Righeira – Vamos a la playa

Era il 1983, la Vita Spericolata di Vasco Rossi imperversava ovunque, la mia”playa” era Rimini e io pensavo che i Righeira davvero fossero spagnoli 🇪🇸 ignara che mai come in quell’anno il mondo è stato sull’orlo del precipizio e ha rischiato la distruzione. Beata ignoranza…

Quando Kensington aveva un canale

Chi l’avrebbe mai detto! Che durante la Reggenza anche il quartiere di Kensington avesse una via navigabile come il più famoso Regent’s Canal! Da anni bazzico in quest’area per lavoro e per piacere, ma non sapevo dell’esistenza di un bacino e tantomeno di un canale.

Ok, non era proprio un canale, all’inizio era più un ruscello che altro, il Counter’s Creek che attraversava il quartiere da da Nord a Sud, passando da Kensal Green Cemetery, Kensington Olympia e, oltrepassando Earl’s Court e West Brompton costeggiava il Brompton Cemetery e quello che è ora è il luogo in cui sorge lo stadio del Chelsea F.C. a Stamford Bridge, per poi buttarsi nel Tamigi. Sul luogo sorge la centrale elettrica (ancora per poco) in disuso di Lots Road, ovest del ponte di Battersea. Dico ancora per poco, perché come tutte le cose che possono portare soldi e “gentrificazione” a Londra ( e non solo), anche questo iconico edificio come la Battersea Power Station, è in procinto di diventare un blocco di appartamenti super lusso con vista sul Tamigi.

Lots Road Power Station, London, England. Photographed by Adrian Pingstone

Ma torniamo al nostro canale. Nel 1820, l’apertura del Regent’s Canal che congiungeva il vicino bacino del Grand Junction Canal a quelli di Paddington, Limehouse e al Tamigi trasportando un traffico ampio e in rapido aumento, convinse William Edwardes, il secondo Lord Kensington, che sarebbe stata una buona idea trasformare quella parte del Counter’s Creek che attraversava la sua proprietà in un canale navigabile come il Regent’s Canal. Allettato dall’idea di arricchirsi con pedaggi e commercio, affidò al geometra William Cutbush, il compito di prepare un progetto adatto allo scopo e tra il 1824 e il 1828 la parte più a sud del torrente fu sviluppata nel Canale di Kensington.

Brompton Cemetery and Kensington Canal by William Cowen

Il Kensington Canal fu inaugurato il 12 agosto 1828, con l’idea di estenderlo fino ai bacini del Grand Junction e di Westbourne, ma l’enorme costo per le undici chiuse necessarie all’operazione finì con il dissuadere Lord Kensington, che dovette rassegnarsi al fatto che il suo nuovo canale si stesse rivelando già dall’inizio un buco nell’acqua. Il fatto era che, in realtà il Canale non era altro che il fiumiciattolo Counter’s Creek migliorato e ampliato; e in quanto più fiume che canale, era soggetto (come il Tamigi in cui si buttava) alle maree – cosa che ne limitava il traffico e di conseguenza le entrate pecuniarie che sin da subito si dimostrarono sostanzialmente inferiori a quanto sperato.

Kensington Canal, plan of basin and lock near Warwick Road in c. 1850

Altro fattore che il nostro Lord Kensington non aveva considerato era stato l’effetto tornado dell’arrivo dell’era ferroviaria, che a Londra in particolare diede il colpo di grazia alla navigazione fluviale. Il canale fu quindi acquistato dalla ferrovia nel 1839 e per costruire la West London Railway che, tramite il Kensington Canal, avrebbe collegato l’Inghilterra Nord Occidentale con il bacino di Kensington, consentendo l’accesso, smistamento e trasporto delle merci ai vari moli di Londra. Inaugurato nel 1844, nonostante un inizio promettente, anche questo progetto si rivelò tuttavia un buco nell’acqua. Gli introiti erano bassi e la ferrovia chiuse appena sei mesi dopo l’apertura. Le uniche vestigia ancora visibili ai nostri giorni sono un fosso verdeggiante accanto al binario 4 (treni per Olympia) della stazione della metropolitana di West Brompton. Le scoperte fatte durante il lockdown….

2021 by Paola Cacciari

Borse e borsette

Ah, la borsa! Dimmi che borsa possiedi, ti dirò chi sei: intrise di significati simbolici, le borse sono molto di più di semplici oggetti funzionali.

Il dizionario italiano la definisce come un “Sacchetto, contenitore di varia forma, grandezza e materia, destinato a usi diversi, in part. a contenere oggetti di uso personale da portare con séb. di stoffa, di pelle, di paglia, di plasticab. per la spesab. per signorab. del tabacco” (Borsa degli arnesi, dei ferri; Borsa diplomatica, Borsa da viaggio, Borsa del ghiaccio,; Borsa dell’acqua calda, etc). Certamente, la loro capacità di trasportare più oggetti di quanto si potrebbe fare a mano, ha fatto delle borse un elemento fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana. Dalle borse medievali e bisacce dei messaggeri alle semplici borse di tela o di plastica, dai classici del design come i modelli di Prada e Chanel agli zaini militari o da tempo libero e da viaggio e ai marsupi da portare in vita alle valigette porta-documenti – ma sempre con una stretta relazione tra funzione e contenuto, la borsa è un’accessorio necessario e onnipresente, utilizzato da da uomini e donne da migliaia di anni in tutte le culture e in tutti i paesi.

Left to right: Burse for the Great Seal of England, 1558 – 1603, England. Museum no. T.40-1986. © Victoria and Albert Museum, London; John Peck & Son, London, Winston Churchill as Secretary of State for the Colonies Despatch Box No.7. Image Courtesy of Sotheby’s

Il disegno delle borse si è evoluto insieme alla storia dei viaggi e degli spostamenti. E se quando si viaggia la portabilità è l’elemento principale, i diversi mezzi di trasporto (transatlantico, treno, automobile, cavallo, a piedi) hanno influenzato lo sviluppo di diversi materiali e di specifiche forme di bagaglio (viaggiare con un baule come questo baule di Louis Vuitton doveva essere una vera fatica, soprattutto per i facchini) . Lo stesso si può dire dell’Esercito, di cui materiali durevoli, lo stile pratico delle uniformi e l’armamentario dei soldati, ha grandemente influenzato la moda civile soprattutto nella creazione delle borse sportive.

Ma neanche la minaccia della guerra e l’obbligo di portare sempre con sé la maschera anti-gas, aveva fatto desistere le signore bene di Londra dal rinunciare all’eleganza, e un’intraprendete ditta inglese creò una pochette da donna in pelle nera con lo spazio per un respiratore standard di tipo civile con maschera di gomma nera e filtro metallico.

Come le scarpe e vestiti, anche una borsa può raccontarci molte cose del proprietario – dal ceto sociale, alle aspirazioni e ambizioni della persona, al desiderio di appartenere ad un determinato mondo o madre un determinato messaggio politico, artistico o sociale. E come un paio di scarpe, anche una borsa per quanto costosa, è sempre più abbordabile di un abito di alta moda, e quindi più alla portata di tutti. E in questo caso è la scelta del modello che conta, poiché indica la tribù di appartenenza.

Da sinistra a destra: la partenza di Grace Kelly da Hollywood (foto di Allan Grant The LIFE Images Collection via Getty Images); Paris Hilton e Kim Kardashian con Marc Jacobs per le borse “Monogram Miroir” di Louis Vuitton a Sydney, Australia 2006. Foto di PhotoNews International Inc, Getty Images

E se negli anni Cinquanta e Sessanta personaggi come Grace Kelly e Jaqueline Kennedy Onassis hanno visto le loro borse preferite ribattezzate con il loro nome, gli anni Ottanta hanno visto la nascita del famoso modello creato da Hermès per Jane Birkin nel 1984 (sulla quale si vedono ancora le tracce degli adesivi che le piaceva attaccarci sopra (cosa che avrebbe fatto venire un infarto a Samantha in Sex and the City) e dell’elegantissima Lady Dior, dedicata a lady Diana Spencer.

Ma il vero boom dei testimonials esplose negli anni Novanta e Duemila, con la creazione delle cosiddette “It bags”, borse promosse da personaggi famosi, da bloggers, vloggers e influencers (da Chiara Ferragni al cinese Mr Bags). Il possedere una (o molte) di queste borse e borsette create in edizioni limitate da marchi come i Chanel, Hermès e Fendi e vendute a prezzi astronomici diventa simbolo di lusso e consumismo.

Da eterna fan di Sex and the City, la mia preferita è naturalmente la Baguette di Fendi, celebrata in un episodio del serial americano in cui Carrie, derubata della borsetta, informa costernata il ladro che non è una semplice borsa, ma una baguette. Creata nel 1997, questa è stata la prima It bag con oltre 60,000 esemplari venduti tra il 1997 e il 2007 e recentemente ritornata in fabbricazione.

Ripensandoci, non so come ho fatto a sopravvivere nella mia adolescenza ficcando tutto nelle tasche di jeans e giubbotti … 🤭 Quando, anni fa mi fu rubata la borsa, il senso di perdita fu schiacciante, e non solo per il portafoglio e la noia di dover rifare i documenti: mi sembrava di aver perso un pezzo di me stessa. Il che in parte era vero, che novella Mary Poppins, tendo portarmi appresso ogni cosa che potrebbe essere utile in (ipotetiche) emergenze – Kleenex, cerotti, assorbenti, paracetamolo, burro di cacao, crema, bottiglia d’aqua, le chiavi, l’agenda (che mi piace la carta) e l’immancabile libro. E naturalmente, dato lo schizofrenico tempo inglese, ombrello e occhiali da sole. Senza scomodare Freud e le sue teorie della sessualità (che naturalmente il nostro austriaco ne ha una anche sulle borse da donna…), la borsa fa le veci – temporanee- del rassicurante tetto domestico. 🏡

2021 © Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Gennaio 2022

Bags, Inside Out, Victoria and Albert Museum

Life (at the museum) after Covid

Dopo i primi mesi di entusiasmo, gentilezza e tentativo ritorno alla normalità, è ovvio che la gente ha superato il trauma del lockdown. Niente più applausi e ringraziamenti per medici, infermieri, commessi dei supermercati e customer facing staff.

L’allentamento delle restrizioni e l’abbandono della mascherina obbligatoria del 19 Luglio sembrano aver mandato a molte persone il segnale inconfutabile del businnes as usual.

Il che sembra includere l’essere sgarbati, maleducati e generalmente sgradevoli con chi lavora nei servizi. Davvero, posso dire con certezza che questa normalità non mi mancava…. 😠☹️

Tempo di regali (A Time of Gifts) di Patrick Leigh Fermor

I regali del lockdown. Fino a qualche mese fa non avevo idee di chi fosse Patrick Leigh Fermor, (1915-2011) fino a quando, curiosando in libreria mi è capitato tra le mani un suo libretto, Three Letters from the Andes – lettere scritte alla moglie durante uno straordinario viaggio fatto nel 1971 con cinque amici nell’alto Perù – da Lima a Cuzco, alla valle dell’Urubamba, a Puno e Juliana sul lago Titicaca, giù ad Arequipa e infine di nuovo a Lima. L’ho comprato immediatamente, in preda ad un profonda nostalgia per la mancanza di viaggi causa Covid, e per rivivere in solitudine uno dei viaggi più belli (quello in Perù appunto) che mi è capitato di fare nella mia vita. E non me ne sono pentita, che la capacità di saper descrivere eventi, cose, persone e paesaggi e farli prendere vita davanti ai nostri occhi è uno dei grandi doni di Patrick Leigh Fermor: non a caso è stato definito dal Guardian come uno dei più grandi scrittore di viaggio del Regno Unito, se non il più grande.

A Time of Gifts, il primo di una trilogia che racconta il viaggio intrapreso dall’autore dall’Olanda a Costantinopoli, ci porta fino in Ungheria. Il secondo volume, Fra i boschi e l’acqua (1986), inizia con l’attraversamento da parte di Fermor del ponte Maria Valeria posto tra Cecoslovacchia e Ungheria, terminando col suo arrivo alle Porte di Ferro dove il Danubio segna il confine tra l’allora Regno di Yugoslaviae la Romania. Il terzo volume racchiude l’ultima parte del viaggio fino a Costantinopoli, pubblicato incompleto e postumo nel 2013 col contributo di Artemis Cooper.

Nato a Londra nel 1915, Patrick Leigh Fermor era figlio di un distinto geologo di stanza in India. Decisa a raggiungere il marito in India, la madre Muriel Aeyleen parte con la figlia maggiore poco dopo la nascita del bambino, lasciando il neonato Patrick in Inghilterra con una famiglia nel Northamptonshire che lo alleverà per i prossimi quattro anni. Inutile dire che questi primi anni cosí liberi e “selvatici” resero il giovane Leigh Fermor profondamente insofferente alla struttura e alle limitazioni accademiche delle scuole dell’alta borghesia a cui la sua famiglia apparteneva, e in cui i suoi cercano di farlo rientrare una volta rientrati in possesso (si fa per dire…) del figlioletto ribelle. Visto come caso disperato, finí in una scuola per bambini “difficili”, la King’s School di Canterbury che adora e in cui si dedica con passione allo studio dei classici e di Shakespeare, Fino a quando non viene espulso anche da lì dopo essere stato sorpreso a tenersi per mano con la figlia di un fruttivendolo. Il suo ultimo rapporto della King’s School notava che il giovane Leigh Fermor era “un pericoloso miscuglio di raffinatezza e avventatezza”. Una passeggera intenzione di entrare al Royal Military College di Sandhurst, lasciò preso il posto a vaghe ambizioni letterarie, per soddisfare le quali nell’estate del 1933 si trasferì a Shepherd Market a Londra, vivendo con alcuni amici. Ben presto, di fronte alle sfide poste alla vita di un autore a Londra e al rapido prosciugamento delle sue finanze, decise di partire per l’Europa. Ha appena diciotto anni.

Munito solo di uno zaino da alpinista, un vecchio cappotto militare, scarponi chiodati, l’Oxford Book of English Verse e un passaporto nuovo di zecca che gli attribuisce la professione di studente e di vaghe ambizioni letterarie, il nostro eroe parte alla volta di Costantinopoli. Quando vi arriva, il 1° gennaio 1935, è ormai un altra persona.

È un libro magico questo, da leggere piano, senza fretta assaporando le parole, in cui si scorgono gli eventi cha avrebbero trasformato l’Europa da lì a poco – primo fra tutti Hitler e il Nazismo; ma fatto di scorci poetici di cupole e monasteri, di grandi fiumi, di paesaggi innevati, di borgomastri ospitali, e soprattutto delle grandezze e della defunta cortesia di un mondo spazzato via per sempre dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Leigh Fermor di porta co sè in questo viaggio nel tempo e nello spazio, grazie alla sua incredibile capacità di trasmetter agli altri ciò che vede e di trasformare un dettaglio in un fantasmagorico affresco, che ricrea lo splendore di un’Europa passata. Non sorprende che abbia influenzato tanto altri grandi viaggiatori come Bruce Chatwin e Colin Thubron.

Tempo di regali A piedi fino a Costantinopoli: da Hoek Van Holland al Medio Danubio
Traduzione di Giovanni Luciani
Biblioteca Adelphi, 2009,

2021 by Paola Cacciari

Men At Work – Down Under

Era il 1981 quando gli australiani Men at Work hanno pubblicato il singolo Down Under.

Naturalmente all’epoca, avendo dieci anni o giù di lì, non avevo idea del significato del titolo, o tantomeno dei riferimenti del video. Ho saputo molto tempo dopo che nei paesi anglosassoni il termine “Down Under” è usato per indicare gli antipodi e in generale l’Australia.

Il testo narra di un viaggiatore australiano che, girando il mondo, si sente orgoglioso della propria nazionalità e del suo interagire con vari personaggi e che sono interessati alla sua terra d’origine. Un verso si riferisce ad un panino al Vegemite,  una crema salata fatta di estratto di lievito, simile alla Marmite britannica una vera e propria icona culturale in Australia e in Nuova Zelanda tanto da essere arrivata a godere dello status di “cibo nazionale”. L’accattivante giro di flauto eseguito tra le strofe invece è basato sulla canzone popolare “Kookaburra”, molto nota tra i bambini australiani.

Per i suoi riferimenti all’Australia, Down Under divenne così popolare da essere considerata una canzone patriottica: è eseguita durante i titoli finali del film di Paul Hogan Mr. Crocodile Dundee 3 .

Ferragosto, di Enrico Franceschini: mare, piadina e delitti.

“A quest’ora, l’Adriatico fa la sua figura: il mare è vuoto, l’orizzonte è addolcito dalla luce che precede il crepuscolo, perfino l’acqua ha un colore invitante.”

Enrico Franceschini, Ferragosto

L’Adriatico. Sembra di esserci, lì sulla riviera romagnola, con le sue spiagge sabbiose rigate da file ordinate di ombrelloni colorati, nell’aria il profumo di bomboloni freschi, pesce fritto e piadine col prosciutto. Ad abbrustolirsi al sole, immobili come lucertole fino a quando il suono della Publiphono (che risuonava immancabile come il raffreddore in inverno lungo la spiaggia di Rimini e dintorni religiosamente tutte le mattine alle 11 e alle 17 nel pomeriggio) non riscuoteva dal coma indotto dall’overdose di UVB segnalando l’ora del bagno o della merenda. Poi ci si univa all’esodo dei umanità sciabattante fatta di madri e padri carichi come bestie da soma di borse da spiaggia, secchielli e salvagenti con al seguito bambini impastati di sabbia, diretta alle pensioni famigliari dalle sale apparecchiate che facevano presagire le delizie del pranzo. La storia delle mie vacanze. Almeno fino a quando non ho cominciato a viaggiare per conto mio, sostituendo lo zaino alla pensione completa.

Ed ora, con il Covid ancora imperante, e gli inevitabili obblighi di quarantena (sì, no, forse: chi ci capisce qualcosa è bravo…) e costosi PCR tests, e altre difficoltà logistiche legate alla fortuna di avere ancora un lavoro, immergermi tra le pagine di Ferragosto, il nuovo giallo di Enrico Franceschini è stata la cosa più vicina ad una vacanza che mi sia capitata quest’anno – meno gli inevitabili gavettoni. E me le sono godute entrambe, sia la storia che la vacanza letteraria.

File di ombrelloni sulla Riviera Romagnola

In questa seconda commedia noir, ritroviamo i personaggi di Bassa Marea: Andrea Muratori detto Mura, due divorzi alle spalle, un figlio a Londra a fare il quasi avvocato, una vita da corrispondente all’estero alle spalle e ora pensionato anzitempo residente in un capanno sul mare a Bagnomarina – che assomiglia tantissimo a Cesenatico, ma che qui diventa il simbolo universale della località balneare della Riviera Romagnola e dei suoi tre amici di sempre, la famiglia che Mura non ha. Ma era da dire che, dopo una vita passata a caccia di notizie in giro per il mondo, la pesca, la lettura del giornale, la corsetta sulla spiaggia e la partitella a basket con gli amici finiscono per non bastare più. E il Mura comincia ad annoiarsi.

La noia e la sua debolezza per le donne, la cui vicinanza è sufficiente a trasformare  il nostro eroe in un ‘minchione’ come avrebbe detto mia nonna, un credulone incapace di dire loro di no – si tratti di una procace moglie che sospetta che il marito le metta le corna, una bellissima trans brasiliana o la vistosa ballerina martinicana che recluta Mura per investigare sulla morte del marito, noto fotografo erotomane ritrovato morto nel suo studio dalla donna delle pulizie in una posa a dir poco oscena. Ma quelli che sembrano due casi completamente diversi come una banale questione di corna e un delitto a sfondo pornografico, sono in realtà uno solo che porta Mura ad imbattersi in qualcosa di molto più grande. Una storia dell’Italia fascista che coinvolge addirittura Mussolini e Claretta Petacci e lo scoop che potrebbe riportarlo in prima pagina – alla faccia di chi lo ha costretto al prepensionamento.

Come Bassa Marea, anche Ferragosto è una riflessione sul passato e presente dell’Italia, di un Paese emerso devarstato dal dopoguerra e che grazie ai dollari americani pompati nelle industrie dal piano Marshall ha visto una ripresa economica senza precedenti. Un vero e proprio miracolo economico quello degli anni Sessanta, “quando la Romagna ambiva a diventare la California italiana”, la meta delle ferie democratiche di massa, il luogo in cui quasi tutti potevano permettersi di trascorrere due settimane in albergo o in una delle numerosissime pensioni famigliari che punteggiavano la riviera. “Mezzo secolo più tardi,” continua Franceschini, “il miracolo italiano si è sgonfiato ma la Romagna no: la costa delle ferie di massa, delle vacanze a basso prezzo già da prima che fosse inventato il termine low cost, del divertimentificio in disco-pub, aqua-park, go-kart, mini-golf, night-club e tutto quanto si può dire in un inglese facilmente comprensibile con due parole separate da un trattino.”

Avendo trascorso le mie prime diciotto estati tra Rimini e Riccione, con un breve intervallo a Lido di Classe, la Romagna raccontata da Franceschini la conosco bene che è la Romagna dei miei ricordi. Riaffiorano alla memoria nomi da tempo dimenticati come Fiabilandia, Mirabilandia, l’Italia in Miniatura, e luoghi mitici come la Baia degli Angeli (che io ho conosciuto quando era già la Baia Imperiale), il Pineta e il Cocoricó e altre discoteche storiche che hanno fatto ballare generazioni di vacanzieri, inclusa la sottoscritta. Lungi dall’essere solo lo sfondo della storia, la Romagna ne è in realtà la vera protagonista, qui descritta con amore infinito dalla sapiente penna di Enrico Franceschini. Ne emerge una nostalgica mappa socio-culturale di una generazione non troppo distante dalla mia che si ritrova ad abitare un mondo che non riconosce più.

È impossibile non simpatizzare con questi quattro ex ragazzi di ieri, sorpresi dalla sesta decade della loro vita come da un improvviso temporale estivo che li ha travolti come un fulmine a ciel sereno. Ed che ora si ritrovano a cercare di riconciliare la loro esuberante voglia di vivere e divertirsi con gli acciacchi portati dall’inevitabile avanzare dell’anagrafe. Lo so benissimo, che ho lo stesso problema: la non coincidenza tra età interiore ed età anagrafica. Che in fondo i cinquanta o i sessanta sono i nuovi trenta o quaranta: non si è vecchi, ma solo un po’ vintage – come il paio di Ray Ban regalati a Mura da Caterina (detta Cate), corrispondente di guerra e sua amica/amante. E se non lo sa lei che ha trent’anni meno di lui…

E se mi sono divertita ad immergermi nell’atmosfera nostalgico-felliniana di Bassa Marea, devo dire che in Ferragosto la trama noir è più solida, meglio sviluppata, la storia più avvincente e temi recenti come prostituzione, immigrazione, la pericolosa risorgere della destra – sono intessuti con la naturalezza del flusso di coscienza nella trama di questa deliziosa black comedy dal sapore di sale. I personaggi sono meglio delineati, soprattutto quelli femminili – donne forti e indipendenti, che sanno quello oche vogliono e come ottenerlo e che tollerano i loro compagni bambocci con l’affetto che si potrebbe avere per un cucciolo pasticcione a cui si è abituati e di cui si apprezza la compagnia. Sebbene, come donna, non possa esimermi dall’arricciare il naso davanti commenti bonariamente volgari se vogliamo, ma sempre volgari, di una generazione di uomini come Mura & C. cresciuta prima del “politically correct”. Non che il politically correct del giorno d’oggi abbia miracolosamente fatto sparire i commenti volgari diretti alle donne (basta guardare i socials per accorgersi del contrario), le pressioni sociali ancora esistenti per quanto riguarda decisioni fondamentali come famiglia, maternità, figli e lavoro, sia ben chiaro…

Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che vedere con il libro in questione, anche se confesso che mi piacerebbe vedere le donne dei Moschettieri avere un ruolo più centrale nelle avventure della combriccola. Chissà cosa ci riserverà la prossima storia al profumo di piadina di Mura e C. …

Paola Cacciari © 2021