Odi et Amo

Tre cose che odio:

  1. Chi non rispetta il museo, le opere che vi sono racchiuse e le persone che ci lavorano;
  2. Chi mi chiama con un fischio o con un gesto della mano come si chiama il cameriere (come se fosse ancora accettabile chiamare un cameriere in questo modo…) invece di attirare la mi attenzione con un educato ‘excuse me’ o simili (vedi sopra… :/ );
  3. Chi mi viene davanti abbaiandomi parole come “TOILET!”, “WAY OUT!”,”RESTAURANT!” come se ci fosse una tassa sulle parole.

Tre cose che adoro:

  1. Il museo la mattina presto quando non c’è ancora nessuno ed è tutto mio, e mi sento la persona più fortunata del mondo;
  2. La moltitudine di nazionalità, culture, esperienze, storie personali dietro ognuno dei miei colleghi;
  3. La moltitudine di nazionalità, culture, abitudini, ceti sociali del pubblico che visita il museo.

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Gli anni Sessanta: la decade che ha cambiato il mondo

Nessun’altro periodo è stato mitizzato, venerato, catalogato e sezionato come gli anni Sessanta.  Ma questo non sorprende se si considera che quelli furono gli anni in cui un’intera generazione, quella dei figli della guerra, diventa adolescente. E questo terremoto generazionale investe tutto e tutti: gli anni sessanta furono semplicemente la decade in cui tutto esplose. E con l’emancipazione finanziaria dei giovani, cresce un fiorente contro-culura che investe come un ciclone l’arte, la cultura, la musica e la moda e con esse anche la coscienza politica della nuove generazioni. Ispirati da personaggi come Che Guevara e Martin Luther King che, all’epoca non ancora soggetti di cartoline e poster, ma radicali rivoluzionari – i  giovani degli anni sessanta volevano cambiare il mondo. E per un breve, elettrizzante periodo sembro’ che ci riuscissero.

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Questo (e molto altro) è il soggetto di You Say you Want a Revolution: Records and Rebels 1966-1970 l’ennesima incredibile mostra del Victoria and Albert Museum, il cui titolo è una strofa dell’omonima canzone dei Beatles, Revolution. Cinque anni, 1.826 giorni che scuotono la societa’ del dopo guerra e gettano le basi per il modo di vivere che conosciamo.landscape-1474388766-twiggy-ronald-traeger-1967-ronald-traeger

Londra diventa improvvisamente la metropoli più cool del mondo e con essa i personaggi che la popolano si tratti di Biba e Mary Quant o del Primo Ministro Labour Harold Wilson, dei Beatles e dei Rolling Stones o di Michael Caine – questi ultimi immortalati dalla lente del fotografo “cockney” David Baley, lui stesso un’icona della della Swinging London. Ogni decade è rappresentata da una città, dice l’editoriale del settimanale Time del 1966. E ripensandoci ha ragione: se l’inizio del secolo, con gli artisti della Secessione, gli Asburgo e il Valzer appartengono a Vienna, gli anni Venti sono della Parigi di Picasso e i Trenta della Berlino del Bahuaus. E se New York diventa il centro della vita creativa, politica e culturale durante negli anni Quaranta della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta sono della Roma di Federico Fellini, Audrey Hepburn e della Dolce Vita, Londra negli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, il luogo in cui accadeva tutto e dove tutto sembrava possibile – almeno per alcuni.  Che, diciamocelo, non tutti avevano la fortuna di trovarsi al momento giusto nel posto giusto per godere degli aspetti più divertenti ed interessante della Swinging London, come andare alle feste, fare cose, vedere gente. Ma il senso di euforia e e di cambiamente che era nell’aria era infettivo: Winston Churchill era morto, l’aborto stava per essere legalizzato e la disoccupaziore era quasi inesistente. Il futuro sembrava a portata di mano.

Ma questa non è una mostra sulla Londra degli anni Sessanta, perlomeno non solo e grande spazio è dato alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam e alle lotte per i diritti razziali, delle donne e dei gay che, come un fiume in piena, stavano straripando fuori dai confini degli Stati Uniti, portate  dalle parole di Frank Zappa, di Allen Ginsberg e dei Velvet Underground.  L’estate del 1966 fu, per San Francisco, totalmente indimenticabile.

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

I miei oggetti preferiti? Una carta di credito della Barclays del 1966, la prima banca ad estendere il credito alle donne britanniche – tutte le altre dovettero aspettare il 1973. O le parrucche da uomo appositamente create per nascondere i capelli lunghi ai colloqui di lavoro, che suggerisce l’esistenza di un’astuta razza di giovani hippy da weekend. E che dire della sala in cui – erba finta sul pavimento e megaschermi alle pareti – e’ stato ricreato il concerto di Woodstock? Gli ex giovani degli anni Sessanta, che quel periodo l’anno vissuto, abbandonano per un momento il loro ruolo di ‘persone anziane’per ritornare i giovani che in quel periodo volevano cambiare il mondo. Ed e’ bellissimo osservarli ballare, ed esclamare “Io c’ero!”

Revolution exhibition photography © Victoria and Albert Museum, London

 

Londra// fino al 26 Febbraio 2017

You Say You Want A Revolution? Records and Rebels 1966-1970

Victoria al Albert Museum

Il Giugno Fiammeggiante di Lord Leighton (Flaming June)

Gli anni Sessanta furono gli anni della rivoluzione. Il periodo più celebrato e mitizzato della nostra epoca, il decennio che genitori e nonni (e chiunque ci sia passato, anche in modo tangenziale), non ci permetteranno mai di dimenticare. Per la generazione della Swinging London liberarsi del vecchiume passato – si trattasse di idee, stili di vita, moda, pettinature o musica- era una sorta di dovere morale e tale dovere era stato esteso anche all’arte. E per la generazione della Swinging London nulla era più offensivo e fuori moda dell’arte vittoriana. E qui comincia la storia di Flaming June, il capolavoro di Frederic Lord Leighton (1830-1896).

Self portrait of Leighton (1880)

Self portrait of Leighton (1880)

Certo, quando lo presentò alla Royal Academy nel 1895 insieme ad altre cinque opere dipinte per l’occasione (le altre quattro conosciute sono Lachrymae (1895), del Metropolitan Museum of Art in New York; ‘Twixt Hope and Fear, The Maid with the Golden Hair e Candida (1894-95), tutte appartenenti a collezioni private sin dal XIX secolo), Leighton non poteva sapere che Flaming June sarebbe stato uno degli ultimi quadri che avrebbe dipinto. O che sarebbe diventato il suo dipinto più famoso e celebrato. Ma l’opera fece scalpore per il suo sapore vagamente erotico (e forse proprio per quello…) diventando da subito una delle immagini più amate e riprodotte già nel XIX secolo.

William Luson Thomas, artista e incisore e proprietario del settimanale illustrato The Graphic, lo acquistò da Leighton nel 1895, al suo ritorno da un soggiorno in Nord Africa, dove il pittore sperava di guarire dai problemi di cuore che lo avrebbero ucciso nel Gennaio dell’anno successivo. Con l’opera, Luson si era assicurato anche i diritti di riprodurla, inaugurando così una nuova era di mercificazione di quadri famosi,  prontamente trasformati in manifesti volti a decorare le abitazioni della borghesia vittoriana amante dell’arte, ma priva dei mezzi finanziari per acquistare gli originali. Tuttavia, nonostante il suo successo commerciale fosse già stabilito, il giornale vendette Flaming June nel 1906 alla famiglia Watney, titolare dell’azienda produttrice di birra James Watney & Co. che nel 1915 a sua volta lo prestò all’Asmolean Museum di Oxford, dove il dipinto rimase fino al 1930 quando fece ritorno per un breve periodo a Leighton House, allora da poco trasformata in museo per il centenario della nascita dell’artista.

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive) The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive)
The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Dopodiché il vuoto. Il quadro scomparve letteralmente dalla faccia della terra per oltre trent’anni, prima di riapparire nel 1962 nella vetrina del negozio di un un corniciaio di Battesea (portatovi da un muratore che sosteneva di averlo trovato in una casa non lontana da lì destinata alla demolizione), dove attrasse l’attenzione del musicista e compositore Andrew Lloyd Webber. Ma Lloyd Webber, allora uno squattrinato studente d’arte con la passione per l’arte vittoriana e ambizioni da collezionista, non possedeva le cinquanta sterline necessarie per comprare il quadro (il successo di musical come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e Il fantasma dell’opera che gli averebbe portato fama e denaro e che gli ha permesso di ammassare un’impressionante collezione di arte vittoriana, era ancora lontano) e avendo appena speso la stessa cifra in libri antichi, si risolse a chiedere un prestito a sua nonna. Che glielo rifiutò, dicendo che non voleva ‘cianfrusaglie vittoriane’ in casa sua. Con buona pace di Lloyd Webber che dovette rassegnarsi a dire addio alla sua bella addormentata.

Eventualmente il dipinto fu comprato nel 1963 per sole £2,000 dall’uomo di affari portoricano Luis Ferré, a cui invece le ‘cianfrusaglie’ vittoriane piacevano molto, tanto da costruire persino un museo a Ponce, la sua città natale, sulla costa meridionale dell’isola di Puerto Rico, in cui ospitare la sua collezione di Preraffaelliti. E da quell’isola del mar dei Caraibi, la fama del dipinto ha continuato a crescere inesorabilmente: oggigiorno Flaming June è un quadro talmente famoso che si fatica a ricordare che manca dall’Europa dal 2008, quando cioè fu esposto a Tate Britain insieme ad un altra chicca della collezione di Luis Ferré, The Sleep of Arthur in Avalon di Burne Jones.

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

A prima vista Flaming June sembra solo un groviglio di tessuto stropicciato di un arancione, caldo e luminoso come il sole di una calda giornata di Giugno. La stagione preferita dai pittori dell’Estetismo era infatti la piena estate, quando il sole accende di luce i colori della natura. Nel dipinto di Leighton brillanti colori tizianeschi rivestono un corpo dalla potente anatomia michelangiolesca: Michelangelo non a caso utilizza quella posa raggomitolata di origini classiche nella figura de La Notte (1521-34) per le Cappelle Medicee nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, scultura di cui Leighton possedeva diverse fotografie che conservava nel suo studio.

Le immagini di donne inconsapevoli – fossero esse addormentate, assorte, morte o morenti come l’Ophelia di John Everett Millais (per cui Millais fece immergere Lizzie Siddal, la moglie dell’amico Dante Gabriel Rossetti in una vasca da bagno riscaldata da candele – esperienza dalla quale la giovane uscì con una feroce bronchite che quasi la uccise per davvero…) sono una caratteristica dell’epoca vittoriana. Ma a differenza della tormentata Ophelia preraffaellita di ispirazione botticelliana, con Flaming June ci troviamo davanti all’Estetismo all’ennesima potenza. Come le sensuali bellezze dalle labbra carnose del Rossetti dell’ultimo periodo, anche Flaming June è esattamente ciò che rappresenta: una giovane donna addormentata. Inutile cercare tra le pieghe di quel brillante tessuto arancione un significato più profondo dello squisito esercizio di padronanza della linea e del colore in cui gli esteti erano maestri. Leighton, dapprima associato ai Preraffaelliti, si allontanò verso la fine della sua carriera da soggetti allegorici per abbracciare il credo estetico dell’arte per l’arte. Per lui e per gli altri artisti, Whistler, Watts, Albert Moore e Burne-Jones, ciò che importava non era il soggetto, ma la sublime combinazione di amosfera, armonia del colore e bellezza della forma. Dipinto al tramonto della sua vita, Flaming June è l’ultimo colpo di coda del più intellettuale e rigoroso dei figli dell’Estetismo.

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Flaming June: The Making of an Icon

Leighton House Museum, 12 Holland Park Rd, Kensington, London W14 8LZ

Paola Cacciari, pubblicato su Londonita

Sotto il vestito: al Victoria and Albert Museum una breve storia della biancheria intima

Essenziale? Frivola? Pratica? Elegante? Dimmi che mutande porti e ti dirò chi sei! Ma nascosta sotto i nostri abiti, la biancheria intima è stata letteralmente nascosta alla nostra vista dalla storia. Almeno fino ad ora. Con un’occhio alle innovazioni tecniche e ai materiali (lycra, nylon), ma anche ai suoi diversi usi (pratico o sexy, sportivo o confortevole), a tessuti (lana, seta, rete) alle forme e al taglio, Undressed: A Brief History of Underwear al Victoria & Albert Museum, traccia la storia dell’evoluzione degli indumenti intimi.

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La libertà che al giorno d’oggi diamo tanto per scontata infatti, come quella di muovere le braccia o la cassa toracica a nostro piacimento, per esempio, ha impiegato molto tempo per raggiungere lo stato di privilegio incontestato di cui gode oggi. Che la storia della biancheria è al tempo stesso storia del costume e storia sociale e basta guardare il pesante busto-armatura che pesa piu’ di 1 kg (1,06 per essere precisi, mentre il busto di seta delle dame dell’aristocrazia pesava 630gr…) indossato dalle operaie inglesi nell’XVIII secolo o le maniche strettissime e le gigantesche crinoline dell’epoca vittoriana per  vedere nella costrizione dell’abbigliamento intimo il riflesso della costrizione sociale subita dalle donne in passato.

E nonostante qualche gesto simbolico verso gli indumenti maschili come l’inclusione di esempi di mutande da uomo (con apertura a Y davanti), mutande lunghe vittoriane e costumi da bagno australiani AussieBum o gli slip per uomo pubblicizzati da un muscoloso David Beckham nel 2012 per Armani, questa storia della biancheria intima è anche, per necessità, una storia del corpo femminile o meglio, della sua forma.

Per secoli, le donne si sono affannate a contorcere i loro corpi per soddisfare le esigenze della moda, portandosi appresso gigantesche crinoline o stritolandosi fino a soffocarsi in corsetti strettissimi. Uno dei corsetti in esposizione è così strettamente stringato da arrivare a misurare soli 48 cm di giro vita! Davanti a quest’evidenza, mi chiedo come una donna potesse piegarsi, sedersi o fare una qualunque azione che non fosse lo svenire per mancanza di ossigeno! E la crinolina con tutta quell’imbottitura non doveva rendere un’azione come andare al bagno essere una cosa semplice! Ma a dispetto di tutte le mie aspettative, la grande rivoluzione non avvenne con il femminismo, ma molto prima. Già nella seconda metà dell’Ottocento infatti, il desiderio di tenersi in forma e in salute facendo sport che aveva investito la società vittoriana cambia completamente l’atteggiamento verso il movimento sia degli uomini che delle donne. La crescente partecipazione delle donne in sport all’aria aperta e non, come il golf, l’equitazione, il ciclismo, la scherma e la ginnastica richiese la creazione di corsetti specifici più corti e leggeri, flessibili e lavabili che permettessero una maggiore libertà di movimento e non comprimessero troppo i polmoni cosi da facilitare la respirazione respirazione. Il colpo finale arrivò da Paul Poiret, i cui abiti drappeggiati sulle forme del corpo femminile liberato dal corsetto costituivano una radicale cambiamento  rispetto alla moda rigidamente strutturata degli anni precedenti. L’attrice Sarah Bernhardt e la danzatrice Isadora Duncan fecero il resto.

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Poi lo sguardo mi scivola sulla waist trainer e bum-lifter e il wonderbra moderni indossati dal manichino nella teca accanto e immediatamente, a parte i materilai (più leggeri, più aerobici, più elastci) mi accorgo che non c’è poi molta differenza con alcuni capi di biancheria intima (guaine snellenti, corsetti per modellare il giro vita, reggiseni imbottiti etc etc etc) ancora sul mercato al giorno d’oggi. Lo stesso si può dire dei pizzi de La Perla e di Stella Mc Cartney o di Agent Provocateur. Sono passati un paio di secoli, ma ora come allora, la biancheria intima alla moda serve alle donne per creare il tipo di figura ammirata dalla società. Solo che adesso scegliamo noi se e quando indossare certi capi. Corsi e ricorsi della moda…

 

Londra//fino al 12 Marzo 2017.

Undressed: A Brief History of Underwear.

Victoria & Albert Museum

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Object In Focus: Cassettiere e dintorni

Forse dovrei iniziare questo nuovo anno con qualcosa di piu’ audace e  provocatorio invece di dedicare il primo post del 2017 ad una cassettera. Ma di fatto una delle cose che non finisce mai di sorprendermi da quando mi aggiro nelle sale del Museo in cui lavoro, sono i mobili. Mobili che popolavano le abitazioni del passato e che non sono poi così diversi da quelli che abbiamo sotto gli occhi ora nelle nostre case. Come la cassettiera, per esempio. Sì, la cassettiera, il nostro comò, quella cosa che di solito si compra insieme al letto e all’armadio e che va sotto il nome collettivo di ‘camera da letto’ e nei cui cassetti riponiamo le mutande e le maglie di lana. Quella cosa che tutti usiamo e che diamo per scontata. Tanto che non ce ne accorgiamo più.

Ce n’è una magnifica nelle British Galleries. È del XVII secolo, in legno di quercia intarsiato in ebano, avorio e madreperla. Ogni volta che ci passo davanti non posso non fermarmi a guardarla (anche solo per controllare che le maniglie ci siano ancora tutte…). Non solo: è uno dei primi esempi conosciuti di cassettiere. Trovo che sia un’invenzione straordinaria. Che insomma, pensiamoci: prima non esisteva. Prima c’erano le cassapanche, i cassoni. E se si voleva raggiungere le cose che stavano sotto, bisognava togliere tutto quello che stava sopra.
Poi un bel giorno qualcuno ha deciso che era sciocco fare tutta questa trafila per trovare la camicia da notte (il pigiama non era ancora stato inventato) e ha inventato i cassetti. E l’ha fatto molto tempo prima dell’Ikea. Geniale, no?

Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London

Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London

Un Buon Natale vittoriano

Natale al museo quest’anno ha il sapore antico dell’epoca vittoriana. Canzoni di natale, alberi (veri e finti) magnificamente decorati ovunque nelle sale, all’entrata principale, persino nel ristorante. E visto che il Victoria and Albert Museum ha la fortuna di possederlo tra i suoi innumerevoli tesori, in mostra c’è anche lui, il primo biglietto natalizio della storia, realizzato nel 1843 ad opera dell’infaticabile Henry Cole (il futuro primo direttore del nostro meraviglioso museo) commissionò al suo amico artista John Callcott Horsley  la realizzazione di 1.000 biglietti di auguri di Natale da inviare ad amici e parenti.

Che anche la creazione del primo biglietto di auguri di Natale sia dovuta ad Henry Cole non mi sorprende, che il suddetto personaggio collezionò un sacco di primati durante la sua impressionante carriera di impiegato statale, tra cui l’invenzione delle London Blue Plaques, le targhe rotonde di ceramica blu che occhieggiano discrete dai muri delle case e dei palazzi della Capitale e che ci raccontano dei grandi personaggi inglesi e stranieri che in quei luoghi hanno vissuto, dormito, o anche solamente mangiato. Ma dubito che persino lui, con tutto il suo talento e la sua geniale visione imprenditoriale, potesse prevedere che questo suo gesto così pragmatico (era un uomo molto impegnato lui, e a quanto pare non aveva tempo per scrivere lunghe lettere) si sarebbe trasformato in quel fenomeno commerciale che conosciamo ora. John Callcot Horsley, dal canto suo, pensò di celebrare tutte le generazioni di una tipica famiglia vittoriana intenta a brindare al Natale, il tutto accompagnato dalla scritta:

“A Merry Christmas and a Happy New Year to You” .

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Xmasse 1843’, London, 1843. Recognised as the first Christmas card. © Victoria and Albert Museum, London

E speriamo in bene, che questo 2016 è stato un anno bisestile e come diceva sempre mia nonna “anno bisesto anno funesto”…

 

 

 

The Camera Exposed @ Victoria and Albert Museum

Oggigiorno ci sentiamo tutti un po’ fotografi.  Ipad, tablet e smartphone sono sempre più sofisticati e hanno lo stesso numero di megapixel se non di più, di una macchina fotografica.

La gente fa sempre più fotografie che ama condividere sui social media e anche per questo lo smartphone ha soppiantato la tradizionale macchina fotografica. La fotografia, quella vera, richiede tempo e pazienza e se uno è pigro e restio (come la sottoscritta) a portarsi in giro un’ingombrante reflex, la scelta cade inevitabilemente sullo smartphone.

E allora, prorpio a questo mezzo che sta diventando sempre più obsoleto, il Victoria and Albert Museum ha dedicato una piccola e deliziosa mostra nella sala della fotografia, dal titolo The Camera Exposed dove, neanche a dirlo, la protagonista è proprio la macchina fotografica.

Weegee the Famous', Richard Sadler, 1963.  © Richard Sadler

Weegee the Famous’, Richard Sadler, 1963. © Richard Sadler

Dal proto-surrealista Eugène Atget al fotografo delle dive Richard Avedon, dalla fotografa vittoriana Clementina, Lady Hawarden a Don McCullin, i fotografi amano immortalarsi con il loro macchina fotografica. Già nel 1853, Charles Thurston Thompson (1816-1868), il primo fotografo ufficiale del Museo di South Kensington (come allora si chiamava allora il Victoria and Albert Museum), ha immortalato il suo la riflesso insieme alla sua macchina fotografica, nel vetro di un decoratissimo specchio veneziano. Ancora oggi ogni oggetto appartenente alle collezioni di un museo o pinacoteca è accuratamente documentato e le fotografie costituiscono preziosi documenti di studio per curatori e restauratori. Nel caso del V&A, questo economiche copie fotografiche erano ricercate anche da designer, artigiani e studenti di storia dell’arte.

'Venetian mirror circa 1700', Charles Thurston Thompson, 1853 © Victoria and Albert Museum, London

‘Venetian mirror circa 1700’, Charles Thurston Thompson, 1853 © Victoria and Albert Museum, London

Immortalando il suo riflesso e quello della sua ingombrante macchina fotografica e del treppiede che la sostiene, Thompson mostra il processo creativo dell’immagine. Ma luce non era sufficiente e lo specchio dovette essere portato fuori, all’aperto. A dimostrare che anche la vita di un fotografo da museo vittoriano poteva essere alquanto avventurosa…

Londra// fino al 5 Marzo 2017
The Camera Exposed

Victoria nad Albert Museum

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A Londra, in mostra il mondo di Paul Strand

Con la sua collezione di oltre 500.000 fotografie risalente al 1856, il Victoria and Albert Museum è senza dubbio il più antico archivio fotografico del mondo. Una collezione che di recente è stata allargata dall’aquisizione della serie Outer Hebridis del fotografo americano Paul Strand (1890-1976).

Contemporaneo del più famoso e acclamato Ansel Adams (1902-1984), Strand era un personaggio molto particolare. Socialista convinto, nutriva un interesse spirituale per il benessere di tutte le culture, genti e razze – cosa che lo portava spesso ad indignarsi e ad entrare in conflitto con persone ed istituzioni, soprattutto quelle americane.

Tir A'Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland

Paul Strand, Tir A’Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland, 1954. Victoria and Albert Museum

Cosa che accadde puntuale quando, nel 1954, venuto a conoscenza dell’impellente sorte degli abitanti di South Uist, isola dell’arcipelago delle Ebridi al Nord-Ovest della Scozia, le cui tradizioni e lingua gaelica erano minacciate da quello che, ai suoi occhi, era un ennesimo esempio dell’aggressivo militarismo della NATO (gli Stati Uniti pensavano di utilizzare l’isola come campo prova per i nuovo missili nucleari), Strand decide di fotografare la comunità dell’isola per preservare la memoria. Ciò che ne scegue è un magnifico libro fotografico, Tir un Mhurain (1954). Tuttavia, la sua presenza sull’isola in un periodo il cui la Guerra Fredda era al suo culmine, unita alle sue idee marxiste (cosa che gli aveva messo l’FBI costole), fa sì che per anni gli Stati Uniti vietassero la pubblicazione del libro. Il fatto poi che, per ragioni tutte sue, Strand si fosse intestardito a far stampare il libro nella Germania dell’Est non fu d’aiuto alla sua causa…

Wall Street, New York, 1915 © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Con queste referenze, non sorprende che ancora oggi Paul Strand non sia conosciuto come merita. Un’ingiustizia a cui il Victoria and Albert Museum spera di porre rimedio con una la grande retrospettiva dedicata a questo grande fotografo americano dal titolo Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century.

Nato a New York al tramonto dell’Ottocento, Strand studia alla Ethical Culture Society  School della megalopoli americana, un istituto fondato nel 1880 con lo scopo di sviluppare negli studenti idee socialmente progressiste. In occasione di una gita scolastica che Strand visita per la prima volta la galleria d’arte 291 gestita dal grande fotografo modernista Alfred Stieglitz (1864-1946), la cui guida fa sì che Strand si avvicinasse, nel corso degli anni, allo stile grafico e modernista che lo contraddistingue. Basta guardare l’iconica Wall Street 1915 – i passanti ridotti a semplici macchie scure le cui ombre, così elegantemente delineate, completano armoniosamente le torreggianti masse dell’edificio circostante – per vedere all’opera quel Modernismo che tanta influenza avrà su un altro grand eamericano, Edward Hopper (1882-1967). Le sue immagini delle strade di New York, con la sua umanità varia ed eventuale, sono così evocative che gli si perdona il fatto di aver adottato trucchi degni di un reporter scandalistico (come l’utilizzare una lente nascosta per per scattare foto agli ignari passanti) per ottenere il suo scopo. Ma nonostante lavorasse in strada e all’aperto, Strand non si considerò mai un fotoreporter, preferendo le lunghe esposizioni e il lavoro in studio alla velocità e all’immediatezza della street photography.

Angus Peter MacIntyre, South Uist, Hebrides by Paul Strand, 1954. Victoria and Albert Museum, London © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Sebbene sia stato anche un regista cinematografico, Strand è tuttavia perlopiù noto per le sue suggestive immagini in bianco e nero, progetti immensi che lo hanno portato dalle Ebridi al New England, dalla Romania alla Francia, al Nuovo Messico e al Ghana e che raccoglie in libri fotografici. I volti tranquilli dei suoi soggetti – pastori, operai, contadini e pescatori, come il giovane Angus Peter MacIntyre, fotografato a South Uist nel 1954, emanano una luminosa dignità che emerge dall’asprezza della loro vita quotidiana. Ma Strand fotografa anche paesaggi e gli umili oggetti quotidiani – una finestra rotta, una porta aperta, briglie e finimenti per animali, una roccia e dei rami secchi – immortalandoli con tale precisione ed esattezza che per un attimo sembra quasi possibile sentire i suoni, gli odori, i profumi, i colori di quel mondo.

Sebbene non sia mai stato ufficialmente un membro del partito comunista, Strand non nascose mai le sue simpatie marxiste, circondandosi per tutta la vita di amici e collaboratori socialisti o appartenenti al Partito, cosa che non gli rese la vita facile nell’America dei primi anni Cinquanta, in preda al fervore anti-comunista istigato dal senatore repubblicano Joseph Raymond McCarthy (1908-1957). Eventualmente, stanco di essere perseguitato per le sue simpatie politiche e di essere accusato di essere una spia sovietica, nel 1949  Strand ne decide di trasferirsi in Francia, nel villaggio di Orgeval, dove visse fino alla sua morte avvenuta nel 1976.

Una delle più celebri collaborazioni di Paul Strand fu quella con il nostro Cesare Zavattini (1902-1989) che l’americano conosce nel 1949 a Perugia durante il convegno internazionale Il cinema e l’uomo moderno. Zavattini, del quale Strand condivide le simpatie comuniste, gli suggerisce per il suo prossimo progetto Luzzara, il suo paese natale, un piccolo borgo rurale in provincia di Reggio Emilia noto per l’industria casearia, i cappelli di paglia e le briglie per cavalli e per essere apertamente “Rosso”. Strand non si fa pregare e nella primavera del 1953 passa oltre cinque settimane a fotografarne gli sconcertatati abitanti (non capitava spesso di trovarsi al cospetto di un americano comunista negli anni Cinquanta) impegnati nella loro vita quotidiana .

The Family, Luzzara The Lusetti, 1953 © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Ciò che ne risulta è il magnifico libro fotografico Un Paese (Portrait of an Italian Village) (1955), con racconti dello stesso Zavattini. In copertina è The Family (1953), forse una delle immagini più emblematiche create dal fotografo americano. Si tratta dei cinque fratelli Lussetti che, a piedi nudi, posano con la madre (il padre comunista era stato picchiato a morte dai fascisti) davanti alla porta della loro casa e che Strand aveva conosciuto grazie a Zavattini. Sembrano usciti da un quadro di Piero della Francesca, o da una scena di Ladri di Biciclette: le loro espressioni calme e dignitose cariche dei taciti traumi di chi ha molto sofferto durante la Guerra e il Fascismo.

Parmesan, Luzzara 1953 Philadelphia Museum of Art © Paul Strand Archive Aperture Foundation

Per Strand la fotografia è un processo artigianale che vede ogni foto come l’unione perfetta di luce e composizione. È un processo lento, lentissimo e le sue fotografie richiedono una grande di attenzione da parte dello spettatore. Prendetevi il tempo per farvi assorbire dai volti dei suoi soggetti, perdervi nelle consistenze dei suoi paesaggi e nella magia del suo mondo.  Perché quelle di Paul Strand non sono solo fotografie, ma piccole opere d’arte attentamente costruite.

2016 © Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century

Londra// fino al 3 Luglio 2016

Victoria and Albert Museum

Vam.ac.uk/paulstrand

Botticelli reinventato al Victoria and Albert Museum di Londra

Venus Sandro Botticelli 1490s Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz Photo Volker-H. Schneider

Venus by Sandro Botticelli (1490s) Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz. Photo Volker-H. Schneider

In inglese si chiamerebbe ‘little barrel’, ma per qualche strano motivo il nome gli si addice, che c’è una certa rotonda musicalità di sapore quasi dickensiano (Little Dorrit?) che suggerisce la linea sinuosa delle sue figure. Così come il titolo Botticelli Reimagined si addice a questa mostra del V&A che esplora la riscoperta e reinvenzione di questo grande maestro del primo Rinascimento italiano.

Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo e durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Questo non gli impedì tuttavia di essere praticamente dimenticato dopo la sua morte. Fino a quando, a metà dell’Ottocento, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni che lo rispolverarono dall’oblio in cui i post-raffaelliti (scusatemi il neologismo lo mettiamo con petaloso??) lo avevano relegato. E questa, insieme alla sezione dedicate alle opere di Botticelli (quelle VERE) è la parte della mostra che mi piace di più.

Quando studiavo storia dell’arte alle superiori e all’università non avevo mai realizzato in pieno la portata dell’effetto che le dame sognanti del nostro fiorentino ebbero su intere generazioni di pittori e artisti moderni e post-moderni. Anche se (e non intendo essere blasfema…) non riesco a capacitarmi del come la sua linea grafica e arricciolata, la relativa piattezza delle sue figure e con la loro eterea bellezza possano avere ispirato tanta passione terrena, non solo nelle veneri dalle rosse criniere e labbra carnose di Rossetti e compagni, ma anche nelle generazioni successive. Basta varcare la soglia della mostra per trovarsi catapultato in un universo psicadelico abitato dalle creazioni di artisti come Andy Warhol, musicisti come Lady Gaga, stilisti come Dolce e Gabbana. Non mancano anche gli omaggi cinematografici, il più famoso dei quali appartiene al film di 007 Dr No, con Ursula Andress nei panni di Honeychile Rider (descritta nel libro di Ian Fleming come “Botticelli’s Venus seen from behind”) che esce dal mare in bikini bianco con tanto di conchiglia. Non so quanto quanti degli ammiratori di James Bond abbiano colto la referenza alla Venere pittorica degli Uffizi, ma è indubbiamente un insolito incontro tra cinema popolare e alta cultura…

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate

È solo nell’ultima sala che Botticelli ci appare in tutta la sua delicata bellezza, anche se chi si aspetta i capolavori che hanno ispirato tante opere della prima parte della mostra, resterà deluso che la Nascita di Venere e la Primavera lasciano gli Uffizi tanto spesso quanto la Monna Lisa lascia il Louvre, cioè mai (l’ultima volta pare sia stata negli anni Trenta quando un Mussolini ansioso di accrescere la sua popolarità in Gran Bretagna acconsentì al prestito). Manca anche uno dei miei preferiti, La Calunnia, così come non c’è traccia del mio adorato Valentino (non so il vero nome, così l’ho inventato…) che abita le pareti della National Gallery, anche se c’è un altro ritratto maschile quasi altrettanto bello. E comunque devo ammettere che gli eleganti ritratti di profilo della bellissima Simometta Vespucci colmano assai bene il vuoto lasciato dall’assenza di altre opere piu’ famose.

Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London

Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London

Ma da brava laureata in Lettere, i miei preferiti sono i disegni che illustrano la Divina Commedia, in particolare l’Inferno, da sempre il mio preferito dei tre libri. Realizzati attorno al 1490 per volere di Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici che affidò al nostro firentino il compito di illustrare il poema dantesco copiato su pergamena da Nicolaus Mangona, i disegni sono un’affascinante testimonianza del continuo fascino esercitato sugli artisti dell’epoca dal capolavoro di Dante.

Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 - 1495)

Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 – 1495)

Londra // Fino al 3 Luglio 2016

Botticelli Reimagined

vam.ac.uk

Disegnate gente, disegnate…

Da quando qualche settimana fa un male informato giornalista chiamato Oliver Wainwright ha pubblicato sulle pagine di quello che è di solito un quotidiano di qualità come il Guardian un articolo erroneo e mal scritto sul fatto che non si possa disegnare nelle mostre temporanee (in questo caso Undressed, la mostra sulla storia della biancheria intima) si è scatenato un vero putiferio mediatico. Un telefono senza fili che ha fatto di una mosca un elefante, tanto che pare che disegnare sia vietato ovunque nel Museo. Neanche a dirlo questa e’ una cosa assolutamente infondata, ma che ha dato la possibilità a tutti coloro che ad un certo pnto della loro vita sentono il bisognosi di indignarsi per qualcosa di irrilevante, di formare gruppi su Twitter che hanno portato ad inscenare occasionali proteste all’interno mostre ospitate dal Museo di South Kensington.

Photograph: Oliver Wainwright/Guardian

Photograph: Oliver Wainwright/Guardian

Inutile dire che nessuno dei 790 indignati che hanno commentato l’articolo del Guardian o che hanno protestato sui social media, sembra essere al corrente del fatto che non solo è possibile disegnare negli 11 km circa del Museo, ma che il suddetto museo spesso fornisce anche il materiale per farlo. Il fatto che disegnare non sia permesso all’interno delle mostre temporanee è dovuto, oltre che alle clausole del contratto di prestito delle opere d’arte da parte di altre istituzioni, anche allo sforzo di tutelare spazi come quelli in cui si svolgono le mostre, notoriamente limitati, e a mantenere fluida la circolazione evitando (per quanto possibile) il sovraffollamento. Sovraffollamento che, diciamocelo, rende l’esperienza sgradevole agli altri visitatori che hanno anche loro pagato e i cui diritti devono ugualmente essere rispettati. Va bene  che sono di parte, mi pare sensato, o no? Ma purtroppo in questo mondo di egoisti nessuno sembra ricordare la bellissima frase di Martin Luther King “La mia libertà finisce dove comincia la vostra.” A meno che non li riguardi in prima persona, ovviamente.

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

Fortunatamente non è sempre cosi e qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nelle sale dedicate all’Epoca Stuart. Stavomentalmente  ringraziando il cielo (e la mia supervisor) della mia buona fortuna che invece che nella suddetta  mostra dedicata alla biancheria intima mi ha  affidato questa parte del museo che mi piace tanto, quando una scolaresca di ragazzini delle superiori mi piomba in galleria come un’orda di Unni. Posso solo immaginare com’è stato il Sacco di Roma. Sembrano fatti in serie: pantaloni abbassati (letteralmente!) sui fianchi a mostrare l’elastico dei boxer Bench o Calvin Klein, le stesse frange lunghe a coprire gli occhi modello One Direction (o qualcuno più moderno che non conosco…), lo stesso passo strascicato delle All Star colorate. Tutti con le cuffiette dell’iPhone nelle orecchie a volume così alto che mi chiedo se non gli si nebulizzi il cervello (o forse è già successo e questo è il risultato finale). Ai miei tempi c’era il Walkman, e pesava così tanto che uno dopo ci po’ ci si rinunciava, sfinito dallo sforzo. Certamente io ci ho rinunciato, che essere trendy negli anni Ottanta era davvero troppo faticoso… 😉

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Sony Walkman. Photo by Paola Cacciari.

Seduto su una panca, uno di questi cloni sta disegnando con gusto una balaustra barocca, apparentemente ignaro del caos mediatico delle ultime settimane sulla linea di condotta riguardo certamente ancora troppo giovane per preoccuparsi di leggere articoli che contengono più di 142 caratteri come gli articoli dei giornali (anche quelli scritti male e con informazioni errate) e indignarsi. Lo guardo incantata disegnare con mano sicura mentre il resto del suo corpo si muove a tempo di musica – qualcosa di molto rumoroso e molto rock. Poi mi nota ferma ad osservarlo e togliendosi uno degli auricolari mi strilla contento: ‘That’s great! This Baroque thing rocks!’ e mi mostra contento un (eccellente, devo dire) schizzo a matita del busto di Carlo II che troneggia alle mie spalle. Mi scappa una risatina davanti all’entusiamo di questo artista in erba entusiasmato da quesllo che più che Barocco, mi pare una versione tutta sua di Barock ‘n’ roll. Ma non importa che anche questa è una dimostrazione di quanto ancora oggi il Museo continui a portare avanti la missione di Henry Cole del Principe Alberto, cioè: educare il grande pubblico all’arte e al disegno. Alla faccia di chi dice il contrario…