte (il primo dopo Velázquez ad ricoprire questo ruolo) e, considerato che il suo lavoro era dipingere la famiglia reale spagnola e gli aristocratici nel modo più lusinghiero possibile, i suoi soggetti sono dipinti in modo totalmente privo dell’abituale tendenza al “ritocco”allora così in voga tra le classi elevate. D’altronde l’adulazione era un’anatema per Goya e nei suoi quadri si puo’ stare certi che un naso a patata sarebbe rimasto un naso a patata, indipendentemente dalla posizione nella gerarchia sociale del suo proprietario.

Quando ritrae La famiglia di Carlo IV, Goya pone la figura della regina Maria Luisa di Borbone-Parma al centro della composizione, in quanto agli occhi del pittore (e non solo ai suoi) era lei a rappresentare la vera potenza della famiglia reale, non Carlo IV che il pittore sembrava considerare un po’ lento di comprendonio, ma per cui  sembra avere una certa simpatia.

Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington

Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington, 1812–14. National Gallery, London

Ma quando Goya ammira e rispetta un personaggio, lo si vede chiaramente. Il Duca di Wellington , che entrò a Madrid nel 1812 acclamato dalla gente, ci guarda con occhi attenti. Abituata come sono all’altera versione di Thomas Lawrence, devo dire che il duca qui sembra incredibilmente umano – una nervosa energia compressa dietro quegli occhi grandi, quasi tondi, spalancati sul mondo. Qui tutta l’attenzione è nello sguardo e il resto è  appena accennato, comprese le sue medaglie.

Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts

Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts

Lo stesso si può dire dal ritratto di General Nicholas Philippe Guye, uno dei generali più importanti di Napoleone, Guye era arrivato in Spagna per assumere il governo di Siviglia e combattere la guerriglia spagnola e che nel ritratto di Goya è vivo e pulsante, con le labbra socchiuse lo sguardo pensoso sotto un ciuffo di riccioli scuri. Mi sembra chiaro che Goya ha per questi due uomini un grande rispetto.

Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814. Museo del Prado, Madrid, Spain

Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814 Museo del Prado, Madrid, Spain

Al contrario, Ferdinando VII sembra la caricatura di uno gnomo vestito da Re per Carnevale. Il suo disprezzo per il fautore della Restaurazione spagnola è palpabile. Paradossalmente pare che il sovrano avesse apprezzato il ritratto. Stupidità o senso dell’Umorismo? A voi la scelta…

Londra// fino al 10 Gennaio 2016

National Gallery

nationalgallery.org.uk

 

Christen Købke, il maestro della luce

Gentile, evocativo, delicatamente memorabile, dipinge la vita borghese della Danimarca post-napoleonica. A metà tra la bellezza misurata del neoclassicismo e le incertezze romantiche…

Celebrato nella natia Danimarca come uno dei maggiori talenti del “periodo d’oro” della pittura locale, Christen Købke (Copenhagen, 1810-1848) è per l’arte quello che il suo contemporaneo Hans Christian Andersen è per la letteratura. Ma al di fuori dei confini danesi pochi ancora lo sanno. E davanti alla serena tranquillità della Veduta del lago Sortedam (1838), che apre la nuova antologica della National Gallery, ci si chiede con stupore il perché.

Christen Købke - Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 - Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.

Christen Købke – Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 – Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.

E per una volta il titolo risonante, Danish Master of Light, non mente. Ritratti, paesaggi e audaci prospettive di monumenti nazionali danesi dal sapore decisamente moderno, resi con una pennellata larga e carica di trattenuta emotività: Købke è davvero un maestro nel ricreare le delicate tonalità della luce chiara del Nord. Le sue tele sono piccoli capolavori di minuzia in cui nessun dettaglio – muschi sulle pareti, piante, ragnatele -, per quanto minuscolo, è lì senza un motivo. E le dimensioni ridotte si adattano bene al suo stile misurato, alla delicatezza dei suoi colori. Købke fa della quotidianità un’opera d’arte.

One of the Small towers on Frederiksborg Castle, about 1834.

Christen Købke – Torre del Castello di Frederiksborg –1834 circa – The David Collection, Copenhagen.

Ma proprio a causa di questa delicatezza è facile sorvolare sull’elaborata struttura della composizione, sulla sua finezza.
Quelli all’inizio dell’XIX secolo sono anni di intenso nazionalismo per la Danimarca che, relegata a un ruolo subalterno dal Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, deve rialzare la bandiera dell’orgoglio nazionale. Da parte sua, l’Accademia Reale di Copenhagen reagisce promuovendo in pittura l’immagine di una società tranquilla, semplice e ordinata, che celebra il paesaggio danese e i suoi monumenti.

Dal suo maestro Eckersberg, Købke apprende a osservare la natura dal vero. E lo fa con paziente costanza, dipingendo con devozione ossessiva i luoghi che conosce e che gli sono cari alla periferia di Copenaghen. Come la Cittadella, il Lago Sortedam, il Castello di Fredersborg: importanti simboli nazionali che rende con prospettive audaci, dal taglio quasi fotografico. Come per Constable, anche per Købke la ritrattistica è meno importante del paesaggio, ma costituisce una sicura fonte di guadagno. E come per l’inglese, anche Købke ama dipingere la famiglia e gli amici (molti dei quali artisti come lui, ad esempio l’amico-pittore Frederik Sødring), immortalandoli in ritratti affettuosamente informali che catturano la personalità dei soggetti con straordinaria finezza.

A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen

Christen Købke. A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen, 1838.

Købke non si allontanò mai troppo da Copenaghen. Cresciuto nella Cittadella, è con riluttanza che nel 1838 parte alla volta dell’Italia, pellegrinaggio di rigore per ogni artista degno di questo nome. Visita Roma, Pompei e Napoli, ma il sole accecante del Sud non si addice alla sua delicatezza nordica. La sua Arcadia è in Danimarca ed è qui che torna con sollievo nel 1840. E qui muore nel 1848, a soli 37 anni, stroncato dalla polmonite mentre i moti rivoluzionari che scuotono l’Europa mettono fine al periodo d’oro della pittura danese. Anche se forse sarebbe meglio dire al periodo d’oro di Købke.

Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834

Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834

 

pubblicato su Exibart

paola cacciari
mostra visitata il 30 marzo 2010

Il magico mondo di Mademoiselle Privé alla Saatchi Gallery

Dato il mio scarso interesse per l’arte contemporanea, la Saatchi Gallery non è il tipo di museo in cui capito così per caso, tanto per godermi la collezione come faccio con la National Gallery ogni volta che mi trovo a passare dale parti di Trafalgar Square. Anche se, a dire il vero, i motivi non mancherebbero, a cominciare dall’architettura.

SaatchiGallery

          SaatchiGallery, Duke of York’s Headquarters

Dal 2008 infatti, da quando ha lasciato gli spazi del County Hall sul Tamigi, la galleria d’arte del miliardario e collezionista (spesso le due cose vanno di pari passo…) Charles Saachi è ospitata in quel magnifico esempio di architettura Georgiana che è il Duke of York’s Headquarters, disegnato da John Sanders (l’allievo di Sir John Soane, l’architetto della Dulwich Picture Gallery) nel 1801.

Eppoi la posizione, che si affaccia sulla super-trendy King’s Road, la strada del Re, chiamata così in quanto era un tempo una strada privata che Carlo II utilizzava per andare al villaggio di Kew. Cuore pulsante della Swinging London degli anni Sessanta, King’s Road vide svolgersi la rivoluzione della minigonna di Mary Quant (che ha ancora un negozietto da queste parti) diventando negli anni Settanta e Ottanta il quartier generale del punk con i suoi trasgressivi numi tutelari, Vivienne Westwood e Malcom McLaren.

Ma la Saatchi Gallery resta per sempre una galleria di arte contempoaranea. E allora, uno si chiede, che ci faccio qui, in fila insieme a svariate decine di persone (perlopiù donne) attendendo pazientemente il mio turno per entrare in questo tempio dell’arte contemporanea? La risposta è semplice, quanto insolita per la galleria del magnate di origine araba: Gabrielle “Coco” Chanel. Fino al 1 Novembre infatti, la Saatchi Gallery ha messo a disposizione delle creazioni senza tempo della Maison Chanel i tre piani della sua galleria d’arte e, per la gioia di molti, inclusa la sottoscritta, questo tempio dell’arte contemporanea è stato trasformato (seppure temporaneamente) in un tempio dedicato alla moda e alla bellezza.

Mademoiselle Privé. London, 2015 © Paola Cacciari

Mademoiselle Privé. London, 2015 © Paola Cacciari

Oltre a celebrare le novità introdotte da Karl Lagerfeld, che da oltre trent’anni è il direttore creativo di Chanel, la mostra racconta la storia della casa Chanel, il suo ruolo nella haute couture e le vicende che portarono alla nascita del suo iconico profumo, Chanel No 5. E se non bastano una serie di abiti mozzafiato (anche se non abbastanza per i miei gusti…) per farci sognare, c’è anche la famosa collezione ‘Bijoux de Diamants’, la prima ed unica collezione di gioielli create dalla stessa Coco Chanel nel 1932.

Mademoiselle Prive. Chanel

‘Coco’ Chanel famosamente disse che “Per essere insostituibili bisogna essere diversi”. E visto l’immutato successo della casa di moda francese, la signora aveva certamente aveva ragione…

Londra// fino al 1 Novembre 2015.
Saatchi Gallery

Turner, Constable e la nascita della pittura di paesaggio in Inghilterra

I primi tre decenni dell’Ottocento sono anni di grande di cambiamenti per la Gran Bretagna che con l’affermarsi della rivoluzione industriale diventa la nazione più potente del mondo. Gli incredibili progressi della scienza e della tecnologia portano allo sviluppo della macchina a vapore e al suo utilizzo per ferrovie e navi, rivoluzionando così i trasporti e le comunicazioni. Ma se da un lato l’industrializzazione porta la ricchezza e il consolidamento della ricca borghesia vittoriana a cui appartiene John Ruskin (1819-1900), dall’altro determina il costituirsi di un proletariato urbano che vive un degrado sociale e morale dapprima sconosciuto.

Come spesso accade in queste situazioni, gli intellettuali dell’epoca sentono più che mai il bisogno di alternative all’inarrestabile progresso scientifico e tecnologico che aveva spogliato la Natura del suo mistero. E così, insieme all’amore per la Patria e per la storia portati dalla Rivoluzione francese, si afferma durante il Romanticismo anche un altro mito: il paesaggio. Dapprima considerata un genere minore, limitata a mestieranti che si guadagna da vivere con vedute pittoresche di parchi e dimore di campagna e non ad un artisti seri, la pittura di paesaggio acquista una nuova dignità nel XVIII secolo quando grandi artisti come Thomas Gainsborough (1727-1788) cominciano a dipingere paesaggi, sebbene idealizzati.

JohnConstablesMa saranno J.W.M. Turner (1775-1851) e John Constable (1776- 1837) a portare la pittura paesaggistica a tali altezze da poter competere con la pittura storica. Nati ad un solo anno di distanza, tuttavia questi due giganti del paesaggio britannico non avrebbero potuto essere più diversi. Basso, rozzo e grassoccio, Turner era il figlio di un barbiere di Covent Garden, un autodidatta, arrogante ed ambizioso determinato a provare agli occhi del mondo che la pittura inglese poteva rivaleggiare e persino superare in grandezza quella dei grandi maestri del passato. Personaggio eccentrico e solitario, non si sposò mai, preferendo la compagnia dei suoi pennelli a quella degli altri esseri umani. L’esatto opposto di Constable che non solo proveniva da una famiglia della ricca borghesia di campagna della contea del Suffolk, nell’Est dell’Inghilterra (suo padre era un mercante di cereali), ma era anche bello, elegante, raffinato, oltre ad essere un marito e padre felice. Sua moglie, Maria Bicknell era figlia di un avvocato del luogo; i due si sposano nel 1816 dopo un lungo e contrastato fidanzamento e dalla loro unione nacquero sette figli.

Self-Portrait c.1799 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/N00458

Self-Portrait c.1799 JMW Turner 1775-1851 

Ciò che accomuna questi due artisti tuttavia è il modo in cui guardano al paesaggio, cercando di catturarne lo spirito anziché l’esatta topografia. Ma le similitudini si fermano qui.Eletto Associato della Royal Academy nel 1799, Turner ne diventa membro a tutti gli effetti nel 1802, a soli ventisette anni, mentre Constable dovrà aspettare i cinquantatre. Turner si forma nell’ambito della tradizione pittorica settecentesca stabilita da Joshua Reynolds (1723-1792), e i suoi paesaggi ricordano gli sfondi delle opere dei grandi maestri del passato come Tiziano e Poussin, anche se fin da subito nelle sue tele è palpabile l’interesse per gli effetti atmosferici e per l’uomo in balia delle forze della Natura. E se per Turner il successo arriva presto, Constable non ottiene che un modesto riconoscimento in vita.

Turner trae ispirazione dalla Bibbia, dalla storia e dalla mitologia per i suoi soggetti. I suoi sono quadri registrano i grandi cambiamenti della società e, come le poesie e i romanzi del tempo, reclamano una contestualizzazione storico-sociale per essere pienamenti compresi: non si può guardare The Fighting Temeraire (1839) intraprendere il suo ultimo viaggio verso lo smantellamento senza vedere nel vecchio vascello una metafora del presente, di un Paese in rotta verso la modernità. Come Constable, anche Turner è affascinato dal cielo, ma il suo deve essere luminoso come quello del suo eroe Claude Lorrain. Turner lo ammira a tal punto che nel suo testamento chiede che due delle sue tele siano appese permanentemente alla National Gallery accanto a quelle di Claude. Un desidero che da sempre è stato rispettato, e che forse anche Claude avrebbe approvato.

Turner,_J._M._W._-_The_Fighting_Téméraire_tugged_to_her_last_Berth_to_be_broken

J.M.W. Turner, The Fighting Temeraire, 1839. ©The National Gallery

Per Constable, invece la tradizione che Turner vuole rivaleggiare e superare non è che un ostacolo a ciò che vuole esprimere. Non che il nostro pittore-gentiluomo non ammiri i grandi del passato, che molto ha appreso da maestri come van Ruysdael e Gainsborough, oltre che da Claude Lorrain. Ma vuole dipingere quello che vede con i suoi occhi, non con quelli di Claude. Vuole essere il più possibile fedele alla realtà, e per questo disegna all’aperto, immortalando il mondo circostante in veloci schizzi ad olio che poi rielabora nel suo studio, al contrario Turner che di rado dipinge all’aperto (e anche quando lo fa le città e i luoghi dei suoi dipinti sembrano spesso lontani dalla realtà) e che si concede enormi licenze poetiche per trasmettere uno stato d’animo.

John Constable Study of Cirrus Clouds

John Constable, Study of cirrus clouds, c.1821-1822 © Victoria and Albert Museum, London

Certo, se paragonati a quelli di Turner che rischiava la morte scalando le Alpi per dipingere quegli spettacolari acquerelli tanto apprezzati dai suoi numerosi ammiratori-acquirenti in patria, i semplici paesaggi di Constable sembrano soggetti modesti e provinciali. Turner viaggiò molto e molto lontano, visitando la Germania, la Danimarca, l’Italia, la Francia e la Svizzera. Constable, al contrario, non lasciò mai l’Inghilterra perché come Jane Austen (1775-1817), il suo universo era nella campagna del Suffolk, nelle colline di Hampstead e nel cielo che le copriva. E come la sua celebre contemporanea scrittrice, anche Constable ha l’innata capacità di vedere il grandioso nel quotidiano, anche se proprio la quieta bellezza della sua arte lo ha relegato per anni all’ombra della sua più teatrale controparte londinese.

Con le loro visioni di pascoli e di una campagna che prospera con il lavoro dell’uomo, i paesaggi di Constable sembrano usciti da Le Georgiche di Virgilio, ma allo stesso tempo rappresentano un microcosmo minacciato dalla rivoluzione industriale e dalle riforme agrarie.

E se dipingere per Constable è solo un altro modo per ‘sentire’, allora è chiaro che la vera anima dell’artista è nei piccoli schizzi ad olio che produce in preparazione delle tele più grandi: non rovine romantiche o epiche storie, ma spiagge, prati verdi e nuvole. Soprattutto nuvole – che l’artista dipinge in modo ossessivo, documentando la direzione del vento, della luce e all’ora della giornata. Resi con larghe pennellate cariche di colore, questi schizzi su carta sono opere straordinarie.Veduta emozionata o veduta emozionante? Il mago-Turner o il tecnico-Constable? Quella sul chi sia il più grande paesaggista britannico è una diatriba che si trascina da centocinquant’anni. Ma l’arte di entrambi questi grandi maestri rompe in modo definitivo con la tradizionale pittura di paesaggio, offrendo gli artisti futuri la possibilità di intraprendere due strade diverese. Potevano diventare visionari come Turner. O, come Constable, decidere di tenere i piedi ben piantati per terra e gli occhi fissi sulla realtà. Gli impressionisti certo sapevano quello che facevano quando scelsero la seconda.

(Paola Cacciari)

Pubblicato su Londonita

 

Dove potere ammirare le opere di Turner e Constable:

Tate Britain, Millbank, London SW1P 4RG.

The National Gallery,Trafalgar Square, London WC2N 5DN.

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London SW7 2RL