1917: nasce l’Hogarth Press, 99 anni fa

Buon anniversario alla Hogarth Press, la casa editrice fondata da Leonard e Virginia Woolf nel 1917 che quest’anno compie cento anni! Un interessante articolo dell’anno scorso dal blog “reading Hogarth”. Buona lettura!

reading Hogarth

99 anni fa nasce l’Hogarth Press. Ripercorriamo le tappe principali che portarono alla fondazione della casa editrice attraverso estratti dalle lettere e i diari di Virginia e di Leonard.


Passarono due anni dopo che i Woolf decisero di acquistare un torchio il giorno del 33° compleanno di Virginia (1915), per via di alcune frequenti crisi depressive che la colpirono. L’anno 1917 è l’anno primo della Hogarth.

23 marzo 1917: acquisto del torchio
Si concretizza il desiderio avanzato due anni prima. Dall’autobiografia di Leonard:

Un pomeriggio, il 23 marzo 1917, mentre stavamo andando allo Holburn Viaduct da Fleet Street, percorrendo Farringdon Street passammo per caso davanti all’Excelsior Printing Supply Co. […] Gli attrezzi tipografici sono spesso affascinanti a vedersi: rimanemmo a fissarli attraverso la vetrina più o meno come due ragazzini affamati avrebbero guardato focaccine e dolci esposti in una pasticceria. Non so chi dei due suggerì per primo di entrare a…

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Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava il vento del cambiamento, in Gran Bretagna Ibsen era proibito, Zola e Balzac e la letteratura francese in genere erano condannati come depravati e i grandi della letteratura russa non erano neppure tradotti.  Ci volle la tragedia della Prima Guerra Mondiale per portare il Modernismo anche sulle coste britanniche.

Sul continente l’intera struttura dell’universo, del tempo e della mente erano già state messe in discussione dalle scoperte della relatività di Einstein, del tempo come durata di Bergson e dell’inconscio di Freud. Tutte le cose che diamo ora per scontate – il telefono, l’automobile, la macchina da scrivere, l’aereoplano e (anche se un po’ più tardi) la radio, furono inventate nel giro di un quarantennio, quello compreso tra il 1870 e il 1910 (circa). Gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale innescarono in Europa la più grande rivoluzione culturale mai vista dal tempo del Romanticismo, quella modernista. Un rivoluzione che porterà cinque anni più tardi lo scrittore D.H. Lawrence a scrivere che “fu nel 1915 che il vecchio mondo è finito.”

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale che portò oltremanica i primi pioneri del Modernismo che fuggivano da Francia, Germania, Danimarca, Russia e Polonia, la letteratura e le arti in genere (si trattasse di arti visive, musica o teatro) anche in questa piccola isola, cambiarono per sempre.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Nessuno fece propria questa rivoluzione culturale più del Bloomsbury Group, fondato all’inizio del XX secolo da Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell e Thoby Stephen, le cui sorelle erano due donne straordinarie che avrebbero lasciato tracce indelebili nella storia del Modernismo in Gran Bretagna. I loro nomi erano Virginia e Vanessa Stephen, ma sarebbero diventate famose con i nomi dei rispettivi mariti, lo scrittore Leonard Woolf e l’artista Clive Bell. E qui comincia la nostra storia.

Nonostante Vanessa Bell sia stata una delle figure chiave del Bloombury Group e dell’Omega Workshop, è spesso ricordata per lo più per essere la sorella di Virginia Woolf. Il che, pur essendo innegabile, è una definizione molto limitante di una donna che fu certamente uno dei personaggi più interessanti del suo tempo. E allora ben venga Vanessa Bell (1879-1961), la bellissima retrospettiva allestita alla Dulwich Picture Gallery – la prima dedicata all’artista dalla sua morte avvenuta nel 1961.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Era nata Vanessa Stephen in una famiglia dell’alta borghesia dell’Inghilterra edoardiana, la figlia maggiore di Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Duckworth, una nipote della pionieristica fotografa Vittoriana Julia Margaret Cameron. Quella della famiglia Stephen era una elegante casa al numero 22 di Hyde Park Gate, nei pressi del famoso parco, piena di ospiti e servitù e dove Vanessa fu educata in lingue, matematica, storia e disegno. Ma questa vita dorata cambia bruscamente alla morte dei genitori. Costretta in quanto sorella maggiore ad assumere il ruolo di angelo del focolare e ad occuparsi della casa e dei fratelli, Vanessa si rifugia boccheggiante nel mondo colorato della Royal Academy dove segue le lezioni di pittura di John Singer Sargent. Le critiche di quel grande americano che giudicava le sue opere troppo grigie furono un vero toccasana per Vanessa che poco a poco comincia a semplificare le forme riducendole a sagome semi-geometrice riempite da blocchi di colore .

Certamente due cose accaddero nella vita di questa giovane donna costretta a maturare troppo in fretta e che decisero quale direzione avrebbe preso la sua vita. La prima fu vendere la casa di Hyde Park Gate nel 1904 per trasferirsi insieme a Virginia e ai fratelli Thoby and Adrian a Bloomsbury, nella zona Nord di Londra dove cominciarono a socializzare con un gruppo di artisti, scrittori e intellettuali amici di Thoby che avrebbero poi formato il Bloomsbury Group. La seconda fu un’altra grande mostra sul Post-Impressionismo, la seconda organizzata da Roger Fry nel 1912 alla Grafton Gallery di Mayfair, pochi anni dopo quella sull’Impressionismo organizzata da Paul Durand-Ruel (il padrino degli impressionisti), a cui Vanessa partecipò come artista. La vista del colore acceso e audace e a malapena contenuto da una grossa linea nera di contorno delle opere di Matisse, Picasso, Cézanne e Degas ebbe su di lei un effetto elettrizzante e liberatorio. E non solo quello.

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Le costrizioni della società vittoriana ed edoardiana non avevano posto nella sua casa che Vanessa condivideva con il marito Clive Bell a Bloomsbury che, al contrario di quella in cui era cresciuta, era  un luogo di creatività e tolleranza, dove pacifismo, ateismo, omosessualità e relazioni aperte erano accettate come libertà fondamentali dell’individuo. Non sorprende pertanto che ancora oggi i membri del Bloomsbury Group siano venerati come una sorta di icone della liberazione sociale e sessuale del Novecento.

Quando Vanessa sposò il critico d’arte Clive Bell nel 1907 (matrimonio dal quale nacquero due figli, Julian e Quentin) la coppia decise che il loro sarebbe stato un matrimonio aperto ed entrambi ebbero amanti nel corso della loro vita. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Vanessa e il marito Clive, il loro amante – il pittore bisessuale, Duncan Grant (dalla cui relazione nacque una figlia, Angelica) e il suo compagno ‘Bunny’ si trasferirono nella campagna del Sussex, a Charleston Farmhouse. Qui Vanessa e Grant dipingevano e creavano oggetti per l’Omega Workshop.

Vanessa Bell, Tents and Figures, 1913, Folding screen, Victoria & Albert Museum. © The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett Photo credit © Victoria and A

Fondata dal critico e artista Roger Fry con la collaborazione degli stessi Duncan Grant e Vanessa Bell, Omega era una società a responsabilità limitata che si proponeva di armonizzare l’artigianato d’artista con la realtà commerciale. Ispirati dai colori brillanti dei Fauves e dalla sfaccettata astrazione del Cubismo, i giovani talenti dell’avanguardia artistica inglese si prefiggevano di rinnovare l’arredamento contemporaneo. Creavano nuovi prodotti per la casa dai colori accesi e decorati da dinamici motivi astratti che sfidavano la sobrietà formale del movimento Arts and Crafts. Ma al contrario di William Morris, Fry non era interessato a farsi arbitro del buon gusto: come Paul Poiret voleva vedere i colori brillanti e l’audace semplificazione delle forme del Post-Impressionismo applicate al design. Convinto che un oggetto dovesse piacere unicamente per le sue qualità estetiche, Fry insiste che i disegni siano prodotti in modo anonimo, contraddistinti solo dalla lettera greca Ω (Omega) racchiusa in un quadrato.  E i suoi disegni per tappeti e tessuti per l’Omega dimostrano che,anche artisticamente, Vanessa Bell ha sperimentato con ogni stile possibile – dall’astrazione, al fauvismo al cubismo e con sempre con risultati inebrianti. Le sue illustrazioni create per le copertine dei libri di Virginia Woolf pubblicati dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice creata dalla sorella con il marito Leonard nel 1917 sono piccole meraviglie di grafica.

Essere moderni significava uscire fuori, non starsene a casa con gli amici o la famiglia a fare gli angeli del focolare. Ma Vanessa è al meglio quando si dedica a creare semplici ritratti post-impressionisti della sorella Virginia impegnata a lavorare a maglia, o dei suoi amici più cari intellettuali e artisti bohémien come Lytton Strachey, Roger Fry (il creatore dello stesso termine Post-impressionismo) e Duncan Grant sprofondati in comode poltrone, impegnati a leggere, a scrivere, a pensare resi con semplici blocchi di colore acceso quasi astratto, dove raffinatezza e sfacciata sensualità convivono liberamente e dove l’umore e il sentimento sono evocati dal semplice uso del colore. Con la sua arte Vanessa Bell ha riscritto le regole dell’essere donna e artista dando la possibilità a tutte le donne di sognare finalmente quella che la sorella Virginia Woolf ha definito “una stanza tutta per sé”.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 4 Giugno 2017
Vanessa Bell (1879-1961),

Dulwich Picture Gallery
dulwichpicturegallery.org.uk

 

Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Ho letto Orgoglio e Pregiudizio quando avevo diciassette anni e non mi è piaciuto per nulla. L’ho trovato noioso e per nulla divertente. Dov’erano quell’ironia e quella leggerezza di cui i testi di critica letteraria parlavano tanto?
Allo stesso modo ho letto Gita al Faro quando ne avevo ventisette di anni e ho provato la stessa sensazione di noia, come se di Jane Austen, così come di Virginia Woolf mi stesse sempre sfuggendo qualcosa. Qualcosa di indefinito e che non riuscivo ad afferrare. Certo leggere i romanzi in traduzione non aiuta, e lo so per esperienza essendo io stessa una traduttrice (troppo spesso disoccupata che al giorno d’oggi nessuno vuole pagare per la qualità). Il grande Umberto Eco ha persino dedicato un libro all’argomento, la bibbia del traduttore, dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Che una traduzione non potrà mai dire esattamente la stessa cosa (a volte in una lingua mancano proprio le parole stesse adatte per farlo), ma come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. Tradurre porta inevitabilmente via qualcosa al testo originale: leggere Dante in inglese suona osceno, così come dopo aver sperimentato Shakespeare in inglese uno non potrà mai più avvicinarsi neanche di striscio ad una traduzione italiana (o francese, o tedesca…). Seppure sia quasi lo stesso, non sarà mai lo stesso.

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

E questo l’ho sperimentato leggendo Mrs Dalloway. Dopo il mio tentativo abortito di leggere La Signora Dalloway in italiano una ventina di anni fa, avevo esiliato Virginia Woolf tra gli autori illeggibili. Poi qualche settimana fa, alla Royal Opera House, ho assistito ad un magnifico balletto del coreografo inglese Wayne McGregor dal titolo Woolf Works che mi ha fatto ritornare la voglia di dare a Virginia Woolf una seconda possibilità. Se non altro perché Alessandra Ferri, che interpretava Clarissa Dalloway che (ironia della sorte, o forse no) ha quasi esattamente la stessa sua età, è riuscita con delicatezza a trasmettere tutta la serie di inquietanti emozioni che passano per la mente di Mrs Dalloway. Come la meditazione sulla vita e sulla morte, per esempio – che costituisce uno dei temi centrali del libro.
La trama del libro è pressoché inesistente, pointless,senza senso, inutile suggerisce gentilmente la mia dolce metà che Virginia Woolf davvero non la può proprio soffrire. Tutto il libro infatti si condensa nel corso di una giornata, mercoledì del giugno 1923 nel corso della quale la protagonista, la ricca cinquantunenne Clarissa Dalloway, si reca a Bond Street per comprare dei fiori per la festa che sta organizzando per la sera stessa e durante la giornata incontra gente e soprattutto, pensa e ricorda il suo passato. Le descrizioni esterne sono appena abbozzate, Londra è un’entità astratta, colorata, viva e pulsante come i quadri della sorella Vanessa Bell, ma questo non è il punto: ciò che importa è l’inesorabile passare del tempo. E il passare del tempo – sempre chiaramente scandito dal Big Ben attravesro tutto il libro – il suo non essere mai abbastanza o il suo dilatarsi in modo spropositato nella mente dei personaggi gioca un ruolo fondamentale nell’intero libro. Ma la cosa che mi ha colpito di più è come la stessa Clarissa diventa una persona attraverso la sua memoria sua e di chi la circonda. La realtà ha molte facce, tutte ugualmente vere direbbe Pirandello. Da giovane sono stata un’appassionata lettrice di Marcel Proust e James Joyce (in traduzione) ma erano anni che non leggevo nulla che utilizzasse la tecnica dello stream of consiounsess, del flusso di coscienza. Ritrovarlo qui mi ha elettrizzato.

Non solo. Ci sono libri che si apprezzano solo con l’esperienza portata dall’età. Come da adolescente avevo trovato Jane Austen troppo quieta per i miei gusti che un’adolescente vuole romanticismo e passione (tutte cose che abbondavano in Foscolo, Goethe o nel mondo tormentato delle per esempio…) e l’ho rivalutata in età adulta, quando i suoi romanzi perfettamente bilanciati ed armoniosi mi hanno offerto quell’oasi di pace e tranquillità in cui rifugiarmi quando la vita ha deciso di fornirmi, mio malgrado, una robusta dose di inquietudine, ansia e dolore fornitami, così è capitato con Virginia Woolf. I desideri di Clarissa Dalloway e degli altri, le loro angosce, le paure – della solitudine, della morte ma anche della vita – il loro esseri fragili esseri umani feriti dalle circostanze e impotenti di fronte alla vita. E ancora, la fatica di essere donna in una società che ancora oggi ostacola e punisce le donne che vogliono ottenere dalla vita e dalla carriera gli stessi risultati di un uomo.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

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Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi