Gli esperimenti pittorici di Joshua Reynolds. Alla Wallace Collection di Londra.

Pochi artisti possono vantare un posto così centrale nella storia dell’arte britannica come Joshua Reynolds (1723-1792). Più famoso di Constable, più richiesto di Turner, fu collezionista, scrittore ed educatore, oltre ad essere stato anche il primo presidente della Royal Academy, dall’alto della cui cattedra pronunciò i famosi Discorsi sull’arte che influenzarono il gusto del pubblico e la formazione delle future generazioni di artisti britannici.

The Wallace Collection: Joshua Reynolds: Experiments in Paint

Self-Portrait by Sir Joshua Reynolds oil on canvas, circa 1747-1749 © National Portrait Gallery

Tuttavia, nonostante la sua immensa produzione pittorica (nel corso della sua lunga carriera dipinse oltre 2000 ritratti) e la sua abilità in quello che oggi chiameremo ‘networking’, della sua vita sappiamo davvero poco. Quel che è certo è che se avesse dato ascolto a suo padre, un ecclesiastico del Devon professore al Balliol College dell’Università di Oxford, invece di un grande pittore avremmo avuto un farmacista. Fortunatamente per la storia dell’arte, il giovane Joshua decise che l’arte (e non la medicina) sarebbe stato il suo futuro e nel 1740 si trasferì armi e bagagli a Londra presso lo studio del pittore Thomas Hudson, solo per lasciarlo tre anni più tardi per proseguire i suoi studi da solo. Ma nel mondo dell’arte, ieri come oggi, la competizione è forte e Reynolds capisce presto che la strada per diventare un artista fuori dal comune passava dall’Italia. E lì si reca nel 1750 con l’immancabile Grand Tour, il viaggio all’estero che ogni gentiluomo britannico degno di questo nome doveva intraprendere per completare la propria educazione. Un’esperienza essenziale soprattutto nella vita di un artista e che rendeva chi non poteva permetterselo (come il pittore William Hogarth) verde d’invidia. In Italia Reynolds visita Roma, Napoli, Firenze, Bologna e Venezia, dove studia la maniera degli antichi e i grandi maestri del passato, prima di tornare a Londra nel 1753 per mettere in pratica quanto appreso durante il suo soggiorno europeo e diventare uno dei più grandi ritrattisti del XVIII secolo.

The_Duke_of_Queensbury

Joshua Reynolds, The 4th Duke of Queensberry (‘Old Q’) as Earl of March, 1759 © The Wallace Collection

Perché la chiave del successo di Reynolds è da ricercare nell’ossessione tipicamente britannica con il ritratto. A partire dal Rinascimento infatti, la ritrattistica in tutte le sue forme (dal ritratto miniato, alla medaglistica alla ceramica) ha svolto un ruolo dominante in Inghilterra, dove i Tudor utilizzarono l’arte a piene mani per dimostrare al mondo la legittimità della loro dinastia. Nel XVIII secolo tuttavia, con l’ascesa del ceto medio e della classe mercantile il focus culturale si sposta dalla corte alla casa privata. Dalla metà del Settecento in avanti possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia e, ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società, la ricca borghesia corre a farsi dipingere dai locali “pittori di facce”. Ed è soprattutto a Londra che i ritrattisti dell’Epoca Georgiana trovano un mercato fiorente e assetato di arte e di status e preparato a pagare profumatamente per ottenerlo.

La soluzione adottata da Reynolds era quella di immortalare i suoi soggetti in pose teatrali e in ambientazioni principesche, facendo di essi personaggi eroici e grandiosi, dipingendoli con pennellate larghe dal colore ricco e dai drammatici effetti di ombre e di luce. Gli uomini trasudano carisma, le donne buona educazione, intelligenza e sensibilità. Pose derivate dall’arte antica e da quella dei grandi maestri del passato servono come modello di riferimento per costruire immagini ricche di fascino. Dotato di un innato senso di ciò che si addiceva all’età, al sesso e allo status sociale del soggetto da dipingere, Reynolds diventa in breve un maestro nel creatre la “posa perfetta”. E le commissioni fioccano, tanto che nel 1760 può trasferirsi in un imponente palazzo in Leicester Square con tanto di servitù in livrea…

Oggi Joshua Reynolds non è più conosciuto come merita – la sua arte meno immediata di quella di Thomas Gainsborough e meno originale di quella di William Blake. Ma fu innegabilmente un grande innovatore e questo è ciò che la Wallace Collection vuole dimostrare con Joshua Reynolds: Experiments in Paint. Con i suoi 20 dipinti, materiali d’archivio e immagini ai raggi X, questa piccola mostra esplora il metodo di lavoro dell’artista sia a livello materiale che a livello concettuale – dal suo uso dei pigmenti, allo sviluppo della composizione, facendo particolare attenzione ai temi della sperimentazione e dell’innovazione. E se il ricco scenario di Hereford House, sede della Wallace Collection, costituisce un appropriato scenario per una mostra su Reynolds, è con una punta di delusione che si seguono le indicazioni che portano al seminterrato che, se ha dalla sua il vantaggio pratico dello spazio, non ha tuttavia nulla dell’eleganza e della ricchezza delle stanze dei piani superiori. Ma non si può avere tutto…

Joshua Reynolds, Mrs. Abington as Miss Prue

Joshua Reynolds, Mrs. Abington as Miss Prue in “Love for Love” by William Congreve, 1771. © Yale Center for British Art, Paul Mellon Collection

Grazie alle scoperte fatte nel corso di quattro anni dal Reynolds Research Project, un progetto di ricerca nato dalla collaborazione della Wallace Collection con la National Gallery di Londra e il Paul Mellon Centre for Studies in British Art di Yale, quello che emerge è un ritratto di Reynolds come pittore d’avanguardia che non esita a sperimentare tanto nello stile quanto nella tecnica, alla continua ricerca di quel qualcosa in più che rendesse i suoi quadri sempre più vicini a quelli di grandi come Tiziano e Rembrandt. A volte questi esperimenti non funzionano, come nel caso di William Douglas, il futuro Duca di Queensberry, pallido come un cadavere per via di un pigmento malriuscito. Molto più spesso invece la sperimentazione va a buon fine e Reynolds crea alcuni trai i più raffinati ritratti del XVIII secolo come quello di Mrs Abington as Mrs Prue e della famosa attrice, scrittrice e poetessa Mrs Mary Robinson (in mostra le due versioni di Yale e della Wallace Collection) piú nota con il soprannome di “Perdida” che fu, tra le altre cose, per breve tempo l’amante del Principe di Galles, il futuro re Giorgio IV. Non mancano anche i ritratti di bambini, come quello di Miss Jane Bowles con il suo cagnolino o di Mrs Susanna Hoare and Child, decisamente troppo sdolcinati per gli standard moderni, ma che tuttavia mostrano un Reynolds all’apice della sua sperimentazione ed espressività tecnica – come le lunghe spiegazioni tecniche accanto ad ogni dipinto non cessano per un solo momento di sottolineare. Informazioni che, per un comune mortale non esperto di chimica come la sottoscritta hanno spesso il grosso svantaggio di distrarre l’attenzione dalla pittura stessa. Per il resto, questa è una mostra piccola e perfettamente formata su di un artista imperfetto alla ricerca della perfezione.

Pubblicato su Londonita

Fino al 7 Giugno
The Wallace Collection
wallacecollection.org

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