La magia dell’acquerello in mostra alla Tate

Dopo una settimana di passione come quella appena trascorsa, mi sono finalmente goduta il meritato riposo. Che ripensandoci è alquanto trasgressivo dormire fino a tardi il Lunedì mattina quando il resto del mondo è già al lavoro….
E comunque passata la tempesta di half term sono ritornata alla mia occupazione preferita: girovagare per altri musei. Che il mio ex-fidanzato, da biologo qual’era, non ha mai capito questa mia passione: lui la chiamava ossessione. “Come se, dopo una settimana passata in laboratorio, il fine settimana me ne andassi a visitare altri laboratori!” mi diceva incredulo. Uh. Che dire? C’è chi colleziona francobolli, io colleziono mostre. E allora?

E così, io e la mia dolce metà abbiamo festeggiato il ritorno alla normalità con una tranquilla visitina a Tate Britain a vedere Watercolour, una bella mostra sulla storia dell’uso (neanche a dirlo) dell’acquerello. A dirlo così sembra una cosa molto insipida, ma questa tecnica pittorica così inglese, nata nel Medioevo e usata ancora oggi da bambini, dilettanti e artisti contemporanei (un uso meno felice di quello che ne faceva Turner, ma questa è un’opinione personale…) può dare vita a risultati davvero straordinari. Il fatto è che l’acquerello, con la sua consistenza liquida e leggera combinata con la sua rapidità ad asciugare permetteva agli artisti dipingere molto più rapidamente di quanto fosse possibile fare con la tecnica ad olio, rendendola prefetta così per catturare gli effetti transitori della luce, le variazioni atmosferiche o elementi della la natura come piante e animali. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che era anche facile da trasportare, non sorprende che l’acquerello sia diventata in breve la tecnica preferita da viaggiatori, paesaggisti, naturalisti – insomma da ogni artista che lavora all’aria aperta. Il rovescio della medaglia sta proprio nella la rapidità con cui asciugava che faceva (fa ancora…) sì che un errore commesso con l’acquerello non si possa correggere, che applicare uno strato di colore trasparente sopra un altro significa distruggere la traslucenza che contraddistingue questa tecnica.

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JMW Turner’s “The Scarlet Sunset” (1830-40)

Leggero da trasportare e rapido nell’asciugare, non è un caso che l’acquerello fosse ampiamente utilizzato prima dell’invenzione della fotografia per immortalare paesaggi ed eventi all’aria aperta. Soprattutto a partire dal XVII secolo, quando alle grandi esplorazioni geografiche fa seguito la necessità di classificare e catalogare nuove specie di piante e animali e di tracciare un piano dei nuovi territori. Non a caso questo periodo vede un grande sviluppo di ornitologia, botanica, zoologia e topografia. Questa pressante urgenza d’informazione che trova la sua forma ideale nell’acquerello, non contempla tuttavia, almeno inizialmente, il piacere estetico. Il che spiega la scarsa considerazione attribuita all’acquerello almeno fino al 1750, quando Paul Sandby comincia a servirsene, oltre che nei rilievi topografici, anche nelle sue pacifiche e intime descrizioni paesaggistiche della campagna inglese, trasformando questa tecnica in un mezzo espressivo vero e proprio, e aprendo la strada ai geni del Romanticismo.

 

La popolarità dell’acquerello non si ferma con l’arrivo del XX secolo. L’artista inglese Eric Ravilious, tra le due guerre, guardò al periodo d’oro di questa tecnica riproducendola nelle sue opere senza però farne un vuoto esercizio di nostalgia. E le qualità che hanno fatto dell’acquerello la tecnica preferita di Turner e Samuel Palmer un secolo prima sono le stesse che lo fanno apprezzare sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale da artisti come Paul Nash. Ma non furono solo gli artisti professionisti a notarlo. Nel 1940 il pittore inglese Edward Burra, esentato dal servizio militare a causa della sua cronica cattiva salute, apprese con preoccupazione della grave carenza di pennelli che pare fossero stati acquistati dai soldati per riempire le loro lunghe serate nell’accampamento.

E fin qui tutto bene. Ma mano a mano che ci si addentra nel XX secolo, il materiale a disposizione dei curatori si fa sempre più magro e quando si arriva al XXI secolo la mostra precipita nel caos. Capisco che i curatori abbiano cercato di evitare i luoghi comuni e incoraggiare il pubblico a mettere in discussione preconcetti radicati su un mezzo che viene spesso considerato sicuro e noioso. Ma dopo esserci lustrati gli occhi con i capolavori di Nicholas Hilliard, Edward Burne-Jones e William Blake (solo per citarne alcuni…), oltra ad una straordinaria carellata di manoscritti, miniature e carte geografiche ed esotici paesaggi stranieri, bisogna dire che gli schizzi di Tracey Emin (che pure non mi dispiacciono) e l’astrazione Patrick Heron sembrano decisamente fuori luogo.

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Karla Black, Opportunities For Girls, 2006

‘I see…’ constata la mia dolce metà con disgustato self-control tutto inglese, il naso aricciato davanti a quello che sembra un gigantesco pannolino per bambini appeso ad asciugare e che l’etichetta descrive invece come Opportunity for Girls (2006) dell’artista Karla Black, un’opera in cellophane (spruzzata di pittura rosacea ad acquerello – da cui la sua inclusione nella mostra…). Ci siamo guardati in faccia con aria perplessa, che certe cose trascendono la nostra capacità di comprensione. E siamo usciti dalla dalla Tate, diretti ad esplorare un altro aspetto della cultura inglese, più alla nostra portata: il pub.

Londra// fino al  21 Agosto 2011

Watercolour

tate.org.uk

L’articolo integrale pubblicato su Artribune

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