David Hockney @ Tate Britain

Quando nel 2012 sono andata a vedere David Hockney: A Bigger Picture la mostra che la Royal Academy aveva dedicato ai nuovi paesaggi che David Hockney aveva dipinto nel suo natio Yorkshire non capivo il motivo di tutto quel trambusto. I quadri belli certo, e grandi e molto colorati, ma per quanto guardassi non riuscivo a ‘vedere’ il cosa facesse di questo pittore il più grande pittore inglese vivente. Tanto che quando, l’anno scorso, la stessa Royal Academy ha montato David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still-life, non mi sono neppure presa la briga di andare a vedere la mostra.

Il fatto è che ci sono artisti che fanno così parte della nostra vita che alla fine si pensa di conoscerli bene, anche se di fatto (e certamente nel mio caso), non si sfiora neppure la conoscenza superficiale. Così, quando in realtà mi sono trovata faccia a faccia con un “vera” retrospettiva di Hockney – quella che la Tate Britain ha dedicato a questo gigante dello Yorkshire e del XX secolo per celebrare i suoi 80 anni e una carriera che dura da sessant’anni, è stato come incontrarlo davvero per la prima volta. Il fatto poi che propro di recente la BBC4 abbia riproposto HOCKNEY il magnifico documentario diretto da Randall Wright sulla vita dell’artista, è stata una fortunata coincidenza per chi come me non aveva mai avuto il tempo (e l’inclinazione) per fare una conoscenza un po’ più approfondita con questo questo personaggio. Ed è stato amore a prima vista.

David Hockney è un artista che va oltre i confini. Da quelli artistici (sperimenta praticamente con tutte le tecniche a sua disposizione: dalla tradizionale pittura ad olio all’acrilico, dal disegno alla fotografia, dalla videoarte all’arte digitale creata con l’ipad) a quelli geografici, avendo scambiato l’Inghilterra con la California nel 1964. Daltra parte chi può dargli torto. Lo Yorkshire sarà anche bellissimo, ma piove sempre e uno viene anche scusato se ha la possibilità di abbandonare la pioggia e il freddo di Bradford per il sole di Los Angeles come ha fatto Hockney nel 1964, quando ha lasciato tutto e per dirigersi verso climi più miti. Ciò che ha trovato dall’altra parte dell’Atlantico è stato un mondo pieno di colore, di piscine blu, di libertà sessuale (o almeno di più libertà sessuale rispetto alla Gran Bretagna, dove l’omosessualità era illegale fino al 1967) e di infinite possibilità che cambiano la sua arte per sempre. Abbandonando i toni cupi alla Francis Bacon, Hockney adotta un colorato naturalismo leggero come una boccata d’aria fresca. I quadri del periodo non riflettono solo il sole e il clima della California, ma la libertà e la leggerezza della sua nuova vita. E sono bellissimi.

Dipingere immagini naturalistiche lo fa sentire libero, una reazione all’astrattismo e al modernismo, la possibilità finalmente di esprimere se stesso. Ma sono i suoi ritratti che mi colpiscono in modo particolare: si tratta di amici, genitori, altri astisti, scrittori e (spesso) i suoi amanti. E se i soggetti sembrano messi in posa, quasi finti e irreali è perché lo sono che per Hockney realtà (o meglio, irrealtà) e artificialità sono parte della stessa medaglia. Uno dei miei quadri preferiti ritrae lo scrittore inglese Christopher Isherwood e il suo compagno, l’artista americano Don Bachardy nella loro casa di Santa Monica. I due si erano incontrati nel 1952 quando Bachardy aveva 18 anni e Isherwood 48 e nonostante la differenza d’eta’ rimasero insieme per oltre trent’anni, fino alla morte di Isherwood nel 1986. Hockey li ritrae in un’atmosfera di intima, confortevole domesticità: un audace dichiarazione da parte di quella che, all’epoca, era l’unica coppia di alto profilo apertamente gay, come lo era Hockey nonostante in Gran Bretagna l’omosessualità fosse ancora un crimine.

I lived in Bohemia, and Bohemia is a tolerant place.’

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968. Private Collection, London © David Hockney

E se i soggetti ritratti sono affascinanti, è la tecnica con cui sono immortalati che mi colpisce più di ogni altra cosa. Quasi tutti i quadri di questo periodo (anni Sessanta/Settanta) sono dipinti in acrilico, che si asciuga subito e non può essere rimosso dalla tela rendendo correzioni e ripensamenti impossibili e richiedendo quindi mano sicura e idee chiare. Ma sin dall’infanzia disegnare per Hockney è sempre stato un modo per osservare la realtà con più attenzione e nel corso degli anni ha sviluppato una la capacità di catturare l’essenza di una scena nel più breve tempo (e metodo) possibile. Basta guardare il disegno del suo amico, lo stilista Ossie Clark: poche linee tracciate ad inchiostro e pastello e il gioco  è fatto!

“Ossie Wearing a Fairisle Sweater” 1970 Private Collection, London © David Hockney

Eppoi ci sono le foto. L’idea che una foto catturi la vita in modo più realistico di un dipinto non attacca con Hockney, per il quale noi non vediamo le cose da una solo punto di vista come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ma da tanti punti diversi.

“When you put one piece of paper on top of another… you put two pieces of time together, and therefore make a space. I thought I was making time, then you realise you’re making space… Then you realise time and space are the same thing.”

Cosi ha cominciato a fare collage di fotografie dello stesso soggetto visto da angoli diversi. E il risultato è mozzafiato, un po’ come deve vedere il mondo attraverso gli occhi di una mosca suppongo…

Hockney cameraworks internal5 1000 650x682 joiners Creative Polaroid Collages by David Hockney

Negli anni Novanta torna nello Yorkshire per stare vicino alla madre molto anziana. Il ritorno alla terra natia non poteva non avere impatto anche sulla sua arte. Improvvisamente si trova immerso in boschi e sentieri, circondato da dolci colline. Il risultato sono una serie di giganteschi paesaggi (quelli della Royal Academy del 2012 che ho citato prima) che cercavano di catturare o ri-catturare i luoghi del suo passato e nonostante la scala monumentale sono stranamente intimi… Al giorno d’oggi alla veneranda età di ottant’anni Hockney non ha ancora finito di sperimentare e le sue ultime opere sono creata e con un’applicazione dell’ipad. Un’ennesima prova che, a dispetto della tecnica, Hockney è sempre lo stesso avventuroso Hockney.

“I’m interested in ways of looking and trying to think of it in simple ways. If you can communicate that of course people will respond, after all everybody does look. The question is, how hard.”

Qui trovate una selezione di opere di Hockney presenti nella mostra

Londra//fino al 29 Maggio 2017

David Hockney

Tate Britain

tate.org.uk

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

Eduardo Paolozzi (1924-2005) ha un passato a dir poco tubolento. Nato a Leigh, in Scozia da genitori italiani immigrati da un paesino nella provincia di Frosinone, il giovane Eduardo sembrava destinato a seguire le orme dei genitori e a lavorare nella gelateria di famiglia. Ma le cose non andarono esattamente in questo modo.

A statue of Newton at the British Library. Photograph: Sarah Lee for the Guardian

Suo padre Rudolfo Paolozzi, che non aveva problemi con il Duce e aveva deciso di emigrare puramente per ragioni economiche, si era premurato di mandare ogni anno il figlio in vacanza in Italia nelle colonie estive dell’Opera Nazionale Balilla. Cosa che, quando Mussolini dichiara guerra alla Gran Bretagna il 10 Giugno del 1939, costa all’allora quindicenne Eduardo tre mesi di prigione a Edimburgo. E se per lui le cose non erano il massino, il ragazzino ebbe comunque una sorte migliore di quella che toccò al padre, al nonno e allo zio che insieme ad altri prigionieri di guerra tedeschi e italiani, furono imbarcati sulla nave Arandora Star che li stava portando (o de-portando) in Canada. La nave fu affondata nel giugno 1940 da un U-Boat tedesco e 800 persone (il più italiani) persero la vita.

Paolozzi mosaics at Tottenham Court Road station. Photograph: Linda Nylind for the Guardian

Certo, per il figlio di un simpatizzante fascista in un periodo in cui il Paese in cui era nato (la Gran Bretagna) e quello da cui provenivano i suoi genitori (l’Italia) erano in guerra, il futuro era tutt’altro che roseo e al nostro Eduardo non resta altro che tenere la testa bassa e a continuare a soddisfare la golosità degli scozzesi lavorando nella gelateria di famiglia ad Edimburgo, mentre studia all’Edinburgh College of Art. Arruolato nell’esercito nel 1943, Paolozzi si finge pazzo per farsi riformare e continuare gli studi alla prestigiosa Slade School of Fine Art di Londra tra il 1944 e il 1947 prima di fare quello che i tutti i giovani artisti avevano fatto per un centinaio di anni e stanno ancora facendo oggi: andare a Parigi. In tasca aveva lettere di presentazione per Georges Braque, Alberto Giacometti e altri suoi idoli come Jean Arp, Constantin Brancusi e Fernand Léger. E la capitale mondiale dell’arte i germogli di quello che divenne Pop Art erano lì in bella mostra, per chi come lui aveva gli occhi bene aperti per vedere quello che il mondo offriva: i dadaisti avevano respinto la tradizione, Picasso aveva sperimentato con il collage, i surrealisti si erano spinti ai limiti dell’immaginazione. Eduardo torna in Gran Bretagna dopo tre anni con la mente in subbuglio.

Ma la Gran Bretagna degli anni Cinquanta non era esattamente quel vulcano di creatività e colore che è adesso, ma un paese che, sebbene vincitore, era uscito dal secondo conflitto mondiale con l’economia a pezzi, distrutto dalla povertà e da un razionamento che continuerà per gran parte degli ani Cinquanta. Ragion per cui Paolozzi si unì all’Indipendent Group una cooperativa di artisti e intellettuali che aveva come scopo scuotere il mondo dell’arte e rinnovarlo. E per far questo si serve di immagini che “trova” già pronte nella cultura popolare come la stessa parola “pop” che fa bella mostra di se nel suo collage I was a rich man’s plaything (1947) spianando la strada alla Pop Art di Andy Warhol che tutti conosciamo.

Paolozzi era un’anima inquieta e la sua irrequietezza traspare anche dalla sua arte: nel corso della sua lunga carriera utilizza praticamente ogni tecnica disponibile ed ogni materiale – dalla pittura alla scultura, dalla stampa al collage, dal bronzo alla ceramica, dal tessuto, alla serigrafia al mosaico , creando di tutto, cose grandi e cose piccole, pubbliche e private. Paolozzi era una sorta di cleptomane dell’arte e guardando le sue opere mi vienbe da pensare che la sua curiosità sia senza fine, così come la e la sua immaginazione. Sembra trovare ispirazione in tutto – dai fumetti alle rovine antiche, dalla pubblicità al disegno industriale e tutto trova posto nella sua arte, tramutato in colorata bellezza. Non sorprende che i critici dell’epoca, annoiati dalla pittura tradizionale, amassero i suoi collages. Insieme ad altri giovani scultori, come Anthony Caro e Reg Butler, Eduardo decide di misurarsi con giganti dell’epoca come Henry Moore e Barbara Hepworth, le cui sculture, un tempo derise dalla critica, erano diventato parte dell’establishment dell’arte. Fedele a se stesso, Paolozzi sperimenta con nuovi materiali per riflettere, come diceva lui, la “dinamicità” del tempo.

Sarà anche stato scozzese di origini italiane, ma Paolozzi non si è mai sentito del tutto a casa in Scozia o in Gran Bretagna in genere. Forse è per questo che piu’ che britannico si considerava prima di tutto un londinese ed è nella capitale che lascia il suo marchio – letteralmente. La capitale è piena delle sue opere, tanto che in occasione della mostra alla Whitechapel Gallery il settimanale Time Out (o la Bibbia di Londra come lo chiamo io quel giornale…) gli ha persino dedicato un delizioso itinerario per la città – dai restaurati mosaici delle stazioni della metropolitana di Totteham Court Road e Aldgate alle sculture in bronzo davanti al nuovo Design Museum (l’ex Commonwealth Institute che sta accanto ad Holland Park) o in Kew Gardens solo per citarne alcune. Tutte cose che ho visto un milione di volte senza mai notarle – o notarle particolarmente che è difficile non notare il gigantesco Newton bronzeo che troneggia fuori dalla British Library… So già cosa fare la durante uno dei miei giorni liberi quindi…

Londra/fino al 14 Maggio 2017

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

whitechapelgallery.org

 

Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk

Dialogo della Natura e di un Islandese: Ragnar Kjartansson a Londra

La prima cosa che colpisce quando si varca la soglia della retrospettiva che la Barbican Art Gallery ha dedicato all’islandese Ragnar Kjartansson, è la musica. Dieci “trobadours” languidamente sdraiati su poltrone e materassi disposti ad arte sul pavimento, circondati da bottoglie di birra vuote, suonano languidamente una stupenda partitura polifonica stupenda con le loro chitarre, tutto il giorno per tutta la durata della mostra. La musica è incantevole, avvolgente, quasi ipnotica. Ma quella che i menestrelli cantano con tanto trasporto non è una semplice canzonetta dal ritornello un po’ malinconico, bensì il dialogo tra la casalinga annoiata e l’idraulico della pellicola soft-porn proiettata nella stessa sala. Il dialogo (“prendimi sulla lavastoviglie…”) è stato trasposto in musica da Kjartan Sveinsson, ex componente del gruppo rock islandese Sigur Rós. Gli attori sono i genitori dell’artista. Niente male come inizio: con Kjartansson, Sigmung Freud avrebbe trovato pane per i suoi denti…

Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari

Nato a Reykjavik nel 1976 da un’attrice e un regista teatrale, Kjartansson ha certamente avuto la sua parte di infanzia bohémien crescendo praticamente dietro le quinte del Reykjavik City Theatre. E indubbiamente la sua storia personale (ma non solo), fornisce materiale in abbondanza per una serie di performances fortemente emotive e se non si sta attenti, il pomeriggio passa in un baleno avvolto nel buio delle sale del Barbican immersi in un mondo surreale fatto di performance art, video, dipinti e tanta, tantissima musica.

“Il nome mi suona famigliare…” penso qualche giorno prima quando leggo la recensione sul Time Out London. E infatti scopro di aver già incontrato Ragnar Kjartansson, non una ma addirittura due volte e non in uno dei libri popolati da sassoni e vichinghi di Bernard Cornwell che tanto mi piace leggere, ma a La Biennale di Venezia, dove dove Kjartansson ha rappresentato l’Islanda prima nel 2009 e poi nel 2013 (anche se io questo non lo sapevo, che a La Biennale ci vado più per sacra curiosità che per reale interesse nell’arte contemporanea. E comunque Venezia è bellissima e ogni scusa è buona per andarci…).

Per molti, inclusa la sottoscritta, la sua barchetta di legno con la vela bianca, che salpava dolcemente da una banchina all’altra dell’Arsenale di Venezia con il suo carico di musicisti impegnati a suonare una bellissima musica dall’alba al tramonto (infatti i musicisti hanno suonato strumenti a fiato per sei ore al giorno per sei mesi), non era solo un’indimenticabile che celebrava marinai e navigatori, ma anche uno degli spettacoli più magici e surreali  dell’intera Biennale del 2013. Il video della S.S. Hangover (2 ore e 46 minuti) si ritrova nella retrospettiva del Barbican. Inutile dire che non l’ho riguardato tutto, ma solo un po’…

Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover , La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover, La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari

Una foto di Kjartansson e del suo amico Páll Haukur Björnsson che emerge da un pozzo veneziano pieno di bottiglie di birra mi riporta indietro nel tempo e sorrido al ricordo di questa bizzarra performance in cui sono incappata per puro caso mentre mi trovavo a Venezia a fare visita alla mia amica Marta. Quello che non ricordavo e’ che alla Biennale del 2009 Kjartansson ha abitato per sei mesi  il pianterreno di Palazzo Michiel dal Brusa splendido palazzo del XIV secolo sul Canal Grande, vicino al Ponte di Rialto, che ospitava per l’occasione il Padiglione Islandese, trasformato per l’occasione  in uno studio  bohémien, dipingendo instancabilmente dipinto il ritratto del collega-artista islandese Páll Haukur Björnsson, in varie pose, ma sempre inesorabilmente in costume da bagno, sigarette e birra in mano. Il risultato sono 144 tele che formano l’installazione The End, una parodia agrodolce dell’artista romantico che deve seguire la sua vocazione, anche se (in quel periodo) l’Islanda e’ in bancarotta e Venezia e’ impenetrabilmente grande. Una parodia che tuttavia tocca da vicino tocca la vita stessa di Kjartansson che come artista film-maker, musicista, scultore e performance artist, può solo interpretare la parte di un pittore.

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

 

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ma l’ironia di Kjartansson non solo verso sé stesso. A Lot of Sorrow mostra la gruppo indie rock americano The National sul palco davanti a un pubblico dal vivo al VW Dome al MoMA PS1 nel Maggio 2013; di fronte a sei telecamere che riprendono costantemente la performance da diversi punti di vista, la band suona la sua popolare canzone Sorrow (della durata di circa 3 minuti), per sei ore alla fine delle quali sfido chiunque ad essere ancora sano di mente. Il titolo della vide-installazione gioca sulla ripetizione e sul doppio significato. Certo, non so a quale punto del video sono entrata nella sala, ma Matt Berninger il chitarrista frontman della band sembra alquanto provato…

E questi della ripetizione e resistenza sembrano essere gli elementi comune a tutte le sue installazioni, questo spingere le cose agli estremi per vedere fino a che punto è possibile arrivare: ripetere una canzone, una performance, un dipinto. L’ombra dell’arte di Marina Abramovich, con le sue caratteristiche di durata e ripetizone, aleggia apertamente sull’opera di Kjartansson.

Da solo o in compagnia di altri amici-artisti, con ogni installazione Kjartanssonci trasporta in una dimensione diversa, dove gesti quotidiani ripetuti all’infinito. Immagini e suoni si fondono in canzoni ripetute all’infinito, e nulla è più vero che nell’apice assoluto dello show, The Visitors, un’installazione a nove schermi  il cui titolo è ispirato all’album finale degli ABBA, in cui il tempo e lo spazio sembrano fermarsi. Insieme ad un gruppo di amici musicisti islandesi, Kjartansson esegue una canzone scritta da Ásdís Sir Gunnarsdóttir, la sua ex moglie. Il risultato è una creazione meravigliosa, una rapsodia ipnotizzante che colpisce critta al cuore: una ninna nanna per consolare i cuori infranti come il suo, o un inno a chi è fortunato ad aver incontrato l’amore. Dura per più di un’ora, ma si potrebbe rimanere lì per sempre, avvolti dall’atmosfera magica di quella sala immersa nel buio. Una cosa è certa: è impossibile uscire dal Barbican senza un’opinione. Se riuscite ad uscire…

Londra//fino al 4 settembre 2016

Ragnar Kjartansson

barbican.org.uk

 

 

Botticelli reinventato al Victoria and Albert Museum di Londra

Venus Sandro Botticelli 1490s Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz Photo Volker-H. Schneider

Venus by Sandro Botticelli (1490s) Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz. Photo Volker-H. Schneider

In inglese si chiamerebbe ‘little barrel’, ma per qualche strano motivo il nome gli si addice, che c’è una certa rotonda musicalità di sapore quasi dickensiano (Little Dorrit?) che suggerisce la linea sinuosa delle sue figure. Così come il titolo Botticelli Reimagined si addice a questa mostra del V&A che esplora la riscoperta e reinvenzione di questo grande maestro del primo Rinascimento italiano.

Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo e durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Questo non gli impedì tuttavia di essere praticamente dimenticato dopo la sua morte. Fino a quando, a metà dell’Ottocento, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni che lo rispolverarono dall’oblio in cui i post-raffaelliti (scusatemi il neologismo lo mettiamo con petaloso??) lo avevano relegato. E questa, insieme alla sezione dedicate alle opere di Botticelli (quelle VERE) è la parte della mostra che mi piace di più.

Quando studiavo storia dell’arte alle superiori e all’università non avevo mai realizzato in pieno la portata dell’effetto che le dame sognanti del nostro fiorentino ebbero su intere generazioni di pittori e artisti moderni e post-moderni. Anche se (e non intendo essere blasfema…) non riesco a capacitarmi del come la sua linea grafica e arricciolata, la relativa piattezza delle sue figure e con la loro eterea bellezza possano avere ispirato tanta passione terrena, non solo nelle veneri dalle rosse criniere e labbra carnose di Rossetti e compagni, ma anche nelle generazioni successive. Basta varcare la soglia della mostra per trovarsi catapultato in un universo psicadelico abitato dalle creazioni di artisti come Andy Warhol, musicisti come Lady Gaga, stilisti come Dolce e Gabbana. Non mancano anche gli omaggi cinematografici, il più famoso dei quali appartiene al film di 007 Dr No, con Ursula Andress nei panni di Honeychile Rider (descritta nel libro di Ian Fleming come “Botticelli’s Venus seen from behind”) che esce dal mare in bikini bianco con tanto di conchiglia. Non so quanto quanti degli ammiratori di James Bond abbiano colto la referenza alla Venere pittorica degli Uffizi, ma è indubbiamente un insolito incontro tra cinema popolare e alta cultura…

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate

È solo nell’ultima sala che Botticelli ci appare in tutta la sua delicata bellezza, anche se chi si aspetta i capolavori che hanno ispirato tante opere della prima parte della mostra, resterà deluso che la Nascita di Venere e la Primavera lasciano gli Uffizi tanto spesso quanto la Monna Lisa lascia il Louvre, cioè mai (l’ultima volta pare sia stata negli anni Trenta quando un Mussolini ansioso di accrescere la sua popolarità in Gran Bretagna acconsentì al prestito). Manca anche uno dei miei preferiti, La Calunnia, così come non c’è traccia del mio adorato Valentino (non so il vero nome, così l’ho inventato…) che abita le pareti della National Gallery, anche se c’è un altro ritratto maschile quasi altrettanto bello. E comunque devo ammettere che gli eleganti ritratti di profilo della bellissima Simometta Vespucci colmano assai bene il vuoto lasciato dall’assenza di altre opere piu’ famose.

Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London

Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London

Ma da brava laureata in Lettere, i miei preferiti sono i disegni che illustrano la Divina Commedia, in particolare l’Inferno, da sempre il mio preferito dei tre libri. Realizzati attorno al 1490 per volere di Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici che affidò al nostro firentino il compito di illustrare il poema dantesco copiato su pergamena da Nicolaus Mangona, i disegni sono un’affascinante testimonianza del continuo fascino esercitato sugli artisti dell’epoca dal capolavoro di Dante.

Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 - 1495)

Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 – 1495)

Londra // Fino al 3 Luglio 2016

Botticelli Reimagined

vam.ac.uk

London Art Fair 2016

London Art fair 2016. 2016 © Paola Cacciari

Non sarà famosa come Frieze, ma la London Art Fair resta comunque la più grande fiera di arte moderna e contemporanea del Regno Unito e dove artisti conosciuti e nuovi talenti vanno a braccetto. Ospitata come d’abitudine nell’elegante edifico del Business Design Centre di Angel, il super-trendy quartiere al Nord di Londra e quest’anno giunta alla sua ventottesimo edizione, la London Art Fair inaugura il nutrito calendario artistico londinese.

E non occorre essere collezionisti di arte contemporanea per godersi una bella passeggiata a curiosare tra gli stands (tutti e 126…) per verificare lo stato dell’arte contemporanea da questa parte della Manica. Certamente io e la mia amica A. che oggi mi ha accompagnato oggi in questa passeggiata tra i geni (ok, non sempre…) collezioniste non lo siamo, anche se devo ammettere non mi dispiacerebbe esserlo, soprattutto dopo aver realizzato che un disegno di Mirò non è poì così costoso…. 🙂 E così abbiamo trascorso un ameno pomeriggio curiosando tra le sculture a forma di medicinali di Damian Hirst, le macchie colorate di Patrik Heron, gli incubi di Francis Bacon e le levigate superfici di Barbara Hepworth e molti, molti altri, meno famosi ma altrettanto interessanti. E certamente piu’ divertenti, come questo fotomontaggio della Torre di Babele fatto di cartelli che si trovano in giro per la Capitale: una’ironica quanto azzecatissima metafora di Londra.

Emily Allchurch, London Babel (after Bruegel) 2015. GBS Fine Art

Emily Allchurch, London Babel (after Bruegel) 2015. GBS Fine Art. 2016 © Paola Cacciari

 

Emily Allchurch, London Babel (after Bruegel) 2015. GBS Fine Art. 2016 © Paola Cacciari

Sulla scia del successo ottenuto gli anni passati con insolite partnership con Hepworth Wakefield, museo dello Yorkshire dedicato a Barbara Hepworth, e con la prestigiosa Pallant House di Chichester, l’insolita collaborazione tra una fiera ed un museo ritorna nell’edizione del 2016 con la  Jerwood Gallery di Hastings, nella Contea dell’East Sussex, al Sud del Paese e specializzata in arte contemporanea made in Britain.

London Art fair 2016. By Paola Cacciari

London Art fair 2016. © Paola Cacciari

Come sempre, ampio spazio è come sempre dato alla fotografia contemporanea con Photo 50 2016, una vera e propria mostra nella mostra, curata quest’anno dalla nostrana Federica Ciocchetti dal titolo Feminine Masculine: On the Struggle and Fascination of Dealing with the Other Sex. La mostra è liberamente ispirata al capolavoro di  Jean-Luc Godard del 1966  Masculin Féminin e si propone di esplorare la sfida della rappresentazione delle misteriose dinamiche che si verificano tra uomo e donna.

E come sempre la mia sezione preferita è stata quella degli Arts Projects, le gallerie emergenti, che presenta  gli ultimi sviluppi del contemporaneo britannico e non, con  installazioni, mostre personali e collettive. Quello che mi piace è la varieta’ di questa sezione, con gallerie tedesche, olandesi e coreane e italiane, come l’emergente dalla Rosa Gallery della formidabile Giovanna Paternò.

 

Londra// fino al 24 Gennaio 2016

London Art Fair 2016, Business Design Centre, 52 Upper Street London N1 0QH

londonartfair.co.uk

Il giro del mondo con la Pop Art

Quando penso alla Pop Art penso ai barattoli di zuppa Campbell di Andy Warhol, ai quadri-fumetto di Roy Liechtenstein, alle sculture giganti di Claes Oldenburg, ai collage Richard Hamilton. Ma se questi sono certamente i rappresentanti più famosi di questo colorato movimento artistico, non sono certamente gli unici, così come come l’America e all’Inghilterra non sono state le uniche nazioni in cui questo movimento è fiorito e si è sviluppato. Ci voleva la Tate per organizzare una mostra su quella parte della Pop Art che è sfuggita (anche se sarebbe stato meglio ire lasciata fuori…) ai manuali di storia dell’arte.

Certo, per molti la Pop Art resterà per sempre un indissolubilmente legata agli Stati Uniti. Ma per la sottoscritta, la globalità di questo fenomeno così come la racconta questa mostra, è una vera e propria rivelazione. Chi l’avrebbe detto… Dal Perù al Vietnam, dalla Francia alla Romania, da Israele all’Argentina, la Pop Art affronta temi di propaganda e protesta e condanna in modo rumoroso ed efficace problemi globali come la guerra, il consumismo o la condizione femminile.

Non conosco praticamente nessuno degli artisti in mostra (alzi la mano chi conosce il polacco Jerzy Ryszard “Jurry” Zielinski – nessuno??), e questo é proprio il punto: allontanarsi dalla storia trita e ritrita che vede il movimento nascere a Londra negli anni Cinquanta grazie ad artisti come Richard Hamilton (un altro assente di rilievo dallo show della Tate), prima di esplodere a New York nei primi anni Sessanta. Ma se non ho mai sentito parlare di Zielinski, almeno ho sentito parlare dei nostri Mario Schifano e Sergio Lombardo (di cui ammetto però di non aver mai approfondito la conoscenza) che qui rappresentano il Bel Paese. E che come molti degli artisti di questa mostra, hanno adattato il linguaggio Pop ai propri fini politici.

 John F Kennedy and Nikita Krusciov (1962) by Sergio Lombardo. Photograph: Matt Dunham/AP

John F Kennedy and Nikita Krusciov (1962) by Sergio Lombardo. Photograph: Matt Dunham/AP

Ovunque ci si giri si trova rabbiosa insoddisfazione – che si tratti dell’imperialismo americano, della guerra del Vietnam, della bomba atomica, del capitalismo. Il nostra nuovo leader laburista Jeremy Corbyn sarebbe al settimo cielo. Ma seppure colorate e divertenti, la qualità di molte delle opere in mostra semplicemente non è un gran che, e questo da solo mi pare un motivo piú che valido per relegare molti degli artisti qui presenti al dimenticatoio…

Equipo Realidad, Divine Proportion 1967 (Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)

Equipo Realidad, Divine Proportion 1967 (Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)

Ma ci sono eccezioni, come il caleidoscopico Doll Festival del giapponese Ushio Shinohara, dipinto nel 1966 più colorato e di una canzone dei Beatles (Lucy in the Sky with diamonds salata alla mente, che infatti fu scritta nel 1967…).

Ushio Shinohara, Doll Festival 1966 (Download high resolution image 2.02 MB) Doll Festival 1966 Fluorescent paint, oil, plastic board on plywood Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection) © Ushio and Noriko Shinohara

Ushio Shinohara, Doll Festival 1966 (Download high resolution image 2.02 MB)
Doll Festival 1966 Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection)
© Ushio and Noriko Shinohara

A parte la politica, l’altro, tema che ha forse più successo è il sesso – in particolare, il modo in cui le donne erano (sono, ahime, ancora oggi) presentate nei media. Paradossalmente, in passato la Pop Art è stata occasionalmente criticata per essere sessista. Questo almeno fino a quando, di recente, è stato riscoperto il lavoro di un gruppo di artiste Pop Art completamente dimenticate dalla storia dell’arte. Guardandole adesso, certe opere che vogliono condannare la condizione della donna nella società dell’epoca sono davvero all’acqua di rose che con quello che si trova oggi in Internet una donna che mangia una banana non farebbe arrossire neppure un neonato, ma quarant’anni fa dovevano certamente apparire sovversive davvero e la mostra della Tate offre un esempio della loro arte. Basta guardare l’allegra ventata di femminismo dell’austriaca Kiki Kogelnik (1935-1997), di cui non avevo mai sentito parlare prima e che affronta temi femminili con umorismo e ironia, qualità pressoché sconosciute alla rabbiosa estetica femminista degli anni Sessanta e Settanta.

Friends, 1971, by Kiki Kogelnik is part of the World Goes Pop exhibition at Tate Modern. Photograph: Guy Bell/Rex Shutterstock

Friends, 1971, by Kiki Kogelnik is part of the World Goes Pop exhibition at Tate Modern. Photograph: Guy Bell/Rex Shutterstock

Per i puristi, questa mostra sarà certamente troppo. Innanzi tutto troppo vasta, con le sue 160 opere; e cronologicamente e geograficamente troppo estesa, in quanto allarga la già elastica definizione della Pop Art al punto di rottura. Che, diciamocelo, se un po’ di revisionismo non è sempre una brutta cosa, omettere i padri fondatori del movimento è un vero e proprio sacrilegio, che senza Warhol & C. non sarebbe esistito quel linguaggio visivo che questi artisti di periferia hanno adottato cosi velocemente e con tanto entusiasmo (ma senza possederlo mai fino in fondo) per dire cose che altrimenti non sarebbero state notate.

Nel complesso, però, questa colorata mostra regala in tutto il suo splendore al neon, una divertente e istruttiva istantanea dello stato della controcultura mondiale degli anni Sessanta e Settanta. È una storia vecchia raccontata in modo diverso. E già di per sé questo merita rispetto…

Londra// fino al 24 Gennaio 2016.

Ai Weiwei: quando l’arte è più forte del silenzio.

Che Ai Weiwei (nato nel 1957) fosse un artista scomodo lo si sapeva, che il governo cinese non si sarebbe dato la pena di demolire il suo studio di Shanghai nel 2010 se non lo fosse stato. Che fosse così scomodo da essere stato imprigionato per 81 giorni nel 2011 in una cella di massima sicurezza senza finestre guardato a vista da due guardie (anche quando andava in bagno) a cui era categoricamente vietato comunicare con lui ha a dir poco dell’incredibile. Il reato? L’aver parlato apertamente dell’ingiustizia e della corruzione che regnano sovrane nel suo paese.  L’essere costretto in uno spazio angusto con la costante, silenziosa e (soprattutto) non richiesta compagnia di due sconosciuti è una violenza incredibile, una vera e propria tortura. Io sarei impazzita dopo un giorno. Ma Ai Weiwei no. E una volta uscito è riuscito, nonostante la continua sorveglianza a cui era sottoposto, a riprodurre meticolosamente l’interno della sua cella in una serie di installazioni in scala ridotta intitolate S.A.C.R.E.D. 20111-1013 – installazioni che ho trovato profondamente inquietanti e non solo perché soffro di una leggera claustrofobia.

Ai Weiwei, S.A.C.R.E.D. 2011-2013. London, 2015 © Paola Cacciari

Ai Weiwei, S.A.C.R.E.D. 2011-2013. London, 2015 © Paola Cacciari

Ho fatto la conoscenza di questo incredibile artista proprio nel 2011, quando il museo in cui lavoro gli ha dedicato un display nelle Ceramics Galleries da titolo Ai Weiwei: Dropping the Urn (Ceramic Works, 5000 BC–AD 2010). E se all’inizio non ero particolarmente convinta che il gesto filisteo di distruggere reperti archeologici fosse arte, il lavorare ripetutamente in quelle sale per otto ore al giorno mi ha fatto cambiare idea. Che se ancora sono contraria alla distruzione di un vaso antico (sarei stata una buona restauratrice mi disse anni fa una restauratrice…) se non altro ora comprendo l’idea e la politica dietro questo gesto, che è fondamentalmente la condanna della Cina contemporanea che non si fa scrupolo di distruggere la sua storia passata davanti al progresso e alla modernità. Non sorprende che la Cina non lo lo ami.

Alla mostra che la Royal Academy gli ha dedicato, Ai Weiwei ha lavorato – almeno inizialmente – dalla Cina. Non per scelta, ma perché nel 2011 le autorità cinesi lo avevano arrestato all’aereoporto di Pechino con l’accusa (flebile) di frode fiscale e gli avevano ritirato il passaporto. i sono voluti cinque anni, 81 giorni di prigionia e innumerevoli raccolte di firme in tutto il mondo perché l’artista cinese potesse riottenere, insieme al suo passaporto, anche la possibilità di viaggiare e accompagnare così le sue opere alla mostra della Royal Academy, un’istituzione di cui è stato eletto membro onorario dopo il suo arresto nel 2011 come gesto di solidarietà da parte dei suoi compagni artisti e architetti.

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Ai Weiwei, Dropping the Urn. 2015 © Paola Cacciari

Che per Ai Weiwei arte e attivismo sono la stessa cosa, e tutta la sua arte parla delle condizioni della Cina anche quando indossa i panni del ready-made modello Duchamp (che non per niente era il suo eroe quando il giovane Ai studiava a New York negli anni Ottanta) come il gigantesco lampadario fatto di biciclette argentate – la bicicletta uno degli oggetti più tipici della Cina. Ma se Ai crea (o ri-crea), non esita anche a distruggere.

E infatti qui ho ritrovato i famosi vasi della Dinastia Qing coperti di vernice di Dropping the Urn e ho fatto conoscenza con le inquietanti Surveillance Camera and Video Camera, copie a grandezza natural delle telecamere installate dal governo cinese attorno al suo studio, una volta tornato il “libertà”, sebbene realizzate in marmo, il materiale “nobile” della Cina.

Ai Weiwei, Straight 2008-12. 2015 © Paola Cacciari

Ai Weiwei, Straight 2008-12. 2015 © Paola Cacciari

Per Ai Weiwei l’atto di onorare i morti è importante come l’arte stessa, anzi forse di più. Certo il pezzo più agghiacciante dal mio punto di vista è quello che occupa la sala più grande di Burlington House, un’installazione composta da duecento tonnellate di barre di ferro raccolte, raddrizzate una per una, a mano e ammassate con pazienza da certosino dall’artista e dai suoi assistenti. Si chiama Straight 2008-12 e tratta di in omaggio alle oltre cinquemila vittime, perlopiù bambini, del terremoto di Sichuan del 2008 che causò il crollo di venti scuole – le stesse da cui provengono le barre di ferro. Scuole costruite al risparmio da una classe politica corrotta che si è arricchita con il sangue di 5000 persone innocenti.Vi ricorda qualcosa??

Londra// fino al 13 Dicembre 2015

royalacademy.org.uk

Lusso, calma e voluttà? No, solo lusso, please.

“What is Luxury?” si chiede il Victoria and Albert Museum con la sua ultima mostra nello spazio dedicato all’arte contemporanea. E visto che da quando è iniziata in questa mostra mi è già capitato di lavorarci un po’ di volte, ho finito con il chiedermelo anch’io.

Non che manchino gli spunti di riflessione al riguardo sia ben chiaro che, soprattutto dal 2008, da quando cioè la Grande Crisi economica sta strizzando l’Occidente con la sua austerity come un tubo di dentificio in un pugno di ferro, abbiamo assistito (ebbene si’, anche in UK) allo sproporzionato arricchirsi di un piccolo 1% della popolazione, mentre il restante 99% tira avanti come può, spesso male. Uno dovrebbe essere talmente inferocito da questa sfacciata ingiustiza da voler assaltare l’House of Parlament come nel 1789 i francesi assalirono la Bastiglia, e il più delle volte lo siamo (io almeno lo sono e anche spesso). Ma siamo anche umani e a dispetto di tutto e tutti finiamo con il guardare con curiosità, un po’ di invidia e (mal riposta) ammirazione allo stile di vita di questa piccola minoranza di alieni che popolano le pagine di riviste patinate con le loro vacanze in luoghi esotici, i loro guardaroba senza fine e i loro fare festa come se non ci fosse domani.

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Paris Hilton

Siamo costantemente bombardati da immagini di oggetti di lusso, senza i quali la nostra esistenza si preannuncia triste e sconsolata – che si tratti di status symbol a quattro ruote come le varie Ferrari e Bentley e Aston Martin che poco a poco si sono sostituite nelle strade a marche più modeste (se una BMW si può considerare e tale…) e che sono parcheggiate distrattamente in strada come comuni utilitarie, di vacanze a cinque stelle in località esotiche, di abiti, borse o scarpe di marca.

 Advert for an Estate Agency. Gloucester Road, London. 2014© Paola Cacciari

Advert for an Estate Agency. Gloucester Road, London. 2014© Paola Cacciari

Per non parlare degli appartamenti. Negli ultimi anni Londra è diventata la casa (o almeno il luogo in cui hanno comprato un’altra delle tante loro case…) alcuni dei più grandi ricconi della terra. Ti rendi conto che una zona si è “gentrificata” quando improvvisamente uno scantinato umido viene promosso da semplice “flat” (il normale termine per abitazione, appartamento) ad “apartment” (il sinonimo americano figo che ha una connotazione più residenziale). Persino il supermercato racconta la tua provenienza sociale e la salute del tuo conto in banca. Waitrose o Tesco? M&S o Morrisons? Dimmi dove fai la spesa e ti dirò chi sei.

lvmh_1615386cMa allora, cos’è davvero il lusso? “Può essere una cosa davvero personale…” mi dice la mia amica/collega A., romana  e come me espatriata in terra angla davanti ad un caffè nel giardino della Estorick Collection dove eravamo andate a vedere la mostra di Modigliani (vedi articolo qui). È meglio possedere una cosa o basta averne il ricordo? In poche parole, come dice Shakespeare in Come vi piace (As You Like It) è meglio avere degli occhi ricchi e delle mani povere” o il contrario? Io che non sono particolarmente interessata a vacanze di lusso, auto veloci o abiti firmati, so benissimo cosa preferisco. Come Jaques nella commedia di Shakespeare preferisco possedere il ricordo  di un’esperienza straordianaria che possedere una cosa. Musei, teatri e l’abbonamento alla Royal Opera House, il meraviglioso teatro d’ Opera e balletto di Londra sono lussi di cui non voglio fare a meno; per A. che fa l’illustratrice il lusso sono (sarebbero) libri di fotografia, un bel divano e il tempo per leggerli. Ma il bombardamento di immagini di cui siamo costantemente circondanti è tale da riempirci la testa di cose che più o meno coscientemente dobbiamo desiderare, fornendoci così un idea generica ed inesatta di cosa sia davvero il lusso.

Il mercato dei prodotti di lusso ruota attorno il tempo, all’abilità di artigiani straordinari, alla pazienza e all’uso di materiali preziosi e ricercati e sono queste le cose comprate da chi compra un oggetto di lusso: perché comprare un Pateck Philippe quando si può comprare uno Swatch: non sono forse entrambi orologi? Ma questo non è il punto. Il punto è l’esclusività che si compra con il primo e che separa il possessore di un Pateck Philippe di comuni mortali che (come me) possono solo permettersi uno Swatch.

lux_9In questo nulla è cambiato dal Medioevo e Rinascimento quando l’uso di certi colori, di certe fogge o di decorazioni architettoniche era proibito a chi non apparteneva ad una certa classe sociale (che non si montassero troppo la testa….). Conspicuous consumption l’aveva chiamato l’economista e sociologo statunitense di origine norvegese Thorstein Bunde Veblen (1857-1929), nel suo libro La teoria della classe agiata (1899). Veblen fu il primo a mettere nero su bianco ciò che per anni era stato fatto in modo più o mendo inconscio. La ricchezza non viene solo accumulata, ma mostrata in società attraverso l’ostentazione di beni costosi. Ciò porta inevitabilmente anche ad un singolare gusto, per cui il valore estetico di un oggetto è legato strettamente al suo costo economico. E, ieri come oggi, non appena le classi dominanti si sentivano imitate dal popolino abbandonano le fogge colpevoli per adottarne altre che li differenziassero da chi voleva, ma non poteva, essere come loro. Basta guardare in Inghilterra cosa è accaduto con la marca Burberry diventata così desiderabile dalla working class che nessuno della midlle o upper class non si avvicinerebbe neanche morto ad uno dei suoi modelli tartan, pena l’ essere associato – o peggio scambiato – per un chav, equivalente britannico del truzzo o del tamarro.

Mi piace il fatto che questa non sia una mostra che vuole fornire risposte, ma che vuole piuttosto sollecitare la riflessione. E lo fa con un misto di oggetti che vanno dall’eccezionale – come una pianeta di pizzo veneziano o una super tecnologica sella da equitazione di Hermès – a veri e propri inni al kitsch come una scimmia ricoperta di cristalli (mi chiedo io chi in possesso delle sue piene facoltà mentali vorrebbe condividere il proprio spazio abitativo con una scimmia ricoperta di cristalli??). Nella seconda parte della mostra, che si interroga su futuro del lusso, un orologio senza lancette suggerisce che, dal momento che le nostre vite si fanno sempre più caotiche e complicate, il tempo e  lo spazio per vivere le nostre vite sono diventati il vero lusso. E da persona cronicamente a corto di tempo quale sono, non posso che essere d’accordo…

Londra// fino al 27 Settembre 2015

Victoria and Albert Museum

Storia di una diaspora: la Ben Uri Gallery di Londra

È possibile che dopo sedici anni trascorsi a Londra ci siano ancora zone della città che ancora non conosco o musei che non ho ancora visitato? A quanto pare sì, e la Ben Uri Gallery in St John’s Wood è uno di quelli.
Fondata nel 1915 per sostenere artisti e artigiani di lingua Yiddish emigrati in Gran Bretagna, il museo ha nel corso del tempo allargato la sua collezione con l’acquisizione di numerose opere di artisiti britannici di religione ebraica.

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Come il popolo di Israele, anche la Ben Uri Gallery ha avuto un’esistenza peripatetica che l’ha portata dall’East End di Londra a Soho fino alla sua attuale sede di St John Wood, al Nord di Londra; al momento sta raccogliendo i fondi per assicurasi una sede più grande in cui accomodare la sua sempre crescente collezione.

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Frank Auerbach, Mornington Crescent, Summer Morning II © Ben Uri

Nel frattempo Out of Chaos nella sede temporanea di Sommerset House, sullo Strand, celebra il centenario della fondazionedella galleria. Basata a grandi linee sui grandi movimenti migratori che hanno portato ondate di immigrati ebrei in Gran Bretagna – dalle avanguardie dei Whitechapel Boys che hanno contribuito con il loro cubo-futurismo alla formazione del Modernismo in Inghilterra, alla School of London che conta trai i suoi esponenti un colosso come Frank Auerbach, Out of Chaos è una mostra ambiziosa e intrigante che offre un affascinante spaccato sul passato e sul presente multiculturale di Londra e della Gran Bretagna.

Londra//fino al 13 Dicembre 2015

Sommerset House

benuri.org.uk