ICOM, un museo su dieci ha dovuto licenziare membri del personale

Il COVID ha fatto strage, e non mi riferisco solo alle migliaia di vite umane perdute ovunque nel mondo.Ha anche cambiato radicalmente il settore della cultura – arte, musica, teatro, riducendo sull’orlo del precipizio economico musei, orchestre e teatri.

Un precipizio da cui molte di queste istituzioni non si riprenderanno mai più. Il danno economico è stato enorme e lo so per certo, lavorando in uno dei più grandi musei nazionali di Londra. L’organico è stato a dir poco dimezzato, sono stati fatti tutti i tagli possibili e immaginabili, incluso introdurre una chiusura settimanale di due giorni – cosa credo che non avveniva dalla Seconda Guerra Mondiale.

In Front of House, il dipartimento in cui lavoro e che si occupa dell’accoglienza, del commercio e della sicurezza – di tutto ciò insomma che ha a che fare con il pubblico di un museo, abbiamo perso circa il 10% della nostra forza lavoro complessiva rendendo la gestione di un museo così grande estremamente faticosa e frustrante. Il fatto che la falce degli esuberi non abbia risparmiato nessuno neanche in altri dipartimenti, dai restauratori ai curatori, non ha reso le cose più semplici. Il detto proverbiale “Mal comune, mezzo gaudio” proprio non aiuta in casi come questi…

Qui riporto un interessante articolo di Salvo Cagnazzo sul blog Uozzart.

Secondo una recente indagine condotta da ICOM, la percentuale di partecipanti che dichiarano che i dipendenti sono stati licenziati è aumentata costantemente dal 5,8% di maggio 2020 al 9,6% di un anno dopo. Ciò significa che quasi uno su dieci dei musei partecipanti ha dovuto licenziare membri del personale a causa della crisi. L’articolo ICOM,…

ICOM, un museo su dieci ha dovuto licenziare membri del personale

St Bartholomew the Great

La chiesa di St Bartholomew the Great (affettuosamente abbreviata in Great St Bart’s) è una delle più antiche chiese parrocchiali di Londra. E di queste, dopo la Riforma protestante e la dissoluzione dei monasteri, non ne sono rimaste molte. Anzi.

Situata a Smithfield, nel cuore della City di Londra, Great St Bart’s fu fondata da Rahere, cortigiano e favorito del re Enrico I. La morte della moglie del re Matilda, seguita due anni più tardi dall’annegamento del loro erede, il principe William, e altre tragedie familiari che spinsero Rahere a rinunciare alla sua professione e a compiere un pellegrinaggio a Roma. A Roma, come molti pellegrini, si ammalò. Mentre giaceva in delirio, pregò per la sua vita giurando che, se fosse sopravvissuto, avrebbe aperto un ospedale per i poveri a Londra. Le sue preghiere furono esaudite e si riprese. Mentre si dirigeva verso casa gli apparve la visione di San Bartolomeo che gli indicò il luogo nel sobborgo di Londra chiamato Smithfield dove avrebbe fondato una chiesa in suo nome. Fedele alla sua parola, Rahere istituì sia una chiesa, un priorato di canonici agostiniani, sia l’ospedale e visse abbastanza a lungo per vedere il loro completamento, servendo come priore del priorato e come maestro dell’ospedale. Morì nel 1145 e la sua tomba si trova nella chiesa.

La costruzione iniziò nel 1123 con il presbiterio normanno e l’abside della chiesa, che oggi costituiscono la parte piú grande dell’edificio ancora in piedi. La chiesa è infatti una fortunata sopravvissuta degli travolsero la storia britannica, sfuggita miracolosamente alla dissoluzione dei monasteri, al grande incendio che nel 1666 distrusse gran parte della Londra medievale, e alle bombe della seconda guerra mondiale che obliterarono la vicina area di Barbican (la cui suggestiva architettura brutalista torreggia in lontananza, dietro la chiesa), ma che risparmiarono in qualche modo gran parte dell’area di Smithfield. La sua sopravvivenza significa che è ancora una delle chiese più suggestive di Londra con una storia affascinante.

Dal 1230 furono aggiunti i transetti e una grande navata. Ma se i transetti sono ancora visibili, la maggior parte della navata della chiesa del priorato fu saccheggiata, prima di essere demolita nel 1543 in seguito alla dissoluzione dei monasteri. Il fatto che la chiesa nel frattempo fosse stata trasformata in chiesa parrocchiale per il territorio, non bastò a salvare la grande navata fu demolita e a lasciare che i transetti cadessero in rovina. L’estremità sud della navata fu venduta per essere edificata, o essere utilizzata come sepolcreto. L’attuale torre fu aggiunta nel 1638 tra il transetto nord e l’unica campata rimasta della grande navata come ingresso più grandioso all’edificio.

St Bartholomew the Great, London. 2021 Photo by Paola Cacciari

Il Priorato fu sciolto nel 1539 e la navata della Chiesa fu demolita. Gli edifici monastici furono lasciati in gran parte intatti e il coro e il santuario dei Canonici furono conservati per uso parrocchiale. Sotto la regina Mary I (la “sanguinaria”), l’edificio fu brevemente adibito a dimora per i frati domenicani, prima che tornasse ad essere una chiesa parrocchiale sotto la regina Elisabeth I.

La chiesa fu restaurata più volte durante l’era vittoriana, prima nel 1860 e poi nel 1886, dall’architetto Aston Web (che avrebbe poi progettato l’iconica ma noiosa facciata di Buckingham Palace nel 1913, e l’altrettanto iconica e decisamente più bella facciata del Victoria and Albert Museum). Entrambi i restauri erano relatività in sintonia con la chiesa, a differenza di molti altri avvenuti in città nello stesso periodo. All’interno, l’esito più evidente dei lavori è stato il restauro dell’abside che era stata sezionata con una parete piana in qualche punto probabilmente nel XVII o XVIII secolo. Il muro è stato rimosso e la curva originale è stata ripristinata. The Lady Chapel, la cappella della Madonna all’estremità orientale, sopravvissuta al tempo e alle demolizioni fu utilizzata per scopi commerciali e trasformata in una tipografia, e fu proprio lì che l’americano Benjamin Franklin lavorò per un anno come tipografo durante la sua permanenza a Londra tra il 1750 e la metà del 1770,. Il transetto nord, invece era impiegato come come fucina di un fabbro.

St Bartholomew the Great è una chiesa attiva e funzionante, ma uno ha la sensazione che qui ci sia spazio per tutti, cattolici, anglicani, protestanti e coloro senza un particolare credo religioso, che la sua magnifica architettura e il senso della storia che vi si respira sono aperti a tutti.

2021 by Paola Cacciari

Marie Taglioni, la prima ballerina (quasi) sulle punte.

Nella sala dedicata alla storia del Teatro e della Performance del museo in cui lavoro (anche se sarebbe meglio dire lavoro ancora, nonostante i tagli e gli esuberi volontari o meno…) in una teca di vetro stretta tra una foto di Rudolf Nureyev scattata da David Bailey, al costume di scena ‘Bicycle John’ di Elton John, e a quattro statuette dei Beatles, c’è la minuscola scarpetta con cui la grande Maria Taglioni  (1804-1884) ballò davanti all’imperatrice Alexandra Feodorovna, moglie dello Zar Nicola I di Russia, in una funzione privata a San Pietroburgo nel 1842. Secondo l’iscrizione sulla suola, la Taglioni aveva eseguito due danze spagnole, un Herta e un Cachucha.

Questa scarpetta da cenerentola non manca mai di sturpirmi, e non solo per le sue minuscole dimensioni dei piedi delle donne dell’epoca, ma per il fatto stesso che sia sopravvissuta fino a noi. Le scarpette da ballo hanno notoriamente vita breve: basti pensare che Marianela Núñez, la prima ballerina del Royal Ballet di Londra, il cui repertorio è particolarmente impegnativo dal punto di vista fisico e tecnico, logora le scarpe dopo un solo giorno – la scatola di cartapesta della punta troppo malconcia per un ulteriore utilizzo. Il che rende questa scarpetta della metà del XIX secolo particolarmente rara. Essendo poi associata a Marie Taglioni e allo sviluppo della danza sulle punte, fa di questo artefatto è un oggetto importantissimo nella storia della costruzione delle scarpette da ballo.

Lithograph by Chalon and Lane of Marie Taglioni as Flora in Didelot’s Zéphire et Flore. London, 1831 (Victoria and Albert Museum/Sergeyev Collection)

Perchè Maria Taglioni fu la prima a eseguire un intero balletto, La Sylphide, danzando sulle punte. Non essendo ancora stata inventata la “mascherina” con la punta piatta, quella scatola rigida in tela o carta imbevute di resine speciali che permette alla ballerina moderna di restare in equilibrio sulle punte, Marie Taglioni doveva accontentarsi di ballare utilizzando queste pantofoline in seta dalle suole modificate, i cui lati e la punta erano imbottiti e rafforzati da cuciture per mantenere la forma. Questo tipo di scarpetta non forniva un vero sostegno, per cui le danzatrici erano costrette a fasciare le dita, utilizzando solo la forza dei piedi e delle caviglie.

Ma l’eredita che Marie Taglioni ha lasciato alla danza classica non si limita al danzare sulle punte. Per lei infatti il pittore Eugene Lamy crea il tutù, quel costume leggero e vaporoso, con il sottogonna bianco, che sarebbe poi diventato l’emblema della ballerina romantica. Fu lei ad introdurre anche l’acconciatura à bandeaux che divenne poi tipica della danzatrice classica.Non per nulla Marie Taglioni è considerata la prima grande ballerina romantica di tutti i tempi.

Ma chi era Marie Taglioni? Il padre, il coreografo e ballerino italiano Filippo Taglioni, si occupa personalmente della formazione artistica della figlia, sottoponendola a sessioni massacranti, ma che diedero strepitosi risultati. Filippo sa che la danza è nel DNA della giovane figlia, e la spinge a creare per se un ruolo che andasse oltre a quelli claustrofobici di moglie e madre imposte alle donne dalla società del XIX secolo. Inoltre lui è direttore dei balli alla corte di Svezia e il successo della figlia è anche la sua carta vincente per fare carriera. Dopo il debutto sulle scene a Vienna nel 1822, arrivò a Parigi nel 1827. Il trionfo parigino all’Opéra di Parigi arrivò nel 1832, con La Sylphide, coreografia creata per lei da suo padre nella quale, sulla base della tecnica ballettistica italiana che associava il rapido gioco delle gambe a movimenti lenti del busto e delle braccia.

Nello stesso anno, Marie si sposò con il conte Gelbeit de Voisins, ma il matrimonio durò soltanto tre anni. Osannata in tutta Europa (fu tra il 1837 e il 1839 l’étoile del Teatro di San Pietroburgo), ottenne consensi anche alla Scala di Milano, dove debuttò il 20 maggio 1841 con grande successo, e continuò a danzare fino ad un’età, per l’epoca, molto avanzata: quando si ritirò, nel 1848, aveva 44 anni.

Il padre, che era stato l’artefice della sua fortuna artistica, fu anche il responsabile della sua rovina economica, mandandola in bancarotta con le sue speculazioni sbagliate. La Taglioni dovette così riprendere a guadagnarsi la vita dando lezioni di danza e portamento, a Parigi e a Londra, dove visse al numero 14 dell’elegante Connaugh Square, nel quartiere di Paddington, dove una Blue Plaque eretta nel 1960 dal London County Council celebra il suo passaggio.

Marie Taglioni Blue Plaque, 14 Connaught Square. London, 2021 © Paola Cacciari

Morì in miseria, ottantenne, a Marsiglia, e là fu sepolta, finché il figlio Georges Gilbert Des Voisins non la fece trasferire nella tomba di famiglia al Père-Lachaise. Le è stato dedicato un cratere di 31 km di diametro sul pianeta Venere. Non male per una Silfide

2021 © Paola Cacciari

Staying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Dall’archivio del passato, anno 2015: Staying Power, una mostra fotografica- inno all’integrazione e al multiculturalismo.

  Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,  © The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London  Armet Francis, ‘Self-Portrait in Mirror’, London, 1964,  © Armet Francis / Victoria and Albert, London  Normski, African Homeboy - Brixton, London, 1987, printed 2011,  © Normski / Victoria and Albert, London  Yinka Shonibare, Diary of a Victorian Dandy, 1998,  © Yinka Shonibare / Victoria and Albert, London
Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,
© The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London

Vita da Museo

Il V&A non è solo Alexander McQueen, sebbene per arrivare all’ingresso della sala della fotografia bisogna lottare per aprirsi un varco tra la folla in fila per entrare a vedere la mostra della anno. È ancheStaying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Questa piccola e affascinante mostra nella Sala della Fotografia è il frutto della collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e il Black Cultural Archive – il risultato di un progetto durato sette anni e di una collaborazione che ha permesso al museo di raccogliere 118 opere di 17 artisti di colore, oltre alle testimonianze orali dei fotografi stessi, delle loro famiglie e delle persone immortalate nelle loro immagini. La mostra prende il nome dal famoso libro di of Peter Fryer, Staying Power: The History of Black People in Britain (1984) che spiega come gli africani, gli asiatici e i loro discendenti…

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A Londra, in mostra il mondo di Paul Strand

Dall’archivio del passato, la mostra dedicata a Paul Strand 📸 una vera scoperta!

Vita da Museo

Con la sua collezione di oltre 500.000 fotografie risalente al 1856, il Victoria and Albert Museum è senza dubbio il più antico archivio fotografico del mondo. Una collezione che di recente è stata allargata dall’aquisizione della serie Outer Hebridis del fotografo americano Paul Strand (1890-1976).

Contemporaneo del più famoso e acclamato Ansel Adams (1902-1984), Strand era un personaggio molto particolare. Socialista convinto, nutriva un interesse spirituale per il benessere di tutte le culture, genti e razze – cosa che lo portava spesso ad indignarsi e ad entrare in conflitto con persone ed istituzioni, soprattutto quelle americane.

Tir A'Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland Paul Strand, Tir A’Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland, 1954. Victoria and Albert Museum

Cosa che accadde puntuale quando, nel 1954, venuto a conoscenza dell’impellente sorte degli abitanti di South Uist, isola dell’arcipelago delle Ebridi al Nord-Ovest della Scozia, le cui tradizioni e lingua gaelica erano minacciate da quello che…

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There’s a Starman waiting in the sky: addio a David Bowie

Sono passati cinque anni dalla sua morte, ma il ricordo del genio di David Bowie resta immutato. ❤

Vita da Museo

L’10 Gennaio 2016 rimarrà per sempre per me il giorno in cui Starman è tornato tra le stelle. Con la morte di David Bowie è scomparso un pezzo della mia vita che non ritornerà mai più.

Quella parte che sognava il ritorno di Major Tom dallo spazio, cosicché potesse dire lui a sua moglie che l’amava invece di ground control. O quella che, esaltata dalla scoperta di Video Music, ascoltava Let’s Dance a tutto volume con il suo primo stereo, uno di quei giganteschi boom boxes che andavano tanto di moda con i rappers degli anni Ottanta e gli adolescenti di tutto il mondo. Certamente con David Bowie è definitivamente scomparsa quella parte di me che a quindici anni lo osservava a bocca aperta in televisione mentre, sul palco del Live Aid, cantava Under Pressurecon quell’altro grande assente della vita, Freddie Mercury, certa del fatto che…

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Dalle cortigiane a Guerre Stellari: il Kimono si racconta 👘

Nella tristezza generale che avvolge questo Ottobre punteggiato da crisi, ristrutturazioni e licenziamenti anche nel museo in cui lavoro, la visita fuori orario alla mostra Kimono: Kyoto to Catwalk, è stato un raro momento di leggerezza. In fondo, la bellezza fa sempre bene al cuore. E di bellezza in quelle sale ce n’era in abbondanza.

Un semplice pezzo di tessuto con cuciture dritte che viene avvolto da sinistra a destra intono al corpo, fissato con una fascia chiamata obi, il kimono è esattemente quello che dice di essere: “una cosa da indossare”.

Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari

E se per i giapponesi continua ad essere il simbolo della cultura nazionale, per noi altri comuni mortali resta un qualcosa di esotico e affascinante che sa dei tessuti leggeri di Paul Poiret e Mariano Fortuny. Che d’altronde utilizzano a piene mani questo indumento per rivoluzionare la moda femminile e liberare il corpo delle donne dalle costrizioni della moda dell’epoca.

Il kimono è sconcertante per chiunque sia abituato ai principi dell’abbigliamento occidentale. Invece di esaltare o esagerare il corpo, il kimono lo ignora: un singolo pezzo di stoffa fatto per esaltare disegno, tessuto e colore, non la forma.

Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari


La storia del kimono comincia all’inizio del XVII secolo, quando la stabilità economica e politica assicurata al Giappone dalla dinastia Edo (1603-1868) permette alla gente di dedicarsi ad altre cose oltre che alla guerra. A quel tempo il kimono è, per cosi dire, un indumento democratico, indossato da tutti, senza differenza di genere o status. Ma le cose erano destinate a cambiare.

1847-52 woodblock print by Utagawa Kunisada. Photograph: Courtesy of the Victoria and Albert Museum, London.

Anche nell’elegante Giappone di quel tempo le tendenze di costume erano dettate da soliti “pochi” (samurai, artisti e cortigiane) ed erano avidamente seguite dai “molti”, la classe media che, assetata di novità e ossessionata dalla necessità di stabilire il proprio status nella gerarchia sociale, si getta con entusiasmo nell’imitazione dell’elite. Il che significa l’acquisto smodato di stoffe e kimono sempre più lussuosi e sorprendenti. E come accadeva in Occidente, anche nel Giappone all’inizio del XIX secolo artisti, negozianti ed editori di stampe si gettano con gioia in quella che considerano come una magnifica opportunità di business.

Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari

Quando poi, nel 1850, quando il Giappone è costretto dalle potenze straniere presenti sul suo territorio, ad aprire i suoi porti al commerci con il resto del mondo, la sua industria tessile evolve rapidissima e il kimono comincia a furoreggiare ovunque, la sua forma avvolgente che colpisce l’immaginazione dei designer del XX secolo – da Paul Poiret, Paul Poiret (autore di un avvolgente mantello color senape, che pende liberamente dalle spalle ed è catturato lateralmente da un grande fiocco piatto) a Mariano Fortuny e Arthur Liberty

Mantle, 1913 by Paul Poiret. Photograph: V&A

Ma anche ai nostri giorni la linea del Kimono non cessa di ispirare gli stilisti contemporanei, come dimostrano gli abiti creati da Alexander McQueen per Björk per la copertina dell’album Homogenic e Jean Paul Gaultier per il video di Madonna Nothing Really Matters esibiti accanto ad una sorta di vestaglia appartenuta a Freddie Mercury. Accanto, i costumi di Star Wars – e anche una tiepida amante del cinema come lo sono io non può non sostare con una certa devota trepidazione davanti al leggendario costume indossato da Alec Guinness per il ruolo di Obi-Wan Kenobi film del 1977…

Per gli appassionati di moda, l’elemento contemporaneo dell’ultima parte della mostra è certamente il più avvincente. Fin dai primi giorni della sua esportazione, il kimono ha subito infinite trasformazioni, le più recenti delle quali includono i modelli di John Galliano e Rei Kawakubo, oltre al sopra citato

Per gli appassionati di moda, l’elemento contemporaneo dell’ultima parte della mostra è certamente il più avvincente. Fin dai primi giorni della sua esportazione, il kimono ha subito infinite trasformazioni, le più recenti delle quali includono i modelli di John Galliano e Rei Kawakubo, oltre al sopra citato Alexander McQueen.

Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari
Kimono: Kyoto to Catwalk, Victoria and Albert Museum. London, 2020© Paola Cacciari

2020© Paola C. Cacciari

“BE A LEADER & TAKE A PAY CUT!”

Shout out to our Deputy Director Tim Reeve and Director Tristram Hunt for turning up to VE Briefing this morning to face one of the departments they are planning to make redundant! OH WAIT, THEY DIDN’T SHOW! (Isn’t that ironic)
So here’s what you wouldn’t let staff say to your face- BE A LEADER & TAKE A PAY CUT!

#vandamuseum #redundancies #directorwhatdirector #paycutnow #noredundacies #savevandaworkers #lowestandmostdivers #victorianadalbertmuseum #pcs #solidarity #joinaunion #wearethemuseum #pcsunion #saveve #werenotjustnumbers

V&A to make 10% of staff redundant amid coronavirus pandemic

The Victoria and Albert Museum is planning to make 103 retail and visitor experience staff redundant – approximately 10% of its overall workforce – with job losses in other departments set to follow.

Staff were briefed on Tuesday about a process to reduce costs by £10m annually to tackle what the London museum described as “the most significant financial challenge” in its history.

Tristram Hunt, the museum’s director, said the redundancies were needed “in order to secure the V&A’s survival and prepare for the challenging years ahead”.

He added: “Every colleague plays a vital role in the success of the V&A – their creativity and expertise are unparalleled, and the loss of their institutional knowledge will be felt for years to come. We will do everything we can to consult openly and transparently, to support our staff community during this exceptionally difficult time, and to rebuild the V&A once more.”

The V&A said it had been through three of its most successful years before 2020, building self-generated income to 55% of its annual turnover.

But the coronavirus pandemic had closed the museum for five months, led to a collapse in tourism and social distancing requirements had reduced capacity, meaning its ability to generate income had been significantly reduced.

In a statement the V&A said: “With visitor figures currently down by 85% and likely to remain severely depressed for some time, we anticipate that our financial recovery will take several years, and are facing the very real prospect that we might never return to the level of visitation and associated income we were able to generate pre-Covid-19.”

Since the start of the pandemic, the V&A said it had “taken every step” to reduce costs including cancelling or postponing sections of its programme, furloughing the majority of staff, freezing recruitment, cancelling staff bonuses and only opening on five days a week.

It has also received emergency money from the government “which gave us a crucial lifeline and some time to stabilise and plan, but unfortunately, this only supports us for this financial year and not beyond March 2021”.

The redundancy proposal is for 103 roles in retail and visitor experience to be cut, which is 85 full-time equivalents. More, as yet unquantified, job losses will follow in phases involving “staff at all levels across every department”.

The Public and Commercial Services union (PCS) said: “Management’s decision to immediately enter a consultation for compulsory redundancy for front-of-house workers, while running a voluntary-only redundancy scheme for all other departments, is a direct attack on the most diverse and some of the lowest-paid workers at the museum.

“It is a disgrace that the V&A has chosen not to use the government job support scheme when jobs across the museum, even with reduced visitor numbers, are sustainable.

“PCS will not accept the museum’s current approach and call for an immediate end to compulsory redundancies and to engage constructively with PCS, Prospect, and FDA unions.”

The Guardian 

Marie Antoinette: Girls want to have fun

Non ho mai avuto molta simpatia per Maria Antonietta (1755-1793): frivola, superficiale, manipolatrice e spendacciona, passava il suo tempo a giocare a fare la pastorella a Versailles invece di preoccuparsi della sorte del suo popolo. Non era forse la sua la famigerata frase“Se non hanno pane, che mangino brioches!”  riferita al popolo affamato? E se poi, nell’ottobre del 1789, una folla armata aveva marciato su Versailles per chiedere pane al re. In fondo era colpa sua, ho sempre pensato. Almeno fino a qualche settimana fa quando, tornata al museo dopo mesi di chiusura forzata causa covid, mi sono trovata a spartire le sale dell’Europa settecentesca proprio con lei, con la disgraziata Regina. E per la prima volta mi sono fermata a guardarla. A guardala DAVVERO, dico.

E questa è stata una vera sorpresa: che sebbene questa citazione sia tradizionalmente attribuita a Marie Antoinette (l’ho sentita per la prima volta alle scuole elementari), in realtà la frase è di Jean-Jacques Rousseau che la scrive nelle Confessioni, in riferimento ad un evento del 1741, quando Maria Antonietta non era neppure nata. In tutti questi anni l’idea di verificarne la provenienza non mi aveva neppure sfiorata, che se lo dicevano i libri di storia, doveva essere vero. Ma la storia, si sa è scritta dai vincitori. E i vincitori, soprattutto in passato, sono sempre stati gli uomini. Mi sono fatta la nota mentale di non mai perdere l’abitudine di mettere in discussione le cose, soprattutto quelle radicate.

Marie Antoinette, Queen of France. London, Victoria and Albert Museum

In questo ritratto di François-Hubert Drouais, Marie-Antoinette ha 17 anni e da tre era già la moglie infelice e annoiata del Delfino di Francia, il futuro Luigi XVI. Regina o no, un’adolescente resta un’adolescente. Sposata a quattordici anni ad un tizio che non aveva neppure mai incontrato e che non voleva una moglie austriaca, costretta a lasciare la famiglia, il Paese e persino il suo cane, per essere catapultata nel formalissimo mondo della monarchia francese, in cui persino il togliersi una forcina dai capelli è strettamente regolato dall’etichetta, non sorprende che la povera Marie-Antoinette abbia finito con il darsi alle feste, ai pettegolezzi e allo shopping per non morire di frustrazione e di noia! 😬 🙄  Il delfino Luigi poi, raramente dormiva con lei, e il matrimonio non sarà consumato per anni. E naturalmente, in quanto donna, tutti gli occhi sono puntati su di lei e sul suo al ciclo mestruale, la cui apparizione ogni mese costituiva la prova della sua  incapacita’ di moglie di suscitare passione nel marito, di restare incinta e di produrre, insieme ad un erede al trono, una solida alleanza franco-austriaca. Cosa che l’imperatrice sua madre, Maria Teresa d’Austria, non sembra perdere occasione di farle notare.

Trovo difficile difficile abituarmi all’idea che all’epoca Marie Antoinette aveva soli diciassette anni. Mi chiedo io, quanti adolescenti che non si chiamino Greta Thunberg sono più interessati (davvero interessati, dico al punto da lasciare tutto) alla politica mondiale che quello che faranno nel fine settimana. Io alla quell’età certamente interessata alla politica non lo ero. Marie Antoinettena ragazzina travestita da Regina, ad una perenne festa in maschera, oblivia del resto, di quello che avveniva fuori dalle mura di Versailles, la fame, la furia del popolo. Le maldicenze dell’antica nobiltà di corte, offesa dal comportamento infantile e dalla mancanza di rispetto della Regina per l’anzianità e il rango, faranno poi il resto.

Guardo il ritratto di quella ragazzina sola e isolata a cui la vita aveva dato tutto, tranne uno scopo e mi viene da pensare che la povera Marie Antoinette ha avuto la grossa sfortuna di essere una teenager al momento sbagliato. Se fosse nata qualche secolo dopo si sarebbe stata l’anima della festa.

2020 ©Paola Cacciari