St Bartholomew the Great

La chiesa di St Bartholomew the Great (affettuosamente abbreviata in Great St Bart’s) è una delle più antiche chiese parrocchiali di Londra. E di queste, dopo la Riforma protestante e la dissoluzione dei monasteri, non ne sono rimaste molte. Anzi.

Situata a Smithfield, nel cuore della City di Londra, Great St Bart’s fu fondata da Rahere, cortigiano e favorito del re Enrico I. La morte della moglie del re Matilda, seguita due anni più tardi dall’annegamento del loro erede, il principe William, e altre tragedie familiari che spinsero Rahere a rinunciare alla sua professione e a compiere un pellegrinaggio a Roma. A Roma, come molti pellegrini, si ammalò. Mentre giaceva in delirio, pregò per la sua vita giurando che, se fosse sopravvissuto, avrebbe aperto un ospedale per i poveri a Londra. Le sue preghiere furono esaudite e si riprese. Mentre si dirigeva verso casa gli apparve la visione di San Bartolomeo che gli indicò il luogo nel sobborgo di Londra chiamato Smithfield dove avrebbe fondato una chiesa in suo nome. Fedele alla sua parola, Rahere istituì sia una chiesa, un priorato di canonici agostiniani, sia l’ospedale e visse abbastanza a lungo per vedere il loro completamento, servendo come priore del priorato e come maestro dell’ospedale. Morì nel 1145 e la sua tomba si trova nella chiesa.

La costruzione iniziò nel 1123 con il presbiterio normanno e l’abside della chiesa, che oggi costituiscono la parte piú grande dell’edificio ancora in piedi. La chiesa è infatti una fortunata sopravvissuta degli travolsero la storia britannica, sfuggita miracolosamente alla dissoluzione dei monasteri, al grande incendio che nel 1666 distrusse gran parte della Londra medievale, e alle bombe della seconda guerra mondiale che obliterarono la vicina area di Barbican (la cui suggestiva architettura brutalista torreggia in lontananza, dietro la chiesa), ma che risparmiarono in qualche modo gran parte dell’area di Smithfield. La sua sopravvivenza significa che è ancora una delle chiese più suggestive di Londra con una storia affascinante.

Dal 1230 furono aggiunti i transetti e una grande navata. Ma se i transetti sono ancora visibili, la maggior parte della navata della chiesa del priorato fu saccheggiata, prima di essere demolita nel 1543 in seguito alla dissoluzione dei monasteri. Il fatto che la chiesa nel frattempo fosse stata trasformata in chiesa parrocchiale per il territorio, non bastò a salvare la grande navata fu demolita e a lasciare che i transetti cadessero in rovina. L’estremità sud della navata fu venduta per essere edificata, o essere utilizzata come sepolcreto. L’attuale torre fu aggiunta nel 1638 tra il transetto nord e l’unica campata rimasta della grande navata come ingresso più grandioso all’edificio.

St Bartholomew the Great, London. 2021 Photo by Paola Cacciari

Il Priorato fu sciolto nel 1539 e la navata della Chiesa fu demolita. Gli edifici monastici furono lasciati in gran parte intatti e il coro e il santuario dei Canonici furono conservati per uso parrocchiale. Sotto la regina Mary I (la “sanguinaria”), l’edificio fu brevemente adibito a dimora per i frati domenicani, prima che tornasse ad essere una chiesa parrocchiale sotto la regina Elisabeth I.

La chiesa fu restaurata più volte durante l’era vittoriana, prima nel 1860 e poi nel 1886, dall’architetto Aston Web (che avrebbe poi progettato l’iconica ma noiosa facciata di Buckingham Palace nel 1913, e l’altrettanto iconica e decisamente più bella facciata del Victoria and Albert Museum). Entrambi i restauri erano relatività in sintonia con la chiesa, a differenza di molti altri avvenuti in città nello stesso periodo. All’interno, l’esito più evidente dei lavori è stato il restauro dell’abside che era stata sezionata con una parete piana in qualche punto probabilmente nel XVII o XVIII secolo. Il muro è stato rimosso e la curva originale è stata ripristinata. The Lady Chapel, la cappella della Madonna all’estremità orientale, sopravvissuta al tempo e alle demolizioni fu utilizzata per scopi commerciali e trasformata in una tipografia, e fu proprio lì che l’americano Benjamin Franklin lavorò per un anno come tipografo durante la sua permanenza a Londra tra il 1750 e la metà del 1770,. Il transetto nord, invece era impiegato come come fucina di un fabbro.

St Bartholomew the Great è una chiesa attiva e funzionante, ma uno ha la sensazione che qui ci sia spazio per tutti, cattolici, anglicani, protestanti e coloro senza un particolare credo religioso, che la sua magnifica architettura e il senso della storia che vi si respira sono aperti a tutti.

2021 by Paola Cacciari

Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023

Una nuova arena di 3000 metri quadrati per il Colosseo: sarà completamente reversibile a copertura degli spazi ipogei. Saranno scelte procedure altamente tecnologiche finalizzate all’eco sostenibilità a lungo termine. Franceschini: “Organizzeremo il G20 Cultura dallo spicchio esistente ora dell’arena del Colosseo” L’articolo Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023 proviene da Uozzart.

Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023

La piccola Venezia di Paddington

Oggi sono stata a Venezia. Ok, non proprio ma in una bella giornata di sole come oggi la piccola oasi di verde di Little Venice ha comunque il suo fascino. Stretta tra Maida Vale e Westmister, nella parte Nord della Capitale a due passi dalla frenetica stazione di Paddington, Little Venice si trova alla convergenza delle tre vie navigabili che attraversano Londra: il Grand Union Canal, il Regent’s Canal e il Paddington Basin.

Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari
Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari

Fu Lord Byron ad uscirsene con il nome Little Venice, paragonando questa parte di Londra che si trova all’incrocio tra il Regent’s Canal e il Grand Union Canal, a Venezia. Altri invece sostengono che fu il poeta Robert Browning (che tra il 1862 e il 1887 visse a Beauchamp Lodge, 19 Warwick Crescent) ad inventarlo, e dato che la pittoresca laguna triangolare formata dall’incontro dei tre canali e su cui si affacciano magnifici palazzi in stucco bianco in stile Regency, si chiama Browning’s pool , le probabilità sembrano pendere verso quest’ultimo. Indipendentemente da chi fu l’autore del nome, l’area era inizialmente conosciuta semplicemente come la Venezia di Londra: l’aggettivo il “Piccola” fu un’aggiunta successiva, con buona pace dei due poeti.

Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari
Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari

Poco distante, al numero 2 Warrington Crescente, una blue plaque indica la casa in cui naque Alan Turing (1912-1954), il matematico inglese impersonato da Benedict Cumberbatch nello splendido The Imitation Game che, durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò a Bletchley Park, il principale centro di crittoanalisi britannico e trovò il modo di decodificare i codici tedeschi creati dalla macchina crittografica Enigma. Nel 1952 fu arrestato e condannato per omosessualità, e costretto a scegliere tra il carcere o la castrazione chimica. Turing scelse la seconda, ma la depressione seguita al trattamento e l’umiliazione subita, lo spinsero al suicido che il 7 giugno 1954.

Inaugurato nel 1801, il Paddington Basin è il capolinea del braccio di Paddington del Grand Junction Canal. La scelta cadde su Paddington per via della sua posizione sulla New Road, la strada che portava ad Est, ottima per il trasporto delle merci. All’epoca del suo massimo splendore, il bacino era un importante nodo di trasbordo per le merci arrivate via fiume. Anche se lo sviluppo del bacino è spesso considerato come parte di Little Venice, il stile architettonico non potrebbe essere più lontano dal resto della zona..

Rolling Bridge di Thomas Heatherwick, Paddingron Basin. London, 2021 © Paola Cacciari

L’atmosfera moderna della sua architetura distingue il Paddington Basin dal resto della zona. Qui si trova anche il Rolling Bridge, un tipo di ponte mobile curling progettato da Thomas Heatherwick, il prodigio del design britannico diventato famoso anche fra i non addetti al lavori per aver progettato il Calderone per la fiamma olimpica nel 2012 e i nuovi autobus Routemasters voluti da Boris Johnson, quando era ancora sindaco di Londra nel 2010. Il ponte, completato nel 2004 come parte del progetto di risanamento e kmodernizzazione dell’are, il ponte si arriccia in un ottagono ed è programmato per srotolarsi sul canale ogni mercoledì e venerdì a mezzogiorno e ogni sabato alle 14:00.

Little Venice. Paddington Basin. London 2021 © Paola Cacciari

In un giorno di sole come oggi è davvero piacevole passeggiare lungo il canale, con le vecchie barche ristrutturate adibite a case galleggianti, a caffè, a ristoranti, una è stata persino trasformata in un teatrino delle marionette, il Puppet Theatre Barge. Serve anche come capolinea per varie compagnie di barche sul canale e ospita l’annuale IWA Canalway Cavalcade, che si svolge dal 1983. Da qui un servizio regolare di vaporetto porta da Little Venice a Regent Park, e a Camden Town, fermando allo Zoo di Londra. E questo mi da l’idea per un’altra mini–avventura post Covid…

2021 © Paola Cacciari

Breve storia della Reggenza

Nel 1811 re Giorgio III, colpito da un attacco di porfiria, fu dichiarato non idoneo a governare. Non era la prima volta che questa malattia lo colpiva, ma il re si era sempre ripreso. Tuttavia alla fine del 1810, le condizioni psichiche di Giorgio III peggiorarono irrimediabilmente e il re fu dichiarato pazzo. Ma questa volta il Parlamento era pronto e con il Regency Act il Principe George Augustus Frederick diventò reggente al posto del padre. Sfortunatamente il Re non si riprese mai più, e alla sua morte nel 1820 il principe reggente divenne a sua volta re con il nome di Giorgio IV, ponendo ufficialmente termine alla Reggenza, anche se questo periodo finisce davvero solo con la morte di Giorgio IV nel 1830.

Thomas Lawrence – Scanned from the book The National Portrait Gallery History of the Kings and Queens of England by David Williamson

Ma di fatto si può dire che la Reggenza sia iniziata molto prima, addirittura nel 1789 con la presa della Bastiglia. Il fatto che il popolo di Parigi, stanco degli sprechi e dei soprusi monarchici, avesse potuto assalire quel simbolo del potere assoluto, elettrizza l’intera Europa del XIX secolo e le ripercussioni furono immense. Il messaggio dei rivoluzionari, che l’ordine prestabilito poteva essere ribaltato, innescò ovunque un dibattito sul ruolo dell’individuo nella società che getterà i semi del mondo moderno. 

A differenza di altri stati europei, che vivono disordini e agitazioni politiche ispirate da quanto avvenuto in Francia, l’Inghilterra fu risparmiata da una rivoluzione violenta. Ma neanche la Gran Bretagna è immune dall’ondata di cambiamenti sociali, politici ed economici provenienti da oltre la Manica. Gli ideali di uguaglianza e progresso promossi dalla rivoluzione francese ispirarono i riformatori inglesi, nello stesso modo in cui i controrivoluzionari terrorizzarono la monarchia e le classi di proprietari terrieri. L’arrivo in Inghilterra poi di un gran numero di nobili francesi fuggiti alla violenza del nuovo regime, e le guerre napoleoniche che impegnano l’Inghilterra (e il resto dell’Europa) tra il 1803 e il 1815, fecero il resto. La diffusione della cultura francese nella società britannica dell’epoca influenzò settori come la lingua, l’arredamento, la moda femminile, e persino la cucina.

Washstand (athénienne or lavabo); 1800–1814. New York, Metropolitan Museum of Art

L’Inghilterra della Reggenza è un mondo in bilico tra due secoli, stretto tra l’eleganza del diciottesimo secolo e il claustrofobico moralismo dell’età vittoriana, dominato dall’esuberante figura del Principe reggente e dal suo seguito di dandy libertini più impegnati a gozzovigliare e a giocare d’azzardo che a governare il paese, in cui i ricchi vivono nello splendore e i poveri muoiono nello squallore. E in cui il crescente benessere portato dalla rivoluzione industriale, contrasta amaramente con il degrado sociale portato alla classe operaia da quella stessa meccanizzazione che aveva tanto migliorato il reddito e lo stile della piccola e media borghesia.

Una classe nuova, fatta di ricchi agricoltori, mercanti, banchieri e avvocati con aspirazioni sociali come quello descritto da Jane Austen nei suoi romanzi (pubblicati tra il 1811 e il 1817, in piena Reggenza), che si fanno largo a gomitate in un mondo in cui fino ad allora erano esclusi, sotto gli occhi sdegnati della grande aristocrazia terriera. Un mondo dominato dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove un buon matrimonio può assicurare, se non la felicità, almeno denaro e un posto in società. Cosa ben nota alle donne, il cui destino resta comunque legato al matrimonio e ai figli, e il cui futuro in società, occupazioni e amicizie dipendevano esclusivamente dalla loro capacità di trovare un marito.

James Gillray Caricature of George IV as the Prince of Wales A Voluptuary under the Horrors of Digestion (1792)

In inghilterra quelli tra il 1760 e il 1820-40 sono anni di incredibile avanzamento tecnico e scientifico, che vedono lo sviluppo della macchina a vapore e il suo utilizzo nell’industria tessile e nei trasporti. Si costruiscono nuove strade, una rete di canali e corsi d’acqua e la ferrovia, nasce il telegrafo e si introduce l’illuminazione a gas nelle strade. Viaggiare diventa più facile, e non solo per le materie prime destinate alle industrie e al commenrcio, ma anche per le persone e per le idee. Il mondo diventa più piccolo ma gli orizzonti si allargano.

Industrializzazione e urbanizzazione vanno di pari passo e questa nuova classe mercantile e borghese arricchitasi con il commercio o la libera professione, ha tempo e denaro per una serie di attività prima impensabili. Si dedicano alle corse dei cavalli, al giardinaggio, alla danza e fanno shopping nei negozi esclusivi aperti in strade eleganti come lo Strand e Piccadilly, o in eleganti gallerie commerciali, come Burlington Arcade a Londra. Bevono te e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera, visitano musei e gallerie (la Dulwich Picture Gallery, il British Museum e la National Gallery di Londra, il Fitzwillam Museum di Cambridge e l’Ashmolean Museum di Oxford aprono tutti in questo periodo) e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells diventano accessisibili. Concetti come hobby e turismo nascono in questo periodo. Con il consumismo, nasce l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche, la cui determinazione a spendere denaro era un segno di status sociale – e quella del ceto medio di emularli – crea l’ambiente ideale in cui artisti, architetti, artigiani e progettisti possono prosperare.

John Nash, Regent’s Crescent. Photo Courtesy of Regents Crescent

Con l’avvento della borghesia, i grandi quadri a soggetto storico prediletti  dall’aristocrazia diventano all’improvviso obsoleti in soggetto e dimensioni. Il ceto medio richiede soggetti quotidiani, ritratti e paesaggi come quelli dipinti da John Costable e J.W.M. Turner, dalle dimensioni più piccole per le nuove case a schiera che cominciano a sorgere numerose nelle zone alla moda di Londra, nelle città termali e sulla costa. Questa è un’epoca d’oro per l’urbanistica. Lo splendore barocco del secolo precedente lascia il posto al classicismo palladiano, reinterpretato da una nuova generazione di architetti come Robert Adam, John Soane e John Nash, il creatore di Regent Park, Regent Crescent e Regent Street, la cui formula di facciate a schiera diverrà popolarissima in città alla moda come Brighton e Cheltenham e Bath.

È in questo periodo che la lettura di romanzi diventa una delle principali forme di intrattenimento per le classi medie. Romanzi gotici e sentimentali, racconti esotici ambientati nel lontano oriente con ambientazioni improbabili e trame goffe sono fagocitati con entusiasmo da un pubblico, che grande ai progressi dell’alfabetizzazione diventa sempre più largo e in cerca di evasione e intrattenimento. E se il prezzo dei libri era ancora proibitivo per molti, le biblioteche circolanti e i vari club di lettura permettevano una larga diffusione di libri e giornali, e con essi di nuove idee in strati diversi della società mai prima raggiunti.

James Gillray Short-bodied gowns, a Neo-Classical trend in women’s clothing styles (1794)

Anche la satira è un fenomeno della Reggenza e le caricature politiche e sociali di James Gillray e di Thomas Rowlandson non risparmiano nessuno, nemmeno lo stesso Reggente burlandosi tanto della classe politica che degli eccessi della moda dell’epoca importata dalla francia, spesso così stravagante e pretenziosa da rasentare l’assurdità.

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici, Giorgio IV, trascorse gran parte del suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spense la sua passione per tutto ciò che è  francese, soprattutto per il cibo cucinatogli dai cuochi francesi al suo servizio. C’è un lato positivo in tutte le cose.

2021© Paola Pacciari

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Una nuova guida per Bologna, un viaggio tra storia e cultura

Bologna: città d’arte e di cultura, affascina ed attrae visitatori da tutto il mondo per le sue bellezze storiche e artistiche. Da sempre turisti e studenti si aggirano per le strade del centro storico, tra i caratteristici portici e scorci suggestivi, forse spesso ignari della storia in cui sono immersi. Bologna è una città così […]

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Premio Italiano di Architettura 2020, riconoscimento alla carriera per Renzo Piano – Fotogallery

E’ Renzo Piano il vincitore del Premio alla carriera, assegnato nell’ambito del Premio Italiano di Architettura 2020, indetto dal MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo e da Triennale Milano, con il patrocinio del MiBACT. Ecco dieci dei suoi progetti più belli al mondo… Continue reading Premio Italiano di Architettura 2020, riconoscimento alla carriera…

Premio Italiano di Architettura 2020, riconoscimento alla carriera per Renzo Piano – Fotogallery

Bologna in Russia

Viale Fioravanti a Bologna non andrebbe molto lontano in un concorso di bellezza sulle vie della città. Nel quartiere Navile, al Nord della linea ferroviaria, un tempo era una delle aree più produttive della città, sede del mercato ortofrutticolo, ma da tempo caduta in disgrazia e abbandonata alla microcriminalita’, nonostante i vari tentativi di riconversione e riqualificazione urbana operati dal Comune.
Nella mia mente, viale Fioravanti sarebbe sempre stato associato al Centro Sociale indipendente LINK (acronimo di L’Isola nel Kantiere o LINK Project), in cui andavo a sentire musica tecno e a bere birra durante i miei giorni universitari, e ai bellissimi murales che l’artista di strada Blu aveva dipinto sui uri esterni della struttura.
Non ho mai pensato al nome della strada o al personaggio che le aveva dato il nome – che un nome ce l’aveva, Aristotele Fioravanti. Ma non mi sono mai preoccupata di sapere chi fosse. Fino a due giorni fa, quando su Amazon Prime mi sono imbattuta su una serie televisiva russa sulla storia della Principessa Sofia Paleologa.

Ora, direte voi, che centrano una serie TV russa e una principessa bizantina con una strada di Bologna? Centrano, centrano. Abbiate pazienza. Che se non fossi stata bloccata dal COVID-19 e non avessi ceduto alle lusinghe della sottoscrizioni su internet, non sarei mai venuta a conoscenza di questo singolare scambio interculturale tra la Russia e la mia Bologna avvenuto nella seconda meta’ del XV secolo.

Nato a Bologna nel 1415 (motivo per cui gli è stata dedicata una strada in primo luogo…) Ridolfo “Aristotele” Fioravanti era un architetto e medaglista, ma soprattutto fu un brillante ingegnere militare, civile e idraulico.  E proprio a Bologna Aristotele realizzò importanti opere architettoniche in cui utilizzò innovazioni tecniche, ponteggi e macchinari per la ricostruzione delle torri delle famiglie nobili della città, cosa per cui divenne celebre. Riuscì persino a sposta di oltre 13 metri e senza danneggiarla, la torre di Santa Maria della Magione (alta 24 metri) con un sistema di cilindri – un vero prodigio della meccanica, avvenuto nel 1455 tra lo stupore dei bolognesi. Semre a Bologna, Fioravanti realizzò anche il progetto della nuova facciata del Palazzo del Podestà, che chiude con la sua grazia rinascimentale la gotica Piazza Maggiore – anche se l’edificio fu terminato solo nel periodo 1484-1494 da Giovanni II Bentivoglio.

Ma il nostro Fioravanti bolognese non si fermava mai e gli anni tra il 1458 e il 1467 lo vedono prima a Firenze al servizio di Cosimo de’ Medici, poi a Milano; nel 1467 Mattia Corvino, re d’Ungheria chiese il suo intervento per costruire ponti e castelli per arginare l’avanzata dei Turchi.

La sua fama di ingegnere arrivò anche in Russia dove la nipote dell’ultimo imperatore bizantino Costantino XI Paleologo, Zoe Paleologa (1455-1503), aveva sposato Ivan III di Russia ed era diventata la Gran Duchessa e principessa di Mosca con il nome ortodosso di Sofia.

Sofia era una donna straordinaria. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi Ottomani nel 1453, in cui morì l’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, il padre di Zoe Tommaso Paleologo (il fratello minore del defunto Costantino XI) fuggì a Roma. Qui, il 7 marzo 1461, fece il suo ingresso trionfale come legittimo erede dell’Impero Bizantino1.  Alla morte del padre Tommsaso, Zoe fu adottata dal Papa e crebbe alla corte di Sisto IV, la sua educazione affidata alle cure del cardinale e umanista greco Basilio Bessarione.

Probabilmente fu proprio di Bessarione l’idea di proporre Zoe come sposa per sovrano russo Ivan III, probabilmente con la speranza di rafforzare l’influenza della Chiesa cattolica in Russia, o di unire cattolici e ortodossi come era stato stabilito nel Concilio di Firenze. Qualunque fosse il vero motivo del Papa per il matrimonio, il progetto fu un fallimento per Roma, visto che appena arrivata Sofia ritornò immediatamente alla fede Ortodossa dei suoi antenati. Ivan III, dal canto suo, interessato allo status e ai diritti derivatigli da un’unione con la principessa di Costantinopoli, fu più fortunato.

Il matrimonio fu celebrato per procura a nella Basilica di San Pietro a Roma nel giugno 1472 e in Novembre Sofia arrivò finalmente a Mosca.
Inutile dire che la presenza di questa greca cresciuta nell’Italia umanista colta e dal carattere forte, fu una delle principali fonti di tensione alla corte di Ivan III, secondo cui il Gran Principe si lasciava troppo influenzare dai suggerimenti della moglie. Certo, se fu lei a suggerire allo Zar l’introduzione al alla sua core dello splendore e della meticolosa etichetta delle cerimonie bizantine (che se Mosca doveva diventare la Terza Roma bisognava darsi da fare) lui accettò il suggerimento di buon grado…

La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti
La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti

Comunque. Probabilmente fu grazie all’insistenza di Sofia che Ivan III di Russia chiamò Aristotele Fioravanti, allora impiegato presso il Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, per affidargli la ricostruzione da zero della cattedrale della cattedrale della Dormizione, che era stata distrutta da un terremoto, un evento estremamente raro a Mosca, nel 1474. Qui tra il 1475 e il 1479 Fioravanti diresse la costruzione della nuova cattedrale. Ispirata alla preesistente cattedrale della Dormizione di Vladimir per la costruzione, Fioravanti tuttavia progettò un edificio luminoso e spazioso in cui i retaggi rinascimentali si fondevano alla tradizione russa.
Da eccellente ingegnere qual’era, il bolognese utilizzò per la costruzione una tecnica ultramoderna simile al cemento armato che inglobava uno scheletro di ferro entro la costruzione stessa.

Per anni Fioravanti servì fedelmente Ivan III e più volte chiese il permesso di poter tornare in patria, facendo intervenire anche il Governo di Bologna, ma lo zar Ivan III fu irremovibile e negò l’assenso ad ogni sua istanza. Fioravanti morì a Mosca nel 1486 circa, senza mai rivedere Bologna.
Non guarderò mai più né viale Fioravanti né il Palazzo del Podestà come prima…

2020 ©Paola Cacciari

Dialogo della natura e di Dale Chihuly: a Kew Gardens

Perfino chi come me conosce bene il lavoro dell’americano Dale Chihuly, che il museo in cui lavoro possiede – oltre  numerosi suoi pezzi, anche un grande lampadario che pende come una spada di Damocle sopra i colleghi dell’Information Desk,  puo’ trovare questa retrospettiva decisamente sorprendente.  Le straordinarie sculture di vetro di Dale Chihuly trovano la loro naturale controparte  nel mondo incantato dei Royal Kew Gardens, il meraviglioso orto botanico di Londra.

E in questa splendida giornata di fine ottobre, aria frizzante e cielo azzuro, mi sono goduta una meritata passeggiata per i giardini vestiti d’autunno ammirando le sgargianti Reflections on Nature uscite dall’immaginazione dell’altrettanto straordinario Dale Chihuly. 😊😎😍 

Kew Gardens Chihuli (16)
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari

Kew Gardens Chihuli (4)
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari

Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari

Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 27 Ottobre 2019

Chihuly: Reflections on Nature @ Kew Gardens.

2019 ©Paola Cacciari

Isokon Gallery: il Modernismo a Londra

Per un attimo alla fine degli anni Trenta il quartiere di Hampstead al Nord di Londra, diventa il centro sociale e creativo del nord di Londra. Qui, a pochi passi dalla casa dell’archiettto modernista Ernö Goldfinger, immerso nel verde bucolico e semi-nascosto tra le eleganti case georgiane, l’Isokon Building è una vera e propria chicca della Londra Modernista.

Chiamato originariamente Lawn Road Flats, e poi ribattezzato Isokon dal nome dallo studio di design fondato nel 1929 da Jack e Molly Pritchard e dall’architetto Wells Coates, l’edificio era decisamente all’avanguardia se non addirittura in anticipo sui tempi quando fu inaugurato nel 1934. L’intento era quello di progettare un condominio – e i suoi interni – basandoli sul principio della vita urbana comunale e a prezzi accessibili (un sacrilegio visto che ultimamente uno degli appartamenti è stato venduto per £950,000 sterline). Per la prima volta infatti il cemento armato fu utilizzato nell’architettura domestica britannica cosa che, di conseguenza, attrasse una colorata varietà di artisti solidali con la causa modernista.

I suoi 32 appartamenti (completi di alloggi per la servitù) hanno ospitato una serie di famosi scrittori, artisti e architetti. Il pittore e scultore Henry Moore, il romanziere Nicholas Monsarrat e gli esiliati del Bauhaus Walter Gropius, László Moholy-Nagy e Marcel Breuer erano solo alcune delle élite culturali che si rifugiarono nelle sue mura, e spia sovietica Arnold Deutsch.

Pritchard e sua moglie, Molly, vivevano nell’attico, che è oggi sede di un altro imprenditore – uno con una passione simile per l’architettura e il buon design – Magnus Englund, l’amministratore delegato dei negozi di mobili Skandium, illuminazione e accessori per la casa.

L’Isokon è un corpo assolutamente estraneo alla monotonia residenziale di Belsize Park. Agatha Christie, che abitò in uno dei trenta mini-appartamenti dal 1941 al 1947 con il marito Max Mallowan, paragonò l’edificio ad un «transatlantico», certamente per il bianco abbagliante del suo cemento bianco e per la suggestione delle rampe della scala esterna che portano al terrazzo sul tetto piatto. Qui nel 1941 scrisse Quinta Colonna (in inglese “N or M?”) la sua unica spy-story. E non a caso, che questo edificio sembrava molto popolare con le spie russe tanto che l’impressionante conoscenza dei segreti del mestiere di spia e dell’attività della Quinta Colonna nella Gran Bretagna in tempo di guerra mostrata dalla scrittrice attirarono su di lei le attenzioni  dell’MI5, l’agenzia britannica di intelligence che per qualche tempo indagò su di lei.

Oltre alla Christie, celebri inquilini dell’Isokon furono Walter Gropius e Marcel Breuer, esuli del Bauhaus della Germania nazista rifugiatisi in Inghilterra dopo l’esperienza della scuola d’arte tedesca – a cui cui l’edificio, terminato nel 1934, è ispirato.  Molti pezzi del mobilio dell’Isokon furono progettati dagli stessi Gropius e Breuer – quest’ultimo autore  dell’iconica Isokon Long Chair (1935), insieme all’Isokon Penguin Donkey di Egon Riss (1935), furono entrambi venduti da Heal’s) che vissero nel palazzo prima di trasferirsi in America.

Fin dai suoi primi giorni straordinari, l’Isokon ha vissuto fortune alterne. Nel dopoguerra, in seguito ai cambiamenti nel proprietari e ad una manutenzione inadeguata, l’edificio è caduto in rovina ed eventualmente divenne inabitabile. Ristrutturato nel 2003, l’edificio è stato dichiarato monumento nazionale, il suo valore è ancora una volta chiaro. Persino le pareti interne, rivestite di pannelli di betulla impiallacciato originali e pavimenti in legno della attico sono stati restaurati. Il garage alla parte anteriore oggi sede della Galleria Isokon, dedicata alla storia unica dell’edificio.

2019 ©Paola Cacciari

The Isokon Gallery,

Lawn Road, Hampstead, London NW3 2XD

isokongallery.co.uk

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Swinging London: basta la parola per evocare  capelli gonfi, abiti colorati, tappeti di pelliccia e i Beatles sul passaggio pedonale di Abbey Road. La nuova mostra del Fashion and Textile Museum, tuttavia, offre una storia diversa del termine.

Gli anni Sessanta sono gli anni del cosiddetto “Youth Quake”, il cosiddetto “terremoto giovanile”, che scuote alle basi la società del dopo guerra con tutta la potenza dell’insoddisfazione cresciuta tra i giovani, gettando così le basi del modo di vivere che conosciamo.

Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Una cultura proto-pop si era inizialmente evoluta nei primi anni del dopoguerra in un gruppo di giovani architetti, designer, artisti, musicisti e dilettanti radicali che vivevano e lavoravano principalmente nei dintorni di Chelsea, una zona bohémien un po’ sbiadita di Londra. Tra i personaggi di questo “Chelsea Set”, come era diventato noto il gruppo, erano anche due nomi destinati a cambiare il cosro della storia del costume britannico: Terence Conran e Mary Quant.

Incentrata sulle figure della stilista Mary Quant e su Terence Conran, il fondatore dell’iconico negozio di design Habitat, la mostra accende i riflettori non solo sulla moda, ma anche sulla vita domestica dal 1952 al 1977, mostrando come piatti e posate e mobili per la casa sono cambiati tanto quanto gli orli della gonne.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Legati da una stretta amicizia che coinvolgeva anche il di lei marito Alexander Plunkett-Greene, e dal desiderio di creare un design di qualità accessibile alle masse, Terence Conran e Mary Quant, iniziano una straordinaria collaborazione, con Conran che progetta l’interno della boutique della Quant a Londra nel 1955, e lei che a sua volta disegna le divise dello staff quando Conran decide di aprire il primo negozio Habitat nel 1964.

Questa rivoluzione, in parte dovuta a nuove necessità economiche date dall’avvento della produzione di massa, grazie a cui gli articoli eleganti per la casa e abbigliamento erano diventati ampiamente disponibili e di conseguenza più accessibili a tutti. Affermando che lo snobismo era fuori moda e che nei suoi negozi duchesse e dattilografe sgomitavano le une con le altre per comprare lo stesso vestito, Quant diventa l’evangelista di questo nuovo modo di vita.

Iconic londoner: Michael Caine. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Ciò che sorprende è come queste minigonne e calze colorate siano allo stesso tempo radicali ed eccentriche, anche se forse gli “hotpants” non sono stati proprio l’invenzione ideale per chi non disponeva di gambe chilometriche. Ma le sue tunichette, i grembiulini e gli abiti di maglia erano pratici e facili da indossare e  liberavano il corpo femminile dalle gonne a ruota e dal vitino a vespa degli anni Cinquanta, e dal New Look di Dior. E comunque il mostrare le gambe era una grande liberazione.

Certo, pentole e minigonne non sono forse le prime cose che vengono in mente quanto si pensa alla Swinging London, ma sono probabilmente quelle più vicine ai ricordi di chi, come mia suocera, gli anni Sessanta britannici li ha vissuti – a meno che uno non si chiami Mick Jagger o Marianne Faithfull.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Accanto ai primi progetti come la Cone Chair di Conran e l’iconico Banana Split Dress della Quant, la mostra include anche rari esempi di designer, artisti e intellettuali d’avanguardia che hanno lavorato al loro fianco, come lo scultore Eduardo Paolozzi ei designers Bernard e Laura Ashley e l’altrettanto rivoluzionario ricettario di Elizabeth David, dal titolo A Book of Mediterranean Food. Il libro, scritto e pubblicato nel 1950 in epoca di razionamento alimentare (che in Inghilterra dura fino al 1954) quando la dieta nazionale era dominata da pane e polpette di riso, cipolle, carote e carne in scatola, è la sfida di una donna alla tristezza dell’austerità britannica del dopoguerra.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Certo, paragonati a  certi indumenti dei nostri giorni, gli abiti esposti sembrano tutto tranne che scioccanti, ma sono centamente portabili (farei carte false per una delle tunichette in jersey di lana colorata di Mary Quant) soprattutto i coloratissimi impermeabili in PVC, vista questa questa pazza estate britannica…

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Fashion and Textile Museum