Tangerines

Il museo non e’ solo un’insieme di oggetti bellissimi, ma anche di una serie di bellissime persone che ci lavorano e che ho la fortuna di avere (o di aver avuto) come colleghi. Come Carlo, il chitarrista della band emergente Tangerines.

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Qui ci sono altre canzoni. Sono bravi e andranno lontano (ed io potrò dire che ne conoscevo uno… 🙂 )

https://soundcloud.com/feeltangerines

In Gennaio verranno in tour in Italia (con una data in Svizzera) e faranno anche tappa a Bologna, dove suoneranno  all’Associazione Culturale Kinodromo. In bocca al lupo ragazzi!! 🙂

Tangerines, Associazione Culturale Kinodromo, via San Rocco 16 Bologna 25 gennaio 2018.

Twitter @feeltangerines

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Nuovo record per i musei italiani nel 2017

Un raggio di speranza per chi, come me, ama l’arte e i musei e lavora nel settore. Una dimostrazione che con la cultura si mangia eccome! #domenicalmuseo

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il Blog di ANGELO FORGIONE

Campania stabilmente seconda con interessante risultato della Reggia di Caserta


Angelo Forgione
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Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2017, costantemente in crescita. Battuto ancora un record, quello del 2016, da 45.383.873 a 50.103.996 visitatori. Una crescita nella quale la Campania gioca un ruolo importante, coi suoi 8.782.715 visitatori e un +10,66 rispetto allo scorso anno. «La Campania – fa notare il ministro Dario Franceschini è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum».
Il Lazio resta la regione leader, dai 20.317.465 ingressi del 2016 ai 23.047.225 del 2017 (+13,44). Roma continua a fare da…

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Musei chiusi e personale licenziato a Torino.

Da questo mese di gennaio il Borgo Medievale Torino non farà più parte della Fondazione Musei per la quale rappresentava una cifra in rosso pari a 800 mila euro l’anno. La Rocca tornerà alla Città, che pensa di farne un parco tematico. Cosa ne sarà quaindi del personale in esubero? Io stessa lavoro in un museo e so quanto sia difficile per un’istituzione pubblica continuare a “mangiare con la cultura”. Per cui fate i bravi e firmate la petizione su Change.org! Grazie! 🙂

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Il consiglio direttivo della Fondazione Torino Musei, in seguito a tagli alla cultura operati dall’attuale amministrazione comunale, ha deliberato di chiudere i servizi relativi a Borgo Medievale, Biblioteca d’Arte, Archivio Fotografico e Museo Diffuso della Resistenza. Il Borgo verrà restituito alla città senza nessun progetto concreto (si parla di un parco tematico), la Biblioteca e la Fototeca verranno chiuse e il Museo Diffuso della Resistenza verrà tagliato e forse integrato nel Polo del ‘900.

Fondazione Torino Musei ha aperto una procedura di licenziamento collettivo per 28 lavoratori, nello specifico 13 al Borgo Medievale, 6 Biblioteca d’Arte Gam, 6 Fototeca, 3 in distacco al Museo Diffuso della Resistenza.

Il patrimonio che fino ad ora abbiamo tutelato è in serio pericolo e con esso il lavoro e la vita quotidiana di 28 persone, che hanno (come è normale) spese, progetti e famigliari a cui pensare. Tutto il nostro mondo in pochi giorni…

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L’Infinito (anche in un quadro)

Certo, il Victoria and Albert Museum non è una galleria d’arte come la National Gallery, ma non se la cava male ugualmente. Che oltre ad ospitare la collezione nazionale di ritratti miniati (ne possiede circa duemila) e una serie di dipinti di artisti europei e britannici, tra cui gli immancabili JW Turner e John Constable, ospita anche una bella collezione di dipinti. Anzi, due. Donate da due collezionisti John Sheepshanks (1787–1863) che si era arricchito con l’industria tessile e il broker di origine greca Constantine Alexander Ionides (1833–1900).

La collezione di dipinti era parte originale del Museum of Ornamental Art, il Museo di Arti Ornamentali, poi rinominato Victoria and Albert Museum, che aprì i battenti nel quartiere di South Kensington nel giugno 1857. In quell’anno John Sheepshanks decise di donare al museo la sua collezione di circa 500 dipinti moderni oli britanniche , acquerelli e disegni per fondare una “National Gallery of British Art”. Preferiva la “posizione ariosa” di South Kensington all’atmosfera inquinata del centro di Londra e credeva nell’importanza di rendere l’arte accessibile al pubblico. La prima delle gallerie del V&A fu aperta nel 1857 ed è la parte più vecchia del Museo.

Gustave Courbet (1819-1877) L'Immensité, 1869 France. Victoria and Albert Museum Bequeathed by Constantine Alexander Ionides

Gustave Courbet (1819-1877) L’Immensité, 1869 France. Victoria and Albert Museum Bequeathed by Constantine Alexander Ionides

Ogni volta che mi trovo a passare davanti a questo quadro di Gustave Courbet (1819-1877) – e quando sono di turno nella sala dei dipinti mi trovo a farlo circa un milione di volte nel corso della giornata- mi viene in mente  L’Infinito di Giacomo Leopardi. E mi ci perdo…

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Piange il telefono

Lei sta litigando con un reticente lui. A quanto pare i piani per il matrimonio non stanno andando come vuole lei. Che è una questione di priorità e il lui in questione non sta prendendo le sue abbastanza seriamente. Devo smetterla di farmi i fatti degli altri? Mica facile quando fai un lavoro che induce la gente a considerarti parte dell’arredamento. Ancora meno facile se si tratta di un Venerdì sera (sì, un’altra serata lavorativa…) e le sale in cui lavoro sono pressocchè deserte che sono tutti al concerto nell’auditorium e gli strilli della tipa in questione mi hanno riscosso bruscamente dal mio sogno di essere Isabella d’Este (o Lucrezia Borgia, dipende dal momento…).

Le lancio un’occhiata al vetriolo, ma lei è così impegnata a camminare furiosamente avanti e indietro senza smettere un attimo di abbaiare ordini dentro al suo iPhone che non mi vede neppure.

Eppoi, come al rallentatore, la vedo addocchiare uno degli sgabelli veneziani del XVI in fila su uno dei lunghi plinti lungo le pareti della sala e senza smettere di ululare improperi al disgraziato dall’altra parte del filo, puntarlo con passo deciso. E, come al rallentatore, vedo il suo culetto magro avvicinarsi lentamente allo sgabello.

Urlo. Lei si blocca a mezz’aria, il telefono attaccato all’orecchio, mi guarda con aria seccata.

‘Che c’è? Non si può usare il cellurare in ‘sto posto?’

Addio a Dmitri Hvorostovsky

Avevo parlato di lui solo una settimana fa nel mio post dedicato al baritono. Insieme al bel Christopher Maltman, l’avevo chiamato “il rubacuori” dell’opera. E bello Dmitri Hvorostovsky lo era davvero, con quella criniera di capelli bianchi su quella faccia ancora giovane.

Ed io ho avuto la fortuna di incontrarlo una sera di Novembre di un anno fa al museo, in occasione di una serata di beneficenza di cui lui, Hvorostovsky era l’ospite d’onore. A dire il vero, io lavoravo, ma l’event manager, che ama l’opera come la amo io, mi ha fatto sgattaiolare insieme ad un paio di colleghe altrettanto appasionate, nella nella sala dei Cartoni di Raffaello illuminata a festa. Qui, accompagnato da un pianoforte, il bel Dmitri ha deliziato i pochi eletti di quella serata speciale con struggenti melodie russe rese con quella sua voce potente e soave.

Alla fine della performance ha raggiunto gli ospiti al party che si teneva nella hall del nostro bellissimo museo socializzando allegramente tutti e dispensando sorrisi, chiacchiere a destra e manca e posando di buon grado per innumerevoli selfies (anche con noi dello staff), affabile e gentile come solo una vera superstar sa fare.

Poi stammatina l’annuncio sulla sua pagina Facebook:

“Da parte della famiglia, con il cuore pieno di tristezza annunciamo la morte di Dmitri Hvorostovsky a 55 anni amato baritono, marito, padre, figlio e amico. Dopo due anni e mezzo di battaglia contro un tumore al cervello, è morto serenamente stamattina nella sua casa nei dintorni di Londra, circondato dai suoi familiari. Possa il calore della sua voce e del suo spirito essere sempre con noi”.

Dmitri Hvorostovsky as Onegin, ‘Eugene Onegin’ Opera performed at the Royal Opera House, London, UK, 16 Dec 2015

Mi è dispiaciuto proprio tanto. E il mondo oggi è un posto un po’ più triste, privato com’è di uno dei suoi più carismatici interpreti di Rigoletto e Eugene Onegin. #RIPDmitriHvorostovsky

Camerieri, cuochi e valletti: le uniformi di Soutine a Londra

Guardando le facce dei cuochi, valletti, portieri e camerieri che abitano le tele di Soutine, non credo vorrei rischiare un soggiorno nell’albergo in cui questi figuri lavorano… I sorrisi distorti, gli occhi tristi fissi in quelli dello spettatore, a volte abbassati a celare (male a dire il vero) rabbia, umiliazione e noia. Anni di servizio e di abusi hanno indubbiamente lasciato il segno insieme alla rassegnazione ad una vita che non avrebbero scelto se avessero avuto la possibilità di fare altro. Questi dipinti da Soutine sono gli appartenenti alla nuova classe sociale che nasce tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quella del personale di servizio, una sorta di settore terziario ante litteram insomma, che abbandonati i grandi palazzi delle dell’aristocrazia offre i propri servizi ad alberghi e ristornati di lusso. Gli sconvolgimenti sociali portati dalla Prima Guerra Mondiale e le possibilità offerte da impieghi alternativi come il commercio soprattutto nei Grandi Magazzini per le donne, e gli impieghi statali portarono ad un drammatico crollo del numero di personale di servizio (anche se la Grande Depressione tra le due guerre portarono negli Anni Trenta molte persone, soprattutto donne di nuovo nel settore dei servizi domestici.

Valet, c.1927 © Courtauld Gallery, Lewis Collection

La tecnica di Soutine non fa altro che enfatizzare il disagio del soggetto: la pennellata larga, carica di colore – un colere denso e piatto, fatto di blu oltremare, di bianchi abbaglianti, di rossi accesi – fa apparire queste figure più come fantocci svuotati che come esseri umani. Non mi meraviglia che il  suo stile influì soprattutto sugli espressionisti austriaci e, nel dopoguerra, sui pittori del gruppo Cobra (specialmente Karel Appel), su Willem de Kooning e su Francis Bacon.

Inutile dire che visto che io stessa indosso per lavoro un’uniforme, il soggetto di questa mostra mi ha colpito non poco. Cosa ha spinto Chaïm Soutine ( 1893-1943), questo bielorusso trapiantato a Parigi, amico di Modigliani e Chagall, a dipingere il personale di un albergo? Pigrizia? Mancanza di fondi per pagare una modella di professione? O semplicemente un progetto pittorico come un altro?

La cosa mi ha fatto riflettere molto che, siamo onesti, non capita spesso che le uniformi (militari o civili che siano) attraggano molta attenzione – a meno che non si tratti di quelle degli ufficiali di altro grado che spessorisplendono di medaglie e decorazioni come alberi di natale ambulanti. Gli altri, i soldati dei reggimenti, i servitori in livrea prima e le masse di funzionari statali poi e che ne indossano una quotidianamente per lavoro, non hanno mai attirato l’attenzione di nessuno. Famosamente Benedict Cumberbatch in un episodio di Sherlock ha detto che uno ricorda l’uniforme e non il viso di chi la indossa. Confermo per esperienza. D’altra perte scopo della divisa è rendere immediatamente identificabile il personale appartenente ad una specifica società, banca, ufficio postali, compagnia aerea, hotel, ristorante e, nel mio caso, istituzione museale (almeno questa è l’intenzione, anche se visto il numero di persone che quotidianamente mi chiedono “Scusi, ma lei lavora qui?” mi sorge qualche dubbio al riguardo. Comunque…). La definizione che il vocabolario da’ dell’uniforme (o divisa) è

“abito uguale per tutti coloro che fanno parte di un corpo, di un collegio, di una milizia”.

In inglese al contario esiste solo il termine uniform, mentre il termine “divisa” ha il significato più di livrea. Sta di fatto che indossare un uniforme non è mica cosa da poco: Lo so per esperienza, visto che da anni per lavoro ne indosso una. Un’uniforme comporta certi doveri (comportarsi in un certo modo, non fare o dire cose che possano screditare l’organizzazione etc etc etc) e spesso nel caso degli impiegati statali pochi diritti che al contrario di quelle militari che ispirano rispetto e soggezione,  le uniformi del personale civile sembrano essere un invito agli abusi da parte del pubblico. I postini, gli autisti degli autobus, il personale dei supermercati, i gallery assistant e i pasticcieri di Soutine ne sanno qualcosa.

Qualche anno addietro il fotografo Davide Pizzigoni è capitato al museo in cui lavoro e ha immortalato alcuni colleghi con la sua macchiana fotografica, ma a parte questo eccentrico progetto fotografico chiamato Guardiani, volto a “individuare le relazioni che si stabiliscono tra i soggetti fotografati e il particolare contesto in cui abitano durante la loro giornata lavorativa” e sfociato in un magnifco (e costoso) catalogo illustrato e una mostra fotografica al Museo Bagatti Valsecchi di Milano, la nostra esistenza come rappresntanti del settore terziario ha mai interessato nessuno. Ragion per cui questa serie di dipinti dedicati ad un gruppo di persone tanto normali quanto insignificanti come il personale di un albergo mi ha colpito molto. Ma a differenza di molti che si abituano all’anonimato che questo settore ragala, i cuochi e portieri di Soutine sono persone che non sembrano accettare di buon grado il fatto di essere visti ma non uditi e di svanire sullo sfondo. Intrappolati nelle loro divise e costretti a interpretare la loro parte sul palcoscenico della vita, i personaggi di Soutine diventano il simbolo della vulnerabilità della condizone umana tra le due guerre. Questo da solo basta a trasformare questi dipinti da graffianti caricature in potenti testimonianze di dolorosa umanità.

Londra// fino al 21 Gennaio 2018

Soutine’s Portraits: Cooks, Waiters & Bellboys review

 The Courtauld Gallery

Her last ballet (Mini film)

“Dancing is music made visible.”

George Balanchine

Chi l’avrebbe mai detto che in un filemato di un solo minuto si potesse racchiudere così tanta poesia?

Short film by Rahim Moledina music by Miranda Shvangiradze

 

Chiavi di ricerca

Era già da un po’ che non curiosavo tra le chiavi di ricerca gentilmente fornitemi dal Sig. WordPress, quelle che mi raccontano di come la gente arriva qui. E sebbene le key words che portano a questo blog continuano ad essere piuttosto miti se paragonate a quelle di altri blog, queste sono alcune tra le più curiose…

1. cani gialli nel cielo (ma va? troppi acidi stasera?)

2. come si fotografa una regina? (con difficoltà, suppongo soprattutto se non si e’ il fotografo ufficiale della Royal Family…)

3. guardasala mostre: che fa? (non fatemi parlare…. Chiavi di ricerca)

4. tempus fugit (non ditemelo che già mi viene l’ansia…)

5. portoghesi a londra nella british library (non solo nella British Library, giuro….)

6. dove comprare jaffa cakes in Italia? (le vendono anche in Italia adesso? davvero???)

7. bei cinquantenni (lo so, Colin Firth e’ troooooppo bello!)

8. case da pazzi (il mio museo: una vera e propria “madhouse” – ovviamente nel senso divertente del termine!! Chiavi di ricerca)

9. testi canzoni Leonardo da Vinci (quasi quasi sono contenta che sia morto da qualche secolo, non avrei retto alla vista di Leonardo a San Remo!)

10. diario vogue per ragazze anni 70 (e che mi dici delle ragazze anni 80?? e di quelle degli anni 90? e dei Millenials? le lasciamo tutte fuori??)

11. donnina zen (questa mi sfugge, ma mi piaceva…)

12. gold porn tube inghilterra (davvero esiste qualcosa di simile???)

13. perche’ Margaret Thatcher is dead e Blair no? (un’ideuzza ce l’avrei: si chiama age gap…)

Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)