Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

Eduardo Paolozzi (1924-2005) ha un passato a dir poco tubolento. Nato a Leigh, in Scozia da genitori italiani immigrati da un paesino nella provincia di Frosinone, il giovane Eduardo sembrava destinato a seguire le orme dei genitori e a lavorare nella gelateria di famiglia. Ma le cose non andarono esattamente in questo modo.

A statue of Newton at the British Library. Photograph: Sarah Lee for the Guardian

Suo padre Rudolfo Paolozzi, che non aveva problemi con il Duce e aveva deciso di emigrare puramente per ragioni economiche, si era premurato di mandare ogni anno il figlio in vacanza in Italia nelle colonie estive dell’Opera Nazionale Balilla. Cosa che, quando Mussolini dichiara guerra alla Gran Bretagna il 10 Giugno del 1939, costa all’allora quindicenne Eduardo tre mesi di prigione a Edimburgo. E se per lui le cose non erano il massino, il ragazzino ebbe comunque una sorte migliore di quella che toccò al padre, al nonno e allo zio che insieme ad altri prigionieri di guerra tedeschi e italiani, furono imbarcati sulla nave Arandora Star che li stava portando (o de-portando) in Canada. La nave fu affondata nel giugno 1940 da un U-Boat tedesco e 800 persone (il più italiani) persero la vita.

Paolozzi mosaics at Tottenham Court Road station. Photograph: Linda Nylind for the Guardian

Certo, per il figlio di un simpatizzante fascista in un periodo in cui il Paese in cui era nato (la Gran Bretagna) e quello da cui provenivano i suoi genitori (l’Italia) erano in guerra, il futuro era tutt’altro che roseo e al nostro Eduardo non resta altro che tenere la testa bassa e a continuare a soddisfare la golosità degli scozzesi lavorando nella gelateria di famiglia ad Edimburgo, mentre studia all’Edinburgh College of Art. Arruolato nell’esercito nel 1943, Paolozzi si finge pazzo per farsi riformare e continuare gli studi alla prestigiosa Slade School of Fine Art di Londra tra il 1944 e il 1947 prima di fare quello che i tutti i giovani artisti avevano fatto per un centinaio di anni e stanno ancora facendo oggi: andare a Parigi. In tasca aveva lettere di presentazione per Georges Braque, Alberto Giacometti e altri suoi idoli come Jean Arp, Constantin Brancusi e Fernand Léger. E la capitale mondiale dell’arte i germogli di quello che divenne Pop Art erano lì in bella mostra, per chi come lui aveva gli occhi bene aperti per vedere quello che il mondo offriva: i dadaisti avevano respinto la tradizione, Picasso aveva sperimentato con il collage, i surrealisti si erano spinti ai limiti dell’immaginazione. Eduardo torna in Gran Bretagna dopo tre anni con la mente in subbuglio.

Ma la Gran Bretagna degli anni Cinquanta non era esattamente quel vulcano di creatività e colore che è adesso, ma un paese che, sebbene vincitore, era uscito dal secondo conflitto mondiale con l’economia a pezzi, distrutto dalla povertà e da un razionamento che continuerà per gran parte degli ani Cinquanta. Ragion per cui Paolozzi si unì all’Indipendent Group una cooperativa di artisti e intellettuali che aveva come scopo scuotere il mondo dell’arte e rinnovarlo. E per far questo si serve di immagini che “trova” già pronte nella cultura popolare come la stessa parola “pop” che fa bella mostra di se nel suo collage I was a rich man’s plaything (1947) spianando la strada alla Pop Art di Andy Warhol che tutti conosciamo.

Paolozzi era un’anima inquieta e la sua irrequietezza traspare anche dalla sua arte: nel corso della sua lunga carriera utilizza praticamente ogni tecnica disponibile ed ogni materiale – dalla pittura alla scultura, dalla stampa al collage, dal bronzo alla ceramica, dal tessuto, alla serigrafia al mosaico , creando di tutto, cose grandi e cose piccole, pubbliche e private. Paolozzi era una sorta di cleptomane dell’arte e guardando le sue opere mi vienbe da pensare che la sua curiosità sia senza fine, così come la e la sua immaginazione. Sembra trovare ispirazione in tutto – dai fumetti alle rovine antiche, dalla pubblicità al disegno industriale e tutto trova posto nella sua arte, tramutato in colorata bellezza. Non sorprende che i critici dell’epoca, annoiati dalla pittura tradizionale, amassero i suoi collages. Insieme ad altri giovani scultori, come Anthony Caro e Reg Butler, Eduardo decide di misurarsi con giganti dell’epoca come Henry Moore e Barbara Hepworth, le cui sculture, un tempo derise dalla critica, erano diventato parte dell’establishment dell’arte. Fedele a se stesso, Paolozzi sperimenta con nuovi materiali per riflettere, come diceva lui, la “dinamicità” del tempo.

Sarà anche stato scozzese di origini italiane, ma Paolozzi non si è mai sentito del tutto a casa in Scozia o in Gran Bretagna in genere. Forse è per questo che piu’ che britannico si considerava prima di tutto un londinese ed è nella capitale che lascia il suo marchio – letteralmente. La capitale è piena delle sue opere, tanto che in occasione della mostra alla Whitechapel Gallery il settimanale Time Out (o la Bibbia di Londra come lo chiamo io quel giornale…) gli ha persino dedicato un delizioso itinerario per la città – dai restaurati mosaici delle stazioni della metropolitana di Totteham Court Road e Aldgate alle sculture in bronzo davanti al nuovo Design Museum (l’ex Commonwealth Institute che sta accanto ad Holland Park) o in Kew Gardens solo per citarne alcune. Tutte cose che ho visto un milione di volte senza mai notarle – o notarle particolarmente che è difficile non notare il gigantesco Newton bronzeo che troneggia fuori dalla British Library… So già cosa fare la durante uno dei miei giorni liberi quindi…

Londra/fino al 14 Maggio 2017

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

whitechapelgallery.org

 

Hannah Hoch alla Whitechapel Art Gallery

Accanto alla stazione della metropolitana di Aldgate East è un suggestivo edificio Art Nouveau in mattoni chiari: è la Whitechapel Art Gallery, fondata nel 1901 con lo scopo di diffondere la conoscenza dell’arte nella zona Est della di Londra, un’area notoriamente povera, e da allora la galleria è stata un avamposto di alta cultura. Oggi la Whitechapel Galley è famosa per organizare mostre di arte contemporanea che riflettono la cultura della gente appartenete alla comunità locale. La  galleria ha anche una libreria ben rifornita e un delizioso caffè con free wi-fi in cui ristorarsi dopo tante le fatiche culturali.

Whitechapel Art Gallery. Londra,2014©Nebbiadilondra

 Oltre a numerosi display e installazioni, infatti, la Whitechapel Art gallery ospita fino al 23 marzo la mostra dedicata ad Hannah Höch (1889 – 1978), l’artista associata al Dada berlinese sin dagli anni Venti del XX secolo e famosa per i suoi collage creati da fotografie e ritagli di giornale. Una mostra che rispecchia il recente atteggiamento generale nei confronti delle donne e che ha portato alla rivalutazione di figure femminili in precedenza trascurate dalla storia dell’arte del XX secolo: basti pensare alle mostre dell’ autunno scorso alla Serpentine Gallery e alla Hayward Gallery, dedicate rispettivamente a Marisa Merz, l’unica donna affiliata all’Arte Povera, e all’artista sudamericana Ana Mendieta, morta in circostane misteriose nel 1985, cadendo dal 34 piano dell’appartamento che divideva con lo scultore minimalista Carl Andre.

  Hannah Hoch, Untitled collage (1930)Photo: Museum für Kunst und Gewerbe, Hamburg /Maria Thrun

Ammirata da contemporaneai come Georg Grosz, Theo Van Doesburg o Kurt Schwitters (a cui di recente Tate Britain ha dedicato un’interessante retrospettiva) la Höch è stata per anni consistentemente ignorata dalla storia dell’arte tradizionale. Almeno fino ad ora. Che con oltre cento opere che coprono un periodo che va dal 1910 al 1970, quella della Whitechapel è la prima retrospettiva a lei dedicata in Gran Bretagna. Da sempre convinta sostenitrice della libertà d’espressione, Hanna Höch cattura l’essenza delle avanguardie esplorando con i suoi collages carichi di graffiante ironia il concetto della nuova donna nella Germania tra le due guerre – un’epoca in cui Belle Arti erano ancora ritenute un soggetto off limits per le donne. L’amara satira che ne risulta non risparmia niente e nessuno, affrontando temi controversi come i concetti d’identità (uomo/donna), razza e genere, già vicini a tematiche del successivo pensiero femminista e sfidando le convenzioni culturali di bellezza e relazioni interpersonali. Da vedere. 

fino al 23 Marzo

Whitechapel Gallery
77-82 Whitechapel High Street
London E1 7QX

Collection Sandretto Re Rebaudengo: Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan – Bidibidobidiboo – 1996 – Courtesy Collezione Sandretto Re Rebaudengo

 Il capino appoggiato al minuscolo tavolo di formica, la pistola (anch’essa minuscola) sul pavimento: perchétanta disperazione? È stata forse una mancanza di noci? O forse questo Bidibidobidibooè un pezzo più personale?  I piatti sporchi del minuscolo lavello, lo squallore generale (una fedele ricostruzione dell’appartamento di Cattelan) rimandano ad una devastante  perdita di speranza nella vita. Certamente in una vita migliore… Se questo è il caso, lo scoiattolo suicida non aveva scelta: era in tutto e per tutto imbalsamato…
Il pezzo è di proprietà della torinese Patrizia Sanderetto Re Rebaudengo, che incominciò a collezionare opere di Maurizio Cattelan all’inizio degli anni Novanta. Che come si saràormai capito, l‘Italian bad boy è il protagonista di questa piccola ma interessantissima mostra alla Whitechapel Art Gallery di Londra. 

Oltre allo scoiattolo, sette altri pezzi tra cui Lullaby, un borsone blu pieno di detriti appoggiato al muro; una stella cometa  al neon in cui al centro è  il logo delle Brigate Rosse; un tappeto circolare riproducente l’etichetta del Bel Paese il famoso formaggio, su cui pende Untitled(2009), una mano col dito medio ben alzato, la versione miniaturizzata di quella davanti alla Borsa di Milano. Sono alcune tra le prime  opere di Cattelan. Opere conosciute ai più, ma che raramente si ha la possibilità di osservare dal vivo, e certamente di rado a Londra. Ed è compito dell’osservatore fare le dovute connessioni storico-politiche, connessioni  che raccontano più di una ‘Povera Patria’ che di un Bel Paese. Che il sacco di detriti non è qualcosa dimenticato dal personale delle pulizie, ma contiene le macerie dell’attentato mafioso al PAC di Milano del 1993, che Cesena 47 – A.C. Forniture Sud 12 (2nd half-time), e’ una satira sulle tensioni razziali di un Paese che non sa scendere a patti con una realtà multiculturale.
Lo stesso pupazzo sospeso a mezz’aria non è altro che una statua di cera  dello stesso Cattelan. con addosso l’iconica giacca di feltro grigio di Joseph Beuys. Ma le dimensioni ridotte del pupazzo e il fatto che sia appeso come la vittima impotente di qualche tiro mancino ad opera di qualche ragazzino maligno, basta a spogliarlo dell’eroico idealismo di Beuys e a renderlo pateticamente comico.
Ma come Hirst per l’Inghilterra, anche Cattelan ha bisogno del contesto italiano per risonare in pieno e questa mostra non è avara di informazioni che permettano  al pubblico inglese (in genere poco informato sulle realtà politiche altrui) di apprezzarlo in pieno.  Nonostante ciò è una buona introduzione al soggetto…

Londra // fino al 2 dicembre 2012
Collection Sandretto Re Rebaudengo: Maurizio Cattelan
a cura di Achim Borchardt-Hume, Kirsty Ogg e Francesco Bonami
WHITECHAPEL
77-82 Whitechapel High Street
+44 (0)20 7522 7878
info@whitechapelgallery.org
www.whitechapelgallery.org