Dalle cortigiane a Guerre Stellari: il Kimono si racconta 👘

Nella tristezza generale che avvolge questo Ottobre punteggiato da crisi, ristrutturazioni e licenziamenti anche nel museo in cui lavoro, la visita fuori orario alla mostra Kimono: Kyoto to Catwalk, è stato un raro momento di leggerezza. In fondo, la bellezza fa sempre bene al cuore. E di bellezza in quelle sale ce n’era in abbondanza.

Un semplice pezzo di tessuto con cuciture dritte che viene avvolto da sinistra a destra intono al corpo, fissato con una fascia chiamata obi, il kimono è esattemente quello che dice di essere: “una cosa da indossare”.

Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari

E se per i giapponesi continua ad essere il simbolo della cultura nazionale, per noi altri comuni mortali resta un qualcosa di esotico e affascinante che sa dei tessuti leggeri di Paul Poiret e Mariano Fortuny. Che d’altronde utilizzano a piene mani questo indumento per rivoluzionare la moda femminile e liberare il corpo delle donne dalle costrizioni della moda dell’epoca.

Il kimono è sconcertante per chiunque sia abituato ai principi dell’abbigliamento occidentale. Invece di esaltare o esagerare il corpo, il kimono lo ignora: un singolo pezzo di stoffa fatto per esaltare disegno, tessuto e colore, non la forma.

Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari


La storia del kimono comincia all’inizio del XVII secolo, quando la stabilità economica e politica assicurata al Giappone dalla dinastia Edo (1603-1868) permette alla gente di dedicarsi ad altre cose oltre che alla guerra. A quel tempo il kimono è, per cosi dire, un indumento democratico, indossato da tutti, senza differenza di genere o status. Ma le cose erano destinate a cambiare.

1847-52 woodblock print by Utagawa Kunisada. Photograph: Courtesy of the Victoria and Albert Museum, London.

Anche nell’elegante Giappone di quel tempo le tendenze di costume erano dettate da soliti “pochi” (samurai, artisti e cortigiane) ed erano avidamente seguite dai “molti”, la classe media che, assetata di novità e ossessionata dalla necessità di stabilire il proprio status nella gerarchia sociale, si getta con entusiasmo nell’imitazione dell’elite. Il che significa l’acquisto smodato di stoffe e kimono sempre più lussuosi e sorprendenti. E come accadeva in Occidente, anche nel Giappone all’inizio del XIX secolo artisti, negozianti ed editori di stampe si gettano con gioia in quella che considerano come una magnifica opportunità di business.

Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari

Quando poi, nel 1850, quando il Giappone è costretto dalle potenze straniere presenti sul suo territorio, ad aprire i suoi porti al commerci con il resto del mondo, la sua industria tessile evolve rapidissima e il kimono comincia a furoreggiare ovunque, la sua forma avvolgente che colpisce l’immaginazione dei designer del XX secolo – da Paul Poiret, Paul Poiret (autore di un avvolgente mantello color senape, che pende liberamente dalle spalle ed è catturato lateralmente da un grande fiocco piatto) a Mariano Fortuny e Arthur Liberty

Mantle, 1913 by Paul Poiret. Photograph: V&A

Ma anche ai nostri giorni la linea del Kimono non cessa di ispirare gli stilisti contemporanei, come dimostrano gli abiti creati da Alexander McQueen per Björk per la copertina dell’album Homogenic e Jean Paul Gaultier per il video di Madonna Nothing Really Matters esibiti accanto ad una sorta di vestaglia appartenuta a Freddie Mercury. Accanto, i costumi di Star Wars – e anche una tiepida amante del cinema come lo sono io non può non sostare con una certa devota trepidazione davanti al leggendario costume indossato da Alec Guinness per il ruolo di Obi-Wan Kenobi film del 1977…

Per gli appassionati di moda, l’elemento contemporaneo dell’ultima parte della mostra è certamente il più avvincente. Fin dai primi giorni della sua esportazione, il kimono ha subito infinite trasformazioni, le più recenti delle quali includono i modelli di John Galliano e Rei Kawakubo, oltre al sopra citato

Per gli appassionati di moda, l’elemento contemporaneo dell’ultima parte della mostra è certamente il più avvincente. Fin dai primi giorni della sua esportazione, il kimono ha subito infinite trasformazioni, le più recenti delle quali includono i modelli di John Galliano e Rei Kawakubo, oltre al sopra citato Alexander McQueen.

Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari
Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari

2020© Paola C. Cacciari

“BE A LEADER & TAKE A PAY CUT!”

Shout out to our Deputy Director Tim Reeve and Director Tristram Hunt for turning up to VE Briefing this morning to face one of the departments they are planning to make redundant! OH WAIT, THEY DIDN’T SHOW! (Isn’t that ironic)
So here’s what you wouldn’t let staff say to your face- BE A LEADER & TAKE A PAY CUT!

#vandamuseum #redundancies #directorwhatdirector #paycutnow #noredundacies #savevandaworkers #lowestandmostdivers #victorianadalbertmuseum #pcs #solidarity #joinaunion #wearethemuseum #pcsunion #saveve #werenotjustnumbers

V&A to make 10% of staff redundant amid coronavirus pandemic

The Victoria and Albert Museum is planning to make 103 retail and visitor experience staff redundant – approximately 10% of its overall workforce – with job losses in other departments set to follow.

Staff were briefed on Tuesday about a process to reduce costs by £10m annually to tackle what the London museum described as “the most significant financial challenge” in its history.

Tristram Hunt, the museum’s director, said the redundancies were needed “in order to secure the V&A’s survival and prepare for the challenging years ahead”.

He added: “Every colleague plays a vital role in the success of the V&A – their creativity and expertise are unparalleled, and the loss of their institutional knowledge will be felt for years to come. We will do everything we can to consult openly and transparently, to support our staff community during this exceptionally difficult time, and to rebuild the V&A once more.”

The V&A said it had been through three of its most successful years before 2020, building self-generated income to 55% of its annual turnover.

But the coronavirus pandemic had closed the museum for five months, led to a collapse in tourism and social distancing requirements had reduced capacity, meaning its ability to generate income had been significantly reduced.

In a statement the V&A said: “With visitor figures currently down by 85% and likely to remain severely depressed for some time, we anticipate that our financial recovery will take several years, and are facing the very real prospect that we might never return to the level of visitation and associated income we were able to generate pre-Covid-19.”

Since the start of the pandemic, the V&A said it had “taken every step” to reduce costs including cancelling or postponing sections of its programme, furloughing the majority of staff, freezing recruitment, cancelling staff bonuses and only opening on five days a week.

It has also received emergency money from the government “which gave us a crucial lifeline and some time to stabilise and plan, but unfortunately, this only supports us for this financial year and not beyond March 2021”.

The redundancy proposal is for 103 roles in retail and visitor experience to be cut, which is 85 full-time equivalents. More, as yet unquantified, job losses will follow in phases involving “staff at all levels across every department”.

The Public and Commercial Services union (PCS) said: “Management’s decision to immediately enter a consultation for compulsory redundancy for front-of-house workers, while running a voluntary-only redundancy scheme for all other departments, is a direct attack on the most diverse and some of the lowest-paid workers at the museum.

“It is a disgrace that the V&A has chosen not to use the government job support scheme when jobs across the museum, even with reduced visitor numbers, are sustainable.

“PCS will not accept the museum’s current approach and call for an immediate end to compulsory redundancies and to engage constructively with PCS, Prospect, and FDA unions.”

The Guardian 

Marie Antoinette: Girls want to have fun

Non ho mai avuto molta simpatia per Maria Antonietta (1755-1793): frivola, superficiale, manipolatrice e spendacciona, passava il suo tempo a giocare a fare la pastorella a Versailles invece di preoccuparsi della sorte del suo popolo. Non era forse la sua la famigerata frase“Se non hanno pane, che mangino brioches!”  riferita al popolo affamato? E se poi, nell’ottobre del 1789, una folla armata aveva marciato su Versailles per chiedere pane al re. In fondo era colpa sua, ho sempre pensato. Almeno fino a qualche settimana fa quando, tornata al museo dopo mesi di chiusura forzata causa covid, mi sono trovata a spartire le sale dell’Europa settecentesca proprio con lei, con la disgraziata Regina. E per la prima volta mi sono fermata a guardarla. A guardala DAVVERO, dico.

E questa è stata una vera sorpresa: che sebbene questa citazione sia tradizionalmente attribuita a Marie Antoinette (l’ho sentita per la prima volta alle scuole elementari), in realtà la frase è di Jean-Jacques Rousseau che la scrive nelle Confessioni, in riferimento ad un evento del 1741, quando Maria Antonietta non era neppure nata. In tutti questi anni l’idea di verificarne la provenienza non mi aveva neppure sfiorata, che se lo dicevano i libri di storia, doveva essere vero. Ma la storia, si sa è scritta dai vincitori. E i vincitori, soprattutto in passato, sono sempre stati gli uomini. Mi sono fatta la nota mentale di non mai perdere l’abitudine di mettere in discussione le cose, soprattutto quelle radicate.

Marie Antoinette, Queen of France. London, Victoria and Albert Museum

In questo ritratto di François-Hubert Drouais, Marie-Antoinette ha 17 anni e da tre era già la moglie infelice e annoiata del Delfino di Francia, il futuro Luigi XVI. Regina o no, un’adolescente resta un’adolescente. Sposata a quattordici anni ad un tizio che non aveva neppure mai incontrato e che non voleva una moglie austriaca, costretta a lasciare la famiglia, il Paese e persino il suo cane, per essere catapultata nel formalissimo mondo della monarchia francese, in cui persino il togliersi una forcina dai capelli è strettamente regolato dall’etichetta, non sorprende che la povera Marie-Antoinette abbia finito con il darsi alle feste, ai pettegolezzi e allo shopping per non morire di frustrazione e di noia! 😬 🙄  Il delfino Luigi poi, raramente dormiva con lei, e il matrimonio non sarà consumato per anni. E naturalmente, in quanto donna, tutti gli occhi sono puntati su di lei e sul suo al ciclo mestruale, la cui apparizione ogni mese costituiva la prova della sua  incapacita’ di moglie di suscitare passione nel marito, di restare incinta e di produrre, insieme ad un erede al trono, una solida alleanza franco-austriaca. Cosa che l’imperatrice sua madre, Maria Teresa d’Austria, non sembra perdere occasione di farle notare.

Trovo difficile difficile abituarmi all’idea che all’epoca Marie Antoinette aveva soli diciassette anni. Mi chiedo io, quanti adolescenti che non si chiamino Greta Thunberg sono più interessati (davvero interessati, dico al punto da lasciare tutto) alla politica mondiale che quello che faranno nel fine settimana. Io alla quell’età certamente interessata alla politica non lo ero. Marie Antoinettena ragazzina travestita da Regina, ad una perenne festa in maschera, oblivia del resto, di quello che avveniva fuori dalle mura di Versailles, la fame, la furia del popolo. Le maldicenze dell’antica nobiltà di corte, offesa dal comportamento infantile e dalla mancanza di rispetto della Regina per l’anzianità e il rango, faranno poi il resto.

Guardo il ritratto di quella ragazzina sola e isolata a cui la vita aveva dato tutto, tranne uno scopo e mi viene da pensare che la povera Marie Antoinette ha avuto la grossa sfortuna di essere una teenager al momento sbagliato. Se fosse nata qualche secolo dopo si sarebbe stata l’anima della festa.

2020 ©Paola Cacciari

La Battaglia dell’Aldi… 😉

Ieri al Museo, nella Photography Gallery, mi è capitata sotto agli occhi una foto del 1853 di Gustave Le Gray  che riproduce una scultura dell’Arco di Trionfo di Parigi intitolata La partenza dei volontari del 1792, detta anche La Marseillaise, dello scultore François Rude.

File:Attributed to Gustave Le Gray, "Marseillaise," Arc de Triomphe, Paris, about 1853.jpg
Attributed to Gustave Le Gray, “Marseillaise,” Arc de Triomphe, Paris, about 1853

E allora mi sono ricordata di questa meme che circolava su Internet lo scorso Aprile, in pieno Covid-lockdown, quando il popolo inferocito ha dato l’assalto a negozi e supermercati come fossero la Bastiglia, uscendo invece che con le le armi, con carrelli pieni di pasta, barattoli e carta igienica. Non a caso, è opportunamente intitolata Bataille de l’Aldi (Aprile 2020 D.C.)

Bataille de l'Aldi (Aprile 2020 D.C.)
Bataille de l’Aldi (Aprile 2020 D.C.)

Ora, con i casi di Covid che continuano ad aumentare senza sosta – cortesia dei covidioti che non non rispettano le regole, la distanza e non indossano la mascherina, Boris Johnson minaccia multe feroci e un un nuovo lockdown. E certo come il raffreddore in inverno, è il fatto che la gente ha ripreso ad assaltare i supermercati.😬 Corsi e ricorsi della storia… 🙄

Londra è di nuovo sveglia, ma qualcosa è cambiato.

Dopo i tre mesi di lockdown in cui si è fermata, Londra, la città in moto perpetuo, è di nuovo sveglia. Le strade si sono ripopolate, la gente ha ricominciato ad uscire riversandosi nei parchi e nei pub, avida di contatto umano e di Estate. Tanto da farmi dubitare di aver davvero visto solo in Aprile sui social media, le immagini  di luoghi di solito pieni di gente fino a scoppiare come Piccadilly Circus, Trafalgar Square, Oxford Street, completamente deserti, surreali come un quadro di Dali. Negozi e ristoranti hanno riaperto, gli aerei hanno ricominciato a volare e le persone hanno (dapprima cautamente, poi sempre più incoscientemente) ripreso ad andare in vacanza. La vita insomma si è rimessa in moto. Ed ora, poco a poco, uno alla volta, stanno riaprendo anche i musei. Anche quello in cui lavoro io.

Tornare nelle sale del museo è stata per me un’esperienza surreale. A prima vista tutto sembra come prima – l’edificio, le sale, l’uniforme, le procedure: tutto torna alla mente, uguale, automatico, come se nulla fosse cambiato. Eccetto che non lo è: tutto è diverso e non so se tornerà mai come prima. Certamente tutto è diverso per me. Io sono cambiata, e molto.

Il primo giorno di lavoro dopo la quarantena è stato il più strano di tutti. Mi sentivo un po’ come la spettatrice privilegiata di un film che non riusciva a coinvolgermi emotivamente. Era come se tra me e le mie azioni ci fosse una barriera trasparente: mi vedevo vivere come si vedono i pesci attraverso il vetro di un acquario. D’altronde, dopo mesi in cui non ho visto quasi nessuno, chiusa com’ero nella mia bolla fatta di libri, scrittura, studi online e film in streaming, il riabituarsi ad interagire con altri esseri umani che non fossero il mio compagno o le commesse del supermercato, è stato a dir poco estenuante… Tutto al museo – le sale in cui ho trascorso tanto tempo, le opere d’arte che ho tanto amato e ammirato e che mi hanno accompagnato durante le mie giornate, i miei colleghi/amici che tanta parte avevano nella mia vita prima del lockdown – tutto dicevo, era lontano e allo stesso tempo incredibilmente familiare. Come se la mia vita non si fosse mai interrotta in Marzo.

Eccetto che si è interrotta eccome, la mia vita, in Marzo. E me lo ricordano quotidianamente le mie azioni ogni volta che mi fermo di colpo prima di abbracciare parenti, amici e colleghi, ogni volta che corro a lavarmi le mani appena rientro in casa o che me le disinfetto quando non c’e’ un lavandino disponibile, che pulisco con la candeggina interruttori della luce, il cellulare e la tastiera del computer, o che controllo di avere una mascherina o due prima di uscire di casa. Si chiama nuova normalità, ma di normale non ha proprio niente.

London, England. A mural by street artist Lionel Stanhope on a bridge wall in Ladywell, south-east London Photograph: Matt Dunham/AP
London, England. A mural by street artist Lionel Stanhope on a bridge wall in Ladywell, south-east London Photograph: Matt Dunham/AP

 

Angelo Minghetti, ceramista e bolognese

Chi l’avrebbe mai detto! Che proprio nelle sale delle ceramiche del “mio” museo ci fosse un pezzo di Bologna! Anzi non uno, ma tre, che questi grandi busti in terracotta invetriata raffiguranti gli imperatori Tiberio, Caligola e Domiziano furono prodotti nientemeno che dal mio concittadino Angelo Minghetti tra il 1858 e il 1885.

Angelo Minghetti, Busto dell’imperatore Calingola. Victoria and Albert Museum, Londra 2018 ©Paola Cacciari

Nato a Bologna il 16 giugno 1822 il quinto di nove figli, Angelo Minghetti è costretto, ancora fanciullo, a sbarcare il lunario lavorando presso un fornaio per contribuire alle finanze famigliari, che erano nettamente peggiorate quando il padre fu fu chiamato a servire nelle campagne d’Italia, Spagna e Russia nel periodo napoleonico.

Dopo l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si era iscritto alle classi di elementi d’ornato ed elementi di figura, Minghetti si trasferì ad Ancona, diventanto nel 1841 fuciliere e scrivano dell’esercito pontificio. Ma nel capoluogo marchigiano fu vittima di una calunnia e, accusato di furto, fu processato dal tribunale militare di Ancona – accusa dalla quale fu assolto nel 1843.

Il danno, tuttavia, era fatto e nel febbraio del 1842 il nostro eroe fece ritorno a Bologna dove, dopo la morte del padre, lavorò come imbianchino, decoratore e liquorista. Nel 1848 Minghetti combatte sulle barricate durante i moti risorgimentali bolognesi e l’8 agosto partecipò alla battaglia della Montagnola, combattuta l’8 agosto 1848 tra i cittadini bolognesi e le truppe dell’impero austriaco.
Terminati gli scontri, l’inquieto Minghetti iniziò la produzione di ceramiche collaborando con la fabbrica Bucci di Imola nel 1848 per poi tonare a Bologna una volta appresi i segreti del mestiere.

E fu nella città felsinea che, nel 1858, Minghetti aprì la sua prima fornace in palazzo Pepoli, in via Castiglione. L’ampliamento dell’attività richiese una nuova fornace che nel 1864 lui aprì in palazzo Malvasia in via Zamboni e successivamente, dal 1878, in via S. Vitale 87.

Minghetti si dedicò anche alla produzione di ceramiche ispirate a modelli rinascimentali, specialmente a quelli dei Della Robbia, presentando per la prima volta le sue opere nel 1869 all’Esposizione dell’agricoltura industriale di Bologna, dove fu premiato con una medaglia d’argento. Nel 1870 espose anche all’International Exhibition of world a Londra e nello stesso anno alla Mostra d’arte a Roma. Il successo crebbe ulteriormente all’Esposizione universale di Vienna del 1873, dove fu premiato con medaglia al merito per aver presentato un vaso di maiolica alto m 2,30, un’opera dall’altezza mai proposta a quel tempo e la cui decorazione era ispirata al Trionfo di Bacco carraccesco della galleria Farnese. L’opera colpì perché la realizzazione e la decorazione facevano sembrare la ceramica un vero vaso antico, tanto che Minghetti fu considerato il rinnovatore della ceramica italiana e gli fu conferito il diploma d’onore. All’Esposizione nazionale di Milano del 1881 fu premiato con medaglia d’oro.

Morì a Bologna nel febbraio 1885 e riposa nel cimitero della Certosa in una tomba in ceramica che ricorda la tipologia dei Della Robbia, secondo il volere dei figli Gennaro e Arturo, divenuti titolari della ditta Minghetti nel 1885. La manifattura fu attiva fino al 1967. Nel 1949 fu aperto in piazza Galvani a Bologna un negozio di ceramiche Minghetti, che cessò l’attività nel 1989

2020 © Paola Cacciari

Dizionario Biografico degli Italiani Minghetti