L’uniforme

È l’antitesi di un abito “alla moda”, ma visto che la indosso tutti i giorni, voglio dedicare un post a lei, all’uniforme. Nel corso dell mia vita ne ho indossate molte, dal camice da promoter nei supermercati bolognesi quando stavo lavorando alla tesi e cercavo di mettere da parte qualche soldo per viaggiare, a quelle delle varie catene di coffee shops in cui ho lavorato durante i miei primi anni a Londra quando vendere panini e caffè ad un branco di avvocati frettolosi era l’unico modo per migliorare i miei ‘listening and speaking skills’.

Poi è venuto il Museo, e nel corso della mia carriera da Gallery Assistant ne ho già cambiate cinque – l’ultima, arancione e blu e disegnata dallo stilista britannico Christopher Raeburn introdotta nel 2017 più moderna e sportiva per la nuova immagine che il museo vuole proiettare all’esterno, ha scatenato una vera e propria tempesta mediatica. Un mondo a parte da quella bianca e nera di prima e tutt’ora indossata da quelli della security che lavorano all’interno delle mostre temporanee, e il cui unico riferimento alla nostra attuale uniforme (e quindi all’unità del brand) è nella cravatta, blu come il cordino a cui è attaccato il pass. Siamo tutti uguali, ma diversi. Soprattutto siamo immediatamente riconoscibili. Almeno questa è l’intenzione, anche se dato il numero di persone che quotidianamente mi chiede “Scusi, ma lei lavora qui?” mi sorge qualche dubbio. Comunque.

La definizione che il vocabolario da’ dell’uniforme è:

abito uguale per tutti coloro che fanno parte di un corpo, di un collegio, di una milizia,

Il termine “divisa” è spesso utilizzato come sinonimo di uniforme, almeno in italiano. In inglese, invece, esiste solo il termine uniform, mentre divisa ha più il significato di livrea.

Sta di fatto che indossare un’uniforme non è mica cosa da poco: una divisa comporta certi doveri (comportarsi in un certo modo, non fare o dire cose che possano screditare l’organizzazione etc etc etc) e nel mio caso, pochi diritti che al contrario di quelle militari che ispirano rispetto e soggezione,  le uniformi del personale civile sembrano essere un invito agli abusi da parte del pubblico. Il personale dei supermercati, i postini e guidatori degli autobus ne sanno qualcosa.

Nella mente di Robert Baden-Powell, il fondatore degli Scouts, “l’uniforme cela tutte le differenze di condizione sociale in un paese e favorisce l’uguaglianza; ma, cosa ancor più importante, copre le differenze di nazionalità e razza e fede, facendo sì che tutti si sentano appartenenti ad un’unica grande fratellanza.”

Per questo stesso motivo in Gran Bretagna le uniformi sono d’obbligo anche nelle scuole dove lo scopo della divisa scolastica è quello di caratterizzare gli studenti appartenenti allo stesso istituto, e contemporaneamente evitare che il vestiario individuale utilizzato possa rendere evidente l’appartenenza degli studenti stessi a classi sociali diverse; o per i partecipanti al torneo di Wimbledon, che devono indossare divise bianche per rispettare una tradizione che risale al 1877 – anche se in questo caso non sono sicura l’idea di fondo si quella dell’uniformità…

Ma anche gli sportivi indossano una divisa, che in inglese si chiama kit– inteso nel senso di attrezzatura vera e propria oltre che di abiti. Ogni disciplina infatti prevede una propria divisa fatta elementi diversi a seconda dello sport praticato; divisa che deve permettere libertà di movimenti, e nel caso degli sport di squadra deve permettere di riconoscere facilmente i propri compagni a distanza. E in questo non molto è cambiato dall’uniforme militare.

Tra poco avremo una divisa nuova. Sarà la mia sesta divisa nei quasi vent’anni anni che ho trascorso al museo. Un nuovo anno. Un nuovo Capo di Dipartimento, un nuovo capitolo della mia Vita da Museo. E incrociamo le dita.

13 thoughts on “L’uniforme

  1. Post simpaticissimo, informativo, illuminante. Modi ed usi della Perfida Albione hanno sempre in riserbo delle sorprese per noi continentali. In ogni caso, anche qui in Italia Musei e Mostre stanno dandosi da fare. “È tempo di marketing, bellezza! E non puoi farci niente – diceva quel tale. Lo conosci? 🙂

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  2. Che bel post, grazie. Anch’io nei miei lunghi anni di lavoro in aeroporto ho indossato sempre la divisa. Ne abbiamo cambiate parecchie e soprattutto è stata una conquista avere i pantaloni! Sai…le hostess (anche di terra) erano viste bene solo in gonna.

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    1. Anche in Finlandia i pantaloni sono stati una conquista? Ho sempre pensato alla regione scandinava come ad un’isola di emancipazione sociale! A proposito delle hostess ho appena finito di leggere un libro interessantissimo sulle hostess della Pan Am, quando ho un’ attimo di tempo ci scrivo un post! 🙂

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