Dipingere con la luce: i Preraffaelliti e la fotografia

Il periodo compreso tra la grande arte di J. M. W. Turner e John Constable e quella dei “cattivi ragazzi” dell’epoca vittoriana, i Preraffaelliti, non si può certo considerare uno dei momenti più innovativi dell’arte britannica. L’ascesa della classe media benestante che caratterizza il regno della Regina Vittoria (1837–1901) aveva cambiato il mercato dell’arte, e la generazione cresciuta in quell’epoca industriale voleva un’arte che riflettesse il loro mondo. Un mondo che pittori come William Murleady, William Powell Frith (quello di Darby Day) ed Edwin Landseer (1802–1873) provvedono opportunamente a riprodurre, rifornendo le case della middle-class britannica di interni borghesi, animali, scene rurali e di genere.

 William Powell Frith, The Derby Day (1856–8) Tate

William Powell Frith, The Derby Day (1856–8) Tate

Ma tutto cambia con l’avvento della fotografia. Nata nel 1839 grazie al genio di Henry Fox-Talbot che inventa la fotografia su carta salata, questa arte porta una ventata di aria fresca nello stagnante panorama artistico vittoriano. E qui ha inizio Painting with Light, la mostra di Tate Britain, un’affascinante racconto di un periodo incredibilmente creativo, che vede artisti e fotografi impegnati quasi simultaneamente ad esplorare nelle loro opere questioni di movimento, luce e composizione.

Ma è possibile dipingere con la luce? Certo che lo è, ce lo insegnano gli impressionisti e i Macchiaioli nostrani, le cui tele sembrano essere state dipinte con il sole accecante dell’Estate mediterranea. Ma questa della Tate è un altro di un altro tipo tipo di luce, quella irradiata della scienza e dal progresso. Una luce che invita l’arte ad essere oggettiva.

Ma questa felice collaborazione tra pittura e fotografia non sarebbe  mai avvenuta senza due gentiluomini scozzesi dai nomi oscuri, David Octavious Hill e Robert Adamson.  Stabilitisi ad Edimburgo nel 1843, allora sede di una progressiva comunità di scienziati, artisti e scrittori, i due aprono uno studio fotografico che produsse non meno di 2000 fotografie e in soli quattro anni (una quantità davvero impressionante per quei tempi) e un mastodontico dipinto che non sarebbe mai esistito senza la fotografia, il Disruption Portrat. Tale dipinto prevedeva il ritratto individuale di tutti i 457 partecipanti alla storica assemblea che nel 1843 diede vita alla Free Church of Scotland. David Octavius Hill, che era presente all’assemblea, decise di immortalare la scena servendosi della nuova invenzione della fotografia per ottenere ritratti di tutti i ministri presenti. Il dipinto richiese vent’anni per essere completato, ma fu un successone anche se David Octavious Hill e Robert Adamson furono opportunamente dimenticati.

The Woodman’s Daughter, by John Everett Millais (Guildhall Art Gallery, City of London )

The Woodman’s Daughter, by John Everett Millais (Guildhall Art Gallery, City of London )

Influenzati dal grande  John Ruskin, il famoso critico d’arte che riportò in auge le fortune di un Turner sul viale del tramonto (e diventato ‘infamosamente’ famoso per lo scandalo dell’annullamento del suo matrimonio mai consumato con la frizzante Effie Gray, che lo lascia per l’aitante Millais) e ispirati dall’arte e dalla cultura medioevali e guidati dalla fede nel carattere spirituale del proprio lavoro, i Preraffaelliti crearono opere affascinanti e sorprendentemente originali. Fedeli al mantra di Ruskin che li esortava a “non respingere niente e non selezionare niente”, ma ad “andare incontro alla natura” John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Holman-Hunt adottano un approccio fotografico verso la realtà. Nei loro quadri elementi fino ad allora tralasciati assumono una nuova, vitale, importanza.

Già dalla meta del XIX secolo la collaborazione tra pittura e fotografia è tale da spingere i preraffaelliti ad uscire dai loro studi per esaminare la natura con un’attenzione mai vista dai tempi di Constable – che fu tra i primi a dipingere all’aperto. E basta guardare le tele di Millais o Holman-Hunt per capire di cosa sto parlando: ogni filo d’erba, ogni fiore, ogni foglia è dipinto con esattezza fotografica. Le loro tele rasentano l’esplosione di megapixel offerta dalle moderne  single-lens reflex.

The Parting of Lancelot and Guinevere by Julia Margaret Cameron. Credit The Metropolitan Museum of Art

 

Mentre gli artisti cercano di emulare l’esattezza delle fotografie, i fotografi cercano di riprodurre nelle loro immagini la qualità amosferica della grande pittura di storia o dei paesaggi.  Molti fotografi d’altro canto, che avevano studiato per diventare pittori prima di essere catturati dalla macchina fotografica, creano fotografie che cercano di imitare le qualità atmosferiche della pittura, mentre utilizzano le fotografie come studi preparatori invece del disegno. Mai come nella prima metà del XIX secolo il dialogo tra arte e fotografia fu così aperto e fruttuoso.

Dante Gabriel Rossetti, Proserpine 1874 Tate

 

Ma nella seconda metà del XIX secolo tutta questa positivistica chiarezza scientifica diventa troppa e alcuni artisti cominciano ad allontanare se stesi e la loro arte dalla chiarezza senza pietà offerta dalla fotografia per andare alla ricerca della belle fine a se stessa.

Entri Julia Margaret Cameron, la donna che rese la fotografi quanto di più simile ad un dipinto e il cui caratteristico utilizzo dell’effetto flou e  dell’uso quasi caravaggesco della luce, resero le sue immagini simili ad apparizioni. Non sorprende che la Cameron godesse dell’amicizia di altri famosi Preraffaelliti, G.F. Watts e Dante Gabriel Rossetti. I tre erano amici, oltre che stretti collaboratori e a loro è dedicata una serie di ritratti che i tre artisti hanno fatto gli uni degli altri, oltre a quelli  delle loro muse e modelle, Elizabeth Siddal e Jane Morris.

Che la fotografia fosse uno strumento prezioso come base e promemoria di futuri dipinti gli artisti lo sapevano bene. Ma in certi casi poteva addirittura diventare IL dipinto, come nel caso di John Atkinson Grimshaw che divenne famoso per le sue vedute notturne del porto di Liverpool e delle strade di Londra che fecero esclamare a James Abbott McNeill Whistler “Mi consideravo l’inventore di Nocturnes fino a quando ho visto le immagini illuminate dalla luna di Grimmy”. Il fatto che “Grimmy” a differenza di Whistler era un pittore di quantità più che di qualità, e il dipingere sulla fotografia gli faceva risparmiare tempo permettendogli di guadagnare il necessario per mantenersi. È davvero il caso di dire che il bisogno aguzza l’ingegno. E il pennello! 😉

 

Painting with Light. Tate Britain, fino al 25 Settembre 2016.

Donne, Madonne e le pietre di Venezia: la vita (non troppo) segreta di John Ruskin

Oltre a resuscitare le sorti di un Turner ormai sul viale del tramonto, scatenare la moda per lo stile Neogotico e fare la fortuna dei Preraffaelliti, John Ruskin (1819-1900) inventò la critica d’arte come la intendiamo oggi. Nella vita privata tuttavia, era un personaggio egocentrico, solitario, supponente e nevrotico che preferiva le pietre di Venezia alle grazie della moglie, che infatti lo lasciò per l’aitante pittore John Everett Millais che le Madonne le dipingeva, ma che le donne le amava in carne e ossa.

John Ruskin standing at Glenfinlas, Scotland, by John Everett Millais(1853–54)

John Ruskin standing at Glenfinlas, Scotland, by John Everett Millais(1853–54)

La madre di Ruskin, Margaret, aveva 37 anni quando si sposa – un’età quasi archeologica per il periodo vittoriano – e la nascita di quell’unico figlio è accolta dalla coppia come un dono del cielo. Adorato, viziato e assecondato in ogni suo desiderio, il giovane John vive un’infanzia protetta e felice che lo trasforma in un adolescente eccentrico, ipersensibile e intellettualmente molto precoce. Questo, unito al fatto di non aver conosciuto altra figura femminile al di fuori di una madre fieramente protettiva e impicciona, lo porta a sviluppare idee confuse e irreali sul mondo femminile. Un mondo nel quale il giovane Ruskin si butta totalmente impreparato e con conseguenze disastrose, come dimostra la sua giovanile infatuazione non corrisposta per Adele Domecq, la figlia del socio in affari del padre, che lo getterà in uno stato di tale disperazione da costringerlo nel 1840 a sospendere i suoi studi universitari ad Oxford e a partire per un lungo viaggio sul Continente, tra il sollievo dei genitori, dai quali aveva ereditato l’insaziabile passione per i viaggi.

Mountain Rock and Alpine Rose by John Ruskin. 1844-49. Ruskin Foundation (RF 1395), Ruskin Library, Lancaster University. ©Ruskin Foundation.

Mountain Rock and Alpine Rose by John Ruskin. 1844-49. Ruskin Foundation (RF 1395), Ruskin Library, Lancaster University. ©Ruskin Foundation.

E in Europa tutto lo affascina: la gente, l’architettura e soprattutto il paesaggio e le forze sublimi della Natura ad esse legate – argomenti che saranno una costante degli scritti di Ruskin per gli anni a venire. Galvanizzato da ciò che ha visto sul Continente, una volta tornato a Londra nel 1841 Ruskin si butta nel lavoro e nel 1843 esce il primo volume di Modern Painters, un’appassionata quanto accurata difesa dell’arte di Turner che ottiene un discreto successo. Ruskin ha trovato la sua vocazione.

Nel 1846, tre anni dopo essere ritornato ad Oxford e aver terminato i suoi studi, esce il secondo volume di Modern Painters, una riflessione vasta e informata su quanto aveva appreso durante il suoi viaggio in Europa e che lo consacrerà definitivamente all’Olimpo delle celebrità letterarie, facendone una delle più importanti figure della storia dell’arte della sua generazione. I cinque volumi di Modern Painters (1841-60) sono un’opera epicamente vasta, in cui penetranti osservazioni sull’arte vanno di pari passo con scritti di botanica, geologia, mitologia, storia a poesia – tutti soggetti che avevano sempre interessato Ruskin e su cui continua a scrivere copiosamente per tutta la vita.

Da grande appassionato dei romanzi di Walter Scott (1771-1832) qual’era, Ruskin flirta per un breve momento con l’idea di sposare la nipote del grande scozzese, la giovane Charlotte Lockart. Per l’ambizioso giovane, imparentarsi con quel grand’uomo sarebbe stata una mossa sociale che gli avrebbe aperto moltissime porte. Ma lo sconvolgimento emotivo causato dalla passione per Adele, aveva reso Ruskin troppo cauto e così Charlotte Lockart esce dalla vita di Ruskin altrettanto silenziosamente quanto vi era entrata per lasciare il posto a Euphemia Gray.

Effie Gray painted by Thomas Richmond.

Effie Gray, by Thomas Richmond.

Allegra, intelligente e vivace, Effie Gray (1828-1897) ama la compagnia ed è perfettamente a proprio agio in società. I due, che si erano conosciuti da bambini a Perth, in Scozia, dove un tempo la famiglia Ruskin abitava, si rivendono anni dopo quando Effie trascorre un periodo di tempo nella loro splendida casa a Denmark Hill, al Sud-Est del Tamigi. La bambina che Ruskin aveva visto in Scozia si era trasformata in una bellissima donna e John, incapricciatosi della giovane, decide di sposarla nonostante il parere contrario dei suoi genitori che non la consideravano all’altezza del loro celebre figlio. Forse avevano intuito che sotto l’amabile sorriso della fanciulla e il suo aspetto da bambola, si celava una natura forte e audace che avrebbe causato guai di ogni sorta, e visto cosa riservava il futuro alla coppia, avevano ragione…

I due si sposano nel 1848, ma Ruskin si rifiuta di consumare il matrimonio adducendo le scuse più svariate, fino a suggerire di attendere che Effie compisse i venticinque anni. E dal momento che la giovane sposina di anni ne aveva appena diciannove e desiderava ardentemente diventare madre, l’attesa si preannunciava lunga davvero… Nel tentativo di mettere un po’ di distanza dall’ingombrante presenza della suocera e cercare di sedurre il marito, la sempre intraprendente Effie suggerisce di trascorrere la luna di miele a Venezia. Ruskin, che aveva visitato la città lagunare per la prima volta nel 1835 con i genitori, è entusiasta, mentre la povera Effie che, una volta in Italia, si trova abbandonata a se stessa mentre il novello sposo passa le giornate a disegnare monumenti, lo è molto meno.

John Ruskin Watercolour 1845

John Ruskin Watercolour 1845

La giovane si butta così nella vita sociale veneziana, con grande sollievo di Ruskin che può così dedicarsi all’arte senza sentirsi in colpa – atteggiamento che in seguito porterà il fratello di Effie ad accusarlo di incoraggiare le amicizie della moglie per comprometterla e avere così un motivo per separarsi da lei. La separazione avvenne – eventualmente- nel 1854 quando, esasperata dal contnuo rifiuto di Ruskin di consumare il matrimonio, la Effie lo denuncia per impotenza, ottenendo l’annullamento e nel 1855 sposerà Millais, da cui avrà otto figli.

Nonostante tutto, i sei anni che Ruskin trascorre da uomo ‘infelicemente’ sposato furono per lui un periodo molto produttivo che vide, tra le altre cose, la pubblicazione di saggi fondamentali come The Stones of Venice (1851-53) dove si fece promotore del Gothic Revival che divenne lo stile degli edifici pubblici e commerciali vittoriani, e di Pre-Raphaelitism, che decise della fortuna di quel movimento. Per lui, arte e morale erano inestricabilmente legate, ed fu un’ironia della sorte che Ruskin si sia trovato a vivere in una società come quella vittoriana che fece del capitalismo la sua nuova religione. Quello stesso capitalismo a cui William Morris si opponeva con le sue Arts and Crafts, di cui infatti Ruskin divenne un grande sostenitore.

Paradossalmente, tra i due, chi uscì meglio dallo scandalo dell’annullamento fu Effie che fu molto felice con Millais, nonostante l’ostinato rifiuto della regina Vittoria di riceverla a Corte non le permettesse la vita sociale che aveva conosciuto, seppure per un breve periodo, all’inizio del suo matrimonio con Ruskin. Lo stesso non si può dire di quest’ultimo. I nemici di Ruskin non persero tempo ad utilizzare lo scandalo per danneggiare la sua reputazione e le sue future relazioni sentimentali, come quella con la giovanissima Rose La Touche, di cui Ruskin chiede la mano nel 1867. Effie avrà provato un maligno piacere quando il 18 Maggio del 1868 prese carta e penna e si sedette alla sua scrivania per scrivere una lunga lettera alla madre della fanciulla, avvisandola di ciò che aspettava alla figlia se avesse acconsentito al matrimonio con il celebre critico. Il matrimonio non si fece, e Rose morì nel 1875 a soli ventisette anni per cause ancora non chiare, gettando Ruskin nello sconforto.

John Ruskin, by William Downey, for W. & D. Downey

John Ruskin, by William Downey, for W. & D. Downey

E Ruskin trovò comunque l’amore, se non in una donna, certamente nei suoi libri, nell’arte e nella bellezza della Natura. E senza le distrazioni causate da una moglie e da una casa piena di bambini divenne il più grande critico d’arte del XIX secolo e uno dei più grandi pensatori ed intellettuali che l’Inghilterra, e forse il mondo intero abbia mai avuto.

By Paola Cacciari, 2015

Pubblicato su Londonita

Gli appuntamenti dell’estate londinese

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come Wimbledon e la pioggia. Sto parlando della Summer Exhibition, l’evento più amato, criticato, atteso e discusso dell’estate londinese e che non manca ad un appuntamento con il calendario britannico dal 1769. E ogni anno da 246 anni una collezione di umanità varia ed eventuale composta da artisti (affermati o aspiranti), critici d’arte, giornalisti, collezionisti e semplici curiosi (come la sottoscritta) continua ad accorrere a frotte per toccare con mano (metaforicamente s’intende…) il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica. E in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable, i due giganti del paesaggio britannico, si erano trovati con le loro tele appese l’una accanto all’altra a fare confronti su quale delle due era la più bella. Se i due non si detestavano già (e pare che non lo facessero…), quello fu il momento in cui iniziarono.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione un paio di secoli fa (almeno non solo), quanto nella sua formula – che rende la Sumer Exhibition un’esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare le celebrità del futuro. Uno dei principi dei fondatori della Royal Academy of Arts infatti era quello di ‘montare una mostra annuale aperta a tutti gli artisti di merito.’ Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale Michael Craig-Martin (famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e Damien Hirst) che insieme al suo comitato ha selezionato con cura gli artisti partecipanti tra gli oltre 12.000 candidati. Fino al 16 Agosto 2015. royalacademy.org.uk 640139890_21c520af42_b-590x284 Ma l’estate a Londra non sarebbe tale senza Wimbledon, il torneo più antico e prestigioso del tennis e che si tiene tra giugno e luglio nel quartiere omonimo, al Sud-Ovest della Capitale. Certo, quando nel 1878 Spencer Gore vinse il titolo probabilmente non aveva idea che avrebbe dato origine ad una delle più grandi tradizioni britanniche. E d’altronde perché avrebbe dovuto? Che con i suoi 22 partecipanti (rigorosamente uomini) e una manciata di spettatori, quell’embrione di torneo non si sarebbe davvero potuto considerare un successo, almeno non per gli standard moderni. Come si sbagliava! Al giorno d’oggi Wimbledon è il terzo dei tornei del Grand Slam in ordine cronologico annuale. Inizia sei settimane prima del primo lunedì di Agosto ed è preceduto dall’Australian Open e dagli Open di Francia, e seguito dagli US Open. I suoi colori ufficiali sono il verde e il viola e come ad Ascot, anche per il torneo di Wimbledon esiste uno stretto dress code che vuole che giocatorie giocatrici vestano rigorosamente di bianco – anche se negli ultimi anni sempre più partecipanti sembrano infrangerlo. E basta capitare in terra angla tra Giugno e Luglio per assistere ad una vere e propria Wimbledon craze con file chilometriche e tendopoli equiparabili solo a quelle presenti al Festival di Glastonbury fuori dai campi da tennis. E chi non è riuscito ad assicurarsi uno dei preziosissimi biglietti per assistere alle parteite, è attaccato al televisore ad ogni ora consentita dalla vita moderna (lavoro, pendolarismo, famiglia) mangiando fragole e bevendo Pimms. E questo da solo basta a fare di Wimbledon uno degli eventi dell’estate. Pioggia permettendo. Dal 29 Giugno al 12 Luglio. wimbledon.com

RoyalAlbertHall

Royal Albert Hall by Paola Cacciari

Per un’appassionata (quanto squattrinata) amante della musica classica quale sono, l’arrivo dell’Estate a Londra significa una cosa sola: l’inizio dei Proms. I Proms (Promenade Concerts) non solo sono uno degli eventi da non perdere dell’estate londinese, ma sono anche il festival di musica classica più grande del mondo. Nell’arco di otto settimane, la Royal Albert Hall, la straordinaria sala da concerti di epoca vittoriana che dal 1895 ospita questo evento, diventa il palco su cui le migliori orchestre internazionali condotte da direttori d’orchestra (o semidei se chiedete a me) come Antonio Pappano e Daniel Barenboim, rinomati solisti e compositori contemporanei si esibiscono in opere nuove e grandi classici. E il tutto a partire da sole 5 sterline! La dichiarazione d’intenti era semplice e resta la stessa anche oggi: provvedere musica classica di prima qualità in modo ugualitario e ad un prezzo abbordabile. E se questo da solo non bastasse (e vi assicuro che per me è più che sufficiente) è l’atmosfera rilassata e festaiola che fa dei Proms un evento unico nel suo genere – un po’ come il Glastonbury della musica classica. I posti della platea sono rimossi e la grande arena diventa standing room only, in cui i “Promenaders” (il popolo dei Proms) si ammassa per ascoltare il meglio del meglio (e a volte del peggio) della classica: dalla musica barocca italiana alle nuove creazioni di compositori emergenti, da concerti di jazz alla musica Indiana e contemporanea. Armatevi di programma, sandwiches e scarpe commode. E buon divertimento! Dal 17 Luglio al 12 Settembre 2015. Per il programma dettagliato guardate BBC proms 2015.

pubblicato su No Borders Magazine

L’estate è magica con la Summer Exhibition 2015

Guerre e rivoluzioni vanno e vengono, monarchi e Primi Ministri si susseguono, ma la Summer Exhibition resta una delle assolute certezze dell’estate londinese – con Wimbledon e i Proms e la pioggia.

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The Royal Academy, Burlington House, London. 2015 © Paola Cacciari

Nata nell’anno in cui Napoleone viene alla luce ad Ajaccio e il Capitano James Cook sbarca in Nuova Zelanda, la Summer Exhibition non manca dalla Capitale dal 1769 e nei 246 anni della sua esistenza è rimasta un potente barometro per misurare il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica, e in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable nel 1832 trovarono le loro tele appese l’una accanto all’altra scatenando (se non era già accaduto prima) una delle più plateali rivalità della storia dell’arte moderna. Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione poco meno di un paio di secoli fa, quanto nella sua formula rivoluzionaria che rende questa esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare il Damien Hirst del futuro. Uno degli obbiettivi principali dell’Accademia infatti, sin dalla sua fondazione nel 1768 era proprio quello di istituire una grande esposizione annuale aperta ad tutti gli artisti di merito e al pubblico pagante. E ieri come oggi, tutte (o quasi) le opere esposte sono in vendita, con tanto di prezzo dovutamente indicato nel catalogo. E come in passato, il 30% dei proventi è destinato al finanziamento della Scuola della Royal Academy dove nascono, crescono e sono lanciate nel mondo dell’arte le future generazioni di artisti.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Per poche centinaia di sterline pertanto, chiunque può tornare a casa con un disegno di un artista emergente o (per qualche centinaia di sterline in più) con una stampa dell’immancabile Tracey Emin, la ragazza terribile di Margate diventata famosa nel 1999 il suo letto disfatto e che nel 2011 ha scambiato il suo anticonformismo con un ruolo come artista associata della Royal Academy – il che dimostra ancora una volta come gli antagonisti di ieri, con l’età (e un discreto conto in banca), finiscano per trovarsi incredibilmente a proprio agio nel mainstream di oggi.

Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale irlandese Michael Craig-Martin, famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e il suddetto Damien Hirst, e che insieme ad un comitato costituito da artisti e architetti (come vuole la secolare tradizione dell’Accademia) ha selezionato circa 1100 opere da esporre sulle pareti di Burlington House, sede della Royal Academy, e che in una spettacolare rottura con la tradizione, invece del solito bianco abbagliante sono state dipinte in gioiosi toni di turchese, rosa confetto e blu cielo.

Michael Craig-Martin CBE RA unveiling a new site-specific artwork by Jim Lambie for the Summer Exhibition 2015  © David Parry, Royal Academy of Arts

Michael Craig-Martin CBE RA unveiling a new site-specific artwork by Jim Lambie for the Summer Exhibition 2015 © David Parry, Royal Academy of Arts

Che Craig-Martin fosse un artista fuori dalla norma era un fatto risaputo – almeno da coloro che conoscono i suoi pictorial readymades che mostrano oggetti d’uso comune come un iPhone che, estrapolati da fotografie, sono disegnati e colorati con gli stessi colori accesi ed esagerati che decorano le sale centrali della Royal Academy. Ma la sua personalità eccentrica e innovativa non si esaurisce in questo esercizio di imbiancatura, ma è palpabile nell’atmosfera totalmente insolita e (perché no?) decisamente edificante dell’edizione di quest’anno. E sebbene la pittura continui a regnare sovrana, con diverse opere dello stesso Craig-Martin presenti in varie sale e di Norman Ackroyd, non mancano grandi nomi della scultura come Anish Kapoor, Mimmo Paladino e Anthony Gormley e progetti e modelli di divinità dell’architettura come Renzo Piano e Zaha Hadid, oltre a numerosi disegni e stampe e una sala interamente dedicata alla fotografia.

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Grayson Perry tapestry, London. 2015 © Paola Cacciari

Da un Budda creato con grucce di ferro da David Mach ad un coloratissimo arazzo di Grayson Perry, dalle peculiari installazioni di ferro rugginoso di Ron Arad agli immancabili (e stranamente rassicuranti nella loro normalità) omaggi al Venezia dipinti dall’onnipresente Ken Howard, la Summer Exhibition è tutto questo: un miscuglio di nomi famosi e di perfetti sconosciuti, del tradizionale e dell’eccentrico, del piccolo e del gigantesco, del bello e dell’assurdo dove le opere più disparate lottano per contendersi l’attenzione dei presenti. Soprattutto non occorre essere esperti di arte contemporanea per godersi questo pezzo di storia culturale della Capitale: basta la piccola guida alle opere in mostra, una biro per scribacchiare nomi che si finirà per dimenticare all’uscita e una buona dose di curiosità.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Fino al 16 Agosto 2015,

Summer Exhibition

Royal Academy,

Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD

royalacademy.org.uk

Albertopolis e la nascita del Victoria and Albert Museum

Era il 1876 quando la Regina Vittoria, avvolta nel suoi abituale abito nero, inaugurava l’Albert Memorial, il monumento dedicato alla memoria del suo adorato cugino-marito, il Principe Alberto di Sassonia-Coburgo morto di febbre tifoidea nel 1861. Protetta dal gigantesco tabernacolo gotico scintillante di oro e mosaici, la statua del Principe Consorte veglia dall’alto del suo piedistallo sugli edifici di Albertopolis, l’area di South Kensington che si dipana lungo l’arteria di Exhibition Road.
Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza i proventi della Great Exhibition di dieci anni prima. Con i suoi oltre sei milioni di visitatori in sei mesi, la Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations, fu la prima esposizione universale del mondo nata per celebrare le moderne tecniche industriali. Il suo successo fu tale che chiuse i battenti con un bilancio decisamente in attivo. Tanto che, su consiglio del Principe Alberto, la Royal Commission for the Exhibition of 1851 decise di investire parte dei fondi nell’acquisto di quell’area di terreno che vedrà la nascita nel cinquantennio successivo di istituzioni come l’Imperial College, la Royal Albert Hall, il Royal College of Art e il Royal College of Music, la Royal Geographical Society e il Royal Institute of Navigation, oltre ad uno tra i più formidabili complessi museali della di tutti i tempi. Tale area, ancora oggi affettuosamente soprannominata Museumland, ospita lo Science Museum, il Natural History Museum e quello che porta il nome del Principe Consorte, il Victoria and Albert Museum.

VA exterior©Victoria and Albert Museum

VA exterior © Victoria and Albert Museum

E giustamente. Che senza il suo cruciale contributo e la sua dedizione alla causa dello sviluppo economico britannico, la grande esposizione non sarebbe mai avvenuta e senza di essa quella grotta di Ali Babà che è l’odierno V&A non sarebbe mai esistito. E sarebbe stato un vero peccato.
Il fatto è che siamo talmente abituati ad averlo a portata di mano questo complesso di grandi musei che si tende a dimenticare che non sono sempre stati lì e che, anzi, la loro presenza è un’aggiunta relativamente recente al panorama culturale e architettonico della Capitale. Basta guardare qualche vecchia mappa catastale infatti, per realizzare che ancora nella prima metà del XIX secolo questa parte di Londra che si estendeva al Sud di Hyde Park era relativamente disabitata. Anche se, dopo la Great Exhibition, le cose sarebbero cambiate non poco…

Fondato nel 1852 con il nome di Museum of Manufactures poi ribattezzato South Kensington Museum nel 1857, il Victoria and Albert Museum è, tra quelli di Museumland, il più vittoriano dei tre, quello che più di tutti simbolizza le conquiste della rivoluzione industriale. A cominciare dal suo nucleo originale, costituito di una struttura architettonica in vetro e ferro tipica dell’ingegneria del periodo e soprannominata “Brompton Boilers” – struttura che, divenuta obsoleta con l’ingrandirsi delle collezioni, fu prontamente smontata e trasportata nell East End di Londra, a Bethnal Green, dove ancora oggi fa bella mostra di sé (sebbene ricoperta di mattoni) nel Museum of Childhood, anche’esso parte del V&A).
Una figura chiave per la realizzazione della visione del Principe Alberto fu Sir Henry Cole (1808-1882), il primo direttore del V&A. Piccolo, basso e con una criniera di capelli bianchi, e con il suo adorato cagnolino perennemente al seguito, Cole non era nuovo ad imprese di questo tipo: nel 1847 infatti aveva già provato a riformare il gusto popolare con la fondazione di un’azienda, la Felix Summerly Art and Manufactures che trent’anni prima di William Morris e delle Arts and Crafts voleva produrre oggetti di buona qualità a prezzi modici. Il sogno di Henry Cole era quello di educare il grande pubblico, oltre ad artigiani, artisti, studenti, e sin dall’inizio il V&A fu la prima istituzione ad offrire un’educazione all’arte e al disegno. Tale era la sua determinazione ad “educare” il gusto locale con la creazione di nuove gerarchie estetiche, che il nostro Henry arrivò persino ad organizzare una mostra chiamata “False Principles of Decoration” in cui, come dice il nome stesso, buoni e cattivi principi di decorazione e di design erano messi a confronto. Inutile dire che questo non gli valse le simpatie degli artigiani locali, che sentendosi ingiustamente accusati, protestarono al punto tale che la mostra dovette chiudere dopo due settimane!
Henry Cole voleva permettere a progettisti e designers britannici di accedere a diverse tipologie di oggetti d’arte e prodotti dell’industria manifatturiera provenienti dal continente, così da riformare il gusto nazionale vittoriano. Fornendo esempi di artigianato locale attentamente selezionati, voleva creare un’esposizione di oggetti bellissimi e altamente istruttivi che liberassero l’industria manifatturiera britannica dal complesso di inferiorità che esisteva nei confronti di paesi come l’Italia e la Francia. Ma non solo: Cole voleva educare la working class britannica rendendo possibile l’accesso al museo gratis per tre giorni la settimana e una sera. Il direttore infatti era dell’idea che l’apertura serale del museo fornisse un potente antidoto al pub. Vero o no, Cole fu un pioniere anche in questo, visto che tutti i musei di Londra al giono d’oggi offrono una late view generalmente il venerdì sera…

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

L’educazione del grande pubblico all’arte e alla bellezza in un’epoca in cui solo una minoranza privilegiata di persone poteva permettersi di viaggiare, unito al fatto di offire agli studenti d’arte la possibilità di disegnare gli esempi migliori di arte classica e rinascimentale, fu l’ispirazione dietro la nascita delle Cast Courts. In queste due magnifiche sale è ospitata la raccolta di calchi in gesso del museo (la maggior parte dei quali furono eseguiti tra il 1867 e il 1873) e che riproducono a grandezza naturale alcune delle più importanti opere scultoree italiane: dal Davide di Michelangelo, donato alla Regina Vittoria dal Granduca di Toscana (e per il quale si rese necessario commissionare nel 1857 una foglia di fico rimovibile di circa mezzo metro per evitare alla Regina Vittoria il trauma della nudità della statua, ora opportunamente esposta nella teca vicina…) al portale maggiore della Basilica di San Petronio della (mia) Bologna e alla Colonna di Traiano che per ragioni di spazio ha dovuto essere spezzata in due – e molte altre provenineti da tutta Europa. E se la raccolta di copie in gesso non fu una prerogativa solo del V&A, quella del museo di South Kensington è certamente rimansta unica nel suo genere, dato che il destino di molte collezioni europee fu quello di essere distrutte ad un certo punto del XX secolo, quando queste opere erano considerate una brutta copia degli originali, anziché un esempio importante del gusto di un epoca.

Il labirintico edificio che oggi si presenta agli occhi del visitatore moderno è il risultato di interventi architettonici diversi avvenuti in periodi diversi ad opera di architetti diversi – Francis Fowke, Henry Scott Young e Sir Aston Webb. La parte orientale, costruita tra il 1856-58, è la più antica, seguita dall’ala occidentale nel 1864 e dalla settentrionale tra il 1865-69. La National Art Library che chiude il grande cortile-giardino interno, il cosidetto Quadrangle costruito in stile rinascimentale Lombardo e concepito per essere la facciata principale del museo, risale al 1877-84. L’attuale facciata principale si deve ad Aston Webb che la costruì tra il 1899 e il 1909 ed è lunga circa 210 m.

The John Madejski Garden

The John Madejski Garden

Artisti e designer dell’epoca come le star dei Preraffaelliti Holman Hunt e Ford Maddox-Brown furono invitati a partecipare alla decorazione del museo. E se i due finirono con il non produrre nulla, Lord Frederic Leighton (quello di Leighton House) creò la serie di spettacolari affreschi che ancora oggi si possono ammirare nel Leighton Corridor, mentre il sempre intraprendente William Morris inaugurerà una lunga partnership con il museo non solo come artista, ma anche come consulente artistico; fu proprio lui infatti, a consigliare al comitato per l’acquisizione delle opere d’arte, un oggetto come il famoso tappeto Ardabil che si può ammirare nella sala del Medio Oriente.
Certo, il direttore un museo moderno oggigiorno non si sognerebbe di annegare le opere d’arte in esposizione in un mare di scintillanti mosaici e altrettanto scintillanti vetrate. Ma questa era la norma in un’epoca come quella vittoriana in cui gli edifici pubblici come tribunali, teatri, banche e musei erano dotati di una decorazione appropriate al ruolo che ricoprivano nella società. E basta passare nelle sfavillanti Silver Galleries per constatare di persona come gli artisti ed architetti ingaggiati da Cole non si fecero pregare per produrre una decorazione degna di un palazzo reale!

Certo una sala adeguata si dovette costruire per ospitare uno dei gioielli del V&A, i cartoni di Raffaello, il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso. Dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, i cartoni vagarono da un laboratorio all’altro prima di finire a Genova, dove furono acquistati nel 1623 dal principe ereditario inglese, il futuro Carlo I, per la manifattura di Mortlake. Dopo l’esecuzione del re, i cartoni furono acquistati poi da Oliver Cromwell e immagazinati alla Banqueting House per tornare in possesso della Corona inglese solo dopo la Restaurazione quando, su incarico di Guglielmo III che desiderava esporli, furono ricomposti, incollati su tela e restaurati. Il Re commissionò anche al grande architetto Sir Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral per intenderci) una sala apposita ad Hampton Court, dove restarono fino 1865, quando furono trasferiti al V&A per volere della Regina Vittoria, dove sono da allora in prestito permanente.

William Morris room©Victoria and Albert Museum

William Morris room ©Victoria and Albert Museum

Le collezioni del V&A sono suddivise in undici dipartimenti e sono esposte in 146 gallerie distribuite su sei piani sfalsati. E se il fatto che ci siano 7 miglia (o 11 km) di sale nel museo è una leggenda metropolitana più o meno credibile (vista la tortuosa vastità dell’edificio sono più propensa a credere alla verità della leggenda che non al suo contrario…), è certamente vero che il sito su cui sorge il Museo occupa 12 acri di terreno e le sue collezioni comprendono al momento della redazione di questo articolo 2,278,183 di oggetti. E in questa carrellata di tesori che vanno dai coniglietti di Beatrix Potter al Great Bed of Ware, il gigantesco letto a baldacchino del XVII secolo citato da Shakespeare ne La Dodicesima Notte, dalle sculture policrome vittoriane ai capolavori di Bernini, Canova e Rodin, dai cieli tempestosi di Turner e Constable ad una delle più ricche ed importanti collezioni di vetro e ceramica al mondo, è impossibile non restare affascinati dalla multiforme varietà degli oggetti esposti e dai materiali e dalle tecniche che li formano e che rappresentano il gusto, le passioni estetiche, le mode, gli stili – il modo di vivere insomma – di ogni classi sociale dal mondo greco-romano ai nostri giorni.
E allora armatevi di mappa, di scarpe comode e … buona visita!

2016 © Paola Cacciari

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Victoria and Albert Museum
Cromwell Road
London SW7 2RL
vam.ac.uk
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Turner, Constable e la nascita della pittura di paesaggio in Inghilterra

I primi tre decenni dell’Ottocento sono anni di grande di cambiamenti per la Gran Bretagna che con l’affermarsi della rivoluzione industriale diventa la nazione più potente del mondo. Gli incredibili progressi della scienza e della tecnologia portano allo sviluppo della macchina a vapore e al suo utilizzo per ferrovie e navi, rivoluzionando così i trasporti e le comunicazioni. Ma se da un lato l’industrializzazione porta la ricchezza e il consolidamento della ricca borghesia vittoriana a cui appartiene John Ruskin (1819-1900), dall’altro determina il costituirsi di un proletariato urbano che vive un degrado sociale e morale dapprima sconosciuto.

Come spesso accade in queste situazioni, gli intellettuali dell’epoca sentono più che mai il bisogno di alternative all’inarrestabile progresso scientifico e tecnologico che aveva spogliato la Natura del suo mistero. E così, insieme all’amore per la Patria e per la storia portati dalla Rivoluzione francese, si afferma durante il Romanticismo anche un altro mito: il paesaggio. Dapprima considerata un genere minore, limitata a mestieranti che si guadagna da vivere con vedute pittoresche di parchi e dimore di campagna e non ad un artisti seri, la pittura di paesaggio acquista una nuova dignità nel XVIII secolo quando grandi artisti come Thomas Gainsborough (1727-1788) cominciano a dipingere paesaggi, sebbene idealizzati.

JohnConstablesMa saranno J.W.M. Turner (1775-1851) e John Constable (1776- 1837) a portare la pittura paesaggistica a tali altezze da poter competere con la pittura storica. Nati ad un solo anno di distanza, tuttavia questi due giganti del paesaggio britannico non avrebbero potuto essere più diversi. Basso, rozzo e grassoccio, Turner era il figlio di un barbiere di Covent Garden, un autodidatta, arrogante ed ambizioso determinato a provare agli occhi del mondo che la pittura inglese poteva rivaleggiare e persino superare in grandezza quella dei grandi maestri del passato. Personaggio eccentrico e solitario, non si sposò mai, preferendo la compagnia dei suoi pennelli a quella degli altri esseri umani. L’esatto opposto di Constable che non solo proveniva da una famiglia della ricca borghesia di campagna della contea del Suffolk, nell’Est dell’Inghilterra (suo padre era un mercante di cereali), ma era anche bello, elegante, raffinato, oltre ad essere un marito e padre felice. Sua moglie, Maria Bicknell era figlia di un avvocato del luogo; i due si sposano nel 1816 dopo un lungo e contrastato fidanzamento e dalla loro unione nacquero sette figli.

Self-Portrait c.1799 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/N00458

Self-Portrait c.1799 JMW Turner 1775-1851 

Ciò che accomuna questi due artisti tuttavia è il modo in cui guardano al paesaggio, cercando di catturarne lo spirito anziché l’esatta topografia. Ma le similitudini si fermano qui.Eletto Associato della Royal Academy nel 1799, Turner ne diventa membro a tutti gli effetti nel 1802, a soli ventisette anni, mentre Constable dovrà aspettare i cinquantatre. Turner si forma nell’ambito della tradizione pittorica settecentesca stabilita da Joshua Reynolds (1723-1792), e i suoi paesaggi ricordano gli sfondi delle opere dei grandi maestri del passato come Tiziano e Poussin, anche se fin da subito nelle sue tele è palpabile l’interesse per gli effetti atmosferici e per l’uomo in balia delle forze della Natura. E se per Turner il successo arriva presto, Constable non ottiene che un modesto riconoscimento in vita.

Turner trae ispirazione dalla Bibbia, dalla storia e dalla mitologia per i suoi soggetti. I suoi sono quadri registrano i grandi cambiamenti della società e, come le poesie e i romanzi del tempo, reclamano una contestualizzazione storico-sociale per essere pienamenti compresi: non si può guardare The Fighting Temeraire (1839) intraprendere il suo ultimo viaggio verso lo smantellamento senza vedere nel vecchio vascello una metafora del presente, di un Paese in rotta verso la modernità. Come Constable, anche Turner è affascinato dal cielo, ma il suo deve essere luminoso come quello del suo eroe Claude Lorrain. Turner lo ammira a tal punto che nel suo testamento chiede che due delle sue tele siano appese permanentemente alla National Gallery accanto a quelle di Claude. Un desidero che da sempre è stato rispettato, e che forse anche Claude avrebbe approvato.

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J.M.W. Turner, The Fighting Temeraire, 1839. ©The National Gallery

Per Constable, invece la tradizione che Turner vuole rivaleggiare e superare non è che un ostacolo a ciò che vuole esprimere. Non che il nostro pittore-gentiluomo non ammiri i grandi del passato, che molto ha appreso da maestri come van Ruysdael e Gainsborough, oltre che da Claude Lorrain. Ma vuole dipingere quello che vede con i suoi occhi, non con quelli di Claude. Vuole essere il più possibile fedele alla realtà, e per questo disegna all’aperto, immortalando il mondo circostante in veloci schizzi ad olio che poi rielabora nel suo studio, al contrario Turner che di rado dipinge all’aperto (e anche quando lo fa le città e i luoghi dei suoi dipinti sembrano spesso lontani dalla realtà) e che si concede enormi licenze poetiche per trasmettere uno stato d’animo.

John Constable Study of Cirrus Clouds

John Constable, Study of cirrus clouds, c.1821-1822 © Victoria and Albert Museum, London

Certo, se paragonati a quelli di Turner che rischiava la morte scalando le Alpi per dipingere quegli spettacolari acquerelli tanto apprezzati dai suoi numerosi ammiratori-acquirenti in patria, i semplici paesaggi di Constable sembrano soggetti modesti e provinciali. Turner viaggiò molto e molto lontano, visitando la Germania, la Danimarca, l’Italia, la Francia e la Svizzera. Constable, al contrario, non lasciò mai l’Inghilterra perché come Jane Austen (1775-1817), il suo universo era nella campagna del Suffolk, nelle colline di Hampstead e nel cielo che le copriva. E come la sua celebre contemporanea scrittrice, anche Constable ha l’innata capacità di vedere il grandioso nel quotidiano, anche se proprio la quieta bellezza della sua arte lo ha relegato per anni all’ombra della sua più teatrale controparte londinese.

Con le loro visioni di pascoli e di una campagna che prospera con il lavoro dell’uomo, i paesaggi di Constable sembrano usciti da Le Georgiche di Virgilio, ma allo stesso tempo rappresentano un microcosmo minacciato dalla rivoluzione industriale e dalle riforme agrarie.

E se dipingere per Constable è solo un altro modo per ‘sentire’, allora è chiaro che la vera anima dell’artista è nei piccoli schizzi ad olio che produce in preparazione delle tele più grandi: non rovine romantiche o epiche storie, ma spiagge, prati verdi e nuvole. Soprattutto nuvole – che l’artista dipinge in modo ossessivo, documentando la direzione del vento, della luce e all’ora della giornata. Resi con larghe pennellate cariche di colore, questi schizzi su carta sono opere straordinarie.Veduta emozionata o veduta emozionante? Il mago-Turner o il tecnico-Constable? Quella sul chi sia il più grande paesaggista britannico è una diatriba che si trascina da centocinquant’anni. Ma l’arte di entrambi questi grandi maestri rompe in modo definitivo con la tradizionale pittura di paesaggio, offrendo gli artisti futuri la possibilità di intraprendere due strade diverese. Potevano diventare visionari come Turner. O, come Constable, decidere di tenere i piedi ben piantati per terra e gli occhi fissi sulla realtà. Gli impressionisti certo sapevano quello che facevano quando scelsero la seconda.

(Paola Cacciari)

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Dove potere ammirare le opere di Turner e Constable:

Tate Britain, Millbank, London SW1P 4RG.

The National Gallery,Trafalgar Square, London WC2N 5DN.

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London SW7 2RL

Gli esperimenti pittorici di Joshua Reynolds. Alla Wallace Collection di Londra.

Pochi artisti possono vantare un posto così centrale nella storia dell’arte britannica come Joshua Reynolds (1723-1792). Più famoso di Constable, più richiesto di Turner, fu collezionista, scrittore ed educatore, oltre ad essere stato anche il primo presidente della Royal Academy, dall’alto della cui cattedra pronunciò i famosi Discorsi sull’arte che influenzarono il gusto del pubblico e la formazione delle future generazioni di artisti britannici.

The Wallace Collection: Joshua Reynolds: Experiments in Paint

Self-Portrait by Sir Joshua Reynolds oil on canvas, circa 1747-1749 © National Portrait Gallery

Tuttavia, nonostante la sua immensa produzione pittorica (nel corso della sua lunga carriera dipinse oltre 2000 ritratti) e la sua abilità in quello che oggi chiameremo ‘networking’, della sua vita sappiamo davvero poco. Quel che è certo è che se avesse dato ascolto a suo padre, un ecclesiastico del Devon professore al Balliol College dell’Università di Oxford, invece di un grande pittore avremmo avuto un farmacista. Fortunatamente per la storia dell’arte, il giovane Joshua decise che l’arte (e non la medicina) sarebbe stato il suo futuro e nel 1740 si trasferì armi e bagagli a Londra presso lo studio del pittore Thomas Hudson, solo per lasciarlo tre anni più tardi per proseguire i suoi studi da solo. Ma nel mondo dell’arte, ieri come oggi, la competizione è forte e Reynolds capisce presto che la strada per diventare un artista fuori dal comune passava dall’Italia. E lì si reca nel 1750 con l’immancabile Grand Tour, il viaggio all’estero che ogni gentiluomo britannico degno di questo nome doveva intraprendere per completare la propria educazione. Un’esperienza essenziale soprattutto nella vita di un artista e che rendeva chi non poteva permetterselo (come il pittore William Hogarth) verde d’invidia. In Italia Reynolds visita Roma, Napoli, Firenze, Bologna e Venezia, dove studia la maniera degli antichi e i grandi maestri del passato, prima di tornare a Londra nel 1753 per mettere in pratica quanto appreso durante il suo soggiorno europeo e diventare uno dei più grandi ritrattisti del XVIII secolo.

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Joshua Reynolds, The 4th Duke of Queensberry (‘Old Q’) as Earl of March, 1759 © The Wallace Collection

Perché la chiave del successo di Reynolds è da ricercare nell’ossessione tipicamente britannica con il ritratto. A partire dal Rinascimento infatti, la ritrattistica in tutte le sue forme (dal ritratto miniato, alla medaglistica alla ceramica) ha svolto un ruolo dominante in Inghilterra, dove i Tudor utilizzarono l’arte a piene mani per dimostrare al mondo la legittimità della loro dinastia. Nel XVIII secolo tuttavia, con l’ascesa del ceto medio e della classe mercantile il focus culturale si sposta dalla corte alla casa privata. Dalla metà del Settecento in avanti possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia e, ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società, la ricca borghesia corre a farsi dipingere dai locali “pittori di facce”. Ed è soprattutto a Londra che i ritrattisti dell’Epoca Georgiana trovano un mercato fiorente e assetato di arte e di status e preparato a pagare profumatamente per ottenerlo.

La soluzione adottata da Reynolds era quella di immortalare i suoi soggetti in pose teatrali e in ambientazioni principesche, facendo di essi personaggi eroici e grandiosi, dipingendoli con pennellate larghe dal colore ricco e dai drammatici effetti di ombre e di luce. Gli uomini trasudano carisma, le donne buona educazione, intelligenza e sensibilità. Pose derivate dall’arte antica e da quella dei grandi maestri del passato servono come modello di riferimento per costruire immagini ricche di fascino. Dotato di un innato senso di ciò che si addiceva all’età, al sesso e allo status sociale del soggetto da dipingere, Reynolds diventa in breve un maestro nel creatre la “posa perfetta”. E le commissioni fioccano, tanto che nel 1760 può trasferirsi in un imponente palazzo in Leicester Square con tanto di servitù in livrea…

Oggi Joshua Reynolds non è più conosciuto come merita – la sua arte meno immediata di quella di Thomas Gainsborough e meno originale di quella di William Blake. Ma fu innegabilmente un grande innovatore e questo è ciò che la Wallace Collection vuole dimostrare con Joshua Reynolds: Experiments in Paint. Con i suoi 20 dipinti, materiali d’archivio e immagini ai raggi X, questa piccola mostra esplora il metodo di lavoro dell’artista sia a livello materiale che a livello concettuale – dal suo uso dei pigmenti, allo sviluppo della composizione, facendo particolare attenzione ai temi della sperimentazione e dell’innovazione. E se il ricco scenario di Hereford House, sede della Wallace Collection, costituisce un appropriato scenario per una mostra su Reynolds, è con una punta di delusione che si seguono le indicazioni che portano al seminterrato che, se ha dalla sua il vantaggio pratico dello spazio, non ha tuttavia nulla dell’eleganza e della ricchezza delle stanze dei piani superiori. Ma non si può avere tutto…

Joshua Reynolds, Mrs. Abington as Miss Prue

Joshua Reynolds, Mrs. Abington as Miss Prue in “Love for Love” by William Congreve, 1771. © Yale Center for British Art, Paul Mellon Collection

Grazie alle scoperte fatte nel corso di quattro anni dal Reynolds Research Project, un progetto di ricerca nato dalla collaborazione della Wallace Collection con la National Gallery di Londra e il Paul Mellon Centre for Studies in British Art di Yale, quello che emerge è un ritratto di Reynolds come pittore d’avanguardia che non esita a sperimentare tanto nello stile quanto nella tecnica, alla continua ricerca di quel qualcosa in più che rendesse i suoi quadri sempre più vicini a quelli di grandi come Tiziano e Rembrandt. A volte questi esperimenti non funzionano, come nel caso di William Douglas, il futuro Duca di Queensberry, pallido come un cadavere per via di un pigmento malriuscito. Molto più spesso invece la sperimentazione va a buon fine e Reynolds crea alcuni trai i più raffinati ritratti del XVIII secolo come quello di Mrs Abington as Mrs Prue e della famosa attrice, scrittrice e poetessa Mrs Mary Robinson (in mostra le due versioni di Yale e della Wallace Collection) piú nota con il soprannome di “Perdida” che fu, tra le altre cose, per breve tempo l’amante del Principe di Galles, il futuro re Giorgio IV. Non mancano anche i ritratti di bambini, come quello di Miss Jane Bowles con il suo cagnolino o di Mrs Susanna Hoare and Child, decisamente troppo sdolcinati per gli standard moderni, ma che tuttavia mostrano un Reynolds all’apice della sua sperimentazione ed espressività tecnica – come le lunghe spiegazioni tecniche accanto ad ogni dipinto non cessano per un solo momento di sottolineare. Informazioni che, per un comune mortale non esperto di chimica come la sottoscritta hanno spesso il grosso svantaggio di distrarre l’attenzione dalla pittura stessa. Per il resto, questa è una mostra piccola e perfettamente formata su di un artista imperfetto alla ricerca della perfezione.

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Fino al 7 Giugno
The Wallace Collection
wallacecollection.org

Rubens conquista la Royal Academy di Londra

Celebrato in vita, venerato dopo la morte, definito tanto “il principe dei pittori” che “l’Omero della Pittura”, Pieter Paul Rubens (1577-1640) è stato indiscutibilmente uno dei più grandi pittori della nostra storia. Un narratore di straordinaria versatilità, era a proprio agio tanto nel dipingere maestosi ritratti di re e aristocratici che tenere scene familiari, luminosi paesaggi, teatrali pale d’altare o violente scene di caccia e le sue opere decoravano le chiese e i palazzi di tutta Europa. È pertanto un curioso scherzo del destino che Rubens sia entrato nella storia dell’arte “solo” (o almeno in parte…) per le bellezze carnose e discinte dei suoi dipinti, tanto che “rubensiana” è diventato sinonimo di bellezza voluttuosa. Ma chi si aspetta una festa di nuda sensualità rimarrà deluso che, lungi dal dilungarsi sulle tanto famose corpulente presenze femminili, Rubens and His legacy. Van Dyck to Cézanne, la grande mostra della Royal Academy, esplora l’influenza di Rubens sugli artisti che sono venuti dopo di lui, dal il suo allievo Van Dyck a Watteau, da Gainsborough a Turner e Constable fino ad arrivare a Cézanne.

Paul Cezanne, Three Bathers, c. 1875, Private Collection- Photo: Ali Elai, Camerarts

Paul Cezanne, Three Bathers, c. 1875, Private Collection- Photo: Ali Elai, Camerarts

Organizzato tematicamente piuttosto che cronologicamente, il percorso espositivo si srotola attraverso sezioni dedicate a Poesia, Ritratti, Religione, Violenza e Lussuria. Ma come spesso accade con mostre di questo tipo (comparative), il numero di opere di Rubens è relativamente basso: solo 30 delle 130 opere in esposizione appartengono infatti all’artista, la metà delle quali sono disegni.

Lasciate quindi ogni speranza, voi che vi aspettate una di quelle magnifiche retrospettive che capitano poche volte nella vita, come quella recente dedicata a Rembrandt alla National Gallery, per esempio. Perchè questa è una mostra completamente differente. Detto questo, si tratta comunque di una straordinaria carrellata di straordinari dipinti che vi accompagneranno attraverso tre secoli, dal XVII al XX, anche se a volte (bisogna dirlo) il filo che accomuna queste opere a quelle di Rubens è piuttosto tenue – come nel caso delle Tre Bagnanti (1875) di Cézanne, dove le similitudini con la vicina tela di Rubens raffigurante Pan e Siringa si esauriscono nella presenza di alcune curvacee signore.

Sir Anthony Van Dyck, A Genoese Noblewoman and Her Son, c. 1626 – National Gallery of Art, Washington, Widener Collection, 1942.9.91 – Photo

Nato nell’Anversa protestante, ma cresciuto nella fede cattolica, Rubens trascorre otto anni (dal 1600 al 1608) viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, studiando i dipinti di Michelangelo, Caravaggio e Tiziano, diventando pittore di Corte dei duchi di Mantova, i raffinati Gonzaga, e conservando tale carica fino alla fine del suo soggiorno italiano nel 1608. E non sorprende. Rubens era un propagandista eccezionale e nessun sovrano degno di questo nome si sarebbe fatto sfuggire l’opportunità di farsi dipingere un ciclo pittorico dal “principe dei pittori”. Certo non lo fece Maria de’ Medici, madre del re francese Luigi XIII, che nel 1621 lo incaricò di dipingere una serie di quadri monumentali per ornare la galleria del Palais du Luxembourg con un ciclo allegorico che illustrava la vita e le idee politiche della regina.E non lo fece neppure neppure Giacomo I Stuart (1566-1625), il successore di Elisabetta I sul trono d’Inghilterra, che nel 1621 incaricò Rubens di decorare il soffitto a cassettoni della Banqueting House, il primo di questo tipo in Inghilterra. Commissionata dal sovrano nel 1619 all’architetto Inigo Jones (1573-1652) e completata nel 1622, la Banqueting House era parte del Palazzo di Whitehall, la residenza principale del monarca a Londra ed è tutt’ora un magnifico esempio di Palladianesimo inglese. Ma sfortunatamente Giacomo I morì nel 1625, prima che Rubens (uomo davvero molto impegnato) avesse potuto mettersi all’opera.

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Interior of the Banqueting House at Whitehall Crown copyright: Historic Royal Palaces

Con alcune modifiche, il progetto fu tuttavia portato avanti e completato dal figlio, Carlo I  Stuart (1600-1649) che con la celebrazione delle virtù del padre, voleva in realtà celebrare (e neanche troppo implicitamente) le sue. Ma una volta terminate e srotolate sul pavimento, Inigo Jones e gli assistenti di Rubens dovettero constatare con orrore che le tele non si adattavano al soffitto. Semplicemente perché – nonostante Belgio e Inghilterra utilizzassero piedi e pollici, i due paesi avevano utilizzato lunghezza diverse per le unità di misura! Inutile dire che furono necessari drastici cambiamenti per adattare le tele ai cassettoni…

Rubens era anche un ritrattista straordinario. In Italia lusinga l’alta società genovese con grandiosi ritratti in cui le mogli dei ricchi banchiere sfoggiano con nonchalance sete preziose, pizzi straordinarie e favolosi gioielli. Il ritratto di Maria Grimaldi e il suo Nano (1607) domina assoluto la sala dedicata ai ritratti con la bella e giovane aristocratica ci osserva divertita dall’alto della sua enorme gorgiera, mentre i grandi occhi del nano ci spiano sinistri da dietro le sue spalle. Tanta eleganza colpì profondamente il sofisticato Anthony van Dick (1599-1641) quando, dopo aver lavorato con Rubens ad Anversa, visitò la famosa città portuale italiana. Ma anche in questa sala, come nelle altre, Rubens finisce con il travolgere gli artisti che appaiono accanto a lui. Persino un genio come van Dyck.

Peter Paul Rubens, Tiger, Lion and Leopard Hunt, 1616; Rennes, Musee des Beaux Arts

Peter Paul Rubens, Tiger, Lion and Leopard Hunt, 1616; Rennes, Musee des Beaux Arts

La caccia alla Tigre, al Leone e al Leopardo (1616) che ha ispirato Delacroix, non è altro che una straordinaria vetrina delle eccezionali capacità pittoriche e compositive di Rubens. Guardando questo quadro sfido chiunque a non rabbrividire al pensiero delle zanne della tigre che affondano nella carne umana, del suo peso che trascina con sé nella caduta cavallo e cavaliere, della ferocia di questa lotta per la sopravvivenza. Ed è facile capire perché la sua pittura abbia continuato ad abbagliare artisti e committenti

 
Paola Cacciari
Pubblicato su Londonita

Royal Academy of Arts
(Burlington House)
Tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00
Venerdì fino alle 22:00

Scontro fra titani: Constable e Turner a Londra

Una delle certezze dell’estate londinese, la Summer Exhibition è ancora oggi un obiettivo prestigioso per ogni artista che si rispetti. Ma nella Londra del primo Ottocento la mostra annuale della Royal Academy era il culmine di un anno di duro lavoro: poteva consacrare un artista. O distruggerlo. In quest’atmosfera così competitiva, i pittori non esitavano a ricorrere a ogni sorta d’inganno per ottenere un vantaggio. Ne sanno qualcosa  William Turner (Londra, 1775 – Cheyne Walk, 1851) e John Constable (East Bergholt, 1776 – Londra, 1837), che nel 1832 videro le loro tele esposte una a fianco all’altra.
Immaginate Turner che osserva preoccupato Constable applicare gli ultimi ritocchi di rosso al suo imponente The opening of the Waterloo bridge. Accanto alla vibrante tela del rivale, il suo Helvoetsluys sembra piatto e monotono. E allora abbandona la sala in tutta fretta per poi ritornare pochi minuti dopo con la sua tavolozza e piantare una pennellata di rosso fiammeggiante sul grigio del mare. La macchia diventa una boa ondeggiante nelle acque del porto. Un gesto che trasforma un altrimenti banale paesaggio marino in un capolavoro. E che farà esclamare allo sgomento Constable: “È stato qui, e mi ha tirato una fucilata”. Inutile dire che la mostra fu un fallimento per Constable e un successone per Turner. Se i due non si detestavano già, quello fu il momento in cui iniziarono.
Nati a un solo anno di distanza, questi due giganti del paesaggio britannico sono diversi per fisico e per temperamento. Personaggio eccentrico e solitario, Turner è l’ambizioso figlio di un barbiere di Covent Garden, determinato a diventare un pittore grande come Claude Lorrain. Basso, rozzo e grassoccio, non si sposò mai, preferendo la compagnia dei suoi pennelli a quella di altri esseri umani. L’esatto opposto di Constable (bello, elegante, raffinato, marito e padre felice) che, nato in una famiglia della ricca borghesia di campagna della contea del Suffolk e destinato a una carriera nell’azienda di famiglia, si scopre pittore quasi per caso.

John Constable, Stonehenge, 1835 ca. - © Victoria and Albert Museum, Londra

John Constable, Stonehenge, 1835 ca. – © Victoria and Albert Museum, Londra

Ciò che li accomuna – oltre al fatto di aver entrambi studiato alla Royal Academy (anche se Turner ne diventa membro a tutti gli effetti nel 1802, a soli ventisette anni, mentre Constable deve aspettare i cinquantatré) e che entrambi non sembrano essere in grado di rappresentare la figura umana – è il modo in cui guardano al paesaggio cercando di catturarne lo spirito anziché l’esatta topografia. Turner si concede enormi licenze poetiche per trasmettere uno stato d’animo; Constable si sforza di raccontare la natura così come la vede. Veduta emozionante versus veduta emozionata, direbbe Argan.  Ma chi ha ragione?

Quella sul chi sia il più grande paesaggista britannico è una diatriba vecchia di centocinquant’anni, che proprio in questo periodo è stata rinvigorita da due grandi mostre proposte dalla Tate Britain e dal Victoria and Albert Museum. Certo, se Constable era l’eroe di Lucien Freud, quando si è trattato di scegliere tra i due artisti, il regista Mike Leigh non ha avuto esitazioni: al contrario di quella di Constable, la vita di Turner fu un continuo tumulto di passioni, esperienze, viaggi e incontri. Un perfetto soggetto per un film, insomma. E visto il successo che il film Mr Turner sta riscuotendo al botteghino, il grande pubblico pare ancora dargli ragione.

J.M.W. Turner, Regulus, 1837 - Tate

J.M.W. Turner, Regulus, 1837 – Tate

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Turner Inspired: In the Light of Claude

Nato in Lorena nel 1600, Claude Gellée (1600- 1682) è considerato insieme a Nicolas Poussin, il maestro del genere del paesaggio ideale. Arrivato a Roma giovanissimo, va a bottega dal Cavalier d’Arpino (meglio noto come il maestro di Caravaggio) e da Agostino Tassi, paesaggista e apprezzato quadraturista, esperto di decorazione architettonica e autore dello stupro della pittrice Artemisia Gentileschi.

Una volta conclusa la sua formazione artistica, nel 1625 Claude torna in Francia. Ma il richiamo dell’Italia è  troppo forte e nel 1626 torna a Roma, dove si stabilisce in modo definitivo e dove si specializza nel genere del paesaggio. Un paesaggio dai toni nostalgici ed evocativi, popolato da luminose marine e dalle colline dolci della campagna romana talvolta animate da grandi architetture e piccole figure immerse in una natura serena e dominata da una luminosità intensa e dolce che tradisce l’interesse per Poussin e per i grandi classicisti del paesaggio classico bolognese, Annibale Carracci e Domenichino.

The Embarkation of the Queen of Sheba (1648), National Gallery

The Embarkation of the Queen of Sheba (1648), National Gallery

Nonostante fosse un francese che dipingeva paesaggi italiani, Claude era amatissimo dal pubblico inglese e già  nel 1820 oltre 300 dei sui dipinti erano presenti nelle collezioni inglesi, comprati dai giovanotti di ritorno dal Grand Tour. Certamente lo era da Turner che, paesaggista come Claude, scoppio’ in lacrime davanti ad un quadro del francese, poichè Claude aveva elevato la pittura di paesaggio a livelli impossibili da imitare. Questo non impedì al nostro Turner di provare ad imitare il francese comunque e con ostinata determinazione per tutta la sua carriera, nel tentativo di raggiungerlo, determinato com’era a provare agli occhi del mondo che la pittura inglese poteva rivaleggiare e persino superare in grandezza quella di un grande maestro del passato come Claude Lorrain.

Turner’s Dido building Carthage

JMW Turner, Dido building Carthage, or The Rise of the Carthaginian Empire, 1815

Tate Britain ha allestito una mostra molto simile nel 2009, Turner and the Masters che aveva messo a confronto oltre cento opere fra dipinti dell’artista inglese e quelli dei maestri che lo avevano ispirato. Certo, nulla si crea e nulla si distrugge, e questo è soprattutto per l’arte, poichè ogni artista è stato influenzato da qualcun altro e a sua volta influenzerà qualcun altro. Ma negli ultimi tre anni le mostre di questo tipo si sono susseguite a ruota, con Turner e Picasso in testa.
Detto questo, Turner Inspired: In the Light of Claude alla National Gallery è comunqe una gioia per gli occhi. Da vedere, senza chiedersi se una mostra del genere fosse necessaria – la risposta è no, non lo era, ma la bellezza di Claude e la potenza di Turner valgono da sole una mostra.

Londra//fino al 5 Giugno 2012