Breve storia della Reggenza

Nel 1811 re Giorgio III, colpito da un attacco di porfiria, fu dichiarato non idoneo a governare. Non era la prima volta che questa malattia lo colpiva, ma il re si era sempre ripreso. Tuttavia alla fine del 1810, le condizioni psichiche di Giorgio III peggiorarono irrimediabilmente e il re fu dichiarato pazzo. Ma questa volta il Parlamento era pronto e con il Regency Act il Principe George Augustus Frederick diventò reggente al posto del padre. Sfortunatamente il Re non si riprese mai più, e alla sua morte nel 1820 il principe reggente divenne a sua volta re con il nome di Giorgio IV, ponendo ufficialmente termine alla Reggenza, anche se questo periodo finisce davvero solo con la morte di Giorgio IV nel 1830.

Thomas Lawrence – Scanned from the book The National Portrait Gallery History of the Kings and Queens of England by David Williamson

Ma di fatto si può dire che la Reggenza sia iniziata molto prima, addirittura nel 1789 con la presa della Bastiglia. Il fatto che il popolo di Parigi, stanco degli sprechi e dei soprusi monarchici, avesse potuto assalire quel simbolo del potere assoluto, elettrizza l’intera Europa del XIX secolo e le ripercussioni furono immense. Il messaggio dei rivoluzionari, che l’ordine prestabilito poteva essere ribaltato, innescò ovunque un dibattito sul ruolo dell’individuo nella società che getterà i semi del mondo moderno. 

A differenza di altri stati europei, che vivono disordini e agitazioni politiche ispirate da quanto avvenuto in Francia, l’Inghilterra fu risparmiata da una rivoluzione violenta. Ma neanche la Gran Bretagna è immune dall’ondata di cambiamenti sociali, politici ed economici provenienti da oltre la Manica. Gli ideali di uguaglianza e progresso promossi dalla rivoluzione francese ispirarono i riformatori inglesi, nello stesso modo in cui i controrivoluzionari terrorizzarono la monarchia e le classi di proprietari terrieri. L’arrivo in Inghilterra poi di un gran numero di nobili francesi fuggiti alla violenza del nuovo regime, e le guerre napoleoniche che impegnano l’Inghilterra (e il resto dell’Europa) tra il 1803 e il 1815, fecero il resto. La diffusione della cultura francese nella società britannica dell’epoca influenzò settori come la lingua, l’arredamento, la moda femminile, e persino la cucina.

Washstand (athénienne or lavabo); 1800–1814. New York, Metropolitan Museum of Art

L’Inghilterra della Reggenza è un mondo in bilico tra due secoli, stretto tra l’eleganza del diciottesimo secolo e il claustrofobico moralismo dell’età vittoriana, dominato dall’esuberante figura del Principe reggente e dal suo seguito di dandy libertini più impegnati a gozzovigliare e a giocare d’azzardo che a governare il paese, in cui i ricchi vivono nello splendore e i poveri muoiono nello squallore. E in cui il crescente benessere portato dalla rivoluzione industriale, contrasta amaramente con il degrado sociale portato alla classe operaia da quella stessa meccanizzazione che aveva tanto migliorato il reddito e lo stile della piccola e media borghesia.

Una classe nuova, fatta di ricchi agricoltori, mercanti, banchieri e avvocati con aspirazioni sociali come quello descritto da Jane Austen nei suoi romanzi (pubblicati tra il 1811 e il 1817, in piena Reggenza), che si fanno largo a gomitate in un mondo in cui fino ad allora erano esclusi, sotto gli occhi sdegnati della grande aristocrazia terriera. Un mondo dominato dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove un buon matrimonio può assicurare, se non la felicità, almeno denaro e un posto in società. Cosa ben nota alle donne, il cui destino resta comunque legato al matrimonio e ai figli, e il cui futuro in società, occupazioni e amicizie dipendevano esclusivamente dalla loro capacità di trovare un marito.

James Gillray Caricature of George IV as the Prince of Wales A Voluptuary under the Horrors of Digestion (1792)

In inghilterra quelli tra il 1760 e il 1820-40 sono anni di incredibile avanzamento tecnico e scientifico, che vedono lo sviluppo della macchina a vapore e il suo utilizzo nell’industria tessile e nei trasporti. Si costruiscono nuove strade, una rete di canali e corsi d’acqua e la ferrovia, nasce il telegrafo e si introduce l’illuminazione a gas nelle strade. Viaggiare diventa più facile, e non solo per le materie prime destinate alle industrie e al commenrcio, ma anche per le persone e per le idee. Il mondo diventa più piccolo ma gli orizzonti si allargano.

Industrializzazione e urbanizzazione vanno di pari passo e questa nuova classe mercantile e borghese arricchitasi con il commercio o la libera professione, ha tempo e denaro per una serie di attività prima impensabili. Si dedicano alle corse dei cavalli, al giardinaggio, alla danza e fanno shopping nei negozi esclusivi aperti in strade eleganti come lo Strand e Piccadilly, o in eleganti gallerie commerciali, come Burlington Arcade a Londra. Bevono te e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera, visitano musei e gallerie (la Dulwich Picture Gallery, il British Museum e la National Gallery di Londra, il Fitzwillam Museum di Cambridge e l’Ashmolean Museum di Oxford aprono tutti in questo periodo) e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells diventano accessisibili. Concetti come hobby e turismo nascono in questo periodo. Con il consumismo, nasce l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche, la cui determinazione a spendere denaro era un segno di status sociale – e quella del ceto medio di emularli – crea l’ambiente ideale in cui artisti, architetti, artigiani e progettisti possono prosperare.

John Nash, Regent’s Crescent. Photo Courtesy of Regents Crescent

Con l’avvento della borghesia, i grandi quadri a soggetto storico prediletti  dall’aristocrazia diventano all’improvviso obsoleti in soggetto e dimensioni. Il ceto medio richiede soggetti quotidiani, ritratti e paesaggi come quelli dipinti da John Costable e J.W.M. Turner, dalle dimensioni più piccole per le nuove case a schiera che cominciano a sorgere numerose nelle zone alla moda di Londra, nelle città termali e sulla costa. Questa è un’epoca d’oro per l’urbanistica. Lo splendore barocco del secolo precedente lascia il posto al classicismo palladiano, reinterpretato da una nuova generazione di architetti come Robert Adam, John Soane e John Nash, il creatore di Regent Park, Regent Crescent e Regent Street, la cui formula di facciate a schiera diverrà popolarissima in città alla moda come Brighton e Cheltenham e Bath.

È in questo periodo che la lettura di romanzi diventa una delle principali forme di intrattenimento per le classi medie. Romanzi gotici e sentimentali, racconti esotici ambientati nel lontano oriente con ambientazioni improbabili e trame goffe sono fagocitati con entusiasmo da un pubblico, che grande ai progressi dell’alfabetizzazione diventa sempre più largo e in cerca di evasione e intrattenimento. E se il prezzo dei libri era ancora proibitivo per molti, le biblioteche circolanti e i vari club di lettura permettevano una larga diffusione di libri e giornali, e con essi di nuove idee in strati diversi della società mai prima raggiunti.

James Gillray Short-bodied gowns, a Neo-Classical trend in women’s clothing styles (1794)

Anche la satira è un fenomeno della Reggenza e le caricature politiche e sociali di James Gillray e di Thomas Rowlandson non risparmiano nessuno, nemmeno lo stesso Reggente burlandosi tanto della classe politica che degli eccessi della moda dell’epoca importata dalla francia, spesso così stravagante e pretenziosa da rasentare l’assurdità.

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici, Giorgio IV, trascorse gran parte del suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spense la sua passione per tutto ciò che è  francese, soprattutto per il cibo cucinatogli dai cuochi francesi al suo servizio. C’è un lato positivo in tutte le cose.

2021© Paola Pacciari

Pubblicato su LondonIta

Sognando il Cotswolds

Piantina Cotswolds
Cotswolds © Natural England copyright 2012.

Colline ondulate, boschi rigogliosi, pittoreschi villaggi ed eleganti palazzi color miele.
No, non stiamo parlando di Downtown Abbey o di un episodio dell’Ispettore Barnaby (che pure sono stati ambientati da queste parti), ma dell’Inghilterra da cartolina, quella tutta fiori, ponticelli e ruscelli illustrata sulle vecchie scatole di cioccolatini. Insomma, del Cotswolds.
Designata come Area of Outstanding Natural Beauty (AONB) nel 1966, il Cotswolds si srotola sopra una superficie di 2.040 km2, attraverso le sei contee di Gloucestershire, Oxfordshire, Wiltshire, Somerset, Worcestershire e Warwickshire. Sulla mappa appare come un’area a forma di losanga allungata, compresa approssimativamente tra le città di Stratford-Upon-Avon a Nord, Bath a Sud, Gloucester e Cheltenham ad Ovest, e Oxford a Est.

Cotswolds landscape by Saffron Blaze

Origini del nome Cotswolds

Non si sa per certo da dove derivi il nome Cotswolds.
Tra le numerose spiegazioni, quella più comunemente accettata sostiene che derivi dall’unione di “cot” inteso come “recinto per le pecore”, e “wold” che significa “collina” – quindi, qualcosa come ‘recinto per le pecore sulle dolci colline’. Il che, visto che la regione deve la sua ricchezza al commercio medievale della lana, sembra più che appropriato.
La lana pregiata prodotta dalla razza di pecore “Cotswold Lion” era apprezzata in tutta Europa ed era la merce di esportazione più importante durante il Medioevo. I numerosi mercanti fiamminghi e italiani che popolavano i mercati dell’Inghilterra medievale, acquistavano la lana grezza nei mercati locali, che poi spedivano via mare nelle Fiandre o in Italia per essere lavorata. E dato che nel XIV secolo la lana rappresentava il 50% dell’economia nazionale, non sorprende che il grande cuscino imbottito e ricoperto di panno rosso privo di braccioli che costituisce il seggio ufficiale del Lord Speaker della House of Lords nel Palazzo di Westminster, sia chiamato Woolsack – letteralmente “sacco”, o “balla di lana.

Ancora oggi l’antica ricchezza dell’area si riflette nell’architettura religiosa della regione, le cui chiese imponenti sono realizzate nello stile gotico perpendicolare prediletto nell’Europa del Nord tra il XIV e il XVI secolo.
Le abitazioni civili, invece, sono spesso costruite con la pietra calcarea locale sono caratterizzate da tetti a due spioventi di pietra o tegole. Il colore della pietra utilizzata varia in base alla posizione geografica dell’abitato, con la pietra color miele usata nel nord e nordest, quella dorata comune al centro della regione, e quella perlata associata a Bath, tipica del sud dell’area.

Castle Combe, Cotswolds. By Saffron Blaze

I Villaggi del Cotswolds

I villaggi del Cotswolds sono numerosi e tutti offrono qualcosa di particolare all’occhio del visitatore curioso.
Da Bourton-on-the-Water con i suoi caratteristici ponti bassi sul fiume Windrush, che attraversa il centro della città, alle pittoresche locande in legno di Winchcombe, a quella piccola gemma dell’architettura medievale (risale al XII secolo) che è Chipping Campden.
E se William Morris, il celebre scrittore, designer e socialista e padre dell’Arts and Crafts, definì Bibury “il villaggio più bello d’Inghilterra”, da non perdere è anche il pittoresco villaggio di Broadway, punteggiato da negozi di antiquariato e deliziose sale da tè, e nelle cui vicinanze sorge la bizzarra Broadway Tower, una una torre di 17 metri a forma di castello sassone, ideata tra il 1798-1799 da due grandi architetti dell’epoca, Capability Brown e James Wyatt per Lady Coventry.

Broadway Tower, Cotswolds. By MykReeve

Oltre ai magnifici resti termali della più famosa Bath, gli appassionati di storia romana non vorranno farsi scappare una visita a Cirencester, l’antica Corinium romana, le cui origini risalgono invece al I secolo d.C.
Situata sulla Fosse way, una delle più importanti strade romane, costruita tra il I e il II o secolo d.C. per collegare Exeter con Lincoln, Cirencester era probabilmente la più grande città della Britannia romana dopo Londinium (Londra), come attestano i resti di numerose ville e accampamenti militari ritrovati nell’area.
Le mura racchiudevano una città di 240 acri (100 ettari) e scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di una basilica romana, di un anfiteatro e di numerose ville dalla ricca decorazione a mosaico, ora esibiti nel Corinium Museum insieme ad una vasta e interessantissima collezione di antichità della Britannia romana.

Le Dimore Storiche nella campagna del Cotswolds

La splendida campagna del Cotswolds vanta alcune delle dimore storiche e dei giardini più belli e meglio conservati del paese, a cominciare dal sontuoso Blenheim Palace. Situato al limitare della cittadina di Woodstock, vicino a Oxford, questo grandioso palazzo barocco fu costruito nel XVIII secolo per il generale John Churchill, il I Duca di Malborough come ricompensa la sua decisiva vittoria nella battaglia di Blenheim nel 1704 e rimase la residenza dei Churchill per i successivi tre secoli, il più famoso dei quali, Winston Churchill, nacque qui nel 1874.

Blenheim Palace Cortwolds
Blenheim Palace By Magnus Manske

Il castello di Sudeley, vicino a Winchcombe e costruito nel 1443, e appartenuto per un periodo alla potente famiglia Seymour, fu per un breve periodo la residenza di Katherine Parr, la sesta ed ultima moglie di Enrico VIII.
Uscita incolume dal matrimonio con Enrico, (che muore nel 1547), la povera Katherine riesce finalmente a sposare l’amato Sir Thomas Seymour a cui era stata costretta a rinunciare dal re, solo per morire di parto nel 1548. Quando si dice la sfortuna…

Nonostante l’importante ruolo giocato dalla rivoluzione industriale nel Sud della regione, i paesaggi bucolici e la pittoresca architettura del Cotswolds furono risparmiati dall’industrializzazione galoppante del tardo Ottocento. Cosa che entusiasmò William Morris e gli artisti delle Arts and Crafts, che nel XIX secolo si ispirarono per il loro prodotti di design alle tradizioni domestiche della campagna britannica per i loro prodotti di artigianato.
Kelmscott Manor, la bella casa nei pressi del piccolo villaggio di Kelmscott, nell’Oxfordshire e costruita nel 1570 circa, divenne la residenza di campagna di Morris dal 1871 fino alla sua morte nel 1896.

Il Cotswolds ispirazione di artisti e scrittori

Per generazioni, artisti e scrittori hanno trovato ispirazione tra la rigogliosa campana del Cotswolds, da William Shakespeare, nato a Stratford-Upon-Avon, al limitare del Nord Cotswolds, a Lewis Carroll, l’autore di Alice’s Adventures in Wonderland e Through the Looking-Glass che trascorse così tanto tempo nell villaggio di Stow-on-the-Wold, a casa dell’amico, il reverendo Edward Litton, da arrivare a basare il suo personaggio più famoso, sulla figlia di Litton.
Bath, l’elegante città neoclassica al limitare del Cotswolds, dove Jane Austen visse per alcuni anni e non sempre felicemente, divenne la scena per due dei suoi sei romanzi, Persuasion e Northanger Abbey, mentre J.M. Barrie trovò l’ispirazione per molte delle avventure del suo Peter Pan durante le sue numerose visite a Stanway House.
Il Cotswolds non è probabilmente il primo posto a cui si pensa leggendo Il Signore degli Anelli, ma le descrizioni delle ondulate colline della Terra di Mezzo abitata dagli Hobbit lasciano pochi dubbi sui luoghi che ispirarono J.R.R. Tolkien. I fanatici dello scrittore non vorranno farsi scappare una visita alla pittoresca cittadina di Moreton-in-Marsh, dove il caratteristico pub The Bell Inn ispirò il Prancing Pony, la locanda in cui gli Hobbit incontrano per la prima volta Aragorn.

E se la magnifica trilogia di Tolkien è stata filmata in Nuova Zelanda, la campagna e i villaggi del Cotswolds sono certamente tra i grandi favoriti del cinema e della televisione, britannica e internazionale.
La parrocchia di St Mary nel fittizio villaggio di Kembleford, per esempio, sede del simpatico sacerdote-detective Padre Brown, è in realtà la chiesa medievale di St Peter and Paul a Blockley, poco lontano da Moreton-in-Marsh, mentre i corridoi di Hogwarts in Harry Potter sono gli splendidi chiostri della cattedrale di Gloucester.
La stessa cattedrale ha fornito le ambientazioni anche per numerose scene della serie televisiva Wolf Hall, tratta dai libri di Hilary Mantel, oltre che per episodi di Sherlock e Doctor Who.
Gli amanti del regista James Ivory, invece, non mancheranno di riconoscere Dyrham Park in Quel che resta del giorno (The Remains of the Day): lo spettacolare palazzo del XVII secolo, con tanto di immensi giardini e parco dei cervi) a circa 24 km rispettivamente da Bath e Bristol, è stato infatti utilizzato nel 1993 come set per l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro.

Infine, qualche suggerimento pratico. Sebbene autobus e treni non manchino, i trasporti pubblici che attraversano il Cotswolds sono piuttosto limitati – gli autobus hanno corse ogni ora, e la ferrovia sfiora appena le città principali; pertanto chi desidera più flessibilità e la possibilità di uscire dalle aree più turistiche, dovrebbe considerare l’opzione di noleggiare un’auto. Gli appassionati di trekking poi, non vorranno lasciarsi scappare la Cotswold Way, un sentiero pedonale designato per escursioni che si estende per oltre 160 km che parte da Chipping Campden, non lontano da Stratford-upon-Avon e, attraversando villaggi-cartolina come Broadway, Winchcombe, Cleeves Hill, Painswick e termina a Bath.

Ulteriori informazioni e itinerari sono disponibili sul sito ufficiale di informazioni turistiche del Cotswolds http://www.cotswolds.com/ e sul sito del National Trust http://www.nationaltrust.org.uk/days-out/regionsouthwest/cotswolds

2021 Paola Cacciari su Londonita

Gite Fuori Porta: Bath

“Oh! Who can be ever tired of Bath?”

Jane Austen ha scritto questa celebre frase ne L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803), la sua personale parodia del genere del romanzo gotico così in voga tra la fine del Settecento e l’inizio del nuovo secolo.

E personalmente non potrei essere più d’accordo: adoro Bath e ci torno ogni volta che posso e ogni volta rimango stupita dalla neoclassica bellezza della sua architettura. Il fatto che a Jane la città non piacesse era più un fatto legato alla sua personale situazione di nomade forzata, che ad obiezioni riguardo all’architettura georgiana. E comunque fu proprio qui che scrisse oltre al suddetto Northanger Abbey, anche un’altro dei miei romanzi pereferiti, Persuasion.

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Jane Austen ceramic teapot, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Jane visse a Bath dal 1801 al 1806, quando l’alta società inglese prese a riversarsi nella città termale per i suoi presunti benefici per la salute. I suoi genitori trasferirono la famiglia qui per seguire quella moda. Durante il periodo trascorso nella citta termale, la famiglia di Jane Austen visse a vari indirizzi, tra cui il n. 4 di Sydney Place, una bella casa a schiera che Jane trovò relativamente piacevole, anche se non era felice per la mossa in generale, come scrive Claire Tomalin descrive nella sua splendida biografia Jane Austen: A Life.Sfortunatamente fu qui che il padre morì improvvisamente nel Gennaio del 1805, lasciando la moglie e le due figlie in precarie condizioni finanziarie, non avendo risorse proprie. Abbandonata Sidney Street, Jane e Cassandra si trasferirono con la madre nella al n. 25 di Gay Street, riducendo il personale ad una sola cameriera di per tutto il lavoro. Al numero 40 di Gay Street, ssi trova il Jane Austen Centre, una tappa da non perdere per tutti gli appassionati di Jane Austen.

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Jane Austen Centre, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Quella di Sydney Place era una delizosa casa a schiera di recente costruzione, vicino a Sydney Gardens , un parco in cui Jane faceva lunghe passeggiate e abbastanza al di fuori dall’affollato centro di Bath, ma a breve distanza a piedi da Pulteney Bridge, il bel ponte in stile palladiano sul fiume Avon, che attraversa la città.

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Pulteney Bridge, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Trovo assolutamente impossibile non restare a bocca aperta davanti alla serena bellezza del suo centro storico, costruito nel XVIII secolo in stile Georgiano, per rispondere al crescente bisogno di benessere e comfort da parte dei visitatori delle terme e non mi sorprende neanche un po’ che la città di Bath sia stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

La cosa positiva di Bath è il suo essere una citta compatta, con gli edifici piú significativi l’uno accanto all’atro. E cosi’ raccolti in un breve spazio abbiamo le famossime Terme Romane, L’Abbazia (originariamente una cattedrale normanna che venne poi ricostruita in stile gotico nel secolo XVII; ulteriori lavori di ristrutturazione vennero poi fatti all’interno di essa nel XIX secolo), e la deliziosa Vittoria Gallery.

Una delle caratteristiche di Bath che amo di piú il Royal Crescent, l’elegante complesso residenziale composto da 30 unità abitative a schiera disposte secondo una mezzaluna, che in inglese si chiama crescent. Ideato e progettato da John Wood il Giovane e costruito fra il 1767 e il 1774, questo è il più importante esempio di architettura georgiana del Regno Unito.

Royal Crescent, Bath. 2019 © Paola Cacciari (11)
Royal Crescent, Bath, 2019 © Paola Cacciari

A complementare il Royal Crescent è vicino Circus (dal latino circus, che significa anello, ovale o cerchio), un’altro complesso residenziale di forma circolare, anch’esso ideato da John Wood il Vecchio e realizzato da John Wood il Giovane tra il 1754 e il 1768, e suddiviso in tre corpi di ugual misura, con al centro una strada circolare ed un ampio spazio verde all’interno. Le tre strade di accesso perfettamente equidistanti puntano ognuna verso uno dei tre corpi curvilinei del complesso, permettendo ai visitatori una visione ottimale del Circus da qualunque parte si giunga. Ogni segmento è diviso in più unità abitative, esattamente speculari ed ognuna col proprio ingresso, sullo stile del Royal Crescent. Entrambi i complessi residenzialei sono la quen’essenza del sogno visionario dell’architettura georgiana.

E naturalmente non si poteva non fare un pellegrinaggio da Sally Lunn’s, la sala da il té che ha reso celebre quella che e’ diventata la specialità cittadina: i bun. Questi sono simili a brioches di pasta lievitata e leggermente dolci, e possono essere serviti dolci o salati, un po’ come le crepes. Non a caso l’inventrice di tale leccornia fu una certa Sally Lunn, una francese sfuggita alla persecuzione degli Ugonotti nel 1680.

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Sally Lunn’s Tea Room, Bath, 2019 © Paola Cacciari

La Victoria Art Gallery La collezione comprende arte decorativa e dipinti di pittori britannici del XVIII secolo ad oggi, tra cui Thomas Gainsborough, Walter Sickert ed Howard Hodgkin.

Victoria gallery, Bath. 2019 © Paola Cacciari (32)
Victoria Gallery, Bath, 2019 © Paola Cacciari

Lungo il perimetro della sala si srotola in stucco bianco il fregio del Partenone.  La ciliegina sulla torta. 🙂

visitbath.co.uk

 

 

 

 

 

 

Omaggio a Jane Austen

“È cosa universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Così inizia uno dei romanzi più famosi della storia della letteratura inglese. Scritto nel 1796 con il titolo di Prime Impressioni, ma pubblicato nella sua forma originale solo nel 1813, Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi, a due secoli di distanza, uno tra i libri più richiesti nelle biblioteche di tutto il mondo. E mentre il mondo letterario si accinge a commemorare il bicentenario della morte di colei che lo scrisse con mostre, conferenze, itinerari e spettacoli, la domanda sorge spontanea: perché a distanza di due secoli leggiamo ancora Jane Austen?

La domanda è lecita. Walter Scott sarebbe certamente caduto nell’oblio se non fosse stato per l’aiuto dei periodici remake cinematografici e televisivi di Ivanhoe. Ma la Austen sarebbe arrivata a noi anche senza la serie televisiva della BBC (quella del 1995 per intenderci) e la camicia bagnata di Colin Firth. Jane Austen è la sola ad avere società a lei dedicate, fan club, website forum e persino un festival, il Jane Austen Festival a Bath.  Al Jane Austen centre di Bath si possono comprare tazze, souvenir, borse e spillette con I Love Mr Darcy e le  Jane Austen Society si moltiplicano ai due lati dell’Atlantico. Per non parlare dei libri a lei dedicati, tanto in inglese che in traduzione – dai ricettari alla serie di polizieschi di Stephanie Barron, Le indagini di Jane Austen. Lost in Austen non è solo una una serie televisiva britannica del 2008 realizzata per il canale ITV  (in cui la protagonista entrando nel bagno di casa sua ci trova la sua eroina preferita, Elizabeth Bennet e le due finiscono con con lo scambiarsi di posto e d secolo), ma un libro-gioco interattivo che permette ai partecipanti di vestire i panni della stessa Lizzie (almeno per qualche ora) e di scegliere il finale che si vuole.

Quando si spense il 18 Luglio 1817, Jane Austen (1775-1817) aveva solo quarantuno anni e al suo attivo sei romanzi che, a due secoli dalla sua morte, continuano ad affascinare lettori di tutte le età: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813), Mansfield Park (1814), Emma (1815) e L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803) e Persuasione (Persuasion) entrambi pubblicati postumi nel 1818.

Tra questi, Orgoglio e Pregiudizio è certamente il mio preferito, con la sua solare eroina, Elizabeth Bennet, la sua graffiante satira sociale, una galleria di personaggi indimenticabili ed uno degli incipit più accattivanti della storia della letteratura inglese. E pensare che quando lo lessi per la prima volta mi lasciò piuttosto indifferente: lo trovai troppo leggero e frivolo, ed io ero un’adolescente. E un’adolescente vuole sensazioni forti, vuole gli eroi romantici di Foscolo e Goethe: il piccolo mondo di provincia di Jane Austen mi sembrava davvero troppo quieto. Ma il Sublime a lungo andare stanca, e da adulti le vicende amorose di un gruppo di fanciulle nell’Inghilterra della Reggenza, raccontate con ironia e una punta di cinismo, sono un toccasana contro l’eccesso di sensazioni forti fornito quotidianamente dalla vita. I romanzi di Jane Austen sono come gli interni creati da Robert Adams, il grande architetto del Neoclassicismo britannico: straordinariamente carichi di dettagli, eppure perfettamente bilanciati. E continuo a rileggerli, quando ho bisogno di trovare quella pace e leggerezza che talvolta il pragmatismo della vita “reale” mi nega.  E visto l’esercito dei suo fedeli ammiratori, non sembro essere la sola a pensarla così…

Ma questo romanzo tanto amato nasce in un periodo particolarmente infelice per la nostra scrittrice, quello compreso tra il 1796 e il 1797, un periodo in che vede la morte del promesso sposo dell’adorata sorella Cassandra, un lutto da cui non si riprenderà mai più, mentre la stessa Jane si trova a dover far fronte al profondo sentimento che prova per Tom Lefroy – che nella versione cinematografica ha il bel viso di James McAvoy. E allora si butta a capofitto nella creazione di qualcosa di divertente e che allo stesso tempo le massaggi l’anima. Un mondo in cui il lieto fine è assicurato e in cui tutti “vissero felici e contenti”. Persino lei. Come biasimarla? Chi non avrebbe fatto lo stesso?

Orgoglio e Pregiudizio fu pubblicato in modo anonimo, semplicemente sotto il nome di “a Lady”. Che all’inizio del XIX secolo scrivere romanzi era ancora un’occupazione disdicevole per uno scrittore serio. Se poi a farlo era una donna si rasentava lo scandalo. Tanto che la sua lapide nella cattedrale di Winchester la descrive come “figlia” e come “cristiana”, ma non menziona i suoi romanzi. Cosa che indusse il  sacrestano della cattedrale a chiedere ad uno dei numerosi visitatori della tomba chi era la signora in questione e cosa avesse fatto di tanto particolare da attirare tanta attenzione – come racconta il nipote James Edward Austen-Leigh nella biografia della zia Jane.

Jane Austen non scrive di guerre o di politica, ma di “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” e per gran parte del romanzo i discorsi dei personaggi femminili ruota attorno a banalità (balli, nastri, cappellini) e la sua unica concessione agli eventi storici contemporanei è la presenza a Brighton delle uniformi rosse dei reggimenti della Milizia, impegnati nelle guerre napoleoniche. Ma pare impensabile che sebbene la sua vita protetta la Austen non avesse notizia di quanto accadeva nel mondo. Le sue non sono tragedie, ma commedie, popolate da giovani eroine in cerca del principe azzurro e da eroi giovani, belli e ricchi in cerca di una moglie, dove i buoni sono premiati, i cattivi sono puniti (anche se mai troppo duramente), nessuno muore e tutti vissero felici e contenti. E poco importa se questi personaggi siano solo abbozzati: non sapremo mai quello che Darcy dice a Bingley a per dissuaderlo dallo sposare la sorella di Lizzie, Jane, o di cosa dice a Wickham per costringerlo a sposare quella testa calda di Lydia o cosa Lizzie ha risposto a Darcy quando ha accettato di sposarlo. Le loro vicende, le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, sono senza tempo e il genio di Jane Austen è l’essersi accorta che nulla è più divertente della gente comune. E di averlo fatto molto prima dell’avvento dei reality show della televisione.

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È un mondo in bilico tra due secoli quello dell’Inghilterra della Reggenza, in cui la vecchia aristocrazia deve con riluttanza fare posto a quella ricca borghesia a cui appartiene la stessa Jane. Una classe nuova incarnata dalla famiglia Bennet, fatta di parroci di campagna, banchieri e avvocati, la cui recente ricchezza e le cui aspirazioni sociali sono guardate con sdegno dai rappresentanti della grande aristocrazia terriera a cui appartenevano Darcy e sua zia, Lady Catherine de Bourgh.  È un mondo dominato dal denaro e dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove con un buon matrimonio si possono ottenere sia denaro che status. Al giorno d’oggi sposarsi è una scelta che si può fare o no; ma in passato – un passato ancora piuttosto recente a pensarci bene – era l’unico destino biologicamente e socialmente accettabile per una donna: il suo futuro, il suo posto in società, la sue occupazioni, le sue amicizie dipendevano esclusivamente dalla sua capacità di assicurarsi un marito. Lungi dall’essere solo un gioco romantico, il matrimonio era una vera e propria necessità economica. Questo era vero soprattutto per le figlie femmine, che non potevano ereditare i beni di famiglia e che in assenza di eredi maschi, si ritrovavano alla mercé degli eventi (o dei parenti), il che spiega l’ansia di Mrs Bennet di sistemare quanto prima le sue cinque figlie femmine. Lo scopre anche Jane Austen in prima persona quando, nel 1805, alla morte del padre, il pastore anglicano George Austen, la nostra eroina si ritrova senza una casa e senza denaro, costretta a vivere con la madre e la sorella Cassandra a carico dei fratelli, sballotattata da una casa all’altra come un pacco.

Nata a Steventon nello Hampshire, ultima di sette figli di un pastore anglicano, Jane Austen non ha avuto una vita facile e nonostante sia riuscita a guadagnarsi da vivere con la sua penna, sa benissimo che

“Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà – il che costituisce un argomento molto forte in favore del matrimonio”

come scrive nel 1817 alla nipote Fanny Knight. Argomento questo, di cui Elizabeth Bennet è consapevole quando rifiuta la mano del ridicolo Mr Collins, preferendo il rischio del nubilato a quello del passare la vita con il marito sbagliato: un atto coraggioso per una donna senza mezzi come lei. Ma Mr Collins, che è determinato a sposarsi e non è schizzinoso, ripiega prontamente su Charlotte Lucas; e lei, che è una donna pratica e sa che ventisette anni, scialba e senza una buona dote non può aspettarsi nulla di meglio, lo accetta.

Jane Austen Cottage, Winchester. By Paola Cacciari

Jane Austen aveva la stessa età di Charlotte quando nel 1802 riceve una proposta di matrimonio dall’amico di famiglia Harris Bigg-Wither, bruttino e con un marcato difetto di pronuncia. Proposta che lei dapprima accetta, ma che poi rifiuta. Nella vita come nella letteratura, anche Jane non scende a compromessi. Ma al contrario del suo alter ego Lizzy, che conquista il cuore del bel Darcy, l’unico uomo amato dalla Austen, il giovane irlandese Tom Lefroy, si fece persuadere dalla zia a rinunciare a lei (che non aveva status, o una dote abbastanza ricca per compensare l’assenza del primo) e a tornare quietamente in Irlanda, dove sposa un’ereditiera e diventa un brillante avvocato. Jane aveva capito e l’aveva acettato, che il suo non era il mondo delle sorelle Brönte in cui l’amore trionfa su tutto e bellezza e virtù compensano la mancanza di denaro o l’appartenenza alla classe sociale sbagliata. Ma ne aveva sofferto, e non si sposò mai, preferendo l’affetto della famiglia e degli amici ad una sicurezza economica mercenaria. Idee, queste, a dir poco rivoluzionarie per l’inizio del XIX secolo: non sorprende che la critica degli anni Settanta abbia visto in Jane Austen una femminista ante litteram!

Scrive di gioie quotidiane Jane Austen, ma sa tutto della pena dell’amore deluso, del non essere abbastanza bella, ricca, giovane e dell’essere fuori dagli schemi: è tutto lì nelle sue storie, insieme alle gioie e ai dolori delle relazioni familiari, all’ironia e alla leggerezza. E poiché lascia spazio alla fantasia del lettore, generazioni diverse hanno potuto di immaginarsi nei panni dei suoi personaggi. Perché cambiano gli abiti e il linguaggio, ma la commedia umana, con i suoi desideri e paure, speranze e meschinità e inaspettati atti di  generoso altruismo, quella è la sempre la stessa.

2017. By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Bibliografia:

Jane Austen: A Life, Claire Tomalin. Knopf, 1997.

Jane Austen’s Letters, edited by Deirdre Le Faye. Oxford University Press, 1995.

Susannah Carson, A Truth Universally Acknowledged: 33 Great Writers on Why We Read Jane Austen, Penguin, 2009.

Jane and Her Gentlemen, Audrey Hawkridge. Peter Owen Publishers, 2000

Pride and Prejudice, Jane Austen. Penguin, 1996.

Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Ho letto Orgoglio e Pregiudizio quando avevo diciassette anni e non mi è piaciuto. L’ho trovato noioso e per nulla divertente. Dov’erano quell’ironia e quella leggerezza di cui i testi di critica letteraria parlavano tanto?
Allo stesso modo ho letto Gita al Faro quando ne avevo ventisette di anni, e ho provato la stessa sensazione di noia, così come nel caso di Jane Austen, anche di Virginia Woolf mi stesse sempre sfuggendo qualcosa. Qualcosa di indefinito e che non riuscivo ad afferrare.

Certo leggere i romanzi in traduzione non aiuta, e lo so per esperienza essendo io stessa una traduttrice (troppo spesso disoccupata che al giorno d’oggi nessuno vuole pagare per la qualità). Il grande Umberto Eco ha persino dedicato un libro all’argomento, la bibbia del traduttore, dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Che una traduzione non potrà mai dire esattamente la stessa cosa (a volte in una lingua mancano proprio le parole stesse adatte per farlo), ma come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. Tradurre porta inevitabilmente via qualcosa al testo originale: leggere Dante in inglese suona osceno, così come dopo aver provato Shakespeare in inglese uno non potrà mai più avvicinarsi neanche di striscio ad una traduzione italiana (o francese, o tedesca…). Seppure sia quasi lo stesso, non sarà mai lo stesso.

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925
Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

E questo l’ho sperimentato leggendo Mrs Dalloway. Dopo il mio tentativo abortito di leggere La Signora Dalloway in italiano una ventina di anni fa, avevo esiliato Virginia Woolf tra gli autori illeggibili. Poi qualche settimana fa, alla Royal Opera House, ho assistito ad un magnifico balletto del coreografo inglese Wayne McGregor dal titolo Woolf Works che mi ha fatto ritornare la voglia di dare alla Woolf una seconda possibilità. Se non altro perché Alessandra Ferri, che interpretava Clarissa Dalloway (che, ironia della sorte, o forse no) e che ha quasi esattamente la stessa sua età, è riuscita con delicatezza a trasmettere tutta la serie di inquietanti emozioni che passano per la mente di Mrs Dalloway. Come la meditazione sulla vita e sulla morte, per esempio – che costituisce uno dei temi centrali del libro.
La trama del libro è pressoché inesistente, pointless, senza senso, inutile suggerisce gentilmente la mia dolce metà, che Virginia Woolf davvero non la può proprio soffrire. Tutto il libro infatti si condensa nel corso di una giornata, mercoledì del giugno 1923 nel corso della quale la protagonista, la ricca cinquantunenne Clarissa Dalloway, si reca a Bond Street per comprare dei fiori per la festa che sta organizzando per la sera stessa e durante la giornata incontra gente e soprattutto, pensa e ricorda il suo passato. Le descrizioni esterne sono appena abbozzate, Londra è un’entità astratta, colorata, viva e pulsante come i quadri della sorella Vanessa Bell, ma questo non è il punto: ciò che importa è l’inesorabile passare del tempo. E il passare del tempo – sempre chiaramente scandito dal Big Ben attravesro tutto il libro – il suo non essere mai abbastanza, o il suo dilatarsi in modo spropositato nella mente dei personaggi, gioca un ruolo fondamentale nell’intero libro. Ma la cosa che mi ha colpito di più è come la stessa Clarissa diventa una persona attraverso la sua memoria, sua e di chi la circonda. La realtà ha molte facce, tutte ugualmente vere direbbe Pirandello. Da giovane sono stata un’appassionata lettrice di Marcel Proust e di James Joyce (in traduzione), ma erano anni che non leggevo nulla che utilizzasse la tecnica dello stream of consiounsess, del flusso di coscienza. Ritrovarlo qui mi ha elettrizzato.

Non solo. Ci sono libri che si apprezzano solo con l’esperienza portata dall’età. Come da adolescente avevo trovato Jane Austen troppo quieta per i miei gusti, che un’adolescente vuole romanticismo e passione (tutte cose che abbondavano in Foscolo, Goethe o nel mondo tormentato delle per esempio…) rivalutabdola in età adulta, quando i suoi romanzi perfettamente bilanciati ed armoniosi mi hanno offerto quell’oasi di pace e tranquillità in cui rifugiarmi quando la vita ha deciso di fornirmi, mio malgrado, una robusta dose di inquietudine, ansia. Lo stesso è capitato con Virginia Woolf.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.
Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

I desideri di Clarissa Dalloway e degli altri, le loro angosce, le paure – della solitudine, della morte ma anche della vita – il loro esseri fragili esseri umani feriti dalle circostanze e impotenti di fronte alla vita. E ancora, la fatica di essere donna in una società che ancora oggi ostacola e punisce le donne che vogliono ottenere dalla vita e dalla carriera gli stessi risultati di un uomo.

2017 ©Paola Cacciari

I ritratti di Goya alla National Gallery

Che Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828) fosse un mago del pennello non è una novità: i suoi dipinti sono capolavori di tecnica, oltre che brillanti spaccati di storia sociale.Nel corso degli anni non sono mancate le mostre dedicate al Goya pubblico o privato, giovane o vecchio, alle Pitture Nere e ai disastri della guerra, come quella che di recente si è tenuta alla Courtauld Art Gallery dedicata alle Streghe e vegliarde dei suoi album privati. Ma questa della National Gallery è la prima dedicata interamente ai suoi ritratti, così nuovi e audaci.

Il linguaggio pittorico di Goya cambia a seconda del soggetto e diventa di volta in volta morbido e gradevole o incisivo e grafico, mentre la pennellata si fa densa e compatta o larga e sciolta, come quelle del Modernismo che Goya presagisce. E questo è vero soprattutto per i suoi numerosi autoritratti, dove il nostro pittore sembra assumere molteplici personalità, che Goya non era sempre lo stesso pittore. La consistenza infatti non sembra essere stata il suo forte, che ci sono momenti in cui sembra che il nostro eroe perda interesse per quello che sta dipingendo, dimenticando le proporzioni e concentrandosi su dettagli, come se la fibbia di una scarpa fosse infinitamente più interessante della faccia di qualche nobiluncolo di secondo grado.

Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid
Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Ma è il realismo senza filtri di Goya che fa sì che i suoi ritratti siano di volta in volta bizzarri, poco lusinghieri, volutamente imbarazzanti, persino apertamente sconcertanti. Goya era il ritrattista di corte (il primo dopo Velázquez ad ricoprire questo ruolo) e, considerato che il suo lavoro era dipingere la famiglia reale spagnola e gli aristocratici nel modo più lusinghiero possibile, i suoi soggetti sono dipinti in modo totalmente privo dell’abituale tendenza al “ritocco”allora così in voga tra le classi elevate. D’altronde l’adulazione era un’anatema per Goya e nei suoi quadri si puo’ stare certi che un naso a patata sarebbe rimasto un naso a patata, indipendentemente dalla posizione nella gerarchia sociale del suo proprietario.

Quando ritrae La famiglia di Carlo IV, Goya pone la figura della regina Maria Luisa di Borbone-Parma al centro della composizione, in quanto agli occhi del pittore (e non solo ai suoi) era lei a rappresentare la vera potenza della famiglia reale, non Carlo IV che il pittore sembrava considerare un po’ lento di comprendonio, ma per cui  sembra avere una certa simpatia.

Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington
Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington, 1812–14. National Gallery, London

Ma quando Goya ammira e rispetta un personaggio, lo si vede chiaramente. Il Duca di Wellington , che entrò a Madrid nel 1812 acclamato dalla gente, ci guarda con occhi attenti. Abituata come sono all’altera versione di Thomas Lawrence, devo dire che il duca qui sembra incredibilmente umano – una nervosa energia compressa dietro quegli occhi grandi, quasi tondi, spalancati sul mondo. Qui tutta l’attenzione è nello sguardo e il resto è  appena accennato, comprese le sue medaglie.

Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts
Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts

Lo stesso si può dire dal ritratto di General Nicholas Philippe Guye, uno dei generali più importanti di Napoleone, Guye era arrivato in Spagna per assumere il governo di Siviglia e combattere la guerriglia spagnola e che nel ritratto di Goya è vivo e pulsante, con le labbra socchiuse lo sguardo pensoso sotto un ciuffo di riccioli scuri. Mi sembra chiaro che Goya ha per questi due uomini un grande rispetto.

Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814. Museo del Prado, Madrid, Spain
Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814 Museo del Prado, Madrid, Spain

Al contrario, Ferdinando VII sembra la caricatura di uno gnomo vestito da Re per Carnevale. Il suo disprezzo per il fautore della Restaurazione spagnola è palpabile. Paradossalmente pare che il sovrano avesse apprezzato il ritratto. Stupidità o senso dell’Umorismo? A voi la scelta…

Londra// fino al 10 Gennaio 2016

National Gallery

nationalgallery.org.uk

 

Una città o l’altra. Viaggi in Europa (Neither here Nor there) Bill Bryson

Ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono periodicamente per varie ragioni – sono capolavori, sono classici (ho realizzato che sento il bisigno fisico di leggere Jane Austen e in particolare Pride and Prejudice circa ogni due anni…) o semplicemente hanno quel feel good factor che ti fa sentire bene. Neither here Nor there (da noi tradotto come Una città o l’altra) è uno di quelli: la versione cartacea quello che per me è Pane e Tulipani.  Qui Bill Bryson racconta le sue esperienze durante un viaggio durato quattro mesi nel “vecchio continente” nel 1991 – dall’estremo nord della Norvegia alla Turchia. È divertentissimo (il libro dico, ma anche Bryson…), e mi scopro sempre a ridacchiare da sola – cosa che in genere mi capita quando leggo i libri del nostro Beppe Severgnini (o il blog di Guido Sperandio).

9780552998062Ho scoperto Bill Bryson un giorno per caso durante una delle mie quotidiane (allora lavoravo nei dintorni…) visite alla Feltrinelli di Piazza di Porta Ravegnana a Bologna. Era il 1996 e mi capitò tra le mani America Perduta (The Lost Continent). Lessi le prime dieci righe e decisi in quel momento che se mai avessi cominciato a scrivere volevo farlo come lui.

Americano trapiantato in Gran Bretagna, Bryson (oltre ad essere il mio idolo letterario) è giornalista e scrittore, autore di libri sulla storia della lingua inglese e americana, di scienza e -soprattutto- di divertentissimi libri di viaggio ora (finalmente tutti tradotti in italiano) in cui la capacità di prendere in giro (e prendersi in giro) va di pari passo con una serie di gustosissimi aneddoti che mi riempiono di ammirazione. Che non è da tutti la capacità di vedere il lato divertente delle cose, sopratutto al giorno d’oggi dove tutti si prendono tremendamente sul serio.  Da quel momento i libri di Bryson mi hanno chiamato così forte che in questi anni ho letto tutto quello che ha scritto. Che io sono così. I libri mi devono chiamare perché io li possa leggere. Non sono mai stata capace di leggere qualcosa perché di moda. O perché fa discutere. Credo di essere una delle poche persone in Italia a non aver mai letto Gomorra di Roberto Saviano. E non ne vado fiera. Ma fino ad ora non mi ha chiamato abbastanza forte. Lo farà a suo tempo, ne sono sicura.  I libri importanti lo fanno sempre.

Inutile dire che quando anni fa è venuto al Museo per presentare il suo nuovo libro At Home: A Short History of Private Life (interessante storia sociale sul perché e il percome le case ‘moderne’ sono fatte e disposte come sono), mi sono precipitata che volevo verificare se anche di persona era così divertente e interessante come appare dai suoi libri e fortunatamente lo era.

Mi sono fatta autografare la mia malconcia copia di The Mother Tongue sulle origini e la storia della lingua inglese, comprata a Victoria Station nel 1999 e piena di sottolineature e note scribacchiate a bordo pagina in vari colori di biro quando stavo cercando di imparare, o meglio, dare un senso all’inglese. Anzi è stato il primo libro che ho letto interamente in inglese. E tutto sommato devo dire che ha funzionato…

2015 ©Paola Cacciari

bill bryson
Bill Bryson

100 libri da leggere almeno una volta.

L’anno scorso la BBC ha stilato una lista di 100 libri da leggere almeno una volta nella vita. Questa che vi ripropongo mi è capitata sotto gli occhi solo ora, curiosando tra i blog suggeritimi da wordpress. E visto che adoro questo tipo di cose, la voglio riproporre perchè mi sembra carina anche se non e’ l’originale stilata dalla BBC (quella vera la trovate qui), ma un’altra opportunamente modificata (anche se non da me) per includere anche un numero di opere italiane precedentemente non incluse in una lista redatta per un pubblico britannico.

bbc top 100 booksBook Lovers, Reading, Quotes, Living Room, Libraries Display, Display Cases, Things, Tvs, Good Advice

Ma tuttosommato è una lista interessante, adatta a tutte le età e ad ogni tipo di gusto letterario, che comprende opere di varie nazioni tra grandi classici, fantasy, romanzi. Io mi sarei attenuta più strettamente alla lista della BBC inserendo tutti i libri di Jane Austen, mentre non capisco che ci fa Dan Brown vicino a giganti come George Orwell e  Gabriel Garcia Marquez e citato nella stessa pagina insieme a divinità come Omero e Shakespeare. Comunque, sta di fatto che secondo la BBC la maggior parte delle persone ha letto in media solo 6 titoli su 100.
Cerchiamo di alzare il risultato, dimostrando che ci sono persone che ne hanno letti ben più di 6, che ne dite? Qui di seguito vi riporto la lista come l’ho trovata con accanto il simbolo V se ho letto il libro, e la X se l’ho incominciato ma non sono riuscita a finirlo. Voi potete fare la stessa cosa, sul vostro blog o qui nei commenti.

Se riproponete il post secondo le istruzioni dovrete indicare in quale blog avrete trovato la lista (io l’ho trovata in letteraturando). Ricordatevi: V: Letto X: Non Finito
  1. Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen  V
  2. Il Signore degli Anelli – J.R.R. Tolkien V
  3. Il Profeta – Kahlil Gibran V
  4. Harry Potter – JK Rowling   V (tutti)
  5. Se questo è un uomo – Primo Levi   V
  6. La Bibbia  X
  7. Cime Tempestose – Emily Bronte   V
  8. 1984 – George Orwell   V
  9. I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni   V
  10. La Divina Commedia – Dante Alighieri   V
  11. Piccole Donne – Louisa M Alcott    V
  12. Lessico Familiare – Natalia Ginzburg V
  13. Comma 22 – Joseph Heller V
  14. L’opera completa di Shakespeare (ci sto ancora lavorando…)
  15. Il Giardino dei Finzi Contini – Giorgio Bassani V
  16. Lo Hobbit – JRR Tolkien  V
  17. Il Nome della Rosa – Umberto Eco   V
  18. Il Gattopardo – Tommasi di Lampedusa   V
  19. Il Processo – Franz Kafka
  20. Le Affinità Elettive – Goethe V
  21. Via col Vento – Margaret Mitchell
  22. Il Grande Gatsby – F. Scott Fitzgerald  V
  23. Bleak House – Charles Dickens  X
  24. Guerra e Pace – Leo Tolstoy X
  25. Guida Galattica per Autostoppisti – Douglas Adams
  26. Brideshead Revisited – Evelyn Waugh (la serie televisiva conta ?? suppongo di no…)
  27. Delitto e Castigo – Fyodor Dostoyevsky X
  28. Odissea – Omero  V
  29. Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll  V
  30. L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera V
  31. Anna Karenina – Leo Tolstoj
  32. David Copperfield – Charles Dickens X
  33. Le Cronache di Narnia – CS Lewis
  34. Emma – Jane Austen   V
  35. Cuore – Edmondo de Amicis   V
  36. La Coscienza di Zeno – Italo Svevo  V
  37. Il Cacciatore di Aquiloni – Khaled Hosseini V
  38. Il Mandolino del Capitano Corelli – Louis De Berniere V
  39. Memorie di una Geisha – Arthur Golden  V
  40. Winnie the Pooh – AA Milne
  41. La Fattoria degli Animali – George Orwell  V
  42. Il Codice da Vinci – Dan Brown  V
  43. Cento Anni di Solitudine – Gabriel Garcia Marquez V
  44. Il Barone Rampante – Italo Calvino V
  45. Gli Indifferenti – Alberto Moravia V
  46. Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar V
  47. I Malavoglia – Giovanni Verga V
  48. Il Fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello V
  49. Il Signore delle Mosche – William Golding
  50. Cristo si è fermato ad Eboli – Carlo Levi  V
  51. Vita di Pi – Yann Martel  V
  52. Il Vecchio e il Mare – Ernest Hemingway   V
  53. Don Chisciotte della Mancia – Cervantes X
  54. I Dolori del Giovane Werther – J. W. Goethe   V
  55. Le Avventure di Pinocchio – Collodi   V
  56. L’ombra del vento – Carlos Ruiz Zafon V
  57. Siddharta – Hermann Hesse   V
  58. Il mondo nuovo – Aldous Huxley V
  59. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon V
  60. L’Amore ai Tempi del Colera – Gabriel Garcia Marquez V
  61. Uomini e topi – John Steinbeck
  62. Lolita – Vladimir Nabokov   V
  63. Il Commissario Maigret – George Simenon V
  64. Amabili resti – Alice Sebold
  65. Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas V
  66. Sulla Strada – Jack Kerouac V (cinque volte)
  67. La luna e i Falò – Cesare Pavese  V
  68. Il Diario di Bridget Jones – Helen Fielding V
  69. I figli della mezzanotte – Salman Rushdie
  70. Moby Dick – Herman Melville  V
  71. Oliver Twist – Charles Dickens V
  72. Dracula – Bram Stoker
  73. Tre Uomini in Barca – Jerome K. Jerome V
  74. Notes From A Small Island – Bill Bryson V (LO ADORO!!!)
  75. Ulisse – James Joyce   X
  76. I Buddenbroock – Thomas Mann V
  77. Il buio oltre la siepe – Harper Lee
  78. Germinale – Emile Zola V
  79. La fiera delle vanità – William Makepeace Thackeray V
  80. Possession – AS Byatt X
  81. A Christmas Carol – Charles Dickens  V
  82. Il Ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde  V
  83. Il Colore Viola – Alice Walker
  84. Quel che resta del giorno – Kazuo Ishiguro V
  85. Madame Bovary – Gustave Flaubert V
  86. A Fine Balance – Rohinton Mistry
  87. Charlotte’s Web – EB White
  88. Il Rosso e il Nero – Stendhal V
  89. Le Avventure di Sherlock Holmes – Sir Arthur Conan Doyle   V
  90. The Faraway Tree Collection – Enid Blyton
  91. Cuore di tenebra – Joseph Conrad X
  92. Il Piccolo Principe– Antoine De Saint-Exupery  V
  93. The Wasp Factory – Iain Banks
  94. Niente di nuovo sul fronte occidentale – Remarque V
  95. Un Uomo – Oriana Fallaci V
  96. Il Giovane Holden – Salinger
  97. I Tre Moschettieri – Alexandre Dumas V
  98. Amleto– William Shakespeare V
  99. La fabbrica di cioccolato – Roald Dahl
  100. I Miserabili – Victor Hugo   V

Se ho contato bene ne ho letti 70, ma tra quelli che non ho letto ce ne sono alcuni che proprio non mi interessano e che non leggerò mai, quindi mi sa che la mia lista si ferma qui …

Buon anniversario a Giorgio I di Hannover

Un altro anno di celebrazioni. E se il 2012 era tutto per il bicentenario della nascita di Charles Dickens e il 2013 per quello della pubblicazione di Orgoglio e Pregiudizio, il 2014 è dedicato ai trecento anni dell’ascesa al trono di George Louis von Hanover (1660–1727). E a chi si chiede (come ho fatto io a suo tempo) che c’entra un tedesco con gli inglesi, la riposta è “c’entra eccome”.

Discendente della Regina Anna, l’ultima appartenente alla dinastia degli Stuart e morta senza eredi nonostante le diciotto gravidanze, il Giorgio in questione fu chiamato a fare il re della Gran Bretagna all’età di cinquantaquattro anni, passando davanti ad una cinquantina di possibili, quanto più legittimi, pretendenti. Ma nonostante Re Giorgio avesse molti difetti (tra i quali quello non piccolo di non parlare l’inglese) un sovrano protestante, anche se tedesco, era per gli inglesi preferibile ad uno locale, ma cattolico come quel Giacomo Francesco Edoardo Stuart, figlio del deposto Giacomo II (padre di Anna) voluto dai Giacobiti. E così, in questo tumulto dinastico degno di una soap opera ha inizio l’Era georgiana.

423px-king_george_i_by_sir_godfrey_kneller_bt_3-e1398242012360Ma chi erano questi ‘georgiani’? Il periodo prende il nome dai regni dei quattro giorgi che si susseguirono sul trono britannico tra il 1714 e il 1830. Oltre al già citato Giorgio I di Hannover (1660–1727 nella foto a sinistra), passato alla storia sia per le scarse competenze linguistiche della terra che doveva governare, che per aver fatto rinchiudere per trent’anni l’ex moglie Sofia Dorotea per adulterio e per i suoi pessimi rapporti con suo figlio ed erede, Giorgio II (1683- 1760). E se quest’ultimo fu, come il padre, un monarca piuttosto scialbo nella vita privata (oltre a fondare l’università di Gottinga nel suo Regno natale di Hannover e il British Museum a Londra e a litigare a sua volta con suo figlio Federico Luigi, che cacciò dalla corte assieme alla sua famiglia nel 1737, non fece molto altro), fu un valente stratega e un brillante condottiero – fu infatti l’ultimo monarca inglese a guidare di persona e proprie truppe in battaglia.

La morte prematura di Federico vede l’ascesa del figlio Giorgio III (1738– 1820) sul trono britannico. Quello di Giorgio III sarà un regno lungo e denso di eventi epocali – la Rivoluzione Industriale, la Guerra d’indipendenza degli Stati Uniti e le guerre napoleoniche- marcato, oltre che dalla fondazione della Royal Academy, dalla sua pazzia. Suo figlio era il godereccio Giorgio IV (1762–1830), personaggio stravagante famoso più per i pessimi rapporti con il padre (questa dei pessimi rapporti tra padre e figli pare essere una caratteristica dinastica…) e con la moglie Carolina di Brunswick, e per l’intensa vita mondana che per altro. Liberale sostenitore delle arti (sua è quella follia architettonica che è il Brighton Pavilion) e della letteratura, amico di personaggi discussi come Georgiana Cavendish, la Duchessa del Devonshire (presente il film con Keira Knigtley?) suffragetta ante-litteram e apertamente Whig, Giorgio IV ricoprì durante la malattia di suo padre (1812-20) anche il ruolo di Principe Reggente. Da qui il nome Reggenza che produce in arte uno stile ben preciso che corrisponde al Biedermeier dei paesi germanofoni, al Federal degli Stati Uniti ed allo stile Impero francese. Ma sto divagando…

È un’epoca prettamente inglese quella georgiana. Certo, ci sono punti di contatto con l’Italia nelle arti, nell’architettura e nella moda del periodo, ma le similitudini finiscono qui. Anche perché all’epoca, il nostro Paese non solo non era un’entità politica unitaria come la Gran Bretagna (o la Francia), ma sua economia era ancora molto lontana dallo sperimentare una locale Rivoluzione Industriale.

In Inghilterra al contrario, questo è un periodo di grande sviluppo economico e di grande espansione mercantile.  E se la Londra del XVIII secolo era una città di dimensioni ancora piuttosto ridotte se paragonata alla metropoli che noi tutti conosciamo, il suo fiorente commercio e la sua effervescente vita culturale ne fa il luogo ideale per fare soldi e spenderli. E i georgiani fanno entrambe le cose con entusiasmo: e si puo dire con considerevole certezza che la più grande innovazione portata dall’epoca georgiana (oltre ad Handel e a Jane Austen) è quel ceto medio che tanta importanza avrà nei secoli a venire.

Questa nuova classe mercantile arricchitasi con il commercio, ha tempo e denaro da dedicare ad una serie di attività prima impensabili. È in questo periodo infatti che nasce il concetto di ‘hobby’ come lo intendiamo adesso. Questi ricchi borghesi vanno alle corse dei cavalli, si dedicano al giardinaggio e alla danza. Bevono té e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera (importata dall’Italia da Handel che sfrutta abilmente una lacuna nella scena musicale Britannica – grazie Handel!), visitano musei  e dimore storiche e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells. Anche  il concetto di turismo è georgiano, così come lo è anche quello di ‘celebrità’ e di cultura popolare. Attori teatrali come David Garrick, castrati famosi e famose soprano e persino il clown Grimaldi scatenano l’isteria del pubblico come faranno i Beatles quasi trecento anni più tardi.

Chiswick House and Gardens, London, 2017 © Paola Cacciari
Chiswick House and Gardens, London, 2017 © Paola Cacciari

Questi sono anche gli anni in cui si diffonde l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche – classi che i nuovi borghesi arricchitisi con il commercio volevano emulare. Dalla metà del XVIII secolo la campagna inglese si ricopre di straordinarie ville dotate di incredibili giardini. E Londra non è da meno. Dalle follie neogotiche della Strawberry Hill di Horace Walpole, ad un esempio di perfetta geometria palladiana come Chiswick House, creata da Lord Burlington (quello di Burlington House, ora sede della Royal Academy), nuovi e straordinari edifici scaturiscono dalle menti di architetti come i fratelli Robert e James Adam, John Soane e paesaggisti come William Kent e Capability Brown.

 

Grazie ai miglioramenti tecnici, alla riorganizzazione della forza lavoro e a nuovi sistemi di marketing portati dalla rivoluzione industriale, oggetti d’uso un tempo prerogativa dell’aristocrazia sono ora prodotti in materiali piu economici per soddisfare la sete di lusso della nuova classe borghese. La ricca borghesia scopre il piacere dello shopping, e non solo quello degli abiti. Dai mobili ai camini, dai servizi da tavola e da té e caffé, abili artigiani come Thomas Chippendale, Mathew Bolton e Josiah Wedgwood si affrettano a creare cataloghi con cui pubblicizzare la loro mercanzia a potenziali clienti. Anche possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia. Ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società infatti, la ricca borghesia corre a farsi dipingere da famosi “pittori di facce” come Thomas Gaisborough, Joshua Reynolds e John Constable – che scopre presto che i ritratti pagano, i paesaggi no.

JohnConstables

Certo, dietro a queste bolle di raffinatezza privata, le città erano luoghi sporchi e rumorosi, più simili a Gin Lane di Hogarth che ad una tela di Gainsborough e dove l’ultimo pensiero di coloro che lavoravano lunghissime ore nelle nascenti fabbriche per pochi scellini era quello di preoccuparsi di come trascorrere il tempo libero, visto che non ne avevano. La storia si ripete, ma questa è un’altra storia.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

I ritratti di John Constable

Chiunque abbia contemplato i suoi paesaggi converrà che l’anima di John Constable (1776–1837) abita i cieli plumbei del suo adorato Suffolk. Non è tuttavia con i verdi luminosi della campagna inglese che l’artista guadagna il primo denaro, ma con i ritratti. E considerando che nel corso della sua vita ne dipinge circa un centinaio, questa parte del suo lavoro è straordinariamente poco conosciuta.

John Constable, Autoritratto, Marzo 1806 - Copyright: Tate, London 2009.
John Constable, Autoritratto, Marzo 1806 – Copyright: Tate, London 2009.

Dalla metà del XVIII secolo possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia. Ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società infatti, la ricca borghesia di provincia corre a farsi dipingere dai locali “pittori di facce”. E nella sua natia East Bergholt a Constable il lavoro non manca. Perchè questo sono per lui i ritratti: un lavoro.

John Constable, A Girl in a Red Cloak (Mary Constable), 1809 - Copyright: Private Collection.
John Constable, A Girl in a Red Cloak (Mary Constable), 1809 – Copyright: Private Collection.

Che svolge con serietà e professionalità certo, ma niente di più. Il sentimento, quello è per i paesaggi. Ma i paesaggi non pagano, i ritratti sì.  E allora, e sempre un po’ a malincuore, Constable dipinge ritratti per poter dipingere paesaggi.

Con queste premesse viene spontaneo chiedersi perchè dedicare una mostra ad un’attività che lo stesso Constable non amava. Ma le cinquanta opere distribuite negli spazi intimi di Constable Portraits: The Painter and His Circle raccontano una storia diversa. Perchè se è vero che Constable non ama dipingere le “facce”, il registro cambia completamente quando si tratta di dipingere quelle di coloro a cui è legato da un affetto profondo, come i famigliari, gli amici e l’amatissima moglie Maria. Di di piccole dimensioni e resi con pennellate larghe e vigorose, questi ritratti sono piccoli capolavori di affettuosa intimità. Conosciuta ad East Bergholt, Maria Bicknell è figlia di un avvocato del luogo. I due si sposano nel 1816 dopo un lungo e contrastato fidanzamento e la loro è un’unione felice da cui nascono sette figli.

A partire dal 1819 per l’artista cominciano ad arrivare i primi successi come paesaggista. Non più dipendente dal bisogno di denaro, Constable può finalmente osservare con rinnovato interesse il mondo della ricca borghesia di provincia in cui è cresciuto. Un mondo che pare uscito dalla penna di Jane Austen che di Constable è una contemporanea, abitato da parroci di campagna dal volto bonario e da avvocati soddisfatti che l’artista immortala con un’affetto e un’accuratezza riservata fino ad allora solo ai paesaggi. Davvero una bella sorpresa questa.

Un approccio inconsueto per una mostra inconsueta, che accantonato per una volta Costable paesaggista, lascia parlare Constable uomo.

John Constable, Maria Bicknell, 1816 - Copyright: Tate, London 2009.
John Constable, Maria Bicknell, 1816 – Copyright: Tate, London 2009.

Londra//fino al 14 giugno 2009

Constable Portraits: The Painter and His Circle

2010 © Paola Cacciari

Pubblicato su Grandimostre n.5