The Second Sleep (Il sonno del mattino) di Robert Harris

Tra gli oggetti in mostra nella nuova sala dedicata al Design del museo in cui lavoro c’è anche il primo Apple iPhone. La spiegazione che lo accompagna lo definisce opportunamente “The phone that changed everything”. E mai cosa è stata più vera.

Touchscreen smartphone iPhone 2007.

Sviluppato da Apple Inc. nel 2005 e lanciato nel 2007, l’iPhone 2G è la prima generazione di iPhone, e quello che farà diventare lo smartphone con la mela uno dei marchi più riconosciuti al mondo. Nonostante non sia affatto stato il primo smartphone, l’iPhone originale ha comunque catturato l’immaginazione del pubblico sulle possibilità di un nuovo tipo di telefono cellulare dotato di dispositivo touchscreen e di connettività Internet. E nel giro di quindici anni grazie (o a causa) di questo design, l’industria della telefonia e il modo in cui affrontiamo la nostra vita quotidiana è cambiato per sempre.

Inutile dire che la cosa mi fa uno strano effetto che il 2007, in fondo, non è poi così lontano. Sono arrivata felicemente all’età di 29 anni anni senza possedere un telefono cellulare, e solo nel 2013 ho ceduto alle lusinghe del touchscreen. Eppure ora fatico a concepire la mia vita senza il mio fedele compagno elettronico. In un solo dispositivo ho a portata di mano il mondo nella sua interezza – giornali, libri, notizie, intrattenimento, musica, opinioni. Non solo: questi pochi grammi di plastica e microchips mi permettono di parlare e vedere in tempo reale la famiglia e gli amici, sopratutto quelli lontani. Tutto questo ha del miracoloso.

Fino ad un certo punto però. A volte mi manca il mio cervello pre-internet. Che tecnologia e social media in molti casi hanno sostituito la memoria e il ragionamento umani e persino i normali rapporti sociali. Lo vedo quando interagisco con la gente al museo, sempre più impaziente, sempre più incentrati su se stessi, e sempre meno abituati (date un’occhiata a questo sito sul museum etiquette per credere…) a rapportarsi in modo civile con un altro essere umano in carne ed ossa che sta davanti a loro e non faccia capolino dallo schermo di un telefono. Inoltre, l’affidarci tanto alla tecnologia ci ha reso terribilmente vulnerabili ai suoi guasti – si tratti della cassa del supermercato o del sistema aeroportuale. Cosa ne sarebbe di noi e della nostra società iper-digitalizzata se all’improvviso la tecnologia dovesse all’improvviso venir meno?

Questa è la domanda che si pone anche Robert Harris in un romanzo dallo strano titolo The Second Sleep, tradotto in italiano letteralmente come “Il secondo sonno” – una frase che sono dovuta andare a cercare su Google (ironia) per capire di cosa si parlasse, che non ne avevo idea. Che pare infatti che li mito delle otto ore filate sia (appunto) un mito moderno, e che i nostri antenati in realtà dormissero in due fasi, inframezzate da una pausa durante la notte in cui si dedicavano allo svolgimento attività richiedenti pace e tranquillità (come leggere, scrivere, pregare, meditare) per poi tornare a dormire. Di certo il fatto che che l’illuminazione elettrica sia un’invenzione piuttosto recente, spiega il perché in passato la gente andasse a letto al calar della notte. Ma cosa c’entra questo con la storia del libro? Presto detto.

Siamo nel 1468. È quasi sera quando un giovane prete, Christopher Fairfax, giunge in un remoto villaggio della regione di Exmoor in Inghilterra per celebrare il funerale del parroco, padre Thomas Lacy, morto una settimana prima. E fin qui niente di strano in un thriller/mistery storico. Ma a mano a mano che si procede con la lettura e si cominciano a notare le incongruenze, ad uno all’improvviso viene da pensare “aspetta un attimo, c’è qualcosa che non va qui”. Che ci fa un parrocchetto nell’Inghilterra medievale? E c’erano davvero orologi a cassa lunga nel XV secolo? Ma è solo quando, nelle ore tra il sonno notturno e quello del mattino, il nostro Fairfax scopre nello studio del prete morto, una vetrina dagli scaffali colmi di bottiglie di plastica, banconote, mattoncini giocattolo – reliquie di un passato perduto diventi conservati contro il volere della Chiesa, che tutto diventa chiaro. E che il XV secolo di Harris non è quello dei abitato dalle rivali famiglie di York e Lancaster che si sono combattuti nella Guerra delle due Rose, ma quello riemerso dopo l’apocalisse che nel 2025 ha posto drammaticamente fine all’era tecnologica che ha condannato l’umanità ad un nuovo Medioevo.

Nelle sue peregrinazioni notturne nello studio del prete ucciso, Fairfax scopre “uno dei congegni usati dagli antichi per comunicare”, contrassegnato dal simbolo di una mela a cui è stato dato un morso.” Uno smartphone, ridotto ad un inutile oggetto di plastica visto che in quel nuovo Medioevo non esiste l’elettricità.

Il sonno del mattino, di Robert Harris (Autore) 
 Annamaria Raffo (Traduttore) Mondadori, 2019

It both made their waste trade possible and rendered them beggars when it failed. Consider waking up one morning entirely destitute, with skills of no longer value or of any used the struggle for life! Their word was based upon imaging – mere castles of vapour , the wind blew: it vanished.

Robert Harris, The Second Sleep

Ecco, appunto.

Is this the end of live arts?

This is not about the politics, or vaccination policies, this post is just my personal thoughts… Recently the Metropolitan Opera announced they will require proof of vaccine boosters to enter the world’s largest opera house… (click here for full article) Major shows, institutions, and opera have also withdrawn holding live performances this month… The world […]

Is this the end of live arts?

Se le persone si informano o rimangono ignoranti è dovuto a tre fattori

Un altro articolo molto interessante di Daniele Corbo dal Blog Orme Svelate.

Io facci parte della categoria di persone che ama essere informata. O almeno lo ero, che ultimamente lo faccio sempre meno – guardare il Telegiornale dico per salvaguardare la mia salute mentale e con essa i mei nervi… 😱 Troppo bombardamento mediatico non fa bene, produce troppo stress e lo stress non fa bene. A volte meglio una limitata, beata (ma sempre “controllata”) ignoranza…😉

I ricercatori hanno identificato tre fattori che influenzano la probabilità che una persona cerchi maggiori informazioni o ignori i fatti sulla sua salute, le sue finanze e i tratti della personalità.

Se le persone si informano o rimangono ignoranti è dovuto a tre fattori

Writing is Good for Your Health

There are great therapeutic benefits to writing backed by science, that’s why I have been writing a blog since 2017 and I am in good health 🙂 Before that I used to write a journal. I started writing two books, finished and published only one (it is in Italian, not a big success yet, only […]

Writing is Good for Your Health

Visto che ultimamente sono sempre troppo stanca per farlo, meglio ricordare a me stessa i benefici della scrittura… ✍

La scrittura può migliorare la salute mentale

Dal diario riflessivo alla prosa creativa, la scrittura può aiutare ad aumentare l’autostima, approfondire il senso di autocontrollo e migliorare la consapevolezza di sé. La scrittura può anche aiutare a ridurre lo stress, l’ansia e la depressione.

La scrittura può migliorare la salute mentale

Famous Londoners – Thomas Crapper…

One of the most famous plumbers in the world, Thomas Crapper was the founder of London-based sanitary equipment company, Thomas Crapper & Co, and a man whose name has become synonymous with toilets (although he was not, contrary to popular belief, the inventor of the flushing toilet). A portrait of Thomas Crapper. PICTURE: Via Wikipedia. […]

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Discovery SMA: il Museo della Specola

Da sempre l’uomo è affascinato dai misteri della natura che lo circonda, dalla meraviglia della volta celeste che lo rende un grande sognatore. Oggi continuiamo il nostro viaggio tra i musei dello SMA, andando a scoprire il Museo della Specola, attraverso un’intervista alla professoressa Paola Focardi, docente di astronomia del nostro Ateneo. Come nasce il […]

Discovery SMA: il Museo della Specola

Charles Booth e la mappa della povertà di Londra

Se fossi vissuta a South Kensington nel 1890 quando il sociologo e armatore britannico Charles Booth (1840-1916) stava lavorando alla compilazione della mappa della povertà di Londra probabilmente sarei rientrata nella categoria del colore Viola, che indicava un reddito misto con famiglie più o meno agiate e altre decisamente più povere. Che quando furono costruite i palazzi simili a quello in cui vivo adesso, Earl’s Court era già scivolato dalla zona rossa (classe media, agiata) a quella rosa (piccola borghesia, abbastanza agiata, guadagni ordinari) prima di scivolare nella suddetta viola. Nella mia strada rifugiati e tossicodipendenti convivono con ricchi borghesi e milionari con la Ferrari. In mezzo stanno tutti gli altri, la massa informe di chi vive dignitosamente in affitto, ma non si potrà mai permettere il lusso di comprare una casa in questa zona.

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Nato a Liverpool nel 1840, allora uno dei centri del commercio mondiale e la cui popolazione esplose nel giro di pochi anni, Booth era perfettamente qualificato per analizzare gli effetti della rivoluzione industriale sulle infrastrutture delle città vittoriane. Soprattutto quelle che, come Londra vedono la loro popolazione moltiplicare quasi all’improvviso.

Charles Booth

Londra era una città di estremi – estrema povertà ed estrame ricchezza (non e’ cambiato nulla) in cui coloro che si erano arricchiti lo avevano fatto a scapito di coloro che avevano lavoraro per provvedere questa ricchezza e che nel processo si erano invece impoveriti,- cli stessi che ora queste classi abbienti cercavano di tagliare della loro vita e dalla loro vista. Ancora oggi idilliche enclaves benestanti con palazzi bianchi e giardini privati, si contrappongono a zone di criminalita’ e violenza delle periferie. non esistono più gli slums, ma solo sulla carta.

Nel tentativo di refutare la teorie socialiste che sostenevano che un quarto della popolazione della Captale viveva in povertà, Booth inizio a tracciare una mappa delle relazione tra povertà e depravazione a Londra solo per scoprire, nel corso della su indagine che la cifra era molto più alta. Quello che crea e’ un vero e proprio rilevamento topografico in cui il livello di ricchezza/povertà era codificato da colori che andavano dal nero che indicava la classe più abbietta, semicriminale e aggressiva, al giallo della ricca alta borghesia.

La cosa interessante è che la mappa non mostra solo i luoghi in cui vivevano ricchi e poveri, ma anche i luoghi prediletti dalla borghesia mercantile e commerciale, che tendono a concentrarsi attorno alle grandi arterie di comunicazione, mentre l’estrema povertà, come accade ancora adesso, si trova spesso attorno a stazioni ferroviarie, ai canali navigabili e ai vicoli dell’East End. E’ difficile pensare che Shadwell, Limehouse e Shoredich, prima di diventare i paradisi per hipster, “gli alternativi”, che conosciamo oggi fossero praticamente tutti colorati di nero; mentre l’elegantissima Chelsea, quando Booth la mappò, aveva una sacco di blu scuro ed era definita umida, sovrappopolata, con gente bisognosa che non paga l’affitto. Non per nulla Dante Gabriel Rossetti e altri artisti sempre a corto di soldi, scelgono di vivere qui: Chelsea all’epoca era economica, oltre che bohémien.

Part of Booth’s map of Whitechapel 1889. The red areas are “well-to-do”; the black areas are “semi-criminal”.

Certo ètutto molto astratto e Booth lo sapeva anche allora, ma fu il rimo passo verso una serie di riforme che portarono al all’introduzione dell’Housing of the Working Classes Act 1890 che eventualmente autorizzò le autorità locali a demolire gli slums dei bassifondi, e all’Old-Age Pensions Act 1908 approvato nel 1908, considerato come la base del moderno sussidio pubblico nell’attuale Regno Unito.

Nel 1951 gli fu dedicata una Blue Plaques dal London County Council nella casa in cui abitò al numero 6 Grenville Place, South Kensington. Neanche a dirlo, la sua starda era colorata in giallo.

Avevo gia’ palato di Chales Booth in questo post del 2019 dedicato alla mostra Architettura e salute in mostra alla wellcome Collection alla Wellcome Collection di Londra.

2021 © Paola Cacciari