Marie Antoinette: Girls want to have fun

Non ho mai avuto molta simpatia per Maria Antonietta (1755-1793): frivola, superficiale, manipolatrice e spendacciona, passava il suo tempo a giocare a fare la pastorella a Versailles invece di preoccuparsi della sorte del suo popolo. Non era forse la sua la famigerata frase“Se non hanno pane, che mangino brioches!”  riferita al popolo affamato? E se poi, nell’ottobre del 1789, una folla armata aveva marciato su Versailles per chiedere pane al re. In fondo era colpa sua, ho sempre pensato. Almeno fino a qualche settimana fa quando, tornata al museo dopo mesi di chiusura forzata causa covid, mi sono trovata a spartire le sale dell’Europa settecentesca proprio con lei, con la disgraziata Regina. E per la prima volta mi sono fermata a guardarla. A guardala DAVVERO, dico.

E questa è stata una vera sorpresa: che sebbene questa citazione sia tradizionalmente attribuita a Marie Antoinette (l’ho sentita per la prima volta alle scuole elementari), in realtà la frase è di Jean-Jacques Rousseau che la scrive nelle Confessioni, in riferimento ad un evento del 1741, quando Maria Antonietta non era neppure nata. In tutti questi anni l’idea di verificarne la provenienza non mi aveva neppure sfiorata, che se lo dicevano i libri di storia, doveva essere vero. Ma la storia, si sa è scritta dai vincitori. E i vincitori, soprattutto in passato, sono sempre stati gli uomini. Mi sono fatta la nota mentale di non mai perdere l’abitudine di mettere in discussione le cose, soprattutto quelle radicate.

Marie Antoinette, Queen of France. London, Victoria and Albert Museum

In questo ritratto di François-Hubert Drouais, Marie-Antoinette ha 17 anni e da tre era già la moglie infelice e annoiata del Delfino di Francia, il futuro Luigi XVI. Regina o no, un’adolescente resta un’adolescente. Sposata a quattordici anni ad un tizio che non aveva neppure mai incontrato e che non voleva una moglie austriaca, costretta a lasciare la famiglia, il Paese e persino il suo cane, per essere catapultata nel formalissimo mondo della monarchia francese, in cui persino il togliersi una forcina dai capelli è strettamente regolato dall’etichetta, non sorprende che la povera Marie-Antoinette abbia finito con il darsi alle feste, ai pettegolezzi e allo shopping per non morire di frustrazione e di noia! 😬 🙄  Il delfino Luigi poi, raramente dormiva con lei, e il matrimonio non sarà consumato per anni. E naturalmente, in quanto donna, tutti gli occhi sono puntati su di lei e sul suo al ciclo mestruale, la cui apparizione ogni mese costituiva la prova della sua  incapacita’ di moglie di suscitare passione nel marito, di restare incinta e di produrre, insieme ad un erede al trono, una solida alleanza franco-austriaca. Cosa che l’imperatrice sua madre, Maria Teresa d’Austria, non sembra perdere occasione di farle notare.

Trovo difficile difficile abituarmi all’idea che all’epoca Marie Antoinette aveva soli diciassette anni. Mi chiedo io, quanti adolescenti che non si chiamino Greta Thunberg sono più interessati (davvero interessati, dico al punto da lasciare tutto) alla politica mondiale che quello che faranno nel fine settimana. Io alla quell’età certamente interessata alla politica non lo ero. Marie Antoinettena ragazzina travestita da Regina, ad una perenne festa in maschera, oblivia del resto, di quello che avveniva fuori dalle mura di Versailles, la fame, la furia del popolo. Le maldicenze dell’antica nobiltà di corte, offesa dal comportamento infantile e dalla mancanza di rispetto della Regina per l’anzianità e il rango, faranno poi il resto.

Guardo il ritratto di quella ragazzina sola e isolata a cui la vita aveva dato tutto, tranne uno scopo e mi viene da pensare che la povera Marie Antoinette ha avuto la grossa sfortuna di essere una teenager al momento sbagliato. Se fosse nata qualche secolo dopo si sarebbe stata l’anima della festa.

2020 ©Paola Cacciari

Lucian Freud allo specchio: gli autoritratti @ Royal Academy

Affascinante e inquietanate: la pittura di Lucian Freud (1922-2011) mi attira e allo stesso tempo mi fa stare male. La trovo affascinante per il tempo e la cura meticolosa che Freud impiega nel riprodurre ogni vena, ogni neo, ogni ruga del viso, ogni piega della pelle, ma inquietante per la crudele onestà con cui rende il corpo mano, anche quello giovane e bello della mia (allora) collega Ria.

Ero curiosa di vedere se sarebbe stato altrettanto spietato anche verso se stesso. Ho visto alcuni dei suoi autoritratti e sapevo che quello sarebbe stato il caso. Ma trovarsi faccia a faccia con quella sua spietata oggettività rivolta verso se stesso mi ha lasciato ugualmente a bocca aperta.

Freud disse una volta che “non tutti vogliono essere così onesti con se stessi” e questa è la vera crudeltà della sua opera e il grande pregio di questa mostra della National Portrait Gallery.

Lucien Freud Sel Portrait 1985. Private collection. On loan to the Irish Museum of Modern Art, IMMA Collection Freud Project 2016-2021 © The Lucian Freud Archive Bridgeman Images.
Lucien Freud Sel Portrait 1985. Private collection. On loan to the Irish Museum of Modern Art, IMMA Collection Freud Project 2016-2021 © The Lucian Freud Archive Bridgeman Images.

Con la brutale lente d’ingrandimento del suo spietato realismo volta verso sé stesso, Freud ci costringe ad ammette che ha ragione lui e che non tutti vogliono o possono essere così onesti nell’esaminare la loro fragile umanità, che per alcuni ciò che vedrebbero se si guardassero allo specchio, se davvero si guardassero, non sarebbe accettabile. Lui invece dipinge proprio la verità che non tutti vogliono vedere, e forse proprio questa è la cosa che rende la sua arte così incredibilmente bella.

2019©Paola Cacciari

Londra//fino al 26 Gennaio 2020

Lucian Freud: The Self-portraits

 

 

I ritratti di Gauguin alla National Gallery

Chiunque sia vagamente familiare con la vita di Pablo Picasso sa che lo spagnolo era il prototipo di qualcuno che riesce allo tesso tempo ad essere un artista geniale ed un infimo essere umano – Picasso amava le donne, le amava e le consumava con avidità, e poi le abbandonava con crudele noncuranza quando appariva all’orizzonte un’opzione migliore. Certamente io lo pensavo che non avesse rivali in materia.

Ebbene mi sono dovuta ricredere, che su podio, almeno sul mio podio personale, c’è Paul Gauguin (Parigi, 1848 – Atuana Hiva Oa, 1903).

Christ in the Garden of Olives, 1889. Photograph Paul GauguinNorton Museum of Art
Christ in the Garden of Olives, 1889. Photograph Paul GauguinNorton Museum of Art

Chi più chi meno, tutti conoscono la storia di Paul Gauguin, colui che decide di abbandonare la vita borghese (e con essa, anche la moglie e i cinque figli) per cerca la felicità dipingendo i luminosi colori dei Mari del Sud, a Tahiti. Tahiti che, oltre a quello di essere un paradiso di sole e colori, aveva altri vantaggi mica da ridere tipo quello che la vita era molto più economica che a Parigi o nella Francia in genere, e che essendo una colonia francese, Gauguin non solo non doveva imparare la lingua, ma poteva vivere la vita del ‘signorotto’ coloniale – con tutti i privilegi del caso.

Gauguin’s Woman of the Mango. Photograph Baltimore Museum of Art
Gauguin’s Woman of the Mango. Photograph Baltimore Museum of Art

Qui Gauguin rivela in pieno la sua autossessione dipingendosi incessantemente (gli autoritratti erano certamente economici non dovendo pangare il soggetto del dipinto) in varie guise, tra cui nei panni di Gesu’ Cristo con un incredibile barba arancione; chiama i francesi rimasti in Francia selvaggi e si porta a letto mezza Tahiti prima di sposare un’adolescente Teha’mana (e magari anche dopo) solo per morire di sifilide solo e come un cane sull’isola di Hiva Oa, nelle isole Marchesi. Mi verrebbe da pensare che ben gli sta, se la bellezza della sua arte non me lo impedisse.

Che devo dire che quando studiavo Storia dell’Arte all’Università o, prima, alle scule superiori, non mi sono mai posta il problema dell’essere umano che teneva in mano il pennello. Ma ora sí, ora che sono (ahem…) grande me lo pongo e devo ammettere che questo mi turba un po’. Come separare (o quantomeno riconciliare) l’emerito stronzo che era l’uomo-Gauguin, dal pittore della luce e del colore? Difficile, soprattutto quando guardo quei gialli ipnotici e i viola profondi che avvolgono il bruno della pelle delle sue amanti-modelle tahitiane.

Paul Gauguin, portrait of Louis Roy, 1893. Private collection
Paul Gauguin, portrait of Louis Roy, 1893. Private collection

Ma è davanti ai suoi numerosi autoritratti, e a quelli fatti ad amici e conoscenti come quello dell’artista louis Roy) o alle nature morte, che finisco per trascorrere il tempo maggiore, affascinata dalle sue larghe campiture di colore contenute a stento da una marcata linea nera di contorno, una sorta di smalto cloissonne su tela. Resta il fatto che si ha l’impressione di fare un viaggio nella mente di un voyeur e questa è una cosa che la National gallery non nasconde.

Image Paul Gauguin, 'Still Life with Apples, a Pear, and a Ceramic Portrait Jug', 1889. Harvard Art MuseumsFogg Museum Gift of Walter E. Sachs, 1958.292 Photo Imaging Department © President and Fellows of Harvard College
Image Paul Gauguin, ‘Still Life with Apples, a Pear, and a Ceramic Portrait Jug’, 1889. Harvard Art MuseumsFogg Museum Gift of Walter E. Sachs, 1958.292 Photo Imaging Department © President and Fellows of Harvard College

D’altra parte, Gauguin era figlio dei suoi tempi – tempi in cui il colonialismo giustificava questo ed altro: non è una novità. Almeno qui, alla National Gallery la storia è fuori alla luce del sole. Non resta che cercare la bellezza nei colori dei suoi quadri e dimenticare il resto.

2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 26 gennaio 2020

 

Da Christina Rossetti a Evelyn De Morgan: la Confraternita delle Preraffaellite

Ora vi racconto una storia.
C’era una volta una volta un piccolo gruppo di giovanotti che, stanchi del modo tradizionale di fare arte, quello rigido e imbalsamato dell’Accademia, decisero di formare un loro club privato, tanto esclusivo da chiamarlo ‘Confraternita’. Per farne parte bisognava giurare di tornare a dipingere alla maniera medievale, quella prima di Raffaello, priva di prospettiva, ma piena di abiti coloratissimi e cappelli appuntiti che facevano tanto Gothic Revival. Qualche anno dopo la Confraternita dei Preraffaelliti si era già disintegrata, distrutta da laudano, adulteri, divorzi e generale mancanza di soldi e/o di successo. L’Estetismo, il movimento nato dalle ceneri ancora calde dell’arte preraffaellita, che sostieneva che l’unico scopo dell’arte era l’arte stessa diventa a sua volta una sorta di preraffaellitismo elevato all’ennesima potenza, un distillato di donne imbronciate dalla chioma fluente che tengono in mano fiori o frutta. Fine della storia.
Almeno la storia conosciuta fino ad ora. Che Pre-Raphaelite Sisters, la mostra della National Portrait Gallery racconta tutta un’altra storia. Una storia che oltre a rivendicare le figure di dodici donne strettamente associate alla Confraternita in qualità di artiste, modelle, poetesse e muse, riscrive radicalmente la storia di questo movimento artistico artistico così britannico. E lo fa mostrando che la Confraternita dei Preraffaelliti non era costituita solo da un piccolo gruppo di artisti uomini, ma era molto più vasto e complesso.
La mostra si apre con i nomi più noti, quelli di Christina Rossetti, la celebre sorella poetessa del ragazzo terribile dei prerafaelliti, Dante Gabriel Rossetti ed Effie Grey Millais, la sfortunata moglie di John Ruskin passata alla storia per essere riuscita ad avere l’annullamento da Ruskin per non aver mai consumato il matrimonio, e per sposare in seguito John Everett Millais. E naturalmente Elizabeth Siddal, la tormentata compagna di Rossetti più nota per essere l’Ofeliadipinta da Millais – e che per questo quasi muore di polmonite a causa del freddo preso nella vasca da bagno mentre posava per questo dipinto – che come artista.
Una vera sorpresa per me è la figura di Fanny Eaton, figlia di un ex schiavo della Giamaica e arrivata a Londra da adolescente dove lavora come cameriera e dove e’ notata da Millais e da Rossetti. Grazie alla sua pelle chiara, Fanny Eaton diventa la modella per eccellenza per ogni tipo di personaggio esotico, dalle eroine bibliche alle insegnanti indiane. La sua inclusione in questa mostra mette in discussione quella che da sempre è considerato il canone tipico della bellezza preraffaellita.

Fanny Eaton by Joanna Boyce Wells, 1861. Yale Center for British Art, Paul Mellon Fund
Fanny Eaton by Joanna Boyce Wells, 1861. Yale Center for British Art, Paul Mellon Fund

Georgiana Burne-Jones (1840-1920), moglie del celeberrimo Edward Burne-Jones è invece il tipico esempio di donna che, in quanto sposata ad un grande artista, finisce per passare la vita nell’ombra. Lei stessa un’artista promettente, una volta sposata abbandona ogni speranza di sviluppare la sua creatività, che la societa vittoriana era chiara e una volta moglie e madre, il ruolo di una donna era quello di sostenere il marito e prendersi cura dei figli. Cosa che Georgiana ha sempre rispettato, mantenendo un dignitoso silenzio anche durante la devastante infatuazione del marito per la bellissima artista e modella di origina greca Maria Zambaco (1843-1914). Inutile dire che per la povera Georgiana, la vita conugale per cui dovette sacrificare il suo talento fu una grande delusione. La sua unica forma di ribellione nei confronti della societa’ vittoriana fu mettersi con determinazione a studiare il Latino, materia che (come i classici in genere) era considerata inadatta alle donne in quanto troppo difficile.

Georgiana Burne-jones studying Latin, by Edward Burne-Jones
Georgiana Burne-jones studying Latin, by Edward Burne-Jones

Il meglio, tuttavia, arriva alla fine, quando incontriamo due personaggi eccezionali come Marie Spartali Stillman ed Evelyn De Morgan, le cui opere invitano ad una drammatica rivalutazione delle vecchie idee sul preraffaellismo come movimento di uomini impegnati a dipingere donne silenziose.
Evelyn De Morgan (1855-1919) era l’energica moglie del ceramista e novellista William De Morgan, collaboratore di William Morris oltre ad essere una grandissima artista. I Morris e i De Morgan erano amici oltre che collaboratori, e il rapporto di affettuosa amicizia esistente tra i due William si estendeva anche a Jane ed Evelyn. Questo ritratto della Jane Morris a 74 anni, ancora bellissima con la sua lussureggiante chioma bianca dipinto da Evelyn è per me uno dei piu’ belli dell’intera mostra. Varrebbe la pena riscrivere questo capitolo della storia dell’arte solo per lei.

Jane Morris by Evelyn De Morgan
Jane Morris by Evelyn De Morgan

Per troppo tempo, il modo in cui questi artisti, sia uomini che donne, si sono sostenuti a vicenda alternandosi nel ruolo di mentori, amici, confidenti, è stato trascurato. Mostrando quanto fosse essenziali le “sorelle” preraffaellite, anche come artiste a in sé per sé, questa nuova mostra dipinge il movimento nel suo insieme in una luce diversa, certamente molto migliore.
2019 Paola Cacciari
Londra// fino al 26 Gennaio 2020
Pre-Raphaelite Sisters @ National Portraat Gallery

 

 

Don McCullin

Guerra, morte, fame e povertà: se non fossero così incredibilmente magnifiche le foto di Don McCullin potrebbero rappresentare ciò che resta dopo il passaggio dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. E Mccullin è lì, presente e allo stesso tempo invisibile e neutrale (per quanto si possa restare neutrali in mezzo a tanta tragedia) a fotografare e tramite i suoi occhi noi assitiamo alla la storia nel suo accadere. È lì presente a fotografare la costruzione del Muro di Berlino, la guerra in Vietnam, a Cipro, nel Congo, gli scontri nell’Irlanda del Nord, il Libano e il Biafra – sempre così vicino da rischiare spesso la vita, come racconta la sua vecchia Nikon esposta in una teca di vetro, colpita da un proiettile AK47. McCullin dice che la tiene come ricordo di quanto sia fortunato ad essere sopravvissuto a sei decenni di conflitti.

Near Checkpoint Charlie, Berlin 1961 Don McCullin born 1935

Eppure per qualcuno che si è trovato tanto spesso sotto il fuoco nemico le scene d’azione sono davvero poche: la potenza di McCullin sta proprio nella solenne immobilità delle sue immagini. Nello sguardo fisso del giovane marine americano profondamente traumatizzato aggrappato al suo fucile possiamo leggere morte, distruzione e di un’anima completamente violentata. È un’immagine che non cessa mai di stupirmi e di farmi mancare il respiro: un inno all’ inutilità della guerra. Certo non fu una buona pubblicità per la guerra in Vietnam.

Shell-shocked US Marine, The Battle of Hue 1968, printed 2013 Don McCullin, born 1935

Questa della Tate Britain è un mostra difficile e dolorosa, soprattutto considerando che queste foro sono state commissionate ada giornali di cronaca per raccontare gli orrendi effetti della guerra e della miseria e si prestano male ad essere appese in sequenza alle pareti di una galleria d’arte. Ammiro il lavoro di McCullin e non sono nuova alle sue immagini, ma devo ammettere che alla fine del percoso mi sembrava di essere uscita dalla centrifuga di una lavatrice e sono dovuta correre a tirarmi su il morale con qualche sognante immagine preraffaellita.

Protester in Whitechapel
 

Detto questo le sue fotografie sono splendide, anche se sono la prima ad ammettere che l’aggettivo “splendido” assume un connotato strano quando e’ usato per descrivere il viso di un barbone irlandese dell East End di Londra o una manisfestazione di protesta. Eppure l’aspetto estetico è innegabile: la composizione, l’uso del bianco e nero, la storia. Sono solo molto, molto difficile da guardare. davanti ai nostri occhi ci sono persino vere, morte o morenti e che forse moriranno.

Catholic Youths Attacking British Soldiers in the Bogside of Londonderry 1971, Don McCullin born 1935

Ed è il passare dall’ammirare la bellezza della composizione alla realizzazione che si sta guardando il corpo di un giovane soldato ferito a morte che ti colpisce all’improvviso come un pugno nello stomaco. Non vuole essere etichettatao come fotografo di guerra Don Mccullin, ma ne ha fotografate troppe per fare qualcosa completamente diverso e anche le sue foto non di guerra come quelle dell’East End di Londra, sembrano foto di guerra.

2019 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 6 Maggio 2019
Don McCullin 
www.tate.org.uk

Nicholas Hiliard, Isacc Oliver e la miniatura elisabettiana

Nella botte piccola ci sta il vino buono” diceva sempre mia nonna. E aveva ragione, che davvero a volte “meno è meglio”. Anche se, data la loro squisita preziosita, quest’aultimo proverbio non si applicata tanto ai ritratti miniati dell’epoca elisabettiana. Teche e teche piene di piccoli, preziosi dipinti che emergono scintillanti come gioielli dalla penombra delle sale della National Portrait Gallery: benvenuti nel magico mondo di Nicholas Hiliard, Isaac Oliver e della miniatura elisabettiana.

I ritratti miniati (allora conosciuti come “limnings”) costituiscono l’apice della pittura inglese nel XVI e all’inizio del XVII secolo; erano apprezzati dall’aristocrazia come doni diplomatici, espressioni di fedeltà al monarca e spesso simboli d’amore. I due più brillanti esponenti del mestiere erano Nicholas Hilliard e Isaac Oliver, le cui raffinate rappresentazioni di cortigiani, aristocratici e sovrani e ci portano letteralmente faccia a faccia con la società elisabettiana e giacobina – solo in formato  ridotto.

E queste miniature, così definite non per le loro minuscole dimensioni, ma dalla tecnica e dal materiale impiegato per la la loro creazione (l’acquerello su pergamena, come in un manoscritto miniato) erano oggetti di lusso intesi per pochi, soprattutti i ricchi e potenti (che sorpresa!!). Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello.

Mi aggiro da una teca all’altra con la lente d’ingrandimento in mano, attenta ad infilarmi veloce in ogni spazio lascitao libero da altri visitatori che si aggirano a loro volta con la lente d’ingrandimento in mano nella galleria buia. Il Victoria and Albert Museum possiede una magnifica collezione di ritratti miniati, molti dei quali sono in prestito, insieme all’esuberante immagine del grande un navigatore, corsaro e poeta inglese Sir Walter Raleigh (che, a proposito, era perfettamente in forma), il favorito di Elisabetta I, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584, che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore. Ah, e naturalmente da questa parata di personaggi famosi non mancano Elisabetta I e i più grandi artisti, poeti e scrittori di il tempo.

Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.
Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.

È come sfogliare una copia di Tatler di mezzo secolo fa, solo che invece delle periperipezie dei rampolli dell’upper class britannica, ci troviamo faccia a faccia con lo sguardo abbagliante di Walter Raleigh, il leggendario un navigatore, corsaro e poeta favorito di Elisabetta I e che, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584 (che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore). O con Robert Devereux, il secondo conte dell’Essex allora diciassettenne che, ritratto con aria sognante tra le rose, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta. Che i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici.

Questi dipinti in miniatura sono veri e propri gioielli. Una mano ferma era il requisito più importante. Questi artisti dovevano ottenere una somiglianza in due o tre sedute della durata di non più di un’ora – come Holbein o Van Dyck – ma su un pezzo di pergamena non più grande di una carta da gioco. E le carte erano la forma più comune di supporto; un ritratto di Elisabetta I, in questo spettacolo, ha la Regina di Cuori incollata sul retro. C’è ironia nell’arte dei miniaturisti.

Basta guardare il bel volto dello stesso Hilliard, che trasuda vitalità da tutti i pori. Considerando che gli autoritratti nel’Inghilterra del XVI secolo sono così rari, questa miniatura il giovane pittore si presenta al suo pubblico come un aristocratico non solo è una rarità, ma è soprattutto un incredibile momento di autoaffermazione tutta rinascimentale da parte dell’artista. Stimato da dinastie come i Medici, gli Asburgo e i Borboni, Hiliard fu paragonato dai suoi contemporaniei a Raffaello. E vi posso assicurare che il paragone ci sta.

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 19 Maggio 2019

Elizabethan Treasures: Miniatures by Hilliard and Oliver @National Portrait gallery

Il Moro di Pietro il Grande

Uno dei motivi per cui amo lavorare in un museo sono le storie che si celano dietro gli oggetti piu’ impensabili. Come questa miniatura, un dono diplomatico, dipinta da Gustav von Mardfelt nel 1720 nascosta in un cassetto delle sale dedicate all’Europa del museo in cui lavoro.

Rappresenta Pietro il Grande (1672-1725) zar e, dal 1721, imperatore di Russia. Peter indossa un abito di foggia francese ed è rasato (aveva obbligato i nobili a radere le barbe, simbolo della vecchia Russia) porta le insegne del potere , il bastone del comando, l’aquila imperiale.
Nel corso del suo regno, Pietro il Grande introdusse un programma di riforme civili, militari, religiose e amministrative ispirate dai suoi viaggi in europa nel 1697 che diedero indizio alla modernizzazione dlel Russia e al suo sviluppo come stato europeo. La sua passione per gli esercizî militari, le costruzioni navali e la navigazione, l’immensa sete di apprendere e la decisa volontà di far progredire la Russia secondo il modello dell’Occidente, lo spinsero a varcare (1697), col nome di Pietro Michajlov, i confini della patria per un lungo viaggio di studio e di aggiornamento. Dai cantieri d’Olanda passò in Inghilterra, dove seguì un corso di costruzione navale; si recò quindi in Prussia, in Boemia e a Vienna. Stava per recarsi a Venezia quando una rivolta degli strelcy lo richiamò precipitosamente a Mosca, dove centinaia d’impiccagioni (sett.-ott. 1698) segnarono l’inizio del suo duro regime autocratico. Lo sforzo espansivo, sul Baltico e sul Mar Nero e verso i Balcani, e l’opera riformatrice di P. costituiscono gli aspetti congiunti di un unico sforzo, diretto a mettere la Russia in condizione di reggere a un confronto armato con le potenze dell’Occidente, anche più progredite.

Miniature painting showing Peter the Great, by Baron Gustav von Mardefeld, 1720. Victoria and Albert Museum

Con lui è un paggio di colore, Abram Petrovič Gannibal (1696-1781). Le sue origini sono incerte. Nato nel 1696 in Africa, in una famiglia nobile le cui origini geografiche precise sono molto discusse (tra Etiopia, Eritrea e Camerun), nel 1703 Gannibal fu portato a Costantinopoli alla corte del Sultano Ottomano come ostaggio per garantire il buon comportamenteo del padre. Con lui fu catturata anche la sorella, che pero’ morì durante il viaggio.

Nel 1704, dopo aver trascorso un anno a Costantinopoli, Gannibal fu riscattato e portato in Russia, dove fu donato all’Imperatore Pietro il Grande che, colpito dall’intelligenza del ragazzo, lo adottò e lo crebbe assieme ai suoi figli. Gannibal fu battezzato nel 1705, nella chiesa di Santa Parasceve, a Vilnius, con Pietro come padrino. Nel 1717, ormai ventunenne, Abram si traferisce a Metz, in Francia, per studiare le arti, le scienze e le discipline militari, tra cui l’ingegneria. Qui, dopo un anno, il nostro giovanotto decise  – con l’incoraggiamento dello Zar – di unirsi all’esercito francese per  fare esperienza pratica nel campo nell’ingegneria militare. Arruolatosi nell’esercito di Luigi XV di Francia combatte contro Filippo V di Spagna, si distinse fino a raggiungere il grado di capitano. Fu durante il soggiorno francese che adottò il cognome Gannibal, in onore del celebre generale cartaginese Annibale (Gannibal è, infatti, la tradizionale traslitterazione del nome in russo). A Parigi, Gannibal ebbe modo di conoscere famose personalità dell’Illuminismo come Denis Diderot, il barone di Montesquieu e Voltaire (che lo definì “stella oscura dell’Illuminismo“), con i quali strinse rapporti d’amicizia.

Una volta conseguita un’istruzione universitaria e un’esperienza sul campo di battaglia, nel 1723 Abram tornò a Mosca. Non ancora trentenne, il giovane ufficiale era ansioso di intraprendere una carriera di successo nell’esercito imperiale russo. Sfortunatamente per lui, il destino aveva altri piani. Lo zar Pietro I morì a soli 52 anni dopo una lunga malattia nominando erede la moglie, Caterina, che salì al trono come Imperatrice, ma il vero potere era nelle mani di un gruppo di “consiglieri”, tra cui il corrotto principe Aleksandr Danilovich Menshikov che detestava Abram per la sua influenza a corte. Cosi’ il principe Menshikov fece assegnare il capitano Gannibal ad un’unità dell’esercito di stanza in Siberia, con il compito di usare le sue abilità ingegneristiche per misurare la Grande Muraglia cinese, allora appena oltre il confine russo. Fu un breve esilio, comunque. In uno dei drammatici cambiamenti di fortuna che caratterizzano la stori dell’impero russo, Menshikov perse favore con la nuova imperatrice Anna I (1693-1740) e fu mandato in esilio in Siberia. Nel 1730 Gannibal tornò a Mosca, dove riprese la sua carriera nell’esercito imperiale da punto in cui era stata interrotta.

Ma fu durante il regno dell’imperatrice Elisabetta (1709-1762), la figlia di Pietro salita al trono nel 1741, che la fortuna torna davvero a sorridere al nostro Gannibal, che divenne un personaggio molto importante a corte. Raggiunto il grado di maggior generale, Gannibal è nominato soprintendente di Reval (oggi Tallinn, in Estonia, carica che ricoprì dal 1742 al 1752) dall’imperatrice, che nel 1742 gli assegna la tenuta di Mikhailovskoye, nella provincia di skov, con centinaia di servi dove il nostro eroe si ritira nel 1762.

Gannibal si sposò due volte. La sua prima moglie fu Evdokija Dioper, una nobildonna di origine greca che gli diede una figlia. Ma non fu un matrimonio felice. Evdokija disprezzava suo marito, che era stata costretta a sposare; quando Gannibal scoprì che lei gli era stata infedele, la fece arrestare e gettare in prigione, dove la poveretta trascorse undici anni in condizioni terribili. Gannibal si consolò con Christina Regina Siöberg (1705–1781), discendente da una nobile famiglia di origini scandinave e tedesche, e la sposò a Reval, nel 1736, un anno dopo la nascita del loro primo figlio, mentre lui era ancora legalmente sposato con la prima moglie. Ma visto che il suo divorzio da Evdokija non divenne definitivo fino al 1753, Gannibal, in quanto bigamo, dovette pagare una multa e fare una penitenza (se la cavò comunque molto meglio della povera Evdokija che dopo aver passato undici anni in prigione, fu costretta a ritirarsi in un convento per il resto della sua vita…). Il secondo matrimonio di Gannibal venne comunque ritenuto legale dopo il divorzio.

In un documento ufficiale presentato nel 1742 dallo stesso Gannibal all’Imperatrice Elisabetta per acquisire un blasone, il noetro chiese il diritto di usare come stemma di famiglia un elefante e la misteriosa parola FVMMO, che forse sta per “patria” in lingua Kotoko-Yedina – anche se a me sembra molto piu’ appropriata la versione che vuole che FVMMO stia per la locuzione latina Fortuna Vitam Meam Mutavit Oppido, ovvero «La fortuna ha cambiato la mia vita completamente». Se non l’ha cambiata a lui…

Abram Gannibal e Christina Regina Siöberg ebbero dieci figli, tra cui un maschio, Osip, che, a sua volta, ebbe una figlia, Nadežda, che ebbe un figlio. Questo bambino crebbe fino a diventare un pilastro della letteratura russa. Il suo nome era Aleksandr Puškin.

Orgoglioso delle sue origini africane, Puškin immortalò il celebre bisnonno in un romanzo rimasto incompiuto, Il Negro di Pietro il Grande, scritto tra il 1827–1828 e pubblicato nel 1837 e  la prima opera in prosa del grande poeta russo.

2019 ©Paola Cacciari

I ritratti di Thomas Gainsborough

Una cosa che ho sempre amato di Thomas Gainsborough (1727-1788) sono i suoi paesaggi, quelle distese ondulate di prati punteggiati di alberi e basse sotto cui coppie eleganti si fanno fare il ritratto. Il mio quadro preferito, Mrs and Ms Andrews  non fa parte di Gainsborough’s Family Album, la mostra a lui dedicata alla National Portrait Gallery anche se non è lontano da lì trovandosi alla National Gallery. Dipinto da Gainsborough attorno alla metà del XVIII secolo, Mr and Mrs Andrews ritrae una coppia di compiaciuti proprietari terrieri inglesi le cui terre erano situate tra le contee del Suffolk e dell’Essex. Il colore è sottile e risplendente, quasi trasparente e l’atmosfera di una una fresca (quanto variabile) giornata primaverile nella bellissima campagna inglese. Il cielo plumbeo enfatizza il blu cielo dell’abito della giovane moglie e il verde brillante del prato. Sembra di sentire il fruscio delle foglie del grande albero sotto cui siede in una posa informale la coppia: sono un uomo e una donna persi nell’abbraccio della Natura. Come nell’autoritratto dell’artista con la moglie, The Artist with his Wife Margaret and Eldest Daughter Mary, dipinto dall’artista nel 1748 che sembra essere il prototipo per quello, dipinto due anni dopo, di Mrs e Ms Andrews.

The Artist with his Wife Margaret and Eldest Daughter Mary by Thomas Gainsborough, c1748. Photograph © The National Gallery, London
The Artist with his Wife Margaret and Eldest Daughter Mary by Thomas Gainsborough, c1748. Photograph © The National Gallery, London

Thomas Gainsborough, Mr and Mrs Andrews (about 1750) The National Gallery, London
Thomas Gainsborough, Mr and Mrs Andrews (about 1750) The National Gallery, London

Che tutta la storia della pittura di paesaggio comincia con lui, Gainsborough, non con John Constable – anche se Constable porterà all’ennesima potenza ciò che Gainsborough aveva iniziato. Anche Gainsborough, come Constable dopo di lui, dipingeva ritratti per dipingere paesaggi, che i paesaggi non pagavano, mentre i ritratti sì. Gainsborough si considerava un mestierante del ritratto e guadagnava bene grazie a quella nuova classe sociale che stava nascendo proprio in quel periodo, la ricca borghesia, che lo pagava profumatamente per farsi farsi immortalare dall’artista del momento. E come Constable dopo di lui, anche Gainsborough dava il meglio di sé con  i ritratti delle persone che davvero voleva dipingere che erano poi la sua famiglia e i suoi amici. E i 50 ritratti nell’album di famiglia di Gainsborough sono fatti per amore e non denaro. Nessun altro artista del XVIII secolo ha lasciato così tante immagini dei suoi parenti – genitori, zii, cugini, figli, nipoti e animali domestici assortiti – e questo non è semplicemente perché Gainsborough aveva una famiglia numerosa. L’olio di Gainsborough è fluido come il pastello e le immagini, così frammentarie e veloci, sembrano moderne come quelle di Manet o Degas.

Gainsborough Dupont c.1770-5 Thomas Gainsborough 1727-1788 Bequeathed by Lady d’Abernon 1954 http://www.tate.org.uk/art/work/N06242

Nelle sue immagini Gainsborough ha radiosamente espresso l’etica di un’intera epoca, quella del sentimento (sensibility). Originatosi  negli scritti filosofici e scientifici di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), il sentimento divenne presto un movimento artistico e letterario, soprattutto per quanto riguarda  il nuovo genere del romanzo che prediligeva come protagonisti individui fortemente emotivi che no esitavano a a svenire o a farsi prendere da sentimenti potenti  davanti ad un’esperienza emotivamente commovente. Nella persona dell’uomo e della donna di “sentimento” si univano coraggio e un cuore generoso che, al contrario di quanto era accaduto fino ad allora, non esitava a commuoversi davanti al dolore, alla gioa e all’amore.

Thomas Gainsborough(1727-1788), Portrait of Mrs Gainsborough, 1778 (circa), The Samuel Courtauld Trust, The Courtauld Gallery, London
Thomas Gainsborough(1727-1788), Portrait of Mrs Gainsborough, 1778 (circa), The Samuel Courtauld Trust, The Courtauld Gallery, London

Gainsborough che nasce in Suffolk, vive a Bath (1759-73) e si trasferisce a a Londra nel 1774, è la quint’essenza del nuovo ideale , quello dell’ informalità, che investe la società inglese  della metà del Settecento grazie soprattutto al pensiero rivoluzionario del suddetto Rosseau. Nell’Émile, pubblicato nel 1762 e tradotto in Inghilterra nel 1763, Rousseau sosteneva che bisognava riscoprire la natura umana nelle sue fondamenta primordiali, eliminando le sovrastruttura sociale, culturale ed educativo imposto dalla società. Ciò porta una vera e propria rivoluzione nell’educazione dei bambini che, considerati fino ad allora come mini-adulti, possono finalmente comportasi come tali e godersi la loro infanzia.

Mary and Margaret Gainsborough, the Artist’s Daughters, c1760-1

E Margaret e Marion Gainsborough sono di certo le figlie più dipinte del XVIII secolo. Gainsborough infatti le ritrae bambine, adolescenti e donne: tutta la loro vita si svolge sotto gli occhi attenti di un babbo affettuoso Uno dei miei dipinti preferiti è Mary and Margaret Gainsborough, the Artist’s Daughters, ancora una volta un prestito dal Victoria ad Albert Museum in cui Marion cerca di fissare i capelli di Margaret – una scena di eccezionale intimità emotiva. Lo schizzo a olio di Gainsborough delle sue figlie è incredibilmente attento ed empatico. Mary sta sistemando i capelli della sua sorellina come nessun adulto sarebbe permesso, e Margaret lo sopporta con imbronciata tolleranza come si conviene alla sorella minore.

2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Febbraio 2019

Gainsborough’s Family Album @ The National Portrait Gallery

Russia, Inghilterra, Romanovs e Windsor

La mia passione per la Russia è scoppiata proprio in un periodo in cui le sue relazioni diplomatiche tra quel grande paese e la mia Patria adottiva sono ritornate quasi ai livelli sub-zero della Guerra Fredda. Tipico. In ritardo su tutto, lo sono stata anche su questo. Succede.

Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.
Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.

Ma non è stato sempre così, anche se bisogna dire che relazioni tra Russia e Inghilterra, sono spesso state soggette nel corso della storia ad alti e bassi.  Tutto è cominciato con la celebrata visita di Pietro il Grande nel 1697, ospite di Guglielmo III (quello della Gloriosa Rivoluzione per intenderci),  passò il tempo nella Capitale a fare baldoria e a costruire navi. E tanto Pietro si era divertito che per ringraziare Guglielmo della sua ospitalità, commissionò un gigantesco ritratto di se stesso a Geoffrey Kneller, allora uno dei pittori piu’ in voga in Inghilterra, come dono per il sovrano britannico. Ritratto che fa bella mostra di se all’inizio della mostra Russia, Royalty & the Romanovs alla  Queen’s Gallery.

Alexander I of_Russia G.Dawe (1826, Peterhof)

E qui di teste copronate ce ne sono parecchie, a cominciare dalla matronale zarina Caterina La Grande al nipote, lo zar Alessandro I,  con la sua uniforme e gli stivali alti che, non contento di aver ricostruito San Pietroburgo in stile Neoclassico, decise di improvvisarsi sarto e disegnare nuove divise per l’esercito russo. E bisogna dire che, a dispetto di Napoleone e della sua invasione, i soldati russi erano di certo tra i più eleganti d’Europa.

Queste relazioni, dapprima rafforzate dall’alleanza nelle guerre napoleoniche, furono interrotte bruscamente dalla guerra di Crimea che vide le due nazioni scontrasi dal 1853 al 1856 sul campo di battaglia. Ma nonostante le gravi perdite da entrambe le parti (e le eroiche gesta dei soldati britannici cantate da Tennyson nella poesia The Charge of the Light Brigade) la pace torna in tempo per i figli e nipoti della  “nonna d’Europa” (come la Regina Vittoria veniva chiamata) possano cominciano a sposare i rampolli delle famiglie reali di mezza Europa, dando vita alle piu’ insolite parentele. Come quella con i Romanov, o il Kaiser di Germania.

I numerosi ritratti di famiglia e lettere e fotografie con cui la Regina Vittoria teneva i contatti con figli e nipoti lontani, soprattutto con l’adorata nipote Alix di Hesse, divenuta la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova. Mai come nell’Epoca Vittoriana, guerra e diplomazia sono davvero affari di famiglia, almeno per i Windsor (che comunquea all’epoca si chiavano ancora Sassonia-Coburgo-Gotha, che il nome Windsor fu adottato a partire da Giorgio V).

Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,
Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,

La mostra celebra il centenario della morte di Nicola II e della sua famiglia, uccisi dai Bolscevichi a Ekaterinburg nel 1918. Il Governo britannico aveva inizialmente offerto asilo alla famiglia di Nicky, solo per ritirare l’offerta poco dopo du richiesta di Giorgio V. Il triste fatto è che i due saranno anche stati cugini, ma “Nicky” e “Georgie” erano prima di tutto il Re di Gran Bretagna e lo Zar di tutte le Russie e quando la Rivoluzione Bolscevica abolisce la monarchia, Giorgio si guarda bene dall’offrire rifugio al cugino Nicky e alla sua famiglia per timore di compromettere l’alleanza con la Russia in una guerra combattuta con un altro cugino dei due sovrani in questione, il Kaiser Guglielmo II, il grande asssente tra i parenti in mostra.

Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894
Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894

Quando in rapporti cordiali, le due nazioni si scambiavano numerosi doni diplomatici grande valore, tra cui una serie di preziosi oggetti creati da l Peter Carl Fabergé che, a mio avviso, valgono da soli il prezzo del biglietto. Cornice, portasigarette, piccoli animali di pietre preziose e naturalemente le tre uova possedute dalla famiglia reale britannica, acquisite dopo la rocambolesca fuga in Inghilterra della madre di Nicola II, la zarina Marija Fëdorovna (che prima di diventare tale era la principessa Dagmar di Danimarca) dove fu  accolta dalla sorella Alessandra, madre di re Giorgio V. Uh! Confusi? Anch’io, che l’albero genealogico della monarchia britannica è un vero caos, e forse proprio per questo trovo re e regine così esotici e curiosi…

La madre di Guglielmo II, infatti, era la figlia maggiore della regina Vittoria, il che faceva di lui un primo cugino con entrambi, Re Giorgio V d’Inghilterra e lo Zar Nicola II di Russia. La guerra dei tre cugini, la chiamano qui in Inghilterra la Prima Guerra Mondiale, anche se io come sottotitolo metterei parenti serpenti… Sarebbe stata un appropriata conclusione della mostra e un esempio di come, a conti fatti,  la politica non guardi in faccia a nessuno. Con tanti saluti.

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 28 Aprile 2019

Russia, Royalty & the Romanovs @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

www.rct.uk

Il ritorno di Lorenzo Lotto

Devo ammettere che, durante gli anni trascorsi a studiare Storia dell’Arte, non ho mai dedicato molta attenzione a Lorenzo Lotto (c. 1480 – 1556/57). Non era uno dei “grandi” e questo per me è sempre stato sufficiente a farmelo sorvolare come provinciale. E come dargli torto? Emarginato dal contesto lagunare, dominato da Tiziano, Lotto si rifugia in zone considerate periferiche rispetto ai grandi centri artistici, come Bergamo e le Marche.

Poi la National Gallery ha deciso di farci una mostra e io ho dovuto ricredermi (come ho spesso fatto in passato) per il mio malposto snobismo. Certo Lotto non è mai stato tra i grandi assoluti della pittura veneziana, ma sfido chiunque abbia avuto la sfortuna di essere un contemporaneo di Tiziano a fare di meglio.

Venetian Woman in the Guise of Lucretia (1533).

Il trattamento delle stoffe è fantastico (come ho fatto a non notarlo prima??) e la resa psicologica dei suoi ritratti è a dire poco incredibile: dai confini della cornice i visi dei suoi soggetti sembrano contemplare la vita con doloroso stupore. E una buona dose di malinconia.
E non sorprende, visto che (ripeto) oltre alla sfortuna di essere nato nella Venezia di Tiziano, Lotto era anche depresso. Che se fosse vissuto in questi giorni in cui discutere di salute mentale è all’ordine del giorno, gli sarebbero stati prescritti antidepressivi e un ciclo di terapia psicologica o psicoanalitica per aiutarlo a combattere la depressione che lo ha attanagliato per tutta la vita. Ma era nato nel 1480 e la cosa era fuori discussione. Il fatto poi che per 47 lunghi anni il nostro eroe abbia inseguito, più o meno in vano, il successo prima di rinunciare per sempre alla pittura ed entrare in monastero, certamente non lo ha aiutato…

Ritratto di Andrea Odoni (1527), Royal Collection, Castello di Windsor
Ritratto di Andrea Odoni (1527), Royal Collection, Castello di Windsor

Per anni i suoi dipinti sono stati dimenticati, ignorati o attribuiti ad altri. Solo nel XX secolo con la scoperta dell’inconscio e della psicanalisi da parte di Freud la sua arte è stata arivalutata. Tanto che ora Lorenzo Lotto è considerato il primo artista rinascimentale ad esplorare l’animo umano. Alla fine il successo è arrivato. È il caso di dire meglio tardi che mai…

2018 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 10 Febbraio 2019

Lorenzo Lotto Portraits

The National Gallery
Trafalgar Square, London WC2N 5DN

www.nationalgallery