Una donna in guerra: a Londra le fotografie di Lee Miller

Il mio primo incontro con  Lee Miller (1907-1977) avvenne nel 2007 quando il museo in cui lavoro le dedicò una bellissima mostra dal titolo The Art of Lee Miller e da allora la sua vita non ha mai smesso di affascinarmi, come le sue fotografie.

Modella di successo e musa del surrealista Man Ray, l’americana Elizabeth “Lee” Miller (1907-1977) era anche una fotografa straordinaria e una donna formidabile, entrambe doti necessarie per diventare una delle pochissime fotoreporter accreditate delle forze armate americane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ma questo il figlio Anthony Penrose non lo seppe fino al 1977 quando, alla morte della madre, trovò nascosti nella soffitta della casa di famiglia nell’East Sussex circa 60.000 immagini, tra foto e negativi, oltre a numerosi articoli da lei scritti per Vogue durante il periodo trascorso come corrispondente di guerra. Anthony, la cui relazione con la madre era sempre stata difficile e che fino ad allora aveva visto in lei solo una donna isterica e spesso ubriaca, ha ammesso di aver dovuto rivalutare le convinzioni di una vita. E da quel momento ha dedicato gran parte della sua vita a celebrare, conservare e promuovere l’opera materna con l’istituzione del Lee Miller Archives.

Ora, per celebrare i settant’anni dalla fine della della Seconda Guerra Mondiale, l’Imperial War Museum ci regala Lee Miller: a Woman’s War, una straordinaria selezione di immagini che esplorano in particolare la vita e il ruolo delle donne prima, durante e dopo il conflitto mondiale. Ma chi si aspetta la solita lezione di storia sociale si sbaglia di grosso, che Lee Miller era un personaggio incredibile, una donna ostinata e tenace ed una fantastica narratrice: la sua stessa vita sembra uscita dalle pagine di un romanzo…

Nata a New York nel 1907, Lee Miller studiò scenografia e illuminazione di scena all’Art Students League della metropoli americana. Un giorno, camminando per strada a Manhattan, la giovane rischiò di essere investita da un’auto che sopraggiungeva a forte velocità. Fortunatamente un passante la trattenne salvandole la vita, e cambiandola allo stesso tempo per sempre. Che il suo salvatore altri non era che Condé Nast, il fondatore di Vogue che, colpito dalla sua bellezza e dalla sua personalità fuori del comune, la lancia nel mondo della moda. E fu così che Lee Miller, da perfetta sconosciuta si ritrova nel 1927 sulla copertina di American Vogue.

Lee Miller in bathing costume, photograph by Man Ray, 20th century © Victoria and Albert Museum, London
Lee Miller in bathing costume, photograph by Man Ray © Victoria and Albert Museum, London

Ma il mondo della moda, così vuoto e superficiale, la annoia presto. Ed è allora che Lee Miller decide di cambiare posto e di diventare l’osservatrice anziché l’osservata. Quella per la fotografia d’altra parte, non è una passione nuova: il padre Thodore, ingegnere e fotografo dilettante, le insegna sin da bambina le tecniche fotografiche e ne fa la sua modella. Per cui quando nel 1929, lo scandalo causato da una foto scattata da Edward Steichen pone fine alla sua carriera di modella, Lee Miller decide di trasferirsi a Parigi per diventare l’allieva dell’artista e fotografo surrealista Man Ray. Famoso tra il suo gruppo di amici artisti per non accetare studenti, l’arista soccombe tuttavia irrimediabilmente al fascino della bella americana che diventa così la sua compagna, oltre che la sua musa, modella e preziosa collaboratrice (insieme i sue inventano tecniche innovative come la solarizzazione).

Ma la scintillante vita bohemien parigina non fa per lei e nel 1932, la donna lascia Parigi (e Man Ray) per tornare a New York, dove apre il suo studio fotografico. E a New York conosce a Aziz Eloui Bey, ricco uomo d’affari egiziano. I due si sposano nel 1934, ma una volta trasferitasi al Cairo con il marito, Lee realizza presto che la vita da ricca moglie espatriata le va stretta. Infelice e annoiata, si rivolge ancora una volta alla macchina fotografica per conforto e, grazie al lavoro del marito che le permette di viaggiare in lungo e in largo per l’Egitto e il Medio Oriente, scatta tra il 1935 e il 1939 quelle che sono considerate le sue immagini surrealiste più sorprendenti.

Il matrimonio non era destinato a durare. Stanca del marito e della vita al Cairo, Lee Miller torna per un breve periodo a Parigi nel 1937, dove incontra Roland Penrose (1900-1984), pittore, storico e poeta inglese e uno dei protagonisti del Surrealismo britannico, a sua volta reduce da un matrimonio fallito. Nel 1939 la donna si trasferisce a Londra per vivere con Penrose. Ed è qui che la sorprende lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

lee miller fire masks
Fire Masks, Downshire Hill, London, England 1941 by Lee Miller © Lee Miller Archives, England 2015. All rights reserved.

 

Incaricata da British Vogue di produrre una serie di reportage fotografici sullo sforzo bellico in accordo con il programma di propaganda del nuovo Ministero dell’Informazione, Lee Miller si butta con passione nel progetto. Ritrae le donne britanniche al lavoro, impegnate a mandare avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte, e le immagini di questo primo periodo catturano con freschezza questa nuova libertà e con essa l’emancipazione che ne deriva. La necessità di sopperire alla mancanza di manodopera causata dalla guerra, dona alle donne, seppure tra dolori e disagi, una possibilità di emancipazione senza precedenti.

Lee Miller in steel helmet specially designed for using a camera, Normandy, France 1944 by unknown photographer Photographer Unknown © The Penrose Collection, England 2015. All rights reserved
Lee Miller in steel helmet specially designed for using a camera, Normandy, France 1944 by unknown photographer Photographer Unknown © The Penrose Collection, England 2015. All rights reserved.

Ma Lee Miller vuole di più e con l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1942 la trovaimo in prima linea al seguito dell’83a divisione di fanteria dell’esercito americano come rappresentante del London War Correspondents Corp, violando così il suo accreditamento che non permetteva alle donne corrispondenti di guerra di entrare in una zona di combattimento; finisce agli arresti per un certo periodo, ma fotografa con successo per l’editore Condé Nast l’avanzata alleata dalla Normandia da St. Malo nel 1944, la liberazione di Parigi e l’avanzata in Germania.

È il 29 aprile 1945 quando Lee Miller varca con le truppe di liberazione americane le porte di Buchenwald e Dachau. Lo shock, la rabbia l’emozione di quest’esperienza sono ancora palpabili nelle foto da lei scattate a documento dello sterminio degli ebrei e altri ‘nemici’ del Terzo Reich “con rabbia glaciale e piena di odio e disgusto”, come racconterà il suo collega e amante occasionale David Sherman, fotografo di Life. Sono immagini forti che a settant’anni di distanza non hanno perso nulla del loro impatto emotivo. Più tardi, quello stesso giorno, la Miller accompagnerà i soldati a Monaco di Baviera, dove entrano nell’appartamento di Hitler. E lì si fa fotografare nuda da David Sherman nella vasca da bagno del Führer, accanto ad una cornice con una sua fotografia, ignara del fatto che, da lì a poco, si sarebbe ucciso nel suo bunker di Berlino insieme alla sua compagna Eva Braun. Davanti alla vasca, gli stivali della Miller, ancora coperti dalla sporcizia di Dachau, conferiscono all’immagine una forza emotiva straordinaria.

Lee Miller in Hitler's bath, 1945 © Lee Miller with David E. Sherman, Lee Miller Archives, England 2015
Lee Miller in Hitler’s bathtub, Hitler’s apartment, Munich, Germany 1945 By Lee Miller with David E. Scherman © Lee Miller Archives, England 2015. All rights reserved.

La fine della guerra fu per Lee Miller, e per molte delle donne dell’epoca, una grande delusione. Impegnate attivamente nello sforzo bellico, le donne si ritrovano alla fine del conflitto nuovamente relegate al ruolo originario di mogli, madri e custodi del focolare domestico e dopo aver sperimentato la libertà e l’appagamento di una vita attiva, molte trovarono il riabituarsi alla normalità e alle limitazioni imposte dalla quotidianità, insostenibili.

Depressa e traumatizzata, alla fine della guerra Lee Miller torna da Penrose, che sposa nel 1947 (dopo aver ottenuto il divorzio dal marito egiziano) quando scopre di aspettare un figlio da lui. Ma anche se le commissioni da parte di British Vogue continuano ad arrivare, si tratta di lavori di routine che dopo l’altalena emotiva della guerra non sono più sufficienti ad impegnarla; cerca conforto nell’alcool per alleviare la depressione – una condizione oggi nota come disturbo post traumatico da stress, ma i suoi demoni danneggiano gravemente la sua relazione con il figlio Anthony.

Photographed by Cecil Beaton, originally published in the April 15, 1965 issue of Vogue
Lee Miller by Cecil Beaton, published in the April 15, 1965 issue of Vogue

Continua a fotografare Picasso e Antoni Tàpies per le biografie scritte dal marito su di loro, ma negli ultimi anni della sua vita Lee Miller scambia la camera oscura per il cibo e dopo aver frequentato un corso di cucina Cordon Bleu, si reinventa come cuoca surrealista, tenendo rubriche culinarie di successo su riviste e giornali. Il suo ultimo saggio fotografico apparso su Vogue del luglio del 1953 è, a mio avviso, anche il più divertente. Dal titolo Working Guests, ritrae amici pittori e letterati che frequentano la casa dei Penrose nel Sussex impegnati ad estirpare le erbacce, nutrire i maiali o innaffiare il giardino. Il tutto mentre la padrona di casa si gode di un meritato pisolino…

Londra//Fino al 24 Aprile 2016

iwm.org.uk

2016 ©Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

Scarpe: Il paradiso di Carrie Bradshaw

Shoes: Pleasure and Pain si chiama la mostra che il Victoria and Albert Museum dedica alle scarpe, la passione, gioia e dolore di quasi tutte le donne (e di molti uomini) del mondo. Ma per me che ho trascorso la prima parte degli anni Duemila a guardare Sex and the City, questa incredibile distesa di scarpe di tutte le forme e colori si dovrebbe chiamare “Il paradiso di Carrie Bradshaw”…

"I thought these were an urban shoe myth!"
“I thought these were an urban shoe myth!”

E non solo perché ci sono le mitiche Mary Jane disegnate da Manolo Blanick, quelle che fanno esclamare a Carrie: “pensavo che queste scarpe fossero una leggenda metropolitana!” quando le scopre nel magazzino di Vogue America, ma perché ammassati in questo piccolo e afoso spazio espositivo ci sono almeno venti secoli di storia: 200 esemplari che vanno da vere e propri delizie come un antico sandalo egizio del 30 A.C. finemente decorato in foglia d’oro, alle famose scarpette da ballo rosse del film omonimo del 1948, accabto ai moderni capolavori del suddetto Blahnik e dei due Christian più  famosi del mondo: Dior e Louboutin.

Christian Louboutin © Victoria and Albert Museum, London
Ma se Sex and the City ha ufficialmente trasformato Manolo Blanick nel calzolaio delle fiabe e le sue calzature nel simbolo di uno stile di vita elegante e raffinato come quello delle mitiche quattro donne che le indossano nel mio telefilm preferito, il ruolo giocate dalle calzature nella sociologia della moda e del costume è noto da tempo. Dimmi che scarpe porti e dirò chi sei. Forse perche’ più di ogni altro aspetto dell’abbigliamento le scarpe esprimono la nostra personalità, dettano il modo in cui ci muoviamo, rivelano le nostre passioni la nostra identità e, più che mai nel caso di noi italiani, la nostra nazionalità.

Da sempre poi le scarpe sono potenti indicatori dello stato sociale di chi le indossa. Chi non ricorda le scarpette rosse di Giustiniano nei mosaici di San Vitale a Ravenna, simbolo del suo stato imperiale?

The mosaic of Emperor Justinian and his retinue, 547 D.C. San Vitale, Ravenna.
The mosaic of Emperor Justinian and his retinue, 547 D.C. San Vitale, Ravenna.

E quanto più sono scomode e poco funzionali, quanto più le scarpe indicano che chi le porta non deve lavorare. Basta guardare le vertiginose pianelle indossate XIV e il XVII secolo dalle donne veneziane (prima) ed europee (poi) o delle minuscole scarpine di seta ricamata, lunghe solo 10 cm che coprivano i mozziconi di piedi delle donne cinesi, che erano regolarmente sottoposte alla barbarica pratica della fasciatura dei piedi – pratica abolita ufficialmente da un decreto imperiale solo nel 1902, ma continuata pare fino agli anni Cinquanta.

Chopines, Punched kid leather over carved pine, Venice, Italy,1600s © Victoria and Albert Museum, London
Chopines, Punched kid leather over carved pine, Venice, Italy,1600s © Victoria and Albert Museum, London

A 19th-century ‘Lotus’ shoe. Footbinding left women’s feet 8cm (3 in) long. V&A Museum

Dai tacchi rossi di Luigi XIV, alle vertiginose piattaforme delle geishe giapponesi, alle caratteristiche suole rosse di Christian Loubutin, le scarpe indicano appartenenza (o no) ad un circolo esclusivo e trasformano almeno idealmente, chi le indossa in re o regina per un giorno. E mentre, durante uno dei miei numerosi turni di lavoro all’interno della mostra, mi rifaccio gli occhi con una paio di strepitosi sandali argentati di Jimmy Choo, so tuttavia che mi sentirei molto più a mio agio indossando gli stivaloni dei moschettieri che fanno bella mostra di sé nella teca successiva, che più che Cenerentola, non mi dispiacerebbe essere D’Artagnan per un giorno. Certo non scambierei le mie Adidas con i famigerati zatteroni blu creati da Vivienne Westwood da cui Naomi Campbell è famosamente caduta nel 1993…

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Londra//fino al 31 Gennaio 2016

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

Il pazzo mondo di Guy Bourdin @ Sommerset House

Donne ovunque. E gambe. E labbra. E mani. E scarpe. Soprattutto scarpe. Ma no. Guy Bourdin (1928-1991) non era un maniaco sessuale con tendenze feticiste (anche se devo confessare che dopo qualche minuto all’interno della mostra di Sommerset House avevo cominciato a pensarlo…), ma un fotografo surrealista quando il Surrealismo era ormai diventato un mezzo per agire sui desideri inconscidel pubblico.

Guy Bourdin
Al contrario di Horst – artistico, elegante, monocromatico – Bourdin dedica il suo genio non tanto alla moda quanto alla fotografia della pubblicità di moda. Le sue preferenze non vanno agli abiti, ma agli accessori. E le sue campagne per smalti, rossetti, scarpe e borse non mancano mai dalle pagine di Paris Vogue o Harper’s Bazaar. Il suo stile è un misto di influenze diverse che vanno dal suo maestro Man Ray, a Magritte e Balthus, fino a Luis Buñuel.
Guy Bourdin
Bourdin si ispira alla ‘massa’ ed è ispirato da essa: giocando sui desideri più nascosti della donna, quella che dalla parrucchiera sfoglia annoiata una rivista e improvvisamente si blocca davanti ad una foto che cattura la sua immaginazione per intenderci. Questo è  Bourdin. 

 Non per nulla fu uno dei più celebri fotografi di moda e pubblicità della seconda metà del XX secolo. Anche lui come Helmut Newton ama stupire e provocare, ma la sua audacia formale e la forza narrativa delle sue immaginivanno oltre i limiti della mera fotografia pubblicitaria propriamente detta. Bourdin prende la fotografia di moda e la reinventa.

Guy Bourdin
Approda a Paris Vogue nel 1955, quando la fotografia di moda era sopratutto illustrativa e monocromatica (vedi Horst) e ci resta fino al 1987, rivoluzionando completamente lo stile. Le sue immagini sono provocatorie, scioccanti, surreali cariche di sensualità esplodono di colori primari.

Colore, umorismo (nero, nerissimo) teatro dell’assurdo e sensazione che la finzione non sia mai stata cosi reale.

Fino al 15 marzo 2015

Guy Bourdin: Image Maker
Sommerset House

somersethouse.org.uk
 

Horst: Photographer of Style

Il tempo stringe ma non potevo lasciare passare questa mostra senza dire almeno due parole, che Horst: Photographer of Style al Victoria and Albert Museum e’ più di una mostra: e’ un vero e proprio capolavoro di stile. Perche’ ci sono i fotografi di moda e c’è Horst P. Horst (1906-1999), che ha fatto della fotografia di moda un’arte. Che le sue non sono semplici foto, ma opere d’arte su carta stampata. E non sorprende, visto il tempo trascorso al Louvre a contemplare le sculture greche: le sue modelle sono sculture viventi su cui ombre e luci si posano estrema eleganza. Le sue foto per Paris Vogue sono indimenticabili.

Mainbocher Corset, 1939

Tedesco di nascita e americano di adozione – un’adozione forzata dalle leggi razziali di Hitler che fece della sua Parigi di Vogue un’area off limits per il nostro eroe- Horst si adatta presto alla nuova vita diventando il fotografo per eccellenza delle stelle del cinema. Inutile dire che la sua preparazione tecnica e la sua poliedricità unita ad un’innata capacità di trovarsi al posto giusto al momento giusto rendono i suoi scatti unici nel suo genere: un misto di storia dell’arte e cultura contemporanea mai vista prima di allora. E’ una mostra grande, circa 250 foto: rendetele giustizia dedicandole il tempo che merita.

Fino al 4 Gennaio

Victoria and Albert Museum
Cromwell Road
SW7 2RL
www.vam.ac.uk

Cecil Beaton: Theatre of War

C’erano molte cose che non sapevo di Cecil Beaton prima di visitare questa bellissima mostra all‘Imperial War Museum. Non sapevo che avesse disegnato i costumi di  scena per  opere famose come la Turandot di Puccini per la Royal Opera House di Londra nel 1961-62 per esempio. O per musical famosi come Gigi e My fair Lady, due produzioni che gli valsero l’Oscar. O che avesse disegnato il mitico vestito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn. E non sapevo neanche che  la sua vera passione fosse  il teatro, ma non avendo  abbastanza talento per fare l’attore e che non potendo mantenersi come costumista e scenografo, per sbarcare il lunario, avesse cominciato a fotografare attrici famose e ricche signore per Vogue.
Audrey Hepburn in 'My Fair Lady', costume by Cecil Beaton
Ma soprattutto non sapevo che tra il 1939 e il 1945 fosse stato uno dei  fotografi ufficiali del Ministero dell’Informazione britannico, un organo politico creato alla fine della Prima Guerra Mondiale responsabile non solo dell’ informazione e della stampa, ma anche  della censura e della pubblicitá in patria e della propaganda nei paesi alleati e neutrali. Per me Beaton era soltanto colui che immortalava signore eleganti e la famiglia reale. Come sbagliavo!

Cecil Beaton
Nel 1939, infatti, stanco ed annoiato di fotografare ragazze ricche in abiti eleganti, Beaton contattò  il Ministero dell’Informazione proponendosi come fotografo ufficiale. Incoraggiato dal Ministero a lasciar perdere i reportage di guerra e a fotografare quello che voleva come lo voleva, Beaton produce una serie di scatti tanto memorabili quanto fuori dall’ordinario…  Che si trattasse di personaggi politici, di gente comune, di soldati, marinai e piloti della RAF, o di paesaggi devastati dalle bombe, per Beaton la fotografia, anche quella di guerra era qualcosa di attentamente composto e non esente persino da qualche leggero ritocco…

Cecil-Beaton
Ma la sua esperienza non si limita alla sola Inghilterra. Nel 1942 fu mandato al Cairo e nel 1944 trascorre molti mesi tra l’India e la Cina al seguito delle truppe alleate. Questa esperienze saranno le basi per numerosi costumi teatrali tra cui quelli della sopracitata Turandot.
Cecil Beaton: Theatre of War.
Imperial War Museum,
Lambeth Road
London SE1 6HZ
fino al 1 Gennaio 2013.

L’eleganza della moda italiana

Quando andavo alle scuole superiori sognavo di diventare un stilista di moda. Non che mi siano mai interessati troppo gli abiti in sè e per sè (vivevo e vivo tutt’ora in jeans e T-shirt): quello che mi affascinava (e che mi affascina ancora) sociologicamente parlando era ciò che la moda rappresenta in senso culturale. In pratica ciò che un abito racconta di te. Questo non mi impediva di leggere avidamente riviste patinate come Vogue e Harper’s Bazaar e sognare dietro abiti da sera che non mi sarei mai potuta permettere… Mi piacevano soprattutto gli schizzi degli abiti di Missoni (mi piacevano infatti più degli abiti stessi) e raccoglievo in una cartelletta di cartoncino le pagine che strappavo di nascosto da quei giornali con le immagini dei disegni degli abiti di Roberto Capucci, più che abiti vere e proprie sculture di seta.

Ma dal vero non ne avevo mai visto uno. Almeno fino a qualche tempo fa quando durante la mia pausa pranzo mi sono infilata alla tanto attesa mostra The Glamour of Italian Fashion 1945-2014 dove abiti di Capucci ce ne sono addirittura due. E sono così belli da mozzare il fiato.

Inutile dire che questa mostra ha per un italiano all’estero lo stesso effetto dell’Inno di Mameli (almeno quando lo si ascolta durante i Mondiali di Calcio, quando si diventa tutti patriottici…o almeno io lo divento in modo particolare): fa gonfiare il petto d’orgoglio. Che oltre al suddetto Capucci (ora tristemente sconosciuto ai più giovani) ci sono che tutti gli altri: da Ferragamo ad Armani, dalle Sorelle Fontana a Valentino; per non paralare di Missoni, Versace e Dolce e Gabbana. E la lista è infinita. È difficile aggirasi tra tanta scintillante bellezza senza provare un fremito d’orgoglio per l’artigianato del nostro Paese, per la nostra competenza e per quella cura infinita che rende il prodotto finale, il nostro, superiore a tutti gli altri.

Cronologicamente allestita in tre sale, la mostra si apre con un’immagine di una strada di Firenze devastata dai bombardameneti. È il 1946 e la  realtà fisica ed economica del Bel Paese non è molto diversa da quella della fotografia: con un’economia ancora rurale ed arretrata, un  tasso di alfabetizzazione del 50% e una reputazione internazionale in briciole, bisognava davvero rimboccarsi le maniche per diventare un paese moderno. E attraverso le creazioni delle Sorelle Fontana, i maglioni colorati di Missoni, gli abiti a scultura di Capucci e alcuni pezzi unici come un abito indossato da Audrey Hepburn e uno a John F. Kennedy, il Victoria and Albert Museum racconta la storia di questo percorso.
Dopo il 1945 c’era bisogno di un antidoto alla devastazione e alle privazioni subite durante la Guerra. Mentre Parigi risorge dalla guerra e rinnova la grandezza della haute couture francese, in Italia alcuni creatori si muovono per far sviluppare le loro piccole e medie imprese. Ma lungi dall’essere un rimedio passeggero, l’industria della moda diventa il fattore trainante della ripresa economica italiana, aiutata in questo anche (e soprattutto) dai dollari americani messi a disposizione dal Piano Marshall, senza i quali non sarebbe stato possibile ricostruire le fabbriche italiane specializzate nel settore tessile e pelletteria, promuovere l’occupazione e l’esportazione. La ripresa economica, insomma. Ma questo ritorno al lusso necessitava però di una ribalta più ampia di quella nazionale. A fornirla sarà proprio l’imprenditore GiovanBattista Giorgini che, rendendosi conto del desiderio di molti sarti di volersi affrancarsi dal gusto parigino per offrire prodotti italiani competitivi per creatività e qualità, decide di mettere a disposizione la sua conoscenza del mercato internazionale per dare visibilita alla moda italiana. E cosinel febbraio del 1951 inaugura a Firenze il primo salone internazionale della moda. Un successo che si ripete prepotente alla Sala Bianca di Palazzo Pitti, dove sfilano gli stilisti migliori del momento. L’invito recita: “Lo scopo della serata è di valorizzare la nostra moda. Le signore sono vivamente pregate di indossare abiti di pura ispirazione italiana”.
Dieci anni piu tardi, nella seconda sala  il panorama è ancora una volta cambiato. Grazie a pellicole come Vacanze Romane (1953) e Cleopatra (1963), la Roma diventa un set cinematografico all’aria aperta, un vera e propria succursale di Hollywood sul Tevere. In nettocontrasto con la l’immagine della stradabombardata di un decennio prima, l’Italia e la moda italiana sono divenetate sinonimo di uno stile di vita chic e moderno; uno stile promosso con passione da ambasciatrici d’eccezione come Audery Hepburn, Sophia Loren, Ava Gardner e Liz Taylor – di cui Richard Burton disse che nei nove mesi che l’attrice trascorse a Roma imparò una sola parola d’italiano: Bulgari. E dico poco…
Una sezione della mostra è dedicata alle lavorazioni e i materiali – dal cuoio alle pellicce (un solo nome: Fendi), una vera e propria mappa dei tessuti italiani e delle varie aree di provenienza, per introdurci alla parte dedicata alla nascita del prêt-à-porter. Se Firenze e Roma erano ancora legate all’alta moda di ispirazione parigina, negli anni Settanta è Milano – con le sue pubblicazioni di moda, una fiorente industria pubblicitaria e le vicine fabbriche  di abbigliamento e tessili – a capitalizzare laspetto più avant-garde e scattante dell’industria della moda, diventando in breve la nuova capitale del pret-a-porter, la moda pronta- anche se di altissima qualità e, come tale, molto costosa.
Ed fu prorio grazie anche a questi settori che l’economia italiana negli anni Sessanta crebbe rapidamente trasformando l’Italia in un Paese moderno anche se fedele ai valori centrali del suo artigianato.  E se in Italia questa passione per la perfezione è sempre stata lampante, bisognava far sì che lo fosse anche all’estero. Bisognava creare qualcosa di semplice e memorabile: nasce così il “Made in Italy”. È stato un marchio vincente sin dall’inizio, e la campagna promozionale che ne è seguita a livello internazionale e che dalla moda si è esteso a celebrare  tutta una serie di prodotti di alta qualità (dal cinema all’arte, dal cibo al turismo, al design alle automobili) che hanno trasformato il marchio Made in Italy in un sinonimo di stile.
Nomi come Armani (il rigore del Nord) e Vesace (l’esuberanza del Sud) insieme a Krizia e a Gianfranco Ferrè fecero della moda un’entità tutta italiana. Con loro una lista infinita di stilisti – Biagiotti, Ferragamo, Lancetti, Balenciaga, Mila Schön, Fendi, Roberto Cavalli. I tessuti leopardati di Roberto Cavalli e le follie psicadeliche di Emilio Pucci – l’unico stilista tra quelli presenti  negli anni Cinquanta ancora oggi in attività.
Ma nella seconda parte della mostra, dove emerge la moderna industria del ready-to-wear italiano la storia perde slancio e non solo perché il lista dei personaggi muta radicalmente. A parte alcune pubblicità della Benetton infatti, c’è una certa mancanza di contesto culturale che costituisce un po’ un anti-climax dopo una prima parte cosi’ forte. Ma sono piccolezze, che in generale proprio la narrazione semplice e lineare èla forza della mostra.
Credeteci o no, l’Italia non ha un museo nazionaledi disegn ela storia della moda, intesa come argomento di studio, è ancora agli inizi. Ma proprio questa mancanza ha dato alla curatrice Sonnet Stanfill la libertà di raccontare la storia della moda italiana praticamente per la prima volta.
In realtà, la mostra non individua un unico glamour, un unico stileitaliano, ma dimostra che mentre la moda è reattivae stilisticamente parabolica, il glamour è coerente e praticamnete universale. E di glamour quic’è da vendere…
2014©Paola Cacciari
Londra//fino al 27 Luglio 2014

Bailey Stardust

National Portrait Gallery, Londra – fino al 1° giugno 2014. Stardust. Polvere di stelle. E di stelle che brillano sulle pareti della National Portrait Gallery ce ne sono oltre duecentocinquanta: da Kate Moss, che ci accoglie all’ingresso, a Michel Caine, David Bowie e Damien Hirst. Attori, scrittori, musicisti, registi, icone della moda e dello stile, artisti e altri fotografi, oltre a persone incontrate nei suoi viaggi. Sono i ritratti di David Royston Bailey. 

Mick Jagger by David Bailey, 1964 © David Bailey

Catapultato nel mondo delle stelle negli anni Sessanta quando approda a British Vogue, David Royston Bailey (Londra, 1938) fatica a staccarsi di dosso l’etichetta di fotografo della Swinging London. Un’immagine amata/odiata quella del mondo della moda e che ha ispirato il personaggio interpretato da David Hemmings nel celeberrimo Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni. Un’immagine che tuttavia proprio Bailey stesso ha contribuito a creare con il suo Box of Pin-Ups (1965): trentasei stampe formato poster di personaggi famosi dell’epoca che includono nomi come Andy Warhol, Cecil Beaton, Rudolf Nureyev, Jean Shrimpton, oltre ad un giovanissimo Mick Jagger immortalato all’inizio della sua carriera avvolto in un cappuccio di pelliccia. Fotografati sotto una luce tagliente contro uno sfondo bianco, senza trucchi e con pochi oggetti di scena, emanano carisma all’ennesima potenza.
Lo stesso carisma che si ritrova nelle immagini di Black and White Icons. Dai Queen agli U2, da Bob Geldof a Meryl Streep: in questa carrellata di facce famose non manca davvero nessuno, neanche lo stesso Bailey, di cui ci sono diversi ritratti. Tra gli scatti più riusciti, quelli che ritraggono un rilassato Johnny Deep o un sorridente Jack Nicholson, attori che Bailey ammira in modo particolare e a cui è legato da una lunga amicizia.

Francis Bacon by David Bailey, 1983 © David Bailey

Ma c’è di più oltre a Bailey fotografo delle stelle e la National Portrait Gallery è ansiosa di dimostrarlo. Per questo gli ha dato libertà assoluta di scegliere e di allestire le sue foto come preferisce. E Bailey ha scelto un approccio tematico piuttosto che cronologico, raggruppando le sue immagini in diciannove categorie suddivise per tema, epoca o formato. Immagini di grandi come poster o piccole come cartoline illuminano di vita le pareti bianche dello spazio principale della galleria londinese che per l’occasione ha concesso a Bailey tutto il primo piano, rimuovendo le opere della collezione permanente. E e se spesso questo allestimento tematico è confuso, quando funziona provvede un’altalena di emozioni del tutto inaspettata. Come quando passa dal patinato mondo dei Rolling Stones e di Vivienne Westwood alle immagini dei reportage di viaggi in Australia e Papua Nova Guinea, da Delhi alla moglie Catherine Bailey, o da Maurizio Cattelan impegnato a fare le boccacce alle immagini scattate in Sudan come inviato del Live Aid nel 1985, queste ultime in particolare, un brusco richiamo alla realtà.

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I ritratti di Man Ray alla National Portrait Gallery

Pittore, regista e fotografo nonché un importante esponente del Dadaismo, Man Ray (1890 –1976) è famoso soprattutto per i suoi straordinari ritratti fotografici di artisti, scrittori e stelle del cinema del XX secolo. Ma le sue non sono solo un susseguirsi di fotografie di belle facce, anche se molte di esse  come quelle di Marchel Duchamp, Salvador Dali, Picasso, James Joyce, Ava Gardner e Catherine Deneuve -solo per citarne alcune – sono poi entrate  a far parte della storia dell’arte e del costume.E le 150 foto di Man Ray Portraits in mostra alla National Portrait Gallery sono una fantastica panoramica su un periodo di straordinaria creatività di questo incredibile personaggio– periodo compreso tra il 1916 e il 1968.
A Parigi, dove si era stabilito nel 1921, Man Ray incontra Kiki de Montparnasse (Alice Prin) modella e personaggio celebre nei circoli bohémien parigini, che diventa la sua compagna e musa fino al 1929, quando al suo orizzonte appare l’americana Lee Miller (1907-1977).

Modella di successo e appassionata di fotografia, Lee Miller diventa sotto la guida di Man Ray un’apprezzata fotografa di moda, prima di intraprendere una brillante carriera come corrispondente per Vogue durante la Seconda Guerra mondiale, coprendo eventi come il Blitz di Londra, la liberazione di Parigi, e campi di concentramento di Buchenwald e Dachau.
Insieme a Lee Miller, Man Ray reinventa la tecnica fotografica della solarizzazione che dona alle immagini una consistenza argentea tipica di molte sue fotografie. Crea inoltre un tipo di fotogramma che chiamarayografia“, che descrive come “dadaismo puro”. Un personaggio Man Ray sempre pronto ad andare oltre i limiti imposti dalla stessa pellicola fotografica. Una mostra tutta da vedere.


Londra // fino al 27 Maggio 2013 

Man Ray Portraits
http://www.npg.org.uk/