Omaggio a Jane Austen

“È cosa universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Così inizia uno dei romanzi più famosi della storia della letteratura inglese. Scritto nel 1796 con il titolo di Prime Impressioni, ma pubblicato nella sua forma originale solo nel 1813, Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi, a due secoli di distanza, uno tra i libri più richiesti nelle biblioteche di tutto il mondo. E mentre il mondo letterario si accinge a commemorare il bicentenario della morte di colei che lo scrisse con mostre, conferenze, itinerari e spettacoli, la domanda sorge spontanea: perché a distanza di due secoli leggiamo ancora Jane Austen?

La domanda è lecita. Walter Scott sarebbe certamente caduto nell’oblio se non fosse stato per l’aiuto dei periodici remake cinematografici e televisivi di Ivanhoe. Ma la Austen sarebbe arrivata a noi anche senza la serie televisiva della BBC (quella del 1995 per intenderci) e la camicia bagnata di Colin Firth. Jane Austen è la sola ad avere società a lei dedicate, fan club, website forum e persino un festival, il Jane Austen Festival a Bath.  Al Jane Austen centre di Bath si possono comprare tazze, souvenir, borse e spillette con I Love Mr Darcy e le  Jane Austen Society si moltiplicano ai due lati dell’Atlantico. Per non parlare dei libri a lei dedicati, tanto in inglese che in traduzione – dai ricettari alla serie di polizieschi di Stephanie Barron, Le indagini di Jane Austen. Lost in Austen non è solo una una serie televisiva britannica del 2008 realizzata per il canale ITV  (in cui la protagonista entrando nel bagno di casa sua ci trova la sua eroina preferita, Elizabeth Bennet e le due finiscono con con lo scambiarsi di posto e d secolo), ma un libro-gioco interattivo che permette ai partecipanti di vestire i panni della stessa Lizzie (almeno per qualche ora) e di scegliere il finale che si vuole.

Quando si spense il 18 Luglio 1817, Jane Austen (1775-1817) aveva solo quarantuno anni e al suo attivo sei romanzi che, a due secoli dalla sua morte, continuano ad affascinare lettori di tutte le età: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813), Mansfield Park (1814), Emma (1815) e L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803) e Persuasione (Persuasion) entrambi pubblicati postumi nel 1818.

Tra questi, Orgoglio e Pregiudizio è certamente il mio preferito, con la sua solare eroina, Elizabeth Bennet, la sua graffiante satira sociale, una galleria di personaggi indimenticabili ed uno degli incipit più accattivanti della storia della letteratura inglese. E pensare che quando lo lessi per la prima volta mi lasciò piuttosto indifferente: lo trovai troppo leggero e frivolo, ed io ero un’adolescente. E un’adolescente vuole sensazioni forti, vuole gli eroi romantici di Foscolo e Goethe: il piccolo mondo di provincia di Jane Austen mi sembrava davvero troppo quieto. Ma il Sublime a lungo andare stanca, e da adulti le vicende amorose di un gruppo di fanciulle nell’Inghilterra della Reggenza, raccontate con ironia e una punta di cinismo, sono un toccasana contro l’eccesso di sensazioni forti fornito quotidianamente dalla vita. I romanzi di Jane Austen sono come gli interni creati da Robert Adams, il grande architetto del Neoclassicismo britannico: straordinariamente carichi di dettagli, eppure perfettamente bilanciati. E continuo a rileggerli, quando ho bisogno di trovare quella pace e leggerezza che talvolta il pragmatismo della vita “reale” mi nega.  E visto l’esercito dei suo fedeli ammiratori, non sembro essere la sola a pensarla così…

Ma questo romanzo tanto amato nasce in un periodo particolarmente infelice per la nostra scrittrice, quello compreso tra il 1796 e il 1797, un periodo in che vede la morte del promesso sposo dell’adorata sorella Cassandra, un lutto da cui non si riprenderà mai più, mentre la stessa Jane si trova a dover far fronte al profondo sentimento che prova per Tom Lefroy – che nella versione cinematografica ha il bel viso di James McAvoy. E allora si butta a capofitto nella creazione di qualcosa di divertente e che allo stesso tempo le massaggi l’anima. Un mondo in cui il lieto fine è assicurato e in cui tutti “vissero felici e contenti”. Persino lei. Come biasimarla? Chi non avrebbe fatto lo stesso?

Orgoglio e Pregiudizio fu pubblicato in modo anonimo, semplicemente sotto il nome di “a Lady”. Che all’inizio del XIX secolo scrivere romanzi era ancora un’occupazione disdicevole per uno scrittore serio. Se poi a farlo era una donna si rasentava lo scandalo. Tanto che la sua lapide nella cattedrale di Winchester la descrive come “figlia” e come “cristiana”, ma non menziona i suoi romanzi. Cosa che indusse il  sacrestano della cattedrale a chiedere ad uno dei numerosi visitatori della tomba chi era la signora in questione e cosa avesse fatto di tanto particolare da attirare tanta attenzione – come racconta il nipote James Edward Austen-Leigh nella biografia della zia Jane.

Jane Austen non scrive di guerre o di politica, ma di “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” e per gran parte del romanzo i discorsi dei personaggi femminili ruota attorno a banalità (balli, nastri, cappellini) e la sua unica concessione agli eventi storici contemporanei è la presenza a Brighton delle uniformi rosse dei reggimenti della Milizia, impegnati nelle guerre napoleoniche. Ma pare impensabile che sebbene la sua vita protetta la Austen non avesse notizia di quanto accadeva nel mondo. Le sue non sono tragedie, ma commedie, popolate da giovani eroine in cerca del principe azzurro e da eroi giovani, belli e ricchi in cerca di una moglie, dove i buoni sono premiati, i cattivi sono puniti (anche se mai troppo duramente), nessuno muore e tutti vissero felici e contenti. E poco importa se questi personaggi siano solo abbozzati: non sapremo mai quello che Darcy dice a Bingley a per dissuaderlo dallo sposare la sorella di Lizzie, Jane, o di cosa dice a Wickham per costringerlo a sposare quella testa calda di Lydia o cosa Lizzie ha risposto a Darcy quando ha accettato di sposarlo. Le loro vicende, le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, sono senza tempo e il genio di Jane Austen è l’essersi accorta che nulla è più divertente della gente comune. E di averlo fatto molto prima dell’avvento dei reality show della televisione.

240px-Jane_Austen_coloured_versionÈ un mondo in bilico tra due secoli quello dell’Inghilterra della Reggenza, in cui la vecchia aristocrazia deve con riluttanza fare posto a quella ricca borghesia a cui appartiene la stessa Jane. Una classe nuova incarnata dalla famiglia Bennet, fatta di parroci di campagna, banchieri e avvocati, la cui recente ricchezza e le cui aspirazioni sociali sono guardate con sdegno dai rappresentanti della grande aristocrazia terriera a cui appartenevano Darcy e sua zia, Lady Catherine de Bourgh.  È un mondo dominato dal denaro e dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove con un buon matrimonio si possono ottenere sia denaro che status. Al giorno d’oggi sposarsi è una scelta che si può fare o no; ma in passato – un passato ancora piuttosto recente a pensarci bene – era l’unico destino biologicamente e socialmente accettabile per una donna: il suo futuro, il suo posto in società, la sue occupazioni, le sue amicizie dipendevano esclusivamente dalla sua capacità di assicurarsi un marito. Lungi dall’essere solo un gioco romantico, il matrimonio era una vera e propria necessità economica. Questo era vero soprattutto per le figlie femmine, che non potevano ereditare i beni di famiglia e che in assenza di eredi maschi, si ritrovavano alla mercé degli eventi (o dei parenti), il che spiega l’ansia di Mrs Bennet di sistemare quanto prima le sue cinque figlie femmine. Lo scopre anche Jane Austen in prima persona quando, nel 1805, alla morte del padre, il pastore anglicano George Austen, la nostra eroina si ritrova senza una casa e senza denaro, costretta a vivere con la madre e la sorella Cassandra a carico dei fratelli, sballotattata da una casa all’altra come un pacco.

 

Nata a Steventon nello Hampshire, ultima di sette figli di un pastore anglicano, Jane Austen non ha avuto una vita facile e nonostante sia riuscita a guadagnarsi da vivere con la sua penna, sa benissimo che

“Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà – il che costituisce un argomento molto forte in favore del matrimonio”

come scrive nel 1817 alla nipote Fanny Knight. Argomento questo, di cui Elizabeth Bennet è consapevole quando rifiuta la mano del ridicolo Mr Collins, preferendo il rischio del nubilato a quello del passare la vita con il marito sbagliato: un atto coraggioso per una donna senza mezzi come lei. Ma Mr Collins, che è determinato a sposarsi e non è schizzinoso, ripiega prontamente su Charlotte Lucas; e lei, che è una donna pratica e sa che ventisette anni, scialba e senza una buona dote non può aspettarsi nulla di meglio, lo accetta.

Jane Austen aveva la stessa età di Charlotte quando nel 1802 riceve una proposta di matrimonio dall’amico di famiglia Harris Bigg-Wither, bruttino e con un marcato difetto di pronuncia. Proposta che lei dapprima accetta, ma che poi rifiuta. Nella vita come nella letteratura, anche Jane non scende a compromessi. Ma al contrario del suo alter ego Lizzy, che conquista il cuore del bel Darcy, l’unico uomo amato dalla Austen, il giovane irlandese Tom Lefroy, si fece persuadere dalla zia a rinunciare a lei (che non aveva status, o una dote abbastanza ricca per compensare l’assenza del primo) e a tornare quietamente in Irlanda, dove sposa un’ereditiera e diventa un brillante avvocato. Jane aveva capito e l’aveva acettato, che il suo non era il mondo delle sorelle Brönte in cui l’amore trionfa su tutto e bellezza e virtù compensano la mancanza di denaro o l’appartenenza alla classe sociale sbagliata. Ma ne aveva sofferto, e non si sposò mai, preferendo l’affetto della famiglia e degli amici ad una sicurezza economica mercenaria. Idee, queste, a dir poco rivoluzionarie per l’inizio del XIX secolo: non sorprende che la critica degli anni Settanta abbia visto in Jane Austen una femminista ante litteram!

Scrive di gioie quotidiane Jane Austen, ma sa tutto della pena dell’amore deluso, del non essere abbastanza bella, ricca, giovane e dell’essere fuori dagli schemi: è tutto lì nelle sue storie, insieme alle gioie e ai dolori delle relazioni familiari, all’ironia e alla leggerezza. E poiché lascia spazio alla fantasia del lettore, generazioni diverse hanno potuto di immaginarsi nei panni dei suoi personaggi. Perché cambiano gli abiti e il linguaggio, ma la commedia umana, con i suoi desideri e paure, speranze e meschinità e inaspettati atti di  generoso altruismo, quella è la sempre la stessa.

 

2017. By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Bibliografia:

Jane Austen: A Life, Claire Tomalin. Knopf, 1997.

Jane Austen’s Letters, edited by Deirdre Le Faye. Oxford University Press, 1995.

Susannah Carson, A Truth Universally Acknowledged: 33 Great Writers on Why We Read Jane Austen, Penguin, 2009.

Jane and Her Gentlemen, Audrey Hawkridge. Peter Owen Publishers, 2000

Pride and Prejudice, Jane Austen. Penguin, 1996.

 

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Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Ho letto Orgoglio e Pregiudizio quando avevo diciassette anni e non mi è piaciuto per nulla. L’ho trovato noioso e per nulla divertente. Dov’erano quell’ironia e quella leggerezza di cui i testi di critica letteraria parlavano tanto?
Allo stesso modo ho letto Gita al Faro quando ne avevo ventisette di anni e ho provato la stessa sensazione di noia, come se di Jane Austen, così come di Virginia Woolf mi stesse sempre sfuggendo qualcosa. Qualcosa di indefinito e che non riuscivo ad afferrare. Certo leggere i romanzi in traduzione non aiuta, e lo so per esperienza essendo io stessa una traduttrice (troppo spesso disoccupata che al giorno d’oggi nessuno vuole pagare per la qualità). Il grande Umberto Eco ha persino dedicato un libro all’argomento, la bibbia del traduttore, dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Che una traduzione non potrà mai dire esattamente la stessa cosa (a volte in una lingua mancano proprio le parole stesse adatte per farlo), ma come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. Tradurre porta inevitabilmente via qualcosa al testo originale: leggere Dante in inglese suona osceno, così come dopo aver sperimentato Shakespeare in inglese uno non potrà mai più avvicinarsi neanche di striscio ad una traduzione italiana (o francese, o tedesca…). Seppure sia quasi lo stesso, non sarà mai lo stesso.

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

E questo l’ho sperimentato leggendo Mrs Dalloway. Dopo il mio tentativo abortito di leggere La Signora Dalloway in italiano una ventina di anni fa, avevo esiliato Virginia Woolf tra gli autori illeggibili. Poi qualche settimana fa, alla Royal Opera House, ho assistito ad un magnifico balletto del coreografo inglese Wayne McGregor dal titolo Woolf Works che mi ha fatto ritornare la voglia di dare a Virginia Woolf una seconda possibilità. Se non altro perché Alessandra Ferri, che interpretava Clarissa Dalloway che (ironia della sorte, o forse no) ha quasi esattamente la stessa sua età, è riuscita con delicatezza a trasmettere tutta la serie di inquietanti emozioni che passano per la mente di Mrs Dalloway. Come la meditazione sulla vita e sulla morte, per esempio – che costituisce uno dei temi centrali del libro.
La trama del libro è pressoché inesistente, pointless,senza senso, inutile suggerisce gentilmente la mia dolce metà che Virginia Woolf davvero non la può proprio soffrire. Tutto il libro infatti si condensa nel corso di una giornata, mercoledì del giugno 1923 nel corso della quale la protagonista, la ricca cinquantunenne Clarissa Dalloway, si reca a Bond Street per comprare dei fiori per la festa che sta organizzando per la sera stessa e durante la giornata incontra gente e soprattutto, pensa e ricorda il suo passato. Le descrizioni esterne sono appena abbozzate, Londra è un’entità astratta, colorata, viva e pulsante come i quadri della sorella Vanessa Bell, ma questo non è il punto: ciò che importa è l’inesorabile passare del tempo. E il passare del tempo – sempre chiaramente scandito dal Big Ben attravesro tutto il libro – il suo non essere mai abbastanza o il suo dilatarsi in modo spropositato nella mente dei personaggi gioca un ruolo fondamentale nell’intero libro. Ma la cosa che mi ha colpito di più è come la stessa Clarissa diventa una persona attraverso la sua memoria sua e di chi la circonda. La realtà ha molte facce, tutte ugualmente vere direbbe Pirandello. Da giovane sono stata un’appassionata lettrice di Marcel Proust e James Joyce (in traduzione) ma erano anni che non leggevo nulla che utilizzasse la tecnica dello stream of consiounsess, del flusso di coscienza. Ritrovarlo qui mi ha elettrizzato.

Non solo. Ci sono libri che si apprezzano solo con l’esperienza portata dall’età. Come da adolescente avevo trovato Jane Austen troppo quieta per i miei gusti che un’adolescente vuole romanticismo e passione (tutte cose che abbondavano in Foscolo, Goethe o nel mondo tormentato delle per esempio…) e l’ho rivalutata in età adulta, quando i suoi romanzi perfettamente bilanciati ed armoniosi mi hanno offerto quell’oasi di pace e tranquillità in cui rifugiarmi quando la vita ha deciso di fornirmi, mio malgrado, una robusta dose di inquietudine, ansia e dolore fornitami, così è capitato con Virginia Woolf. I desideri di Clarissa Dalloway e degli altri, le loro angosce, le paure – della solitudine, della morte ma anche della vita – il loro esseri fragili esseri umani feriti dalle circostanze e impotenti di fronte alla vita. E ancora, la fatica di essere donna in una società che ancora oggi ostacola e punisce le donne che vogliono ottenere dalla vita e dalla carriera gli stessi risultati di un uomo.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

I ritratti di Goya alla National Gallery

Che Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828) fosse un mago del pennello non è una novità: i suoi dipinti sono capolavori di tecnica, oltre che brillanti spaccati di storia sociale.Nel corso degli anni non sono mancate le mostre dedicate al Goya pubblico o privato, giovane o vecchio, alle Pitture Nere e ai disastri della guerra, come quella che di recente si è tenuta alla Courtauld Art Gallery dedicata alle Streghe e vegliarde dei suoi album privati. Ma questa della National Gallery è la prima dedicata interamente ai suoi ritratti, così nuovi e audaci.

Il linguaggio pittorico di Goya cambia a seconda del soggetto e diventa di volta in volta morbido e gradevole o incisivo e grafico, mentre la pennellata si fa densa e compatta o larga e sciolta, come quelle del Modernismo che Goya presagisce. E questo è vero soprattutto per i suoi numerosi autoritratti, dove il nostro pittore sembra assumere molteplici personalità, che Goya non era sempre lo stesso pittore. La consistenza infatti non sembra essere stata il suo forte, che ci sono momenti in cui sembra che il nostro eroe perda interesse per quello che sta dipingendo, dimenticando le proporzioni e concentrandosi su dettagli, come se la fibbia di una scarpa fosse infinitamente più interessante della faccia di qualche nobiluncolo di secondo grado.

Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Ma è il realismo senza filtri di Goya che fa sì che i suoi ritratti siano di volta in volta bizzarri, poco lusinghieri, volutamente imbarazzanti, persino apertamente sconcertanti. Goya era il ritrattista di corte (il primo dopo Velázquez ad ricoprire questo ruolo) e, considerato che il suo lavoro era dipingere la famiglia reale spagnola e gli aristocratici nel modo più lusinghiero possibile, i suoi soggetti sono dipinti in modo totalmente privo dell’abituale tendenza al “ritocco”allora così in voga tra le classi elevate. D’altronde l’adulazione era un’anatema per Goya e nei suoi quadri si puo’ stare certi che un naso a patata sarebbe rimasto un naso a patata, indipendentemente dalla posizione nella gerarchia sociale del suo proprietario.

Quando ritrae La famiglia di Carlo IV, Goya pone la figura della regina Maria Luisa di Borbone-Parma al centro della composizione, in quanto agli occhi del pittore (e non solo ai suoi) era lei a rappresentare la vera potenza della famiglia reale, non Carlo IV che il pittore sembrava considerare un po’ lento di comprendonio, ma per cui  sembra avere una certa simpatia.

Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington

Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington, 1812–14. National Gallery, London

Ma quando Goya ammira e rispetta un personaggio, lo si vede chiaramente. Il Duca di Wellington , che entrò a Madrid nel 1812 acclamato dalla gente, ci guarda con occhi attenti. Abituata come sono all’altera versione di Thomas Lawrence, devo dire che il duca qui sembra incredibilmente umano – una nervosa energia compressa dietro quegli occhi grandi, quasi tondi, spalancati sul mondo. Qui tutta l’attenzione è nello sguardo e il resto è  appena accennato, comprese le sue medaglie.

Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts

Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts

Lo stesso si può dire dal ritratto di General Nicholas Philippe Guye, uno dei generali più importanti di Napoleone, Guye era arrivato in Spagna per assumere il governo di Siviglia e combattere la guerriglia spagnola e che nel ritratto di Goya è vivo e pulsante, con le labbra socchiuse lo sguardo pensoso sotto un ciuffo di riccioli scuri. Mi sembra chiaro che Goya ha per questi due uomini un grande rispetto.

Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814. Museo del Prado, Madrid, Spain

Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814 Museo del Prado, Madrid, Spain

Al contrario, Ferdinando VII sembra la caricatura di uno gnomo vestito da Re per Carnevale. Il suo disprezzo per il fautore della Restaurazione spagnola è palpabile. Paradossalmente pare che il sovrano avesse apprezzato il ritratto. Stupidità o senso dell’Umorismo? A voi la scelta…

Londra// fino al 10 Gennaio 2016

National Gallery

nationalgallery.org.uk

 

Una città o l’altra (Neither here Nor there)

Ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono periodicamente per varie ragioni – sono capolavori, sono classici (ho realizzato che sento il bisigno fisico di leggere Jane Austen e in particolare Pride and Prejudice circa ogni due anni…) o semplicemente hanno quel feel good factor che ti fa sentire bene. Neither here Nor there (da noi tradotto come Una città o l’altra) è uno di quelli: la versione cartacea quello che per me è Pane e Tulipani.  Qui Bill Bryson racconta le sue esperienze durante un viaggio durato quattro mesi nel “vecchio continente” nel 1991 – dall’estremo nord della Norvegia alla Turchia. È divertentissimo (il libro dico, ma anche Bryson…), e mi scopro sempre a ridacchiare da sola – cosa che in genere mi capita quando leggo i libri del nostro Beppe Severgnini (o il blog di Guido Sperandio).

9780552998062Ho scoperto Bill Bryson un giorno per caso durante una delle mie quotidiane (allora lavoravo nei dintorni…) visite alla Feltrinelli di Piazza di Porta Ravegnana a Bologna. Era il 1996 e mi capitò tra le mani America Perduta (The Lost Continent). Lessi le prime dieci righe e decisi in quel momento che se mai avessi cominciato a scrivere volevo farlo come lui.

Americano trapiantato in Gran Bretagna, Bryson (oltre ad essere il mio idolo letterario) è giornalista e scrittore, autore di libri sulla storia della lingua inglese e americana, di scienza e -soprattutto- di divertentissimi libri di viaggio ora (finalmente tutti tradotti in italiano) in cui la capacità di prendere in giro (e prendersi in giro) va di pari passo con una serie di gustosissimi aneddoti che mi riempiono di ammirazione. Che non è da tutti la capacità di vedere il lato divertente delle cose, sopratutto al giorno d’oggi dove tutti si prendono tremendamente sul serio.  Da quel momento i libri di Bryson mi hanno chiamato così forte che in questi anni ho letto tutto quello che ha scritto. Che io sono così. I libri mi devono chiamare perché io li possa leggere. Non sono mai stata capace di leggere qualcosa perché di moda. O perché fa discutere. Credo di essere una delle poche persone in Italia a non aver mai letto Gomorra di Roberto Saviano. E non ne vado fiera. Ma fino ad ora non mi ha chiamato abbastanza forte. Lo farà a suo tempo, ne sono sicura.  I libri importanti lo fanno sempre.

Inutile dire che quando anni fa è venuto al Museo per presentare il suo nuovo libro At Home: A Short History of Private Life (interessante storia sociale sul perché e il percome le case ‘moderne’ sono fatte e disposte come sono), mi sono precipitata che volevo verificare se anche di persona era così divertente e interessante come appare dai suoi libri e fortunatamente lo era.

Mi sono fatta autografare la mia malconcia copia di The Mother Tongue sulle origini e la storia della lingua inglese, comprata a Victoria Station nel 1999 e piena di sottolineature e note scribacchiate a bordo pagina in vari colori di biro quando stavo cercando di imparare, o meglio, dare un senso all’inglese. Anzi è stato il primo libro che ho letto interamente in inglese. E tutto sommato devo dire che ha funzionato…

bill bryson

Bill Bryson

100 libri da leggere almeno una volta.

L’anno scorso la BBC ha stilato una lista di 100 libri da leggere almeno una volta nella vita. Questa che vi ripropongo mi è capitata sotto gli occhi solo ora, curiosando tra i blog suggeritimi da wordpress. E visto che adoro questo tipo di cose, la voglio riproporre perchè mi sembra carina anche se non e’ l’originale stilata dalla BBC (quella vera la trovate qui), ma un’altra opportunamente modificata (anche se non da me) per includere anche un numero di opere italiane precedentemente non incluse in una lista redatta per un pubblico britannico.

bbc top 100 booksBook Lovers, Reading, Quotes, Living Room, Libraries Display, Display Cases, Things, Tvs, Good Advice

Ma tuttosommato è una lista interessante, adatta a tutte le età e ad ogni tipo di gusto letterario, che comprende opere di varie nazioni tra grandi classici, fantasy, romanzi. Io mi sarei attenuta più strettamente alla lista della BBC inserendo tutti i libri di Jane Austen, mentre non capisco che ci fa Dan Brown vicino a giganti come George OrwellGabriel Garcia Marquez e citato nella stessa pagina insieme a divinità come Omero e Shakespeare. Comunque, sta di fatto che secondo la BBC la maggior parte delle persone ha letto in media solo 6 titoli su 100.
Cerchiamo di alzare il risultato, dimostrando che ci sono persone che ne hanno letti ben più di 6, che ne dite? Qui di seguito vi riporto la lista come l’ho trovata con accanto il simbolo V se ho letto il libro, e la X se l’ho incominciato ma non sono riuscita a finirlo. Voi potete fare la stessa cosa, sul vostro blog o qui nei commenti.

Se riproponete il post secondo le istruzioni dovrete indicare in quale blog avrete trovato la lista (io l’ho trovata in letteraturando). Ricordatevi: V: Letto X: Non Finito
  1. Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen  V
  2. Il Signore degli Anelli – J.R.R. Tolkien V
  3. Il Profeta – Kahlil Gibran V
  4. Harry Potter – JK Rowling   V (tutti)
  5. Se questo è un uomo – Primo Levi   V
  6. La Bibbia  X
  7. Cime Tempestose – Emily Bronte   V
  8. 1984 – George Orwell   V
  9. I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni   V
  10. La Divina Commedia – Dante Alighieri   V
  11. Piccole Donne – Louisa M Alcott    V
  12. Lessico Familiare – Natalia Ginzburg V
  13. Comma 22 – Joseph Heller V
  14. L’opera completa di Shakespeare (ci sto ancora lavorando…)
  15. Il Giardino dei Finzi Contini – Giorgio Bassani V
  16. Lo Hobbit – JRR Tolkien  V
  17. Il Nome della Rosa – Umberto Eco   V
  18. Il Gattopardo – Tommasi di Lampedusa   V
  19. Il Processo – Franz Kafka
  20. Le Affinità Elettive – Goethe V
  21. Via col Vento – Margaret Mitchell
  22. Il Grande Gatsby – F. Scott Fitzgerald  V
  23. Bleak House – Charles Dickens  X
  24. Guerra e Pace – Leo Tolstoy X
  25. Guida Galattica per Autostoppisti – Douglas Adams
  26. Brideshead Revisited – Evelyn Waugh (la serie televisiva conta ?? suppongo di no…)
  27. Delitto e Castigo – Fyodor Dostoyevsky X
  28. Odissea – Omero  V
  29. Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll  V
  30. L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera V
  31. Anna Karenina – Leo Tolstoj
  32. David Copperfield – Charles Dickens X
  33. Le Cronache di Narnia – CS Lewis
  34. Emma – Jane Austen   V
  35. Cuore – Edmondo de Amicis   V
  36. La Coscienza di Zeno – Italo Svevo  V
  37. Il Cacciatore di Aquiloni – Khaled Hosseini V
  38. Il Mandolino del Capitano Corelli – Louis De Berniere V
  39. Memorie di una Geisha – Arthur Golden  V
  40. Winnie the Pooh – AA Milne
  41. La Fattoria degli Animali – George Orwell  V
  42. Il Codice da Vinci – Dan Brown  V
  43. Cento Anni di Solitudine – Gabriel Garcia Marquez V
  44. Il Barone Rampante – Italo Calvino V
  45. Gli Indifferenti – Alberto Moravia V
  46. Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar V
  47. I Malavoglia – Giovanni Verga V
  48. Il Fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello V
  49. Il Signore delle Mosche – William Golding
  50. Cristo si è fermato ad Eboli – Carlo Levi  V
  51. Vita di Pi – Yann Martel  V
  52. Il Vecchio e il Mare – Ernest Hemingway   V
  53. Don Chisciotte della Mancia – Cervantes X
  54. I Dolori del Giovane Werther – J. W. Goethe   V
  55. Le Avventure di Pinocchio – Collodi   V
  56. L’ombra del vento – Carlos Ruiz Zafon V
  57. Siddharta – Hermann Hesse   V
  58. Il mondo nuovo – Aldous Huxley V
  59. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon V
  60. L’Amore ai Tempi del Colera – Gabriel Garcia Marquez V
  61. Uomini e topi – John Steinbeck
  62. Lolita – Vladimir Nabokov   V
  63. Il Commissario Maigret – George Simenon V
  64. Amabili resti – Alice Sebold
  65. Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas V
  66. Sulla Strada – Jack Kerouac V (cinque volte)
  67. La luna e i Falò – Cesare Pavese  V
  68. Il Diario di Bridget Jones – Helen Fielding V
  69. I figli della mezzanotte – Salman Rushdie
  70. Moby Dick – Herman Melville  V
  71. Oliver Twist – Charles Dickens V
  72. Dracula – Bram Stoker
  73. Tre Uomini in Barca – Jerome K. Jerome V
  74. Notes From A Small Island – Bill Bryson V (LO ADORO!!!)
  75. Ulisse – James Joyce   X
  76. I Buddenbroock – Thomas Mann V
  77. Il buio oltre la siepe – Harper Lee
  78. Germinale – Emile Zola V
  79. La fiera delle vanità – William Makepeace Thackeray V
  80. Possession – AS Byatt X
  81. A Christmas Carol – Charles Dickens  V
  82. Il Ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde  V
  83. Il Colore Viola – Alice Walker
  84. Quel che resta del giorno – Kazuo Ishiguro V
  85. Madame Bovary – Gustave Flaubert V
  86. A Fine Balance – Rohinton Mistry
  87. Charlotte’s Web – EB White
  88. Il Rosso e il Nero – Stendhal V
  89. Le Avventure di Sherlock Holmes – Sir Arthur Conan Doyle   V
  90. The Faraway Tree Collection – Enid Blyton
  91. Cuore di tenebra – Joseph Conrad X
  92. Il Piccolo Principe– Antoine De Saint-Exupery  V
  93. The Wasp Factory – Iain Banks
  94. Niente di nuovo sul fronte occidentale – Remarque V
  95. Un Uomo – Oriana Fallaci V
  96. Il Giovane Holden – Salinger
  97. I Tre Moschettieri – Alexandre Dumas V
  98. Amleto– William Shakespeare V
  99. La fabbrica di cioccolato – Roald Dahl
  100. I Miserabili – Victor Hugo   V

Se ho contato bene ne ho letti 70, ma tra quelli che non ho letto ce ne sono alcuni che proprio non mi interessano e che non leggerò mai, quindi mi sa che la mia lista si ferma qui …

Buon anniversario a Giorgio I di Hannover

Un altro anno di celebrazioni. E se il 2012 era tutto per il bicentenario della nascita di Charles Dickens e il 2013 per quello della pubblicazione di Orgoglio e Pregiudizio, il 2014 è dedicato ai trecento anni dell’ascesa al trono di George Louis von Hanover (1660–1727). E a chi si chiede (come ho fatto io a suo tempo) che c’entra un tedesco con gli inglesi, la riposta è “c’entra eccome”.

Discendente della Regina Anna, l’ultima appartenente alla dinastia degli Stuart e morta senza eredi nonostante le diciotto gravidanze, il Giorgio in questione fu chiamato a fare il re della Gran Bretagna all’età di cinquantaquattro anni, passando davanti ad una cinquantina di possibili, quanto più legittimi, pretendenti. Ma nonostante Re Giorgio avesse molti difetti (tra i quali quello non piccolo di non parlare l’inglese) un sovrano protestante, anche se tedesco, era per gli inglesi preferibile ad uno locale, ma cattolico come quel Giacomo Francesco Edoardo Stuart, figlio del deposto Giacomo II (padre di Anna) voluto dai Giacobiti. E così, in questo tumulto dinastico degno di una soap opera ha inizio l’Era georgiana.

423px-king_george_i_by_sir_godfrey_kneller_bt_3-e1398242012360Ma chi erano questi ‘georgiani’? Il periodo prende il nome dai regni dei quattro giorgi che si susseguirono sul trono britannico tra il 1714 e il 1830. Oltre al già citato Giorgio I di Hannover (1660–1727 nella foto a sinistra), passato alla storia sia per le scarse competenze linguistiche della terra che doveva governare, che per aver fatto rinchiudere per trent’anni l’ex moglie Sofia Dorotea per adulterio e per i suoi pessimi rapporti con suo figlio ed erede, Giorgio II (1683- 1760). E se quest’ultimo fu, come il padre, un monarca piuttosto scialbo nella vita privata (oltre a fondare l’università di Gottinga nel suo Regno natale di Hannover e il British Museum a Londra e a litigare a sua volta con suo figlio Federico Luigi, che cacciò dalla corte assieme alla sua famiglia nel 1737, non fece molto altro), fu un valente stratega e un brillante condottiero – fu infatti l’ultimo monarca inglese a guidare di persona e proprie truppe in battaglia.

La morte prematura di Federico vede l’ascesa del figlio Giorgio III (1738– 1820) sul trono britannico. Quello di Giorgio III sarà un regno lungo e denso di eventi epocali – la Rivoluzione Industriale, la Guerra d’indipendenza degli Stati Uniti e le guerre napoleoniche- marcato, oltre che dalla fondazione della Royal Academy, dalla sua pazzia. Suo figlio era il godereccio Giorgio IV (1762–1830), personaggio stravagante famoso più per i pessimi rapporti con il padre (questa dei pessimi rapporti tra padre e figli pare essere una caratteristica dinastica…) e con la moglie Carolina di Brunswick, e per l’intensa vita mondana che per altro. Liberale sostenitore delle arti (sua è quella follia architettonica che è il Brighton Pavilion) e della letteratura, amico di personaggi discussi come Georgiana Cavendish, la Duchessa del Devonshire (presente il film con Keira Knigtley?) suffragetta ante-litteram e apertamente Whig, Giorgio IV ricoprì durante la malattia di suo padre (1812-20) anche il ruolo di Principe Reggente. Da qui il nome Reggenza che produce in arte uno stile ben preciso che corrisponde al Biedermeier dei paesi germanofoni, al Federal degli Stati Uniti ed allo stile Impero francese. Ma sto divagando…

È un’epoca prettamente inglese quella georgiana. Certo, ci sono punti di contatto con l’Italia nelle arti, nell’architettura e nella moda del periodo, ma le similitudini finiscono qui. Anche perché all’epoca, il nostro Paese non solo non era un’entità politica unitaria come la Gran Bretagna (o la Francia), ma sua economia era ancora molto lontana dallo sperimentare una locale Rivoluzione Industriale.

In Inghilterra al contrario, questo è un periodo di grande sviluppo economico e di grande espansione mercantile.  E se la Londra del XVIII secolo era una città di dimensioni ancora piuttosto ridotte se paragonata alla metropoli che noi tutti conosciamo, il suo fiorente commercio e la sua effervescente vita culturale ne fa il luogo ideale per fare soldi e spenderli. E i georgiani fanno entrambe le cose con entusiasmo: e si puo dire con considerevole certezza che la più grande innovazione portata dall’epoca georgiana (oltre ad Handel e a Jane Austen) è quel ceto medio che tanta importanza avrà nei secoli a venire.

Questa nuova classe mercantile arricchitasi con il commercio, ha tempo e denaro da dedicare ad una serie di attività prima impensabili. È in questo periodo infatti che nasce il concetto di ‘hobby’ come lo intendiamo adesso. Questi ricchi borghesi vanno alle corse dei cavalli, si dedicano al giardinaggio e alla danza. Bevono té e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera (importata dall’Italia da Handel che sfrutta abilmente una lacuna nella scena musicale Britannica – grazie Handel!), visitano musei  e dimore storiche e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells. Anche  il concetto di turismo è georgiano, così come lo è anche quello di ‘celebrità’ e di cultura popolare. Attori teatrali come David Garrick, castrati famosi e famose soprano e persino il clown Grimaldi scatenano l’isteria del pubblico come faranno i Beatles quasi trecento anni più tardi.

Chiswick House and Gardens, London, 2017 © Paola Cacciari

Chiswick House and Gardens, London, 2017 © Paola Cacciari

Questi sono anche gli anni in cui si diffonde l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche – classi che i nuovi borghesi arricchitisi con il commercio volevano emulare. Dalla metà del XVIII secolo la campagna inglese si ricopre di straordinarie ville dotate di incredibili giardini. E Londra non è da meno. Dalle follie neogotiche della Strawberry Hill di Horace Walpole, ad un esempio di perfetta geometria palladiana come Chiswick House, creata da Lord Burlington (quello di Burlington House, ora sede della Royal Academy), nuovi e straordinari edifici scaturiscono dalle menti di architetti come i fratelli Robert e James Adam, John Soane e paesaggisti come William Kent e Capability Brown.

 

Grazie ai miglioramenti tecnici, alla riorganizzazione della forza lavoro e a nuovi sistemi di marketing portati dalla rivoluzione industriale, oggetti d’uso un tempo prerogativa dell’aristocrazia sono ora prodotti in materiali piu economici per soddisfare la sete di lusso della nuova classe borghese. La ricca borghesia scopre il piacere dello shopping, e non solo quello degli abiti. Dai mobili ai camini, dai servizi da tavola e da té e caffé, abili artigiani come Thomas Chippendale, Mathew Bolton e Josiah Wedgwood si affrettano a creare cataloghi con cui pubblicizzare la loro mercanzia a potenziali clienti. Anche possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia. Ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società infatti, la ricca borghesia corre a farsi dipingere da famosi “pittori di facce” come Thomas Gaisborough, Joshua Reynolds e John Constable – che scopre presto che i ritratti pagano, i paesaggi no.

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Certo, dietro a queste bolle di raffinatezza privata, le città erano luoghi sporchi e rumorosi, più simili a Gin Lane di Hogarth che ad una tela di Gainsborough e dove l’ultimo pensiero di coloro che lavoravano lunghissime ore nelle nascenti fabbriche per pochi scellini era quello di preoccuparsi di come trascorrere il tempo libero, visto che non ne avevano. La storia si ripete, ma questa è un’altra storia.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Georgians Revealed alla British Library


Il Settecento è un secolo di straordinaria attualità. Valori come la tolleranza, l’idea del progresso e della famiglia come l’intendiamo ora sono state elaborate dai pensatori del XVIII secolo. Ma anche tante altre cose che diamo per scontate sono nate in quegli anni incredibili, come spiega la mostra Georgians Revealed della British Library.

In Inghilterra, con il termine “Era Georgiana” si indica il periodo compreso tra il 1720–1840, l’era dei quattro re Giorgio. Giorgio I di Hannover (1660–1727), chiamato a fare il re alla fine della dinastia degli Stuart nonostante non parlasse l’inglese (ma un sovrano protestante, anche se tedesco era preferibile ad uno inglese, ma cattolico); Giorgio II (1683- 1760), che oltre ad aver fondato l’università di Gottinga nel suo regno di Hannover, e il British Museum a Londra non ha fatto molto altro.  Giorgio III (1738– 1820) famoso, oltre che per la sua pazzia, anche per gli eventi epocali che si sono svolti durante il suo lungo regno, come la rivoluzione industriale, la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti e le guerre napoleoniche. Mica roba da ridere. Suo figlio era il godereccio Giorgio IV (1762–1830), personaggio liberale e stravagante (suo è il folle Royal Pavilion di Brighton) passato alla storia più per i pessimi rapporti con il padre e con la moglie, Carolina di Brunswick e per l’intensa vita mondana che per altro. Fu patrono delle arti e della letteratura, fu legato ai dandy più alla moda di Londra e a personaggi controversi come Georgiana Cavendish, la Duchessa del Devonshire. Quest’ultimo  fu per un certo periodo anche Principe Reggente durante la malattia di suo padre (1812-20). Da qui il nome Reggenza che produce uno stile ben preciso che corrisponde al Biedermeierdei paesi germanofoni, al Federal degli Stati Uniti ed allo stile Imperofrancese. Ma sto divagando.

È un’epoca prettamente inglese quella georgiana. In Italia non esiste nulla di similmente unitario dal punto di vista politico ed economico. Ma esistono esistono numerosi punti di contatto con il mondo delle arti, architettura, la moda e, naturalmente, la musica. Ma oltre ad Handel e a Jane Austen (e scusate se è poco) il periodo georgiano ci ha regalato la cultura popolare come la intendiamo adesso. Questo è il periodo in cui si diffonde l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era naturalmente quello delle classi aristocratiche che i nuovi borghesi arricchitisi con il commercio volevano emulare. Wedgwood e Chippendale ebbero un bel da fare a creare oggetti per le loro case – case spesso costruite e decorate da grande architetti come John Nash e Robert Adam.

Diventati più ricchi, i borghesi hanno più tempo da riempire e lo fanno con una serie di attivitá varie ed eventuali: nasce pertanto il concetto di ‘hobby’ come lo intendiamo adesso. Si dedicano allo shopping, al giardinaggio, alla danza. Bevono té e caffè, vanno a teatro, visitano musei (in questo periodo nascono istituzioni come il British Museum e la Royal Academy) e dimore storiche e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells. Anche il concetto di turismo è dell’era georgiana.

Tom and Jerry at the Exhibition of Pictures at the Royal Aacademy by Isaac Robert and George Cruikshank, 1821
Tom and Jerry at the Exhibition of Pictures at the Royal Aacademy by Isaac Robert and George Cruikshank, 1821

È una mostra entusiamante quella della British Library. L’unica critica dal mio punto di vista è il non aver affrontato (se non appena accennandolo) il tema della schiavitù o delle condizioni del popolino. Ma si sa, la storia la scrivono i potenti e i vincitori. E il poveri, ieri come oggi, non contano nulla.

 ©Paola C. Cacciari

Fino all’11 Marzo 2014. 
 www.bl.uk/georgians-revealed 

Thomas Lawrence, pittore della Reggenza a Londra

Che periodo incredibile l’Epoca Georgiana! Ma chi erano questi ‘georgiani’? Con il nome di Epoca Georgiana si definisce il periodo della storiografia anglosassone che prende il nome dai regni dei quattro giorgi che si susseguirono sul trono britannico tra il 1714 e il 1830. Un periodo di grandissimi cambiamenti storici, sociali ed inevitabilemnte artistici, specialmente in Gran Betagna.

L’espansione commerciale Britannica dell’inizio del XIX secolo crea numerose opportunità per i singoli individui di arricchirsi con il commercio. Individui che, ansiosi di reclamare il posto che spettava loro in società, correvano poi a farsi ritrarre da un artista famoso. Appartenente alla cosidetta ‘età d’oro della ritrattista Britannica’, quella di Gainsborough e Reynolds per intenderci, Sir Thomas Lawrence fu di certo il più famoso pittore della Reggenza, nonché uno degli artisti più celebri e celebrati dell’Europa post-napoleonica.

Bristol nel 1769, Lawrence era un contemporaneo di Wordsworth e Coleridge, una bambino prodigio che sin dalla più tenera età produceva pastelli di incredibile finezza (soprattutto quelli delle signore alla moda) che il padre, proprietario di una taverna, rivendeva poi al miglior offerente. Determinati a sfruttare questa inaspettata gallina dalle uova d’oro che era il loro bambino, i genitori portano il giovane Thomas dapprima a Oxford e poi a Bath, dove (naturalmnete) attira l’attenzione non solo della societa’ galante, ma anche dell’attrice Sarah Siddons e della Duchessa del Devonshire (quella del film con Keira Knightly per intenderci…). Quando arriva a Londra ha soli 17 anni.

King George IV by Sir Thomas Lawrence, c. 1814. London, National Portrait Gallery

King George IV by Sir Thomas Lawrence, c. 1814. London, National Portrait Gallery

Che Lawrence sia un artista eccezionale e’ evidente: basta guardare il ritratto incompiuto di Giorgio IV per essere travolti dalla sicurezza della sua mano, dalla padronaza del linea, dalla freschezza del coloro e dalla sua tecnica sublime. Non sorprende pertanto che a soli vent’anni diventasse uno dei più giovani soci della Royal Academy – con l’approvazione di Joshua Reynolds, di cui da questo momento in poi è considerato il degno erede.
Arguto, spiritoso e raffinato, Lawrence si trovava a proprio agio nell’elegante società della Reggenza che era chiamato a ritrarre; un mondo aristocratico fatto di moda, balli e del teatro, in cui l’artista si immerge con entusiasmo e a cui
deve il suo folgorante successo professionale, così come la sua ascesa nella società londinese.

Dipinge tutto e tutti – tutto coloro che contavano qualcosa in società almeno inclusi sdolcinati ritratti di bambini e soavi fanciulle dalle guance rosate. Ma anche e soprattutto, Lawrence crea un nuova tipologia di ritratto maschile, che spopolerà tra i giovanotti che abitano quegli anni memorabili della Reggenza, in cui ancora risonano gli echi della la Rivoluzione Francese e che vedono l’Inghilterra impegnata nelle guerre napoleoniche. I suoi sono uomini affascinanti, dallo sguardo ardente, la cui virilità non e’ diminuita dall’indossare abiti vivaci, acconciature elaborate. Praticamente crea l’eroe byroniano prima di Byron…
Il fatto e’ che per Lawrence non c’era nulla di meglio di un uomo in uniforme, soprattutto se erano come quelle degli ussari, con le finiture in treccia dorate, anche se nulla batteva un re o un duca agghindati in pompa magna…

Sir Thomas Lawrence. Portrait of Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington c.1815-16. Apsley House, The Wellington Museum, London

Sir Thomas Lawrence. Portrait of Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington c.1815-16. Apsley House, The Wellington Museum, London

Per lui i meriti di un soggetto erano di solito meno importanti che l’aspetto che costui presentava al mondo. Lo stesso vale per ritratti femminili. E a meno che non si tratti della vecchia e agguerrita (e bellissima) Lady Robert Manners, l’esplorazione del carattere personaggio per Lawrenece non è una priorità, in particolare se una donna non si veste per fare colpo.

Nonostante tutto i personaggi della Londra elegante si accapigliavano per farsi ritrarre da Lawrence che si impegnava anche in cinque sedute al giorno di due ore ciascuna, facendosi pagare un acconto del 50%. Dopodiché spesso perdeva interesse nel dipinto. Di conseguenza, gran parte della sua corrispondenza riguarda la mancata consegna ritratti finiti, anche dopo anni. Come quella con un tale Lord Ellenborough che lo minacciò di portarlo in tribunale per aver rifiutato di completare un dipinto di sua moglie, mentre un altro cliente lo sfidò addirittura in un duello all’alba a Hyde Park. Ma anche i ritratti non finiti erano molto apprezzati, in particolare dalle clienti di una certa età, come suggerise maliziosamente assistenti di Lawrence.

Per tutta la stravaganza dei suoi ritrattisti, la vita di Lawrence appare – almeno in superficie – stranamente sobria. Non solo non giocava alle carte o ai cavalli e non si ubriacava con gli amici (tutti i passatempi maschili reggenza propri), ma amava leggere Jane Austen e giocare a biliardo. Non si sposò mai. Eppure era bello e affascinante.

Ma come spesso accade a coloro che raggiungono grande altezze, la caduta di Lawrence dalle stelle alle stalle dopo la sua morte nel 1830 fu immediata e totale. Condannato dal moralismo dell’epoca vittoriana che non apprezzata la spavalderia dei ritratti maschile e l’erotismo e la maliziosa civetteria di quelli femminili e definito un pittore da “scatola di cioccolatini” dagli storici dell’arte del XX secolo come William Vaughan, Lawrence fu cosegnato all’oblio o peggio, ridicolizzato. Tanto che che divenne una battuta di spirito dire che l’unico degno erede di Thoas Lawrence fosse il fotografo di moda Cecil Beaton. Che dire? Adoro la cioccolata e in questo momento in cui l’austerità la fa da padrona sono felice di indulgere.

Londra//Fino al 23 gennaio 2011

National Portrait Gallery

Thomas Lawrence: Regency Power and Brilliance

I ritratti di John Constable

Chiunque abbia contemplato i suoi paesaggi converrà che l’anima di John Constable (1776–1837) abita i cieli plumbei del suo adorato Suffolk. Non è tuttavia con i verdi luminosi della campagna inglese che l’artista guadagna il primo denaro, ma con i ritratti . E considerando che nel corso della sua vita ne dipinge circa un centinaio, questa parte del suo lavoro è straordinariamente poco conosciuta.

John Constable, Autoritratto, Marzo 1806 - Copyright: Tate, London 2009.

John Constable, Autoritratto, Marzo 1806 – Copyright: Tate, London 2009.

Dalla metà del XVIII secolo possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia. Ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società infatti, la ricca borghesia di provincia corre a farsi dipingere dai locali “pittori di facce”. E nella sua natia East Bergholt a Constable il lavoro non manca. Perchè questo sono per lui i ritratti: un lavoro.

John Constable, A Girl in a Red Cloak (Mary Constable), 1809 - Copyright: Private Collection.

John Constable, A Girl in a Red Cloak (Mary Constable), 1809 – Copyright: Private Collection.

Che svolge con serietà e professionalità certo, ma niente di più. Il sentimento, quello è per i paesaggi. Ma i paesaggi non pagano, i ritratti sì.  E allora, e sempre un po’ a malincuore, Constable dipinge ritratti per poter dipingere paesaggi.

Con queste premesse viene spontaneo chiedersi perchè dedicare una mostra ad un’attività che lo stesso Constable non amava. Ma le cinquanta opere distribuite negli spazi intimi di Constable Portraits: The Painter and His Circle raccontano una storia diversa. Perchè se è vero che Constable non ama dipingere le “facce”, il registro cambia completamente quando si tratta di dipingere quelle di coloro a cui è legato da un affetto profondo, come i famigliari, gli amici e l’amatissima moglie Maria. Di di piccole dimensioni e resi con pennellate larghe e vigorose, questi ritratti sono piccoli capolavori di affettuosa intimità. Conosciuta ad East Bergholt, Maria Bicknell è figlia di un avvocato del luogo. I due si sposano nel 1816 dopo un lungo e contrastato fidanzamento e la loro è un’unione felice da cui nascono sette figli.

A partire dal 1819 per l’artista cominciano ad arrivare i primi successi come paesaggista. Non più dipendente dal bisogno di denaro, Constable può finalmente osservare con rinnovato interesse il mondo della ricca borghesia di provincia in cui è cresciuto. Un mondo che pare uscito dalla penna di Jane Austen che di Constable è una contemporanea, abitato da parroci di campagna dal volto bonario e da avvocati soddisfatti che l’artista immortala con un’affetto e un’accuratezza riservata fino ad allora solo ai paesaggi. Davvero una bella sorpresa questa.

Un approccio inconsueto per una mostra inconsueta, che accantonato per una volta Costable paesaggista, lascia parlare Constable uomo.

John Constable, Maria Bicknell, 1816 - Copyright: Tate, London 2009.

John Constable, Maria Bicknell, 1816 – Copyright: Tate, London 2009.

Londra//fino al 14 giugno 2009

Pubblicato su Grandimostre n.5