Miss Beatrix Potter

Ieri sono uscita a camminare per il quartiere. Era freddo e aveva appena smesso di piovere e non mi andava di allontanarmi troppo dalla mia tana. Camminare per Londra è come muoversi in una time capsule. La zona in cui abito io è vittoriana, costruita sull’espansione della metropolitana verso Ovest. Ci sono piccole stradine, i Mews, che un tempo ospitavano le stalle e le carrozze e gli alloggi di cocchieri e stallieri di quelle classi sociali che potevano permettersi un tale lusso, e prima che l’avvento della ferroria permettesse anche alla piccola borghesie il privilegio di muoversi per Londra anche senza il privilegio di una carrozza rendendo tali costuzioni obsolete.

Ancora dopo tanti anni, Londra continua a sorprendermi: a volte basta solo camminare dal lato opposto della strada – quello in cui non si cammina mai perchè fuori dal nostro pilota automatico – per scoprire qualcosa di nuovo. Come la piccola targa blu sul muro di una scuola materna al n. 2 di Bolton Garden, che che commemora la casa in cui nacque e visse Beatrix Potter e davanti a cui sono passata per anni senza mai notare.

Oggigiorno Bolton Gardens in South Kensington è sede di ambasciate, Ladies, Lords e ricconi vari, ma negli anni sessanta dell’Ottocento era una parte semi-rurale di Londra. La famiglia in cui era nata Beatrix Potter (1866-1943) apparteneva all’alta borghesia arricchitasi con il commercio del cotone ed era ben introdotta nella società dell’epoca, annoverando tra la cerchia di amici del padre personaggi come l’artista Sir John Everett Millais. La famiglia aveva tendenze artistiche. Helen, sua madre, era una raffinata ricamatrice e acquarellista, e suo padre Rupert, sebbene qualificato come avvocato, concentrò gran parte del suo tempo sulla sua passione per la nuova forma d’arte della fotografia (fu eletto alla Photographic Society di Londra nel 1869 ).

Nonostrante il museo in cui lavoro abbia sempre (e dico SEMPRE) una selezione dei suoi deliziosi disegni in esposizione, non ho mai prestato molta arttenzione a Beatrix Potter come persona. Fino a quando, lo stesso giorno della mia scoperta, Prime Video mi ha messo sotto il naso il film Miss Potter – quello tutto scarina con Renée Zellweger e Ewan McGregor. Il film si concentra solo su pochi anni nella vita della Potter, a partire dal 1901 quando pubblicò privatamente il suo primo libro, “The Tale of Peter Rabbit“. Il libro si rivelò così popolare da convincerla a portalo all’editore Frederick Warne che lo aveva originariamente rifiutato, e che lo accettò una volta che Beatrix Potter acconsentì a ri-illustrarlo a colori.

Pubblicato nel 1902, fu un enorme successo, e i soldi che guadagnò da esso e dalla merchandise era un passo verso l’indipendenza economica dalla sua pretenziosa famiglia di nouveau-riche vittoriani. In questo suo rifiutarsi di rassegnarsi al matrimonio a tutti i costi come unica “carriera” accettabile per una donna, Beatrix Potter è molto simile a Jane Austen, ma più fortunata di quest’ultima in quanto a differenza della sua collega, la Potter riesce a vivere dei proventi della sua penna. Anzi, da abile donna d’affari qual’era, diverta persino piuttosto ricca. Il che, ancora adesso nel caso di una donna, è un passo necessario verso la libertà e l’autonomia. Nel 1909, attraverso l’acquisto della prima delle numerose proprietà che finira’ con l’acquistare nel Lake Distrik, Beatrix Potter incontrò William Heelis, un avvocato del luogo che diventerà suo marito nel 1913 nonostrante le obiezioni dei suoi genitori che non approvavano la sua relazione della figlia con “un avvocato di campagna.”

Alla sua morte nel 1943, Betrix Potter lasciò quasi tutte le sue proprietà al National Trust, inclusi oltre 4.000 acri (16 km2) di terra, sedici fattorie, cottage e mandrie di bovini e pecore di razza Herdwick – uno dei più grandi lasciti dell’epoca al National Trust, che ha permesso la conservazione della terra ora inclusa nel Lake District National Park e la continuazione dell’agricoltura. L’ufficio centrale del National Trust a Swindon è stato chiamato “Heelis” nel 2005 in memoria di William Heelis, che continuò la sua gestione delle loro proprietà e dell’opera letteraria e artistica della moglie per i venti mesi in cui le sopravvisse. Quando morì nell’agosto del 1945, lasciò il resto al National Trust.

2021 Paola Cacciari

Quando Nilde Iotti divenne la prima donna Presidente della Camera

Nilde Iotti era stata una staffetta porta-ordini durante la Resistenza ed entrò nella Costituente e poi in Parlamento con la Repubblica. Fu la prima donna a ricoprire una delle tre massime cariche dello stato, per questo la ricordiamo oggi che il partito a cui apparteneva non ha espresso neanche una donna nel Governo Draghi. Nilde […]

Quando Nilde Iotti divenne la prima donna Presidente della Camera

Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di e osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel nel 1936 in collaborazione con Dorothea Lange, in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno in florida, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolente convivenza (pare che Hemingway abbia continuato a vivere anche con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944 andare al fronte on le truppe per coprite lo sbarco in Normandia e Martha decide di seguirlo al fronte, nonostante l’esercito americano disapprovasse delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema) . Hemingwya tentò di ostacolarle il viaggio rifiutandosi di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo, costringendola ad attraversare l’Atlantico come clandestina su una nave ospedale. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, la prima donna ad entrare nel campo di concentramento di Dachau poco dopo la sua liberazione – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

L’uomo che inventò il Black History Month: Carter G. Woodson

Carter G. Woodson, inventore del Black History Month, nacque in Virginia nel 1875, dieci anni dopo la fine della Guerra Civile. Figlio di una coppia di ex-schiavi analfabeti, Woodson sembrava destinato a una vita di lavori manuali nelle ingrate e razziste campagne del sud degli USA. Ma i genitori di Carter, nonostante l’estrema povertà, erano […]

L’uomo che inventò il Black History Month: Carter G. Woodson

UB40 – Red Red Wine

UB40 – Red Red Wine (1983)

Nel 1983 il gruppo reggae fusion britannico UB40 ha pubblicato una cover del singolo di Neil Diamond del 1968 Red Red Wine che raggiunse la prima posizione della classifica britannica Official Singles Chart.

Davvero, a volte un bicchiere di vino rosso (p bianco, or rosè) è proprio quello che ci vuole in periodi come questi… #coronavirusuk

Lost London – William Blake’s birthplace, Soho…

William Blake’s house in Soho, an illustration by  Frederick Adcock, published in ‘Famous houses and literary shrines of London’ (1912) and written by Arthur St John Adcock. William Blake, one of the UK’s most lauded artists and poets, was born in a property at 28 Broad Street (now Broadwick Street) in Carnaby Market, Soho, on […]

Lost London – William Blake’s birthplace, Soho…

Breve storia della Reggenza

Nel 1811 re Giorgio III, colpito da un attacco di porfiria, fu dichiarato non idoneo a governare. Non era la prima volta che questa malattia lo colpiva, ma il re si era sempre ripreso. Tuttavia alla fine del 1810, le condizioni psichiche di Giorgio III peggiorarono irrimediabilmente e il re fu dichiarato pazzo. Ma questa volta il Parlamento era pronto e con il Regency Act il Principe George Augustus Frederick diventò reggente al posto del padre. Sfortunatamente il Re non si riprese mai più, e alla sua morte nel 1820 il principe reggente divenne a sua volta re con il nome di Giorgio IV, ponendo ufficialmente termine alla Reggenza, anche se questo periodo finisce davvero solo con la morte di Giorgio IV nel 1830.

Thomas Lawrence – Scanned from the book The National Portrait Gallery History of the Kings and Queens of England by David Williamson

Ma di fatto si può dire che la Reggenza sia iniziata molto prima, addirittura nel 1789 con la presa della Bastiglia. Il fatto che il popolo di Parigi, stanco degli sprechi e dei soprusi monarchici, avesse potuto assalire quel simbolo del potere assoluto, elettrizza l’intera Europa del XIX secolo e le ripercussioni furono immense. Il messaggio dei rivoluzionari, che l’ordine prestabilito poteva essere ribaltato, innescò ovunque un dibattito sul ruolo dell’individuo nella società che getterà i semi del mondo moderno. 

A differenza di altri stati europei, che vivono disordini e agitazioni politiche ispirate da quanto avvenuto in Francia, l’Inghilterra fu risparmiata da una rivoluzione violenta. Ma neanche la Gran Bretagna è immune dall’ondata di cambiamenti sociali, politici ed economici provenienti da oltre la Manica. Gli ideali di uguaglianza e progresso promossi dalla rivoluzione francese ispirarono i riformatori inglesi, nello stesso modo in cui i controrivoluzionari terrorizzarono la monarchia e le classi di proprietari terrieri. L’arrivo in Inghilterra poi di un gran numero di nobili francesi fuggiti alla violenza del nuovo regime, e le guerre napoleoniche che impegnano l’Inghilterra (e il resto dell’Europa) tra il 1803 e il 1815, fecero il resto. La diffusione della cultura francese nella società britannica dell’epoca influenzò settori come la lingua, l’arredamento, la moda femminile, e persino la cucina.

Washstand (athénienne or lavabo); 1800–1814. New York, Metropolitan Museum of Art

L’Inghilterra della Reggenza è un mondo in bilico tra due secoli, stretto tra l’eleganza del diciottesimo secolo e il claustrofobico moralismo dell’età vittoriana, dominato dall’esuberante figura del Principe reggente e dal suo seguito di dandy libertini più impegnati a gozzovigliare e a giocare d’azzardo che a governare il paese, in cui i ricchi vivono nello splendore e i poveri muoiono nello squallore. E in cui il crescente benessere portato dalla rivoluzione industriale, contrasta amaramente con il degrado sociale portato alla classe operaia da quella stessa meccanizzazione che aveva tanto migliorato il reddito e lo stile della piccola e media borghesia.

Una classe nuova, fatta di ricchi agricoltori, mercanti, banchieri e avvocati con aspirazioni sociali come quello descritto da Jane Austen nei suoi romanzi (pubblicati tra il 1811 e il 1817, in piena Reggenza), che si fanno largo a gomitate in un mondo in cui fino ad allora erano esclusi, sotto gli occhi sdegnati della grande aristocrazia terriera. Un mondo dominato dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove un buon matrimonio può assicurare, se non la felicità, almeno denaro e un posto in società. Cosa ben nota alle donne, il cui destino resta comunque legato al matrimonio e ai figli, e il cui futuro in società, occupazioni e amicizie dipendevano esclusivamente dalla loro capacità di trovare un marito.

James Gillray Caricature of George IV as the Prince of Wales A Voluptuary under the Horrors of Digestion (1792)

In inghilterra quelli tra il 1760 e il 1820-40 sono anni di incredibile avanzamento tecnico e scientifico, che vedono lo sviluppo della macchina a vapore e il suo utilizzo nell’industria tessile e nei trasporti. Si costruiscono nuove strade, una rete di canali e corsi d’acqua e la ferrovia, nasce il telegrafo e si introduce l’illuminazione a gas nelle strade. Viaggiare diventa più facile, e non solo per le materie prime destinate alle industrie e al commenrcio, ma anche per le persone e per le idee. Il mondo diventa più piccolo ma gli orizzonti si allargano.

Industrializzazione e urbanizzazione vanno di pari passo e questa nuova classe mercantile e borghese arricchitasi con il commercio o la libera professione, ha tempo e denaro per una serie di attività prima impensabili. Si dedicano alle corse dei cavalli, al giardinaggio, alla danza e fanno shopping nei negozi esclusivi aperti in strade eleganti come lo Strand e Piccadilly, o in eleganti gallerie commerciali, come Burlington Arcade a Londra. Bevono te e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera, visitano musei e gallerie (la Dulwich Picture Gallery, il British Museum e la National Gallery di Londra, il Fitzwillam Museum di Cambridge e l’Ashmolean Museum di Oxford aprono tutti in questo periodo) e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells diventano accessisibili. Concetti come hobby e turismo nascono in questo periodo. Con il consumismo, nasce l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche, la cui determinazione a spendere denaro era un segno di status sociale – e quella del ceto medio di emularli – crea l’ambiente ideale in cui artisti, architetti, artigiani e progettisti possono prosperare.

John Nash, Regent’s Crescent. Photo Courtesy of Regents Crescent

Con l’avvento della borghesia, i grandi quadri a soggetto storico prediletti  dall’aristocrazia diventano all’improvviso obsoleti in soggetto e dimensioni. Il ceto medio richiede soggetti quotidiani, ritratti e paesaggi come quelli dipinti da John Costable e J.W.M. Turner, dalle dimensioni più piccole per le nuove case a schiera che cominciano a sorgere numerose nelle zone alla moda di Londra, nelle città termali e sulla costa. Questa è un’epoca d’oro per l’urbanistica. Lo splendore barocco del secolo precedente lascia il posto al classicismo palladiano, reinterpretato da una nuova generazione di architetti come Robert Adam, John Soane e John Nash, il creatore di Regent Park, Regent Crescent e Regent Street, la cui formula di facciate a schiera diverrà popolarissima in città alla moda come Brighton e Cheltenham e Bath.

È in questo periodo che la lettura di romanzi diventa una delle principali forme di intrattenimento per le classi medie. Romanzi gotici e sentimentali, racconti esotici ambientati nel lontano oriente con ambientazioni improbabili e trame goffe sono fagocitati con entusiasmo da un pubblico, che grande ai progressi dell’alfabetizzazione diventa sempre più largo e in cerca di evasione e intrattenimento. E se il prezzo dei libri era ancora proibitivo per molti, le biblioteche circolanti e i vari club di lettura permettevano una larga diffusione di libri e giornali, e con essi di nuove idee in strati diversi della società mai prima raggiunti.

James Gillray Short-bodied gowns, a Neo-Classical trend in women’s clothing styles (1794)

Anche la satira è un fenomeno della Reggenza e le caricature politiche e sociali di James Gillray e di Thomas Rowlandson non risparmiano nessuno, nemmeno lo stesso Reggente burlandosi tanto della classe politica che degli eccessi della moda dell’epoca importata dalla francia, spesso così stravagante e pretenziosa da rasentare l’assurdità.

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici, Giorgio IV, trascorse gran parte del suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spense la sua passione per tutto ciò che è  francese, soprattutto per il cibo cucinatogli dai cuochi francesi al suo servizio. C’è un lato positivo in tutte le cose.

2021© Paola Pacciari

Pubblicato su LondonIta

Ma che sorpresa! La Brexit sta colpendo il commercio britannico! 😠

Domenica. Ho dato una veloce scorsa al giornale e sono già di cattivo umore. Difficile non esserlo quando il titolo di prima pagina dell’Observer è “FURY AT GOVE AS EXPORTS TO EU SLASHED 68% SINCE BREXIT”. Come se questa fosse una sorpresa!

Da mesi, anzi da anni, anzi da quando la Gran Bretagna ha votato Leave in quel infausto referendum del 2016 industriali e commercianti , i cosidetti “esperti del settore” lo dicono che uscire dall’EU trade agreement sarebbe stato un suicidio per l’economia. Ma no. Grazie a Michael Gove, Boris Johnson e a un gruppo di Tories convinti di abitare ancora la a sia ancora la stessa potenza imperiale che dominava i mari nel Settecento e nell’Ottocento, ora la GB è davvero un’isola. Solo, non sono sicura che ritornerà mai ad essere quella “sceptred island” descitta da Shakespeare in Richard II e tantomeno la Rule Britannia di Elgar. Che ora India, Australia e tutti i paese dell’ex Commonwealth britannico sono indipendenti, e dubito che siano interessati a scambi di stile coloniale.

Gli effetti della Brexit cominciano già a farsi sentire. Il commercio con i paesi dell’UE sta diminuendo rapidamente causa dell’aumento dell’IVA e delle spese di gestione, cosa che ha portato acquirenti da entrambi i lati della manica a rallentare o a cessare le vendite per mancanza di convenienza, mentre al supermercato c’è meno scelta di verdure e di carne, i prezzi salgono lentamente, di poco alla volta, ma salgono, e i rifornimenti sono più lenti.

E non parliamo del settore dello spoettacolo. Le tournees internazionali si sono interrotte con la pandemia, insieme a tutti gli spettacoli dal vivo, e non solo non si sa quando ripranderanno ma SE riprenderanno. E se lo faranno, resta da vedere il come che grazie alla Brexit le nuove normative e costi relativi a visa, permessi di lavoro per artisti, tecnici del suono e dell’illuminazione (etc etc) richiesti per i paesi dell’UE significano più scartoffie e più scartoffie significano più costi per ogni viaggio. Costi che, nel caso di musicisti emergenti, sono spesso proibitivi, come lo sono per gli orchestrali meno pagati che lavorano a chiamata.

E quando si parla delle arti non stiamo parlando di bruscolini, che nel 2019 solo il settore della musica ha portato 5,8 miliardi di sterline nelle casse dello stato. I sindacati dei musicisti hanno chiesto nuove disposizioni per fornire permessi a breve termine e per velocizzare lo sdoganamento dei veicoli. La loro ricerca mostra che il 44% dei musicisti britannici guadagna una parte sostanziale del proprio reddito nell’UE. I

Oltre 100 musicisti, tra cui personaggi come Elton John, Ed Sheeran e Sir Simon Rattle hanno firmato una lettera aperta al Governo in cui sostengono che l’accordo della Brexit ha “vergognosamente rovinato” il settore. Da parte loro, 283.000 persone (tra cui la sottoscritta) hanno firmato una petizione per consentire ai professionisti del settore dello spettacolo di viaggiare senza visto – cosa che a quanto pare il Governo aveva rifiutato, almeno inizialmente, in quanto esentare gli artisti dal visto sarebbe stato incompatibile con la promessa di “riprendere il controllo” dei confini del Regno Unito. Non manca neppure quell’iprocrita di Roger Daltrey, che dopo aver votato Leave, si lamenta dell’impatto dell’accordo Brexit sui musicisti…

E mentre EU e UK discutono sul di chi sia la colpa di questo caos, il mitico Simon Rattle, tornato a Londra da Berlino ( dove era successo a Claudio Abbado come direttore principale della Berliner Philharmoniker ) per diventare nel 2017 direttore musicale della London Symphony Orchestra, ha prontamente fatto le valigie per tornare in Germania. E questa volta forse per restarci.

2021 Paola Cacciari

Una nuova guida per Bologna, un viaggio tra storia e cultura

Bologna: città d’arte e di cultura, affascina ed attrae visitatori da tutto il mondo per le sue bellezze storiche e artistiche. Da sempre turisti e studenti si aggirano per le strade del centro storico, tra i caratteristici portici e scorci suggestivi, forse spesso ignari della storia in cui sono immersi. Bologna è una città così […]

Una nuova guida per Bologna, un viaggio tra storia e cultura

Sognando il Cotswolds

Piantina Cotswolds
Cotswolds © Natural England copyright 2012.

Colline ondulate, boschi rigogliosi, pittoreschi villaggi ed eleganti palazzi color miele.
No, non stiamo parlando di Downtown Abbey o di un episodio dell’Ispettore Barnaby (che pure sono stati ambientati da queste parti), ma dell’Inghilterra da cartolina, quella tutta fiori, ponticelli e ruscelli illustrata sulle vecchie scatole di cioccolatini. Insomma, del Cotswolds.
Designata come Area of Outstanding Natural Beauty (AONB) nel 1966, il Cotswolds si srotola sopra una superficie di 2.040 km2, attraverso le sei contee di Gloucestershire, Oxfordshire, Wiltshire, Somerset, Worcestershire e Warwickshire. Sulla mappa appare come un’area a forma di losanga allungata, compresa approssimativamente tra le città di Stratford-Upon-Avon a Nord, Bath a Sud, Gloucester e Cheltenham ad Ovest, e Oxford a Est.

Cotswolds landscape by Saffron Blaze

Origini del nome Cotswolds

Non si sa per certo da dove derivi il nome Cotswolds.
Tra le numerose spiegazioni, quella più comunemente accettata sostiene che derivi dall’unione di “cot” inteso come “recinto per le pecore”, e “wold” che significa “collina” – quindi, qualcosa come ‘recinto per le pecore sulle dolci colline’. Il che, visto che la regione deve la sua ricchezza al commercio medievale della lana, sembra più che appropriato.
La lana pregiata prodotta dalla razza di pecore “Cotswold Lion” era apprezzata in tutta Europa ed era la merce di esportazione più importante durante il Medioevo. I numerosi mercanti fiamminghi e italiani che popolavano i mercati dell’Inghilterra medievale, acquistavano la lana grezza nei mercati locali, che poi spedivano via mare nelle Fiandre o in Italia per essere lavorata. E dato che nel XIV secolo la lana rappresentava il 50% dell’economia nazionale, non sorprende che il grande cuscino imbottito e ricoperto di panno rosso privo di braccioli che costituisce il seggio ufficiale del Lord Speaker della House of Lords nel Palazzo di Westminster, sia chiamato Woolsack – letteralmente “sacco”, o “balla di lana.

Ancora oggi l’antica ricchezza dell’area si riflette nell’architettura religiosa della regione, le cui chiese imponenti sono realizzate nello stile gotico perpendicolare prediletto nell’Europa del Nord tra il XIV e il XVI secolo.
Le abitazioni civili, invece, sono spesso costruite con la pietra calcarea locale sono caratterizzate da tetti a due spioventi di pietra o tegole. Il colore della pietra utilizzata varia in base alla posizione geografica dell’abitato, con la pietra color miele usata nel nord e nordest, quella dorata comune al centro della regione, e quella perlata associata a Bath, tipica del sud dell’area.

Castle Combe, Cotswolds. By Saffron Blaze

I Villaggi del Cotswolds

I villaggi del Cotswolds sono numerosi e tutti offrono qualcosa di particolare all’occhio del visitatore curioso.
Da Bourton-on-the-Water con i suoi caratteristici ponti bassi sul fiume Windrush, che attraversa il centro della città, alle pittoresche locande in legno di Winchcombe, a quella piccola gemma dell’architettura medievale (risale al XII secolo) che è Chipping Campden.
E se William Morris, il celebre scrittore, designer e socialista e padre dell’Arts and Crafts, definì Bibury “il villaggio più bello d’Inghilterra”, da non perdere è anche il pittoresco villaggio di Broadway, punteggiato da negozi di antiquariato e deliziose sale da tè, e nelle cui vicinanze sorge la bizzarra Broadway Tower, una una torre di 17 metri a forma di castello sassone, ideata tra il 1798-1799 da due grandi architetti dell’epoca, Capability Brown e James Wyatt per Lady Coventry.

Broadway Tower, Cotswolds. By MykReeve

Oltre ai magnifici resti termali della più famosa Bath, gli appassionati di storia romana non vorranno farsi scappare una visita a Cirencester, l’antica Corinium romana, le cui origini risalgono invece al I secolo d.C.
Situata sulla Fosse way, una delle più importanti strade romane, costruita tra il I e il II o secolo d.C. per collegare Exeter con Lincoln, Cirencester era probabilmente la più grande città della Britannia romana dopo Londinium (Londra), come attestano i resti di numerose ville e accampamenti militari ritrovati nell’area.
Le mura racchiudevano una città di 240 acri (100 ettari) e scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di una basilica romana, di un anfiteatro e di numerose ville dalla ricca decorazione a mosaico, ora esibiti nel Corinium Museum insieme ad una vasta e interessantissima collezione di antichità della Britannia romana.

Le Dimore Storiche nella campagna del Cotswolds

La splendida campagna del Cotswolds vanta alcune delle dimore storiche e dei giardini più belli e meglio conservati del paese, a cominciare dal sontuoso Blenheim Palace. Situato al limitare della cittadina di Woodstock, vicino a Oxford, questo grandioso palazzo barocco fu costruito nel XVIII secolo per il generale John Churchill, il I Duca di Malborough come ricompensa la sua decisiva vittoria nella battaglia di Blenheim nel 1704 e rimase la residenza dei Churchill per i successivi tre secoli, il più famoso dei quali, Winston Churchill, nacque qui nel 1874.

Blenheim Palace Cortwolds
Blenheim Palace By Magnus Manske

Il castello di Sudeley, vicino a Winchcombe e costruito nel 1443, e appartenuto per un periodo alla potente famiglia Seymour, fu per un breve periodo la residenza di Katherine Parr, la sesta ed ultima moglie di Enrico VIII.
Uscita incolume dal matrimonio con Enrico, (che muore nel 1547), la povera Katherine riesce finalmente a sposare l’amato Sir Thomas Seymour a cui era stata costretta a rinunciare dal re, solo per morire di parto nel 1548. Quando si dice la sfortuna…

Nonostante l’importante ruolo giocato dalla rivoluzione industriale nel Sud della regione, i paesaggi bucolici e la pittoresca architettura del Cotswolds furono risparmiati dall’industrializzazione galoppante del tardo Ottocento. Cosa che entusiasmò William Morris e gli artisti delle Arts and Crafts, che nel XIX secolo si ispirarono per il loro prodotti di design alle tradizioni domestiche della campagna britannica per i loro prodotti di artigianato.
Kelmscott Manor, la bella casa nei pressi del piccolo villaggio di Kelmscott, nell’Oxfordshire e costruita nel 1570 circa, divenne la residenza di campagna di Morris dal 1871 fino alla sua morte nel 1896.

Il Cotswolds ispirazione di artisti e scrittori

Per generazioni, artisti e scrittori hanno trovato ispirazione tra la rigogliosa campana del Cotswolds, da William Shakespeare, nato a Stratford-Upon-Avon, al limitare del Nord Cotswolds, a Lewis Carroll, l’autore di Alice’s Adventures in Wonderland e Through the Looking-Glass che trascorse così tanto tempo nell villaggio di Stow-on-the-Wold, a casa dell’amico, il reverendo Edward Litton, da arrivare a basare il suo personaggio più famoso, sulla figlia di Litton.
Bath, l’elegante città neoclassica al limitare del Cotswolds, dove Jane Austen visse per alcuni anni e non sempre felicemente, divenne la scena per due dei suoi sei romanzi, Persuasion e Northanger Abbey, mentre J.M. Barrie trovò l’ispirazione per molte delle avventure del suo Peter Pan durante le sue numerose visite a Stanway House.
Il Cotswolds non è probabilmente il primo posto a cui si pensa leggendo Il Signore degli Anelli, ma le descrizioni delle ondulate colline della Terra di Mezzo abitata dagli Hobbit lasciano pochi dubbi sui luoghi che ispirarono J.R.R. Tolkien. I fanatici dello scrittore non vorranno farsi scappare una visita alla pittoresca cittadina di Moreton-in-Marsh, dove il caratteristico pub The Bell Inn ispirò il Prancing Pony, la locanda in cui gli Hobbit incontrano per la prima volta Aragorn.

E se la magnifica trilogia di Tolkien è stata filmata in Nuova Zelanda, la campagna e i villaggi del Cotswolds sono certamente tra i grandi favoriti del cinema e della televisione, britannica e internazionale.
La parrocchia di St Mary nel fittizio villaggio di Kembleford, per esempio, sede del simpatico sacerdote-detective Padre Brown, è in realtà la chiesa medievale di St Peter and Paul a Blockley, poco lontano da Moreton-in-Marsh, mentre i corridoi di Hogwarts in Harry Potter sono gli splendidi chiostri della cattedrale di Gloucester.
La stessa cattedrale ha fornito le ambientazioni anche per numerose scene della serie televisiva Wolf Hall, tratta dai libri di Hilary Mantel, oltre che per episodi di Sherlock e Doctor Who.
Gli amanti del regista James Ivory, invece, non mancheranno di riconoscere Dyrham Park in Quel che resta del giorno (The Remains of the Day): lo spettacolare palazzo del XVII secolo, con tanto di immensi giardini e parco dei cervi) a circa 24 km rispettivamente da Bath e Bristol, è stato infatti utilizzato nel 1993 come set per l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro.

Infine, qualche suggerimento pratico. Sebbene autobus e treni non manchino, i trasporti pubblici che attraversano il Cotswolds sono piuttosto limitati – gli autobus hanno corse ogni ora, e la ferrovia sfiora appena le città principali; pertanto chi desidera più flessibilità e la possibilità di uscire dalle aree più turistiche, dovrebbe considerare l’opzione di noleggiare un’auto. Gli appassionati di trekking poi, non vorranno lasciarsi scappare la Cotswold Way, un sentiero pedonale designato per escursioni che si estende per oltre 160 km che parte da Chipping Campden, non lontano da Stratford-upon-Avon e, attraversando villaggi-cartolina come Broadway, Winchcombe, Cleeves Hill, Painswick e termina a Bath.

Ulteriori informazioni e itinerari sono disponibili sul sito ufficiale di informazioni turistiche del Cotswolds http://www.cotswolds.com/ e sul sito del National Trust http://www.nationaltrust.org.uk/days-out/regionsouthwest/cotswolds

2021 Paola Cacciari su Londonita