Il pianista di Varsavia: la straordinaria storia di Władysław Szpilman (e del nazista che lo salvò)

Credo di essere stata una delle poche persone al mondo a non aver mai visto Il Pianista di Roman Polanski, lo straordinario racconto di sopravvivenza di Władysław Szpilman nella Varsavia occupata dai nazisti. Almeno fino all’anno scorso quando il lockdown mi ha dato la possibilità di mettermi in pari con i film che avevo perso negli ultimi vent’anni. E il film mi èpiaciuto cosi tanto che ho sentito l’urgenza di leggere il libro, e ho fatto bene.

Dire che è un bel libro non rende l’idea, che come si può valutare un libro come questo? Il mio cuore e la mia mente erano in completo subbuglio quando l’ho chiuso. La voce di Szpilman non è mai amara, e anche nei momenti più difficili e disperati mai una volta si lascia prendere dall’odio nei confronti dei tedeschi, lui che ne avrebbe avute tutte le ragioni. Anzi, il suo racconto è quasi distaccato, ma suppongo sia parte della ragione per cui scrisse questo libro in primo luogo: elaborare il trauma. La sua intenzione non era quella di sputare dichiarazioni politiche sulla Seconda Guerra Mondiale. Il libro è semplicemente la straordinaria storia di questo straordinario individuo che, grazie ad una fortunata serie di circostanze che mettono sulla sua strada persone che lo aiutano e ad un’incrollabile determinazione, riesce a sopravvivere mentre l’intera Europa crolla nel nel caos.

Ma quella narrata ne Il Pianista, non è solo la storia di Wladyslaw Szpilman. Una sorpresa attende l’ignaro lettore alla fine, sotto forma di brani del diario di Wilhelm Hosenfeld (1895-1952), l’ufficiale della Wehrmacht che, negli ultimi mesi del 1944, non solo tacque agli altri ufficiali delle SS la presenza di Szpilman nell’unico edificio a più piani rimasto in piedi a Varsavia, ma lo salvò da morte certa procurandogli cibo, acqua e coperte (gli lasciò persino il suo pesante cappotto) per sopravvivere alla fame e al freddo dell’inverno polacco.

Wilhelm Hosenfeld

Alcuni dei passaggi più toccanti, inquietanti e riflessivi della narrazione vengono proprio dal suo diario, che è stato recuperato anni dopo e incorporato nel libro di memorie di Szpilman. “Il male e la brutalità si annidano nel cuore umano. Se gli viene permesso di svilupparsi liberamente, prosperano, emettendo terribili ramificazioni …”

Cresciuto in una famiglia devotamente cattolica che gli inclulc ò l’importanza della carità e con una moglie pacifista, Hosenfield era tuttavia un patriota e come tale abituato all’obbedineza prussiana. Si unisce al partito nazista nel 1935, solo per ritrovarsi in guerra disilluso e inorridito dalle sue politiche. Durante il suo periodo a Varsavia, Hosenfeld usò la sua posizione per dare rifugio a persone, indipendentemente dall’etnia o dalla fede politica, all’occorenza fornendo loro persino i documenti necessari e un posto di lavoro nello stadio sportivo che era sotto la sua supervisione. Hosenfeld si arrese ai sovietici a Błonie, una piccola città polacca a circa 30 km a ovest di Varsavia, con gli uomini di una compagnia della Wehrmacht che guidava e fu condannato a 25 anni di lavori forzati per crimini di guerra semplicemente sulla base della sua unità militare d’appartenenza.

Il 25 novembre 2008, Yad Vashem, il memoriale ufficiale di Israele per le vittime dell’Olocausto, ha riconosciuto postumo Hosenfeld come Giusto tra le nazioni.

Sa di miracolo che nel mezzo di tanto orrore proprio ufficiale tedesco sembri essere stato l’unico ad aver avuto la forza morale di ammettere cio’ che altri non sarebbero riusciti ad ammettere che molto, molto tempo dopo.

“Tutta la nostra nazione dovrà pagare per tutti questi torti e questa infelicità, tutti i crimini che abbiamo commesso. Molte persone innocenti devono essere sacrificate prima che la colpa di sangue che abbiamo subito possa essere spazzata via. Questa è una legge inesorabile in piccolo e cose grandi allo stesso modo.”

E se bisogna celebrare il coraggio di Wladyslaw Szpilman, che aiutò la resistenza ebraica nel ghetto di Varsavia, nonostante la costante minaccia alla sua stessa vita, lo stesso vale per Wilm Hosenfeld per essersi aggrappato alla sua coscienza in un momento in cui la moralità e la compassione scarseggiavano. Una storia questa come tante altre che non si conosceranno mai, e che mi fa ancora credere al trionfo dello spirito umano.

2021 © Paola Cacciari

Cecil Beaton: Theatre of War

Dall’archivio del passato, anno 2013: un’insolito Cecil Beaton fotografo di guerra, una vera scoperta…

Vita da Museo

C’erano molte cose che non sapevo di Cecil Beaton prima di visitare questa bellissima mostra all‘Imperial War Museum. Non sapevo che avesse disegnato i costumi di  scena per  opere famose come la Turandot di Puccini per la Royal Opera House di Londra nel 1961-62 per esempio. O per musical famosi come Gigi e My fair Lady, due produzioni che gli valsero l’Oscar. O che avesse disegnato il mitico vestito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn. E non sapevo neanche che  la sua vera passione fosse  il teatro, ma non avendo  abbastanza talento per fare l’attore e che non potendo mantenersi come costumista e scenografo, per sbarcare il lunario, avesse cominciato a fotografare attrici famose e ricche signore per Vogue.
Audrey Hepburn in 'My Fair Lady', costume by Cecil Beaton
Ma soprattutto non sapevo che tra il 1939 e il 1945 fosse stato uno dei  fotografi ufficiali del Ministero dell’Informazione…

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La scelta del Re

Che bella storia. Quella di re Haakon VII di Norvegia (1872- 1957), dico. Ciò che conosco della Norvegia si limita ai libri di Jo Nesbo e all’arte di Edvard Munch, ma grazie al bellissimo film in circolazione su Prime Video, La scelta del re ho imparato qualcosa di nuovo.

Per esempio che Haakon in realtà si chiamava Carl Georg Valdemar Axel Bertram, ed era Principe di Danimarca prima di essere scelto “a tavolino” da una commissione governativa e invitato a diventare il primo Re di Norvegia. In seguito alla separazione dalla Svezia nel 1905 il governo del nuovo norvegese fu incaricato di individuare, tra i rampolli delle monarchie europee, i candidati più adatti al ruolo di monarca per i secoli a venire. La scelta cadde su Carl, e non solo non solo in quanto discendente dagli antichi sovrani norvegesi, ma anche per il fatto (molto più pragmatico) che la principessa Maud del Galles portasse in dote anche un legame di parentela con la famiglia reale britannica (era a figlia di re Edoardo VII, e la nipote della regina Vittoria) prezioso per la nuova Norvegia indipendente, sia a livello di prestigio e di alleanze politiche, che di politiche commerciali.

Ma il principe danese era un democratico, e accettò di diventare re a patto che la sua scelta da parte del governo norvegese fosse approvata da un referendum popolare – referendum che, non fece altro che confermare la scelta del governo. E il 18 novembre 1905 Carl fu eletto re dallo Storting (parlamento) con l’antico nome norreno di Haakon.
Sebbene la Costituzione della Norvegia conferisca al re un poteri esecutivi, in pratica quasi tutte le principali decisioni governative sono prese dal Consiglio di Stato in suo nome. Haakon preferì sempre non interferire nella politica, rispettando le decisioni del governo, ma fu proprio la simpatia che il popolo provava per lui e la sua autorità morale che che permisero alla Norvegia di sopravvivere agli anni più drammatici della su storia.

Re Haakon ed il principe ereditario Olav cercano rifugio tra i boschi della Norvegia durante un attacco tedesco su Molde nell’aprile 1940

A differenza della Danimarca che si era arresa il giorno successivo all’invasione tedesca, la Norvegia oppose resistenza prima di essere a sua volta invasa nel 1940. Ma nonostante il suggerimento-minaccia dell’ambasciatore tedesco di seguire l’esempio di suo fratello Cristiano X di Danimarca e di arrendersi per evitare ritorsioni, re Haakon si rifiutò di nominare un governo fantoccio capeggiato dal simpatizzante nazista Vidkun Quisling, spiendo la sua decisione con il fatto che ne’ popolo che il parlamento avrebbero trovato una nomina antidemocratica – aggiungendo che, qual’ora il consiglio avesse deciso diversamente, lui sarebbe stato pronto ad abdicare per allinearsi alla scelta del governo.

Sono profondamente dispiaciuto dalla responsabilità che grava su di me in caso di rifiuto alla richiesta tedesca. La responsabilità per le calamità che colpirebbero il mio popolo sono troppo grandi. Mi rimetto alle decisioni del governo, ma la mia posizione è chiara. Per parte mia non posso accettare la richiesta dei tedeschi. Essa sarebbe in conflitto con tutto ciò che considero mio dovere come re di Norvegia, incarico che mi è stato affidato trentacinque anni fa da questo governo.

L’autorità morale dimostrata da re Haakon lo trasforma in una figura centrale della resistenza norvegese durante i cinque anni dell’occupazione nazista. Il suo monogramma, indossato o dipinto sugli edifici, divenne per i norvegesi simbolo di solidarietà per il re in esilio e di sostegno al governo della nazione. Al numero 10 di Palace Green, sull’edificio che ora ospita l’ambasciata norvegese, una blue plaque commemora la sua permanenza nella capitale durante i cinque anni di esilio durante la Seconda Guerra Mondiale.

2021©Paola Cacciari

Christine Granville, la spia preferita di Churchill

Al numero 1 di Lexam Gardens, appena fuori dalla trafficata Cromwell Road, una targa blu su una bel palazzo vittoriano ricorda l’abitazione di colei che Winston Churchill definì “la sua spia preferita”. Che impiegata come SOE (Special Operations Executive), Christine Granville (1908-1952) fu la prima agente speciale donna della Gran Bretagna, nonché una delle più efficaci. Tanto che fu sicuramente a lei che Ian Fleming si ispirò per il suo personaggio Vesper Lynd in Casino Royale – anche se leggendo la sua storia, a me pare che Christine abbia molto più in comune con James Bond che con una Bond girl…

Christina Granville, SOE (Special Operations Executive) Agent . London, 2021. By Paola Cacciari.

Nata Maria Krystyna Janina Skarbek a Varsavia nel 1908 in una famiglia della ricca aristocrazia cattolica polacca (il padre era il conte Jerzy Skarbek, mentre la madre, Stefania Goldfeder, proveniva da una famiglia ebraica di banchieri, ma si era convertita al cattolicesimo) Christine crebbe libera in una grande tenuta di campagna, tra cavalcate selvagge e corse a perdifiato. La giovane Krystyna era un vero e proprio maschiaccio e oltre ad essere una provetta sciatrice, presto imparò anche ad usare pistole e coltelli – un addestramento che le fu molto utile anni dopo, quando la Germania invase la Polonia nel 1939 e lei (dopo qualche insistenza) riusci a farsi reclutare dal Secret Intelligence Service (MI6) britannico come agente speciale. La prima donna dell’organizzazione.

Fu proprio le sue doti di sciatrice provetta che le permisero di portare a termine, nell’inverno del 1939-1940, una serie di missioni dentro e fuori la Polonia, facendo trekking e sciando oltre il confine a temperature di -30°C contrabbandando denaro, armi ed esplosivi e riportando preziose informazioni una volta su rotoli di microfilm trasportati nei suoi guanti. Più tardi avrebbe contrabbandato le prime prove cinematografiche dell’operazione Barbarossa, l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica – un risultato che ha portato Churchill a definirla la sua “spia preferita”.

Ma come accadde a molte altre donne dell’epoca, inclusa la straordinaria Lee Miller, la fine della guerra fu anche per Christine Gtanville una grande delusione. Impegnate attivamente nello sforzo bellico, alla fine del conflitto le donne si ritrovano nuovamente relegate al ruolo originario di mogli, madri e custodi del focolare domestico. Non soprrende che dopo aver sperimentato la libertà e l’appagamento di una vita attiva, molte trovarono il riabituarsi alla normalità e alle limitazioni imposte dalla quotidianità, insostenibili.

Christine Granville, or Krystyna Skarbek, at the age of 19 © Apic/Getty Images

Nel caso di Christine “gli orrori della pace” come lei definì il suo ritorno alla vita da civile, portarono incertezza politica e difficoltà economiche. Liquidata dalla SOE mentre gli uomini con cui lei aveva servito furono traferiti e reimpiegati altrove nell’ambito governativo, lei si trasferì permanentemente a Londra all’inizio del 1949, dovendo lottare anche per ottenere la cittadinanza britannica. Il nome che decide di mantene era uno degli pseudonimi usati da Krystyna durante il suo periodo con l’intelligence, l’unica cosa ce le resta della sua vita da spia. Nella Capitale, la donna si stabilisce allo Shellbourne Hotel di Lexham Gardens, un albergo gestito dalla Società di Soccorso polacca che provvedeva alloggi a prezzi economici agli emigrati polacchi che avevano deciso di non ritornare in patria dopo la guerra.

Nonostante il suo servizio durante la guerra, Christine fu in grado di trovare un impiego stabile e fu costretta a sbarcare il lunario tra una serie di lavori umili di breve durata prima di trovare impiego come hostess sulle navi da crociera. Fu durante uno di questi viaggi che incontrò Dennis Muldowney, uno steward sulla stessa nave con cui ebbe una breve relazione e che divenne ossessionato da lei. Quando Christine lei lo respinse, lui iniziò a perseguitarla e il 15 giugno 1952 la pugnalò a morte nel corridoio dell’Hotel Shellbourne.

Christine Granville in about 1950 © Keystone/Hulton Archive/Getty Image

Nel 1971 lo Shelbourne Hotel fu acquistato da un gruppo polacco; in un ripostiglio, furono ritrovati un baule, contenente i suoi vestiti, i documenti e il pugnale emesso dal SOE. Questo pugnale, le sue medaglie e alcune delle sue carte sono ora conservate nell’Istituto polacco e nel Museo Sikorski al 20 Prince’s Gate, Kensington, a pochi passi da Hyde Park. Christine Granville è stata sepolta nel cimitero cattolico romano di Kensal Green, nell’area nord-ovest di Londra.

Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel 1936 in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno durante una vacanza in Florida con la madre, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolenta convivenza (Hemingway era ancora sposato con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944, dove sarebbe andato al fronte con le truppe americane a coprite lo sbarco in Normandia tra la costernazione di Martha, che stava incontrando immense difficoltà in quanto l’esercito americano disapprovava delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema). Determinato ad ostacolarle il viaggio, Hemingway si rifiuta di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo. Non una da arrendersi facilmente, Martha trova un passaggio per attraversare l’Atlantico su una nave norvegese carica di esplosivo. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, inclusa la liberazione di Dachau – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

“Tomorrow will be a good day” ðŸ˜„

È morto il Capitano Tom, l’anziano gentiluomo, eroe nazionale e veterano di guerra che l’anno scorso, alla veneranda eta’ di 99 anni con il suo carrellino deambulatore e la sua contagiosa positività in era risucito a raccogliere oltre 35 milioni di euro raccolti per la sanità britannica proprio per la lotta contro il Covid – quello stesso Coronavirus che se l’e’ portato via oggi. Il suo motto era ““Tomorrow will be a good day”, “Domani sarà un bel giorno””, “Domani sarà un bel giorno”. Cerchiamo di ricordalo.

Vita e Destino di Vasily Grossman

“Qui si scrive, non si va a zonzo” avrebbe detto Tolstoj se avesse letto Vita e destino. E davvero qui non si va a zonzo, che ognuna delle 790 pagine di questo sterminato capolavoro ha un preciso peso specifico, come Guerra e Pace. E come Guerra e Pace, anche questo di Vasily Grosman è un romanzo profondamente russo, che rientra in pieno nella tradizione del grande romanzo russo – quella appunto di Tolstoj e di Dostoevskij. E che come questi, raggiunge vette ineguagliate.

Vivendo in Inghilterra tendo a leggere libri in inglese – più semplice procurarseli e certamente più economico che farsi arrivare libri italiani anche se Amazon. Ma con ogni pagina, ero sempre più convita che la mia scelta mirata di leggerlo in italiano anziche in inglese sia stata quella giusta che quel poco di russo che ho imparato nell’ultimo anno mi ha convinta che la nostra lingua, con la sua grammatica complicata e la sua ricchezza espressiva (oltre che il genere, numero e formale/informale) sia molto più adatta ad esprimere le sottili sfumature dall’anima slava della diretta razionalità anglosassone.

Inutile dire che il libro mi ha stregata dall’inizio, fin dalla prima pagina. Tanto che arrivata a metà, già mi scoprivo a rallentare la lettura, che non volevo finirlo troppo presto, per assaporare meglio ogni parola, ogni frase. E tornare indietro e rileggere un brano semplicemente perce’ era troppo bello per andare avanti subito. Che nella scrittura di Grossman non sembrano esserci parole inutili, ma al contrario, tutto sembra essere necessario per descrivere grandi temi come l’amore tutto russo per la Madrepatria e per la bellezza della natura, che fanno da drammatico contraltare alla crudeltà e all’orrore della guerra. L’amore, ma soprattutto per raccontare la necessità di ogni singolo individuo a continuare a lottare perconservare la propria umanità. Nonostante i lager, i gulag, Hitler e Stalin.. Nonostante le bombe e la paura. Restare umani. Nonostante tutto.

“Soviet soldiers attack”. Soviet soldiers on the attack on the house, Stalingrad 1943. RIAN archive

E’ un libro esigente, nel senso che esige tempo e concentrazione e magari anche una carta geografica, ma bello come pochi. Quando l’ho chiuso per l’ultima volta, ho deciso di tenerlo ancora sul comodino, di non metterlo subito via sullo scaffale: semplicemente non riuscivo a lasciarli andare così, subito – Strum, Zenja, Krymov – e tutti gli altri centinaia di personaggi che li accompagnan in questo sterminato viaggio, tutti provvisti di nome, cognome, patronimico e diminutivo, grado militare e appartenenza a divisioni, unità, reggimenti, battaglioni – tanto che io dovuto stampare una lista dei personaggi da Wikipedia e tenerla alla mano durante la lettura. Un’umanità quella raccontata da Grossman, sterminata come la Russia; un vortice di vite segnate da un unico destino.

Nel 2012 la televisione russa ha prodotto il primo adattamento cinematografico del romanzo «Vita e destino». Il film consiste di dodici puntate andate in onda sul canale Rossija, e’ disponibile su Prime Video (con sottotitoli in inglese).

Paola Cacciari © 2021

Brexit, fine della storia ðŸ˜”

La Brexit è finita, Lunga vita alla Brexit! mi verrebbe da dire parafrasando la famosa frase “Il re è morto, lunga vita al re!” la frase tradizionale utilizzata per annunciare la morte del sovrano e al tempo stesso annunciarne il successore (un po’ come dire “Morto un papa, se ne fa un altro”). Ma le similitudini ci sono eccome, se non altro nel fatto che il 2021 segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. E come nell’avvicendarsi dei sovrani, nessuno può dire con certezza cosa ci riserverà il futuro.

Girl with Balloon, Banksy

Per molti in Gran Bretagna primo di Gennaio 2021 è stato un giorno da celebrare. Che l’uscita dall’UE, per coloro che l’hanno voluta almeno, è un momento di riconquista dell’indipendenza e di ripresa del controllo, l’inizio di un nuovo capitolo nella storia del Paese lontano dall’interferenza dell’Unione Europea.

Ma per tutti altri, per quelli che hanno votato per restare o che nel 2016 erano troppo giovani per votare (come le mie nipoti), oltre che per le migliaia di cittadini europei (me inclusa) che, nonostante abbiano vissuto in Gran Bretagna per anni, non hanno avuto la possibilità di esprimere la loro opinione in merito – per tutti gli altri dicevo, è stato un giorno molto triste. La partenza della Gran Bretagna rimane “un tragico errore nazionale” scrive il Guardian, aggiungendo che la nazione si è auto-espulsa da “un’unione che faceva bene a questo Paese e al mondo”. Dal canto suo, Michael Heseltine, il carismatico ex vice primo ministro conservatore, non modera le parole: per lui la Brexit è semplicemente “la peggiore decisione del nostro tempo.”

E comunque paradossalmente, lungi dall’esserne la fine, il per molti il primo Gennaio 2021 è solo l’inizio dei grattacapi – anche se la portata degli effetti dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE si vedrà solo nei mesi a seguire, quando le minuzie dell’accordo, le cosidette “small prints” cominceranno ad emergere, portando alla luce tuta una serie di futuri grattacapi che prima non esistevano per la politica britannica. Come i nuovi controlli sull’immigrazione, per esempio. O il mantenimento dell’allineamento normativo, lo stato delle industrie fornitrici di servizi, la pesca, l’accesso ai database, la cooperazione per la difesa. Senza dimenticare l’ambigua posizione dell’Irlanda del Nord all’interno dell’accordo.

E non dimentichiamo il motivo principale per cui l’UE è stata istituita, per riparare agli orrori e alle distruzioni della seconda guerra mondiale. Sulla scia del risultato del referendum sulla Brexit, è stato spesso ripetuto che le generazioni più anziane siano state le più propense a votare per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Ma come mostra un interessantissimo articolo della London School of Economics (LSE), pare che tra i veterani della Seconda Gerra Mondiale, l’amore per l’UE sia quasi paragonabile a quello dei giovani. La vera responsabilita’ della Brexit risiede, oltre che con la destra conservatrice e populista, con le generazioni immediatamente successive a coloro che la guerra l’hanno fatta in prima persona, e che hanno lottato per un ideale di libertà e pace. Come sempre la storia spiega molte cose. Le generazioni crescute nel dopoguerra, e negli anni Sessanta e Settanta si trovarono ad affrontare eventi epocali come la perdita dell’Impero Britannico, così come la prima immigrazione di massa dal Commonwealth, la cosidetta Windrush Generation – eventi che hanno inciso non poco nell’alimentare una crescente insicurezza sull’identità britannica. Insicurezza espressa dapprima nell’ Immigration Acts del 1962 e poi, sem[pre piu’ violentemente, nel famigerato discorso di Enoch Powell tenuto nell’Aprile 1968 a Birmingham (passato alla storia come Rivers of Blood Speech, anche se Powell lo chiamò sempre “il discorso di Birmingham”) in cui il politico criticava l’immigrazione di massa, in particolare l’immigrazione quella proveninete dagli stati ex Commonwealth verso il Regno Unito.

Basterebbe guardare indietro, alla storia recente per vedere che durante i periodi in cui le identità nazionali sono minacciate, che queste ultime diventano armi letali nelle mani di politici populisti (Farage, Salvini) che come si è visto fin troppo bene nel caso della Brexit, ne fanno ampio so per plasmare le opinioni degli individui a lungo nel futuro.

Gia’ nel gennaio del 2020 gli attivisti anti-Brexit di Led By Donkeys avevano detto addio all’Unione Europea (che allora entrava nel periodo di transizione) con un commovente video proiettato sulle bianche scogliere di Dover in cui Sid, 95 anni, e Stephen 98 anni, due ex veterani della Seconda Guerra Mondiale, parlano all’Europa.

Rivolgendosi all’Europa Sidney, tiratore scelto che ha combattuto in Francia, Olanda, Belgio e Germania durante il conflitto, ha detto: “Guardate dalla vostra parte alla nostra, guardate a queste bianche scogliere: avrete la sensazione che vi stiamo guardando e che vogliamo stare insieme, e saremo insieme tra non molto, ne sono sicuro.”

“Questa è la nostra stella, prendetevene cura” 💔🇬🇧 🇪🇺

Paola Cacciari © 2021

Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante

Il capolavoro di Elsa Morante, pubblicato da Einaudi nel 1974. La tragica esistenza di Ida Ramundo e dei suoi due figli Nino e Useppe nell’Italia degli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale. Continue reading Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante at Uozzart.

Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante

Ragazzi di Zinco

Boys in Zinc, Penguin Modern Classics. London 2020© Paola Cacciari

“Siamo saliti con l’elicottero. Da lassù ho visto centinaia di bare di zinco pronte in anticipo, scintillanti al sole con una bellezza spaventosa …” (Svetlana Aexievich, 1986)

Era il 1979 quando i carri armati dell’Unione Sovietica invadono l’Afganistan. Ero ancora una bambina, piccola sì, ma grande abbastanza per comprendere che la guerra significava mosrte e distruzione ed esserne spaventata a morte.  La guerra, come la conoscevo io dai racconti dei nonni che l’avevano vissuta era una cosa lontana, una cosa brutta e dolorosa, ma che era finita tanti anni fa. Non era qualcosa che poteva ancora accadere nel mio mondo. Ora c’era la pace. O così almeno pensavo. E il fatto che tutto ciò avvenisse in una terra lontana d Bologna, non rendeva questa guerra meno spaventosa. Sono sempre stata una pacifista io.

Ricordo di essere andata a casa e di aver chiesto alla mamma perché gli uomini facessero la guerra. Se lo è  chiesto anche Svetlana Aexievich e il risultato è questo straordinario Ragazzi di Zinco, dedicato ai reduci della guerra in Afganistan.

Conosco bene i libri della Alexievich, scrittrice e giornalista bielorussa, Premio Nobel per la Letteratura 2015. I suoi sono struggenti romanzo corali, straordinarie testimonianze dei principali eventi dell’Unione Sovietica (La guerra non ha un volto di donna) e della Russia post-comunista (Tempo di Seconda Mano). Lei si definisce “una storica del non rintracciabile” perché i suoi non sono libri di storia nel senso noto, con date, bandiere e mappe, ma nascono dal suoi profiondo odio per la guerra. Come i libri precedenti, anche Ragazzi di Zinco nasce, oltre che dalla sua testimonianza personale dell’Afghanistan, visitato durante il conflitto, dalle memorie di veterani, medici, vedove e madri di soldati uccisi.

Il tutto inizia nel settembre 1979 quando Nur Mohammad Taraki leader della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, venne assassinato su ordine del suo vice primo ministro Hafizullah Amin, che lo sostituisce alla guida del paese. L’URSS, sospettando Amin di legami con la CIA, decide così di invadere il paese. L’Armata Rossa entra a Kabul  il 27 dicembre 1979, ma la guerra con i mujaheddin (finanziati anche dagli Stati Uniti) fu lunga e cruenta e terminò dieci anni dopo solo, con l’abbandono del paese da parte dei sovietici nel febbraio 1989.

Un milione di ragazzi e ragazze partono per la guerra, e circa quattordicimila di loro tornano in URSS sigillati, appunto, in bare di zinco. Perché come era accaduto in Vietnam, anche questa che infuriava in Afganistan era una guerra che nulla aveva a che fare con le gesta eroiche della Grande Guerra Patriottica (come in Russia si chiama la Seconda Guerra Mondiale), ma qualcosa di cui ci si doveva vergognare. Qualcosa che bisognava dimenticare, insieme alle madri disperate e ai reduci storpi e ai corpi dei soldati morti sepolti in silenzio e senza cerimonie.

Pubblicato solo nel 1985 – quando la censura fu ammorbidita dal nuovo corso della Perestrojka di Gorbačëv, il successore di Brežnev, il libro suscitò grande scandalo e Svetlana Aleksievič  fu accusata di aver falsificato e deformato le testimonianze dei reduci e delle loro madri e nel 1993 viene persino citata in giudizi da alcuni degli intervistati, che a distanza di anni avevano deciso di ritrattare la loro testimonianza. A chi la accusa di diffamazione, la scrittice risponde:

“Siamo tutti colpevoli, siamo tutti implicati in quella menzogna – di questo tratta il mio libro. Qual è il pericolo del totalitarismo? Trasforma tutti in complice dei propri crimini.” (Svetlana Aleksievič, dalla trascrizione della seduta conclusiva del tribunale, 8 dicembre 1993)

2020© Paola Cacciari