Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk

Annunci

Gli appuntamenti dell’estate londinese

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come Wimbledon e la pioggia. Sto parlando della Summer Exhibition, l’evento più amato, criticato, atteso e discusso dell’estate londinese e che non manca ad un appuntamento con il calendario britannico dal 1769. E ogni anno da 246 anni una collezione di umanità varia ed eventuale composta da artisti (affermati o aspiranti), critici d’arte, giornalisti, collezionisti e semplici curiosi (come la sottoscritta) continua ad accorrere a frotte per toccare con mano (metaforicamente s’intende…) il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica. E in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable, i due giganti del paesaggio britannico, si erano trovati con le loro tele appese l’una accanto all’altra a fare confronti su quale delle due era la più bella. Se i due non si detestavano già (e pare che non lo facessero…), quello fu il momento in cui iniziarono.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione un paio di secoli fa (almeno non solo), quanto nella sua formula – che rende la Sumer Exhibition un’esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare le celebrità del futuro. Uno dei principi dei fondatori della Royal Academy of Arts infatti era quello di ‘montare una mostra annuale aperta a tutti gli artisti di merito.’ Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale Michael Craig-Martin (famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e Damien Hirst) che insieme al suo comitato ha selezionato con cura gli artisti partecipanti tra gli oltre 12.000 candidati. Fino al 16 Agosto 2015. royalacademy.org.uk 640139890_21c520af42_b-590x284 Ma l’estate a Londra non sarebbe tale senza Wimbledon, il torneo più antico e prestigioso del tennis e che si tiene tra giugno e luglio nel quartiere omonimo, al Sud-Ovest della Capitale. Certo, quando nel 1878 Spencer Gore vinse il titolo probabilmente non aveva idea che avrebbe dato origine ad una delle più grandi tradizioni britanniche. E d’altronde perché avrebbe dovuto? Che con i suoi 22 partecipanti (rigorosamente uomini) e una manciata di spettatori, quell’embrione di torneo non si sarebbe davvero potuto considerare un successo, almeno non per gli standard moderni. Come si sbagliava! Al giorno d’oggi Wimbledon è il terzo dei tornei del Grand Slam in ordine cronologico annuale. Inizia sei settimane prima del primo lunedì di Agosto ed è preceduto dall’Australian Open e dagli Open di Francia, e seguito dagli US Open. I suoi colori ufficiali sono il verde e il viola e come ad Ascot, anche per il torneo di Wimbledon esiste uno stretto dress code che vuole che giocatorie giocatrici vestano rigorosamente di bianco – anche se negli ultimi anni sempre più partecipanti sembrano infrangerlo. E basta capitare in terra angla tra Giugno e Luglio per assistere ad una vere e propria Wimbledon craze con file chilometriche e tendopoli equiparabili solo a quelle presenti al Festival di Glastonbury fuori dai campi da tennis. E chi non è riuscito ad assicurarsi uno dei preziosissimi biglietti per assistere alle parteite, è attaccato al televisore ad ogni ora consentita dalla vita moderna (lavoro, pendolarismo, famiglia) mangiando fragole e bevendo Pimms. E questo da solo basta a fare di Wimbledon uno degli eventi dell’estate. Pioggia permettendo. Dal 29 Giugno al 12 Luglio. wimbledon.com

RoyalAlbertHall

Royal Albert Hall by Paola Cacciari

Per un’appassionata (quanto squattrinata) amante della musica classica quale sono, l’arrivo dell’Estate a Londra significa una cosa sola: l’inizio dei Proms. I Proms (Promenade Concerts) non solo sono uno degli eventi da non perdere dell’estate londinese, ma sono anche il festival di musica classica più grande del mondo. Nell’arco di otto settimane, la Royal Albert Hall, la straordinaria sala da concerti di epoca vittoriana che dal 1895 ospita questo evento, diventa il palco su cui le migliori orchestre internazionali condotte da direttori d’orchestra (o semidei se chiedete a me) come Antonio Pappano e Daniel Barenboim, rinomati solisti e compositori contemporanei si esibiscono in opere nuove e grandi classici. E il tutto a partire da sole 5 sterline! La dichiarazione d’intenti era semplice e resta la stessa anche oggi: provvedere musica classica di prima qualità in modo ugualitario e ad un prezzo abbordabile. E se questo da solo non bastasse (e vi assicuro che per me è più che sufficiente) è l’atmosfera rilassata e festaiola che fa dei Proms un evento unico nel suo genere – un po’ come il Glastonbury della musica classica. I posti della platea sono rimossi e la grande arena diventa standing room only, in cui i “Promenaders” (il popolo dei Proms) si ammassa per ascoltare il meglio del meglio (e a volte del peggio) della classica: dalla musica barocca italiana alle nuove creazioni di compositori emergenti, da concerti di jazz alla musica Indiana e contemporanea. Armatevi di programma, sandwiches e scarpe commode. E buon divertimento! Dal 17 Luglio al 12 Settembre 2015. Per il programma dettagliato guardate BBC proms 2015.

pubblicato su No Borders Magazine

L’estate è magica con la Summer Exhibition 2015

Guerre e rivoluzioni vanno e vengono, monarchi e Primi Ministri si susseguono, ma la Summer Exhibition resta una delle assolute certezze dell’estate londinese – con Wimbledon e i Proms e la pioggia.

20150702_140602

The Royal Academy, Burlington House, London. 2015 © Paola Cacciari

Nata nell’anno in cui Napoleone viene alla luce ad Ajaccio e il Capitano James Cook sbarca in Nuova Zelanda, la Summer Exhibition non manca dalla Capitale dal 1769 e nei 246 anni della sua esistenza è rimasta un potente barometro per misurare il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica, e in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable nel 1832 trovarono le loro tele appese l’una accanto all’altra scatenando (se non era già accaduto prima) una delle più plateali rivalità della storia dell’arte moderna. Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione poco meno di un paio di secoli fa, quanto nella sua formula rivoluzionaria che rende questa esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare il Damien Hirst del futuro. Uno degli obbiettivi principali dell’Accademia infatti, sin dalla sua fondazione nel 1768 era proprio quello di istituire una grande esposizione annuale aperta ad tutti gli artisti di merito e al pubblico pagante. E ieri come oggi, tutte (o quasi) le opere esposte sono in vendita, con tanto di prezzo dovutamente indicato nel catalogo. E come in passato, il 30% dei proventi è destinato al finanziamento della Scuola della Royal Academy dove nascono, crescono e sono lanciate nel mondo dell’arte le future generazioni di artisti.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Per poche centinaia di sterline pertanto, chiunque può tornare a casa con un disegno di un artista emergente o (per qualche centinaia di sterline in più) con una stampa dell’immancabile Tracey Emin, la ragazza terribile di Margate diventata famosa nel 1999 il suo letto disfatto e che nel 2011 ha scambiato il suo anticonformismo con un ruolo come artista associata della Royal Academy – il che dimostra ancora una volta come gli antagonisti di ieri, con l’età (e un discreto conto in banca), finiscano per trovarsi incredibilmente a proprio agio nel mainstream di oggi.

Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale irlandese Michael Craig-Martin, famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e il suddetto Damien Hirst, e che insieme ad un comitato costituito da artisti e architetti (come vuole la secolare tradizione dell’Accademia) ha selezionato circa 1100 opere da esporre sulle pareti di Burlington House, sede della Royal Academy, e che in una spettacolare rottura con la tradizione, invece del solito bianco abbagliante sono state dipinte in gioiosi toni di turchese, rosa confetto e blu cielo.

Michael Craig-Martin CBE RA unveiling a new site-specific artwork by Jim Lambie for the Summer Exhibition 2015  © David Parry, Royal Academy of Arts

Michael Craig-Martin CBE RA unveiling a new site-specific artwork by Jim Lambie for the Summer Exhibition 2015 © David Parry, Royal Academy of Arts

Che Craig-Martin fosse un artista fuori dalla norma era un fatto risaputo – almeno da coloro che conoscono i suoi pictorial readymades che mostrano oggetti d’uso comune come un iPhone che, estrapolati da fotografie, sono disegnati e colorati con gli stessi colori accesi ed esagerati che decorano le sale centrali della Royal Academy. Ma la sua personalità eccentrica e innovativa non si esaurisce in questo esercizio di imbiancatura, ma è palpabile nell’atmosfera totalmente insolita e (perché no?) decisamente edificante dell’edizione di quest’anno. E sebbene la pittura continui a regnare sovrana, con diverse opere dello stesso Craig-Martin presenti in varie sale e di Norman Ackroyd, non mancano grandi nomi della scultura come Anish Kapoor, Mimmo Paladino e Anthony Gormley e progetti e modelli di divinità dell’architettura come Renzo Piano e Zaha Hadid, oltre a numerosi disegni e stampe e una sala interamente dedicata alla fotografia.

20150702_143615

Grayson Perry tapestry, London. 2015 © Paola Cacciari

Da un Budda creato con grucce di ferro da David Mach ad un coloratissimo arazzo di Grayson Perry, dalle peculiari installazioni di ferro rugginoso di Ron Arad agli immancabili (e stranamente rassicuranti nella loro normalità) omaggi al Venezia dipinti dall’onnipresente Ken Howard, la Summer Exhibition è tutto questo: un miscuglio di nomi famosi e di perfetti sconosciuti, del tradizionale e dell’eccentrico, del piccolo e del gigantesco, del bello e dell’assurdo dove le opere più disparate lottano per contendersi l’attenzione dei presenti. Soprattutto non occorre essere esperti di arte contemporanea per godersi questo pezzo di storia culturale della Capitale: basta la piccola guida alle opere in mostra, una biro per scribacchiare nomi che si finirà per dimenticare all’uscita e una buona dose di curiosità.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Fino al 16 Agosto 2015,

Summer Exhibition

Royal Academy,

Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD

royalacademy.org.uk

Savage Beauty. Alexander McQueen a Londra

“I am going to take you on journeys you never knew were possible. There is no way back for me now”. Ed è questo senso del viaggio, dell’entrare nella mente di un creatore straordinario come Alexander McQueen, che fa di “Savage Beauty” una mostra diversa da ogni altra dedicata alla moda. Dal MoMA al Victoria and Albert, per la mostra dell’estate.

Alexander McQueen - Savage Beauty - veduta ella mostra presso il Victoria and Albert Museum, Londra 2015 - Plato's Atlantis

Alexander McQueen – Savage Beauty – veduta ella mostra presso il Victoria and Albert Museum, Londra 2015 – Plato’s Atlantis

 

NASCITA E MORTE DI UN ARTISTA
Nato a Lewisham e cresciuto nell’East End, Alexander “Lee” McQueen (1969-2010) è il figlio di un taxista e di un’insegnante che sin da bambino vuole creare abiti. Lasciata la scuola all’età di quindici anni, diventa apprendista in Savile Row, il tempio della moda maschile britannica, prima di trasferirsi a Milano per un breve periodo per lavorare da Romeo Gigli. A  Londra, dove era tornato nel 1992, completa quasi per caso un master in Fashion Design alla Saint Martin’s School of Art dove era approdato cercando un lavoro, ufficializzando così la sua metamorfosi da sarto altamente competente e creativo a stilista di moda. Diventa direttore creativo di Givenchy al posto di John Galliano nel 1996, a soli 27 anni (dove rimarrà tra alti e bassi fino al 2001) e vince il British Designer of The Year, il premio come migliore stilista inglese dell’anno, per quattro volte. La sua carriera sembra inarrestabile ed è all’apice del successo quando nel 2010, a soli quarant’anni e devastato dalla morte della madre che adora, McQueen si toglie la vita lasciando di sasso il mondo della moda.

Alexander McQueen, 1997

Alexander McQueen, 1997

LA MOSTRA AL VICTORIA AND ALBERT
Ora la grande retrospettiva del MoMA di New York, che nel 2011 ha visto la folla attendere pazientemente in fila per ore, è arrivata al Victoria and Albert Museum, più grande e più ricca che mai. E con una sala dedicata a Londra, città e musa di McQueen, che ospita i dieci pezzi della sua collezione di laurea del 1992, intitolata Jack the Ripper Stalks His Victims.Ho passato molto tempo a imparare come costruire abiti,” amava ripetere lo stilista. “È importante se poi li si vuole smontare”.
E basta guardare le sue creazioni, che combinano storicismo e modernità e infrangono ogni regola pur mantenendo intatte le tecniche sartoriali tradizionali, per capire di cosa stesse parlando. I suoi abiti sconfinano nell’arte e nel teatro e ricordano le opere di un altro enfant terrible britannico, Damien Hirst. Non a caso, visto che per età ed esperienze, McQueen era vicino a molti degli YBAs, i quelli della “Sensation Generation” degli Anni Novanta. Non solo lo stilista esplora lo stesso territorio artistico di Hirst, Tracey Emin e dei fratelli Jake e Dino Chapman, ma li frequenta, compra le loro opere e soprattutto condivide la loro volontà di stupire. […]

Leggi il resto su Artribune

Butterfly headdress of hand-painted turkey feathers Philip Treacy for Alexander McQueen, La Dame Bleu - Spring-Summer 2008 - photo Anthea Sims

Butterfly headdress of hand-painted turkey feathers Philip Treacy for Alexander McQueen, La Dame Bleu – Spring-Summer 2008 – photo Anthea Sims

Damien Hirst

Se n’è parlato così tanto che appena o potuto ci sono andata. A Tate Modern a vedere la retrospettiva di Damien Hirst dico, quello che mette gli animali in formalina, ricopre i teschi di diamanti e produce installazioni che sembrano le vetrine di una farmacia per intenderci. Che -dal cibo alle persone- alla fine mi piace formarmi un’opinione personale delle cose. Soprattuto perchè quella di Hirst è da anni una vita così costantemente sotto i riflettori (anche se con lui non si arriva ai livelli voyerismo di Tracy Emin) che a volte si finisce con il dimenticare che si ha a che fare con un artista e non con un personaggio del Grande Fratello.

Damien Hirst

Entrata da scettica preparata e essere delusa, sono rimasta piacevolmente sorpresa. Anzi, devo ammettere che sono uscita QUASI convertita. Certo, odio gli insetti e non sopporto la vista del sangue per cui ho sorvolato sulle cose più rivoltanti come quella (povera) mucca tagliata a metà o la disgustosa installazione piena di mosche ronzanti (che schifo!!! Il solo pensiero mi fa venire i brividi!), ma sono rimasta mio malgrado ad osservare affascinata l’incredibile, potente malinconia emanata dal famoso squalo The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991), immobile nella sua bara di formaldeide, assolutamente terrificante da vivo e ugualmente terrificante anche da morto. Tanto che mi sono ritrovata a pensare che è una fortuna che non mi piaccia nuotare in mare aperto, così avrò meno possibilita di incontrare uno dei suoi parenti …

Damien Hirst: Jumping the Shark

The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living  1991 © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved. DACS 2011. Photo: Photographed by Prudence Cuming Associates
Per un’ipocondriaca come me le vetrine con le medicine sono state una vera e propria calamita: da sempre le medicine mi affascinano (ognuno ha le proprie manie…) e mi sono ritrovata a studiare con attenzione i nomi di quelle contenute nelle installazioni per vedere se ce n’era quacluna che conoscevo, che avevo preso e, una volta trovatane una, ho cercato di ricordare perchè l’avevo usata e se mi aveva fatto stare meglio. Lì ho capito che era il caso di uscire dalla sala prima di servirmi dalla vetrina e andare a pagare l’acquisto alla cassa…

Damien Hirst ‘Pharmacy’, 1992 © Damien Hirst and Science Ltd.

Ma sono stati i quadri con le farfalle a farmi restare completamente a bocca aperta (come lo squalo…) per la loro incredibile bellezza – una parola non avrei mai pensato di utilizzare in una frase riferita all’arte di Hirst…

Damien Hirst 

All’uscita ho realizzato mio malgrado di essermi divertita. Che mi stia convertendo all’arte contemporanea??

Avventure alla Summer Exhibition

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come la pioggia, Wimbledon e ai Proms. Guerre e rivoluzioni vanno e vengono, monarchi e Primi Ministri si susseguono, ma la Summer Exhibitionresta una delle assolute certezze del calendario britannico. Non manca infatti ad un appuntamento con l’estate londinese dal 1769, e nei circa 250 anni della sua esistenza è rimasta un potente barometro per misurare le tendenze artistiche contemporanee.
Il motivo di tanto successo sta nella sua formula rivoluzionaria che rende questa esposizione unica nel mondo dell’arte.  Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare il prossimo Damien Hirst, secondo la filosofia della Royal Academy. Uno degli obbiettivi principali dell’Accademia sin dalla sua fondazione nel 1768 infatti, era proprio quello di istituire una grande esposizione annuale aperta ad tutti gli artisti di merito  e aperta al pubblico pagante. Ma non solo:  ieri come oggi, tutte (o quasi) le opere esposte sono in vendita, con tanto di prezzo dovutamente indicato nel catalogo e il 30% dei proventi è destinato al finanziamento della Scuola della Royal Academy per creare la prossima generazione di artisti. Semplice.
E così con un centinaio di sterline chiunque può tornare a casa con un disegno di un artista emergente o (con qualche centinaio di sterline in più) con una stampa di Tracey Emin. E proprio la ragazza terribile di Margate, diventata famosa  nel 1999 per il suo anticonformismo e per il suo  letto disfatto (My Bed, all’epoca degli YBA…) dal 2011 è diventata una socia della Royal Academy ed è un’entusiasta partecipante della Summer Exhibition. Il che dimostra come gli antagonisti di ieri, con l’età e un discreto conto in banca, finiscano per trovarsi incredibilmente a proprio agio nel mainstream di oggi…
Quest’anno le opere in mostra sono circa 1200, scelte da un Comitato costituito da artisti e architetti come vuole la secolare tradizione dell’Accademia, e si contendono spazio e attenzione sulle pareti con un effetto a metà tra l’opprimente e il casual… La pittura come tecnica regna sovrana, ma ci sono anche sale dedicate alla scultura e all’architettura e al disegno, curate da personaggi d’eccezione come Thomas Heatherwick (quello del calderone olimpico…) e Cornelia Parker, la cui affascinante sala che ha per tema il bianco e nero ospita vere e proprie icone dell’arte Britannica contemporanea come Jeremy Deller, David Shrigley, Martin Creed e Richard Wentworth.
Vagando qua e la’ per le sale si incontrano i soliti (un po’ noiosi) omaggi al Venezia e a Firenze, ma anche molte opere interessanti e divertenti, soprattutto nella Small Weston Room di artisti emergenti come Benjamin Bridges. E non mancano le opera strane (almeno per la sottoscritta) come una gigantesca grattugia create da Mona Artoum (a ciascuno il suo…) o una sorta di tavolo in legno con molte gambe,  coperto da un denso strato di vernice creato da Phyllida Barlow, la cui gigantesca installazione al momento occupa mezza Tate Britain.
Perché questo è la Summer Exhibition: di tutto un po’.  È  una giustapposizione di nomi famosi e di perfetti (o quasi) sconosciuti, di opere di piccole e grandi dimensioni, di grandi spazi aperti e delle sculture che li abitano, del bello e dell’assurdo.  E come al solito non me la perderei per nulla al mondo e non solo per la qualità (a volte discutibile) delle opera in mostra, ma soprattutto perché in questa nostra società in continuo movimento è una cosa terribilmente rassicurante vedere che ci sono cose che restano immutate nei secoli…

Kgdomisgadanmc57wz4a 
Pubblicato su Londonita
Fino al 17 agosto
Royal Academy

Impara l’arte e mettila da parte… Siamo sicuri??

Arte: da dove cominciare? Ecco una cosa di cui non potrei mai fare a meno. Posso fare a meno di radio, cinema e TV, ma non di un bel quadro: l’arte una delle mie passioni più grandi.

Arte per me è sinonimo di bellezza, anche ultimamente accade sempre più spesso il contrario.
E questo mi porta all’oggetto del mio post: Michel Landy
Nato nel 1963, appartiene al gruppo dei YBA (Young British Artists) di Damien Hirst e Tracey Emin, è diventato famoso nel 2001 per aver ditrutto sitematicamente tutti i suoi averi (inclusi calzini, fotografie e il suo certificate di nascita) in un capannone in Oxford Street in un’evento chiamato Break Down. E fin qui nienche di strano se non fosse per il fatto che la National Gallery gli ha commissionato una serie di installazioni ora in mostra. Una mostra che si chiama Saints Alive, in cui sei automi ispirati a figure di santi e martiri dei quadri della collezionem si attivano come giganteschi robot quando qualcuno pigia un bottone con il piede o gira una manovella. Dovrebbero ricreare il tormento del martirio. E invece fanno solo rumore.  Tanto che i custodi della NG hanno tappi per le orecchie quando lavorano in quelle sale. Quale orrore.
Stento a credere che una cosa del genere possa trovare posto nelle sale della mia adorata National Gallery. Non c’è una volta che passi da Trafalgar Square e non faccia un salto a salutare il mio Botticelli favorito, a immergermi nel blu di Tiziano e di Bronzino, a sognare davanti alla Venezia di Canaletto e Guardi – e non capisco il perché un’istituzione come quella senta il bisogno di trasformarsi in una succursale della Tate.
È una domanda retorica questa, che il perché lo so benissimo, è un trend diffuso ovunque. Dumbing down si chiama il termine politicamente scorretto. Dalle etichette esplicative sono sparite tutte le traduzioni dal latino, e sono apparse spiegazioni tra parentesi di oggetti la cui ovvietà è palese. O forse lo è per me perché da piccola mi sono presa il disturbo di andare a cercare quella parola sul vocabolario. Sembra quasi che i musei al giorno d’oggi stiano perdendo fiducia nella capacià delle loro collezioni di attirare il pubblico e così semplificano il loro linguaggio, invece di spettarsi dal pubblico uno sforzo. E se in passato questo significava venire incontro a coloro che non avevano avuto il privilegio di un’educazione, ai nostri giorni questo è davvero ingiustificabile. Significa perdere credibilità.
Seeingis Blieving michael landy

Michael Landy’s kinetic sculpture Doubting Thomas: ‘the most shattering work here’. Photograph: courtesy of the Thomas Dane Gallery, London

 E questo ci riporta a Michael Landy e alla National Gallery (ma potrebbe essere qualsiasi altro museo, in UK o in Europa). La presenza di Landy alla NG (e di molti artisti in residence) era mirata ad attrarre un pubblico giovane, quello che appunto va alla Tate perchè è cool. Perché tutto ora si reduce ad una questione di audience, quante persone varcano la soglia dei musei. Che poi lo facciano per usare il bagno (gratis) o guardare le collezioni sembra non importare a nessuno.
Certo, da quando nel 2001 il governo di Tony Blair decise di eliminare l’ingresso a pagamento a musei e gallerie nazionali britanniche (introdotto da Margaret Thatcher) per allargare ad un pubblico più vasto l’accesso al patrimonio culturale della nazione, il numero di visitatori dei musei nazionali è quasi raddoppiato. E le cifre hanno continuato a salire in tutto il Paese. Da allora l’ingresso gratuito ai musei nazionali è diventato una parte integrante della vita culturale britannica, tanto da portare il Segretario alla Cultura Jeremy Hunt ad affermare che “la cultura è di tutti, non solo di pochi fortunati” e di essere particolar mente orgoglioso dell’aver garantito il futuro dei musei gratuiti, nonostante l’attuale clima finanziario.Ma quelli attuali sono tempi difficili e il principio di mantenere l’ingresso gratuito costa caro. E allora si montano mostre che non hanno senso, come questa.
E il problema non sono persone come Landy, ma le istituzioni che usano i loro sensazionalismi come richiamo per portare i ragazzini al museo. Ed è sbagliato. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, il problema sta a monte, sta nella scuola e nel fatto che, almeno in Gran Bretagna, materie fondamentali come la storia, la letteratura e le materie classiche stiano scomparendo dai programmi, sostituite dall’onnipresente Media Studies; materie senza le quali la nostra comprensione del presente si riduce ad un gruppo di automi rumorosi che starebbero meglio in un Luna Park.

The Summer is Magic. L’estate della Royal Academy

È difficile credere che sotto l’intricato arazzo cangiante formato da tappi di bottiglia di alluminio creato dall’artista africano El Anatsui che ne copre la facciata palladiana si nasconda il caposaldo della tradizione britannica. E invece è Burlington House. L’installazione “TSIATSIA – searching for connection” è stata commissionata dalla Royal Academy. O meglio, dalla sua anima contemporanea, giunta quest’anno alla 245esima edizione.

Installing the Summer exhibition 2013 (c) Benedict Johnson

Installing the Summer exhibition 2013 (c) Benedict Johnson

Amata, odiata, attesa e discussa, la Summer Exhibition è una certezza del calendario britannico, come Wimbledon, i Proms e la pioggia: non manca infatti a un appuntamento con l’estate londinese dal 1769. Il motivo di tanto successo? Semplice: una formula unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana, infatti, opere di maestri di fama mondiale come Anthony Caro, Anselm Kiefer e Zaha Hadid – tra i partecipanti di quest’anno – sono esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare il Damien Hirst o la Tracey Emin del futuro. E proprio la ragazza terribile di Margate, schizzata a fama mondiale nel 1999 con il suo My Bed all’epoca degli YBA e che dal 2011 è socia della Royal Academy, è un’assidua partecipante a questo evento. A dimostrare come gli antagonisti di ieri possano trovarsi insospettatamente a proprio agio nel mainstream di oggi.
Come vuole la secolare tradizione dell’Accademia, la mostra è curata da un comitato costituito da artisti e architetti e incaricato di scegliere le opere per la mostra. Mostra che è aperta a tutti coloro che, per la modica cifra di 25 sterline, vogliano tentare la sorte presentando un pezzo alla selezione. Quasi tutte le opere esposte sono in vendita, con prezzi che vanno dalle 100 sterline di una stampa, alle centinaia di migliaia di quelle dei soci dell’Accademia (a cui naturalmente è risparmiato il processo della selezione) e il 30% dei proventi è destinato al finanziamento della scuola.
Ma molto è cambiato da quando la Royal Academy era considerata il simbolo della tradizione (contro cui famosamente si scagliarono i Pre-Raffaelliti di Rossetti e Millais) e ha lavorato duramente per svecchiare un’immagine un po’ sbiadita. Le pareti affollate del periodo vittoriano hanno lasciato il posto a un allestimento arioso e intrigante, curato da artisti per artisti e in cui trovano spazio stili e tecniche diversi, che vanno dalla pittura all’incisione, dalla fotografia alla scultura a modelli architettonici.

Lecture Room at the Summer exhibition 2013- photo John Bodkin