Gli incontri: l’artista e il suo soggetto alla National Portrait Gallery

Young Boy Wearing a Round Cap, attributed to Annibale Carracci, 1580s. Photograph: Chatsworth Settlement Trustees

Chi dice che il disegno preparatorio è inferiore al quadro finito non ha mai visto gli schizzi di Holbein. O di Rubens. O di van Dyck. O di Annibale Carracci. E potrei continuare fino a nominare ciascuno dei 48 artisti i cui disegni compongono la piccola e preziosa mostra della National Portrait Gallery. Si chiama The Encounter: Drawings from Leonardo to Rembrandt. Gli incontri. Che in fondo che cos’è un ritratto se non l’incontrro di due persone e di due personalità quella del pittore e quella del suo soggetto? Schizzi fatti per gioco o in preparazione di un ritratto ufficiale; schizzi di amici, colleghi artisti, di alteri aristocratici o di amati membri della famiglia: questa mostra esplora il legame psicologico che si stabilisce (o meno) tra chi dipinge e chi è dipinto. E quando questo legame manca, anche se tecnicamente è un capolavoro, il ritratto fallisce.

La stella indiscussa del mostra è Hans Holbein il Giovane, di cui sono esposti ben sette disegni provenienti dalla Royal Collection. Adoro Holbein, si tratti di ritratti finiti o delle sue miniature (il museo in cui lavoro possiede il ritratto miniato di Anne de Cleves che tanto dolor causò tanto al tedesco – che, a sentire Enrico VIII l’aveva dipinta troppo bella, che a colui che il ritratto l’aveva commissionato, il cancelliere Thomas Cromwell che per questo perse la testa). Ma i suoi disegni sono di un’altra lega. Holbein costituisce un’eccezione nel mondo dell’arte in quanto oltre un centinao dei disegni eseguiti durante i suoi due soggiorni alla Corte di Enrico VIII sono arrivati fino a noi, anche grazie alla lungimiranza della Regina Carolina, la consorte di Re Giorgio II che scoperta questa collezione in un mobile di Kensington Palace (dove allora risiedeva la corte) decide di esporla alle pareti (come si trattasse di opere d’arte finite) invece che rimetterla nei cassetti. Si tratta di ritratti di nobili e dame di corte, ma anche di mercanti e di semplici membri della servitù di corte. Sono una vera rarità, visto che all’epoca i disegni erano considerati unicamente meri strumenti preparatori finalizzati all’opera finita, non un’opera d’arte in sé, e nel corso dei secoli moltissimi sono andati perduti. Ma quando sopravvivono ci raccontano un scacco di cose – dal colore di un abito ai dettagli dello sfondo: veri e propri piccoli promemoria scritti di pugno da alcuni artisti.

Generalmente realizzati con il torso in schizzato in matita, questi i disegni di Holbein presentano solo i tratti del visto con tracce di colore a pastello. E se questo pare impossibile, sembrano ancora più visi e pulsanti dei quadri finiti.

E che dire dei disegni di Gianlorenzo Bernini? Con il fatto che il nostro toscano è un tale maestro nell’architettura e nella scultura, si tende a dimenticare che, come Michelangelo (ovviamente anche lui presente nella mostra…) anche Bernini era un artista completo e sapeva pure dipingere e disegnare molto bene. I suoi schizzi, uno dei quali e’ quello di colui si pensa sia il fratello Luigi, sono pieni dello stesso plasticismo, della stessa vita pulsante che anima le sue sculture.

Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II

Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II

Insomma, una mostra davvero da non perdere! #TheEncounter

 

Londra// fino al 22 ottobre 2017
The Encounter: drawings from Leonardo to Rembrandt
National Portrait Gallery, Londra

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I ritratti di Picasso @National Portrait Gallery

A pochi metri da quella di Caravaggio, c’è la mostra dedicate da un altro genio della pittura: Pablo Picasso (1881- 1973). Nonostane non sia uno dei miei artisti preferiti, è difficile entrare nelle sale di quel tempio del ritratto che è la National Portrait Gallery senza soccombere davanti al genio del catalano. Anzi, è decisamente impossibile anche solo varcare la soglia della mostra ospitata dalla galleria londinese senza sentirsi vagamente sopraffatti da tanta abbondanza pittorica, che per amor del catalano la NPG ha sacrificato parte della sua collezione permanente, letteralmente rimuovendola dalle pareti per fare posto alle circa ottanta opere di Picasso.

Negli ultimi anni ci sono state diverse mostre dedicate a Picasso da quella molto discussa alla National Gallery del 2009 che esplorava il rapporto tra Picasso e i maestri del passato (ma che e’ stata vista come un ovvio tentativo di allestire un blockbuster che avrebbe fatto accorre le folle sconfinando nel territorio della Tate la cui collezione parte dal 1900) ad una preziosa quanto gratuita mostra delle stampe commissionate dal gallerista ed editore Ambroise Vollard al British Museum nel 2012.

Questa volta si tratta  di ritratti, e visto che Picasso non lavorava su commissione, i soggetti sono perlopiù gli amici della cerchia di Barcellona, Parigi e Antibes e le numerose mogli, amanti e muse che dipinge in tutti i modi possibili e con tutte le possibili tecniche. Inutile dire che la maggior parte dei personaggi dei suoi quadri sono donne. Donne che amava, consumava ed abusava con la stessa sensuale avidità, e che poi gettava via quando un’opzione migliore appariva all’orizzonte, come racconta con crudele chiarezza la sua biografia che occupa una parete della mostra (e che ho letto con aria sbalordita, che non avevo mai realizzato in pieno la portata della sua misoginia). Non era una persona semplice Picasso – basso e tarchiato com’era, non era certamente un Adone, ma era carismatico e famoso e le giovani donne erano attirate da lui come le falene dalla luce. Il fatto che le trattasse come uno zerbino non sembrava importare a nessuna di loro, a parte Françoise Gilot, ma a questo arriveremo dopo.

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Certo il numero di mogli, amanti e muse è tale da generare il panico nel più esperto dei biografi (e fare salire alle stelle la mia indignazione). Ol’ga Chochlova (1891-1955) fu la prima moglie. Ballerina di origine ucraina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, sposò Picasso nel 1918 e passarono gran parte del loro tempo partecipando a eventi e feste nei saloni aristocratici. Dall’unione nacque un figlio, Pablo. Quando Ol’ga scoprì i tradimenti del pittore impazzì, pedinando lui e le sue amanti finché non morì in totale solitudine. Questo non sembra aver fermato lo spagnolo che nel 1927 iniziare una lunga relazione con la diciassettenne Marie-Thérèse Walter (1909-1977) con la quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga) e che morì suicida quattro anni dopo la morte di Picasso. La fotografa Dora Maar non ebbe una sorte migliore. Conosciutisi nel 1935 sul set del film Le crime de Monsieur Lange di Jean Renoir quando lei aveva 28 anni e lui 54, i due si imbarcarono in una relazione che durò quasi nove anni. Picasso, che evidentemente non sopportava di non essere la primadonna assoluta nel loro rapporto convince Dora, già apprezzata autrice di collage e fotomontaggi surrealisti, ad abbandonare la fotografia per la pittura (un campo in cui l’artista sapeva che lei non poteva competere con lui) solo poi per abbandonarla quando nel 1944, Picasso incontra la giovane artista francese, Françoise Gilot.  Conosciuta dopo la liberazione di Parigi, Gilot diventa la compagna e musa di Picasso fino al 1953 quando, stanca delle sue infedeltà, decide di lasciarlo – unica tra tutte a farlo. Ma Picasso, nonostante fosse ormai settantenne, non rimase solo per molto. Nel 1953 conosce Jacqueline Roque che all’epoca aveva 26 anni mentre lui di anni ne aveva 72; i due si sposarono nel 1961 e forse fu la donna che ritrasse più di tutte. Ognuna di loro coincide con un particolare periodo della sua vita  e della sua carriera, e  ne ha influenzato  lo stile e i dipinti, inspirando passione, ansia, rabbia, gelosia.

E se la maggioranza sono nello stile cubista per cui è meglio noto, devo dire che per me i ritratti più belli sono quelli più figurativi del periodo Blu o Rosa che precedono il Cubismo. O le caricature ad inchiostro di Guillaume Apollinaire, Santiago Rusiñol i Prats, Carlos Casagemas e degli altri amici de Els Quatre Gats («ai quattro gatti»), il locale aperto nel 1897 in cui si riuniva la scapigliata bohème barcellonese, o di scrittori e musicisti che incontra per via, come Erik Satie con cui aveva condiviso una fase del percorso dei Balletti Russi, quando nel 1917 aveva disegnato costumi e scene per il balletto Parade di Jean Cocteau e con Igor Stravinsky, con il quale aveva collaborato nel 1920 in Pulcinella, altro balletto commissionato da Diaghilev e coreografato dal danzatore Léonide Massine per cui Picasso crea ancora una volta costumi e scene.

 

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

E questo è il motivo per cui amo i ritratti: non si tratta mai solo di semplice pittura su tela (o qualunque tecnica sia stata usata), ma della storia dietro la persona che viene ritratta, il perché, il quando, il come. E se non sono uscita dalla mostra con un’idea diversa del Picasso-artista (che non sia uno dei miei prferiti non significa che non mi piaccia e che non sia comunque un piacere aggirarsi tra stanze piene dei suoi quadri) certamente penso molto meno di lui come persona.

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017 @National Portrait Gallery

Picasso Portraits

npg.org.uk

I ritratti di William Eggleston alla National Portrait Gallery

Uno dei (molti) vantaggi del lavorare nel museo che ospita la collezione nazionale di fotografia è che il display della Photography Gallery cambia circa ogni dieci mesi. Il che permette a chi, come me, ci passa per lavoro intere giornate, di imparare sempre cose nuove. Così quando oggi sono andata a vedere la retrospettiva che la National Portrait Gallery dedica a questo grande della fotografia, ero già preparata. Almeno un po’.

Il fotografo statunitense William Eggleston (1939 –) è famoso per le sue fotografie dai colori accesi. Al giorni d’oggi, grazie a siti come Instagram e affini, la fotografia a colori è diventata per molti un linguaggio universale forse anche più naturale della parola. Gli smartphones e i social media hanno reso le istantanee della nostra quotidianità una seconda lingua. Ma negli anni Sessanta, quando Eggleston comincia a sperimentare con il colore, questo non era il caso. Allora la fotografia a colori, principalmente associata all’industria della pubblicità, era considerate inadatta alla fotografia d’arte.

Nato a Memphis nel 1939, Eggleston è cresciuto in una famiglia agiata in cui (anche prima che le sue immagini cominciassero a vendere) il denaro non è mai stato un problema. Inutile dire che questo suo background di personaggio bianco e ricco rende William Eggleston un insolito cantore della realtà americana. Nel 1972 comincia a creare immagini utilizzando la una tecnica complessa e costosa che permette di stampare separatamente i vari colori presenti in un’immagine, permettendo soprattutto al rosso e al verde di manterene la brillantezza originaria.

Nei suoi ritratti fotografici, scattati perlopiù nella sua città natale, Eggleston cattura la bellissima banalità del quotidiano. I  suoi soggetti sono colti alla sprovvista, a cena, alla stazione di servizio, al lavoro in un supermercato, come il giovane della foto qui sotto.

Untitled, 1965 (Memphis Tennessee) by William Eggleston. Photograph Wilson Centre for Photography © Eggleston Artistic Trust

È  una foto bellissima, una delle mie preferite della mostra (e ce ne sono molte di foto bellissime…).  La luce dorata del sole al tramonto illumina il suo bel volto, il ciuffo dorato, il braccio morbido. Sembra in posa. Eccetto che non lo è.  Il ragazzo sta di fatto riportando una fila di carrelli usati dentro al supermercato. È una scena così banale che molti non la degnerebbero neanche di una seconda occhiata. Ma la magia della luce naturale e la brillantezza del colore rendono assolutamente straordinaria.

Untitled, c.1980 (Joe Strummer) by William Eggleston

Untitled, c.1980 (Joe Strummer) by William Eggleston

Il suo approccio è  sempre lo stesso, indipendentemente dal soggetto. Che si tratti di una persona o di un paesaggio, del cantante dei Clash Joe Strummer, di suo zio o della sua amante, Eggleston tratta tutti allo stesso. Per lui la foto (e tutto ciò che essa contiene) racconta una storia e questa da sola basta a dare alle sue sue immagini un potenza straordinaria.

Ma è soprattutto  con le persone comuni che il suo genio si esprime pienamente, aprendosi alle possibilità offerte dall’immagine. Nei  volti dei suoi soggetti, Eggleston trova al tempo stesso tenacia e vulnerabilità. Mi spiego:  una cosa è  rappresentare un’idea generica dell’alienazione nelle sue immagini desolate di parcheggi deserti dei grandi centri commerciali; un altro è  fotografarla personificata nel ritratto di suo figlio che, accasciato sulla poltrona, una cicatrice visibile sulla fronte, guarda con ostilità la lente dell’obbiettivo. A dimostrare che, se una foto non è affatto una cosa semplice, un ritratto fotografico lo è  ancora meno.

 

Londra//fino al 23 Ottobre 2016.

William Eggleston: Portraits.

National Portrait Gallery

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Da quando ho letto Guerra e Pace sono stata assalita dalla curiosità per la Russia e per la storia e la cultura di questa immensa nazione. Che si tratti di trascorrere intere giornate a lavorare nelle sale dell’europa, quelle dedicate e Napoleone e Caterina II La Grande, di leggere con rinnovato interesse e attenzione articoli che sembrano apparire dal nulla ogni volta che riordino la mia mia collezione di Art & Dossier, o lo sbrodolare d’invidia per lo stage di una mia giovane collega/ studentessa universitaria di Lingua e Letteratura Russa che ha trascorso tre mesi di studio nientemeno che a San Pietroburgo per migliorare la lingua e a fare la gallery assistant come volontaria all’Hermitage, il fascino per l’arte russa non mi ha ancora abbandonato.

Ma se conosco i grandi nomi della letteratura come Tolstoy, Dostoevsky, Chekhov, Turgenev  della musica come Tchaikovsky, Mussorgsky e Rimsky-Korsakov (etc etc etc) e naturalemente l’impresario  per antonomasia, Sergei Pavlovich Diaghilev che con il suo protetto il danzatore Vaslav Nijinsky hanno preso d’assalto l’Europa Occidentale con i Balletti Russi (e qui non in mostra perchè al di fuori del periodo storico qui preso in esame), devo ammettere che la mia conoscenza della pittura russa, soprattutto quella del XIX secolo, è praticamente inesistente: una voragine storica artistica profonda come la Fossa delle Marianne che sembra contemplare il nulla nel periodo compreso tra le icone bizantine e le Avanguardie.

E così la piccola e perfetta mostra della National Portrait Gallery, con i suoi 12 dipinti provenienti dal Museo Tretyakov di Mosca è la benvenuta (il titolo Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky non necessita ulteriori spiegazioni) arriva a proposito ad allargare le mie magre conoscenze dei grandi russi della pittura.

Il ricco mercante e filantropo Pavel Mikhaylovich Tretyakov (1832-1898) cominciò a collezionare opere di artisti russi nel 1856 e già nel 1881 ne aveva accumulati così tanti che nel 1881  eventualmente trasformando la sua dimora vicino al Kremlino in un tesoro di arte russa che desiderando celebrare i grandi musicisti, compositori, scrittori, drammaturghi russi, ne commissiona ritratti in un momento in cui il ritratto realista si stava aprendo ad influenze  dell’Impressionismo e al Simbolismo. Ne accumulò così tanti che nel 1881 aprì un’importante pinacoteca che porta il suo nome e che fu da lui donata alla città di Mosca nel 1892.

Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Tra tutti i ritratti in esposizione, quello di Modest Mussorgsky (1839-1881) è il mio preferito. E non solo perché la pennelata larga e intrisa di colore di Ilya Repin (1844-1930) mi ricorda quella di un altro mio grande favorito, l’olandese Franz Hals, ma perché è l’ultimo che ritrae il musicista ancora in vita. Eseguito nella primavera del 1881 nell’ospedale di San Pietroburgo dove il compositore di opere come Boris Godunov e la straordinaria Quadri da un’esposizione era ricoverato per alcolismo, lo mostra in vestaglia, con i capelli arruffati, gli occhi brillanti e il naso rosso dell’acolista cronico. Repin rimase profondamente colpito dalla brillante personalità del musicista, con cui aveva passato il tempo a discutere di politica e a leggere i giornali insieme. Ma quando, qualche giorno dopo, il pittore ritornò  per continuare la seduta, il compositore era già morto: nonostante gli stretti ordini di mantenersi sobrio infatti, quailcuno gli face avere una bottiglia di cognac per il suo onomastico che gli fu fatale. Sulla fronte, un ricciolo morbido ci ricorda che Musorgskij era ancora un uomo nel fiore degli anni, che 42 anni sono davvero ancora pochi. Più che un ritratto, quello di Repin è un atto di riverenza, da un grande artista ad un altro.

Repin dipinse anche Ivan Turgenev (1818-1883), ma i due ebbero un dissenso. Tretyakov volle ugualmente che il pittore terminasse il ritratto, ma lo sdegno e freddezza che i due uomini provavano l’uno per l’altro è evidente e, a differenza di quello Mussorgsky, il ritratto manca totalmente  di empatia.

Portrait of Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov

Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov, 1893.

Ilya Repin è l’unico artista tra quelli esposti di cui avevo già sentito parlare in occasione di una mostra tenutasi alla Royal Academy nel 2008 da titolo From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg, ma qui ci sono molti altri grandi (per me) sconosciuti, come Valentin Serov per esempio che ci regala uno splendido Nikolai Rimsky-Korsakov (1844-1908) all’opera, all’apparenza inconsapevole della presenza del pittore. O Nicholai Kutnezon che ritrae un malinconico Peter Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) nel 1893, una mano posata su uno spartito, l’altra nascosta dietro la schiena. Tchaikovsky era un uomo molto infelice e il ritratto non fa nulla per nasconderlo. All’apice del successo dopo aver diretto vari concerti della Carnegie Hall a New York nel 1891, il compositore trova sempre più difficile celare al mondo la sua omosessualità. La sua scomparsa nel 1893, dove aver terminato la sua ultima sinfonia Pathétique, fa ancora discutere: l’ opinione comune è che abbia commesso suicidio, ma si è anche parlato di colera, contratto bevendo acqua infetta, e persino da avvelenamento da arsenico.

Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Uno degli allievi di Repin fu Iosi Braz che ci regala questo spelndido ritratto del drammaturgo Anton Chekhov (1860-1904) eseguito nel 1898, quando lo scrittore aveva 38 anni, solo sei anni prima che la tubercolosi se lo portasse via. Comodamente appoggiato allo schienale della poltrona, Cechov si porta un dito alla tempia pensieroso, guardandoci dritto attraverso le lenti del pince-nez con l’espressione attenta del medico che contempla una diagnosi. Chechov, che era davvero laureato in medicina ed esercitò la professione per qualche tempo mentre cercava di sfondare come scrittore.

Al contrario, Fedor Dostoevsky (1821- 1881), ritratto nel 1879 da Vasily Perov, si trova nell’oscurità, la testa, di tre quarti, il cranio ossuto e pallido. Arrestato nel 1849, all’età di 28 anni, per il suo coinvolgimento in una società socialista segreta, lo scrittore dovette subire una finta esecuzione, prima di trascorrere quattro anni in un campo di lavoro e altri cinque in servizio militare forzato. Quanto torna in libertà, la sua salute era irrimediabilmente compromessa.

Tutto quello a cui riesco a pensare quando esco dalla mostra è quanto sia forte la presenza della storia in questa piccola mostra che racconta una societtà sull’orlo del baratro in cui chi non muore di morte naturale (di solito per tubercolosi o alcolismo) sembra essere destinato ad essere spazzato via dal lungo braccio della Rivoluzione Bolscevica del 1917 che, a mio avviso, lungi dall’aver segnato l’inizio del Modernismo Russo, ha segnato la tragica fine di un periodo d’oro per l’arte russa.

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Londra// fino al 26 Giugno 2016.

National Portrait Gallery,


Londra celebra i primi 100 anni di British Vogue

“Chi vede nella moda soltanto la moda è uno sciocco.” E se l’ha detto Honoré de Balzac che non avrei mai pensato potesse essere particolarmente interessato al tema, allora deve essere vero. E a vedere le immagini che mi passano davanti agli occhi mentre mi aggiro tra le sale della National Portrait Gallery ammirando le foto di Vogue 100, la mostra che celebra (come dice il titolo) il centenario della nascita della popolarissima rivista di moda, ha ragione…

Nata nel 1916 per sopperire alla mancanza del pubblicazione americane, British Vogue deve la sua esistenza alla Prima Guerra Mondiale. Poiché infatti, a causa dei problemi di spedizione legati allo scoppio del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie della rivista americana nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast (quello stesso che impedì a Lee Miller di essere investita da un’auto mentre attraversava la strada a New York e la lanciò nel mondo della moda) decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana – unica concessione l’uso dell’ortografia britannica invece di quella americana.

 Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Nast, che era fermamente convinto che il successo della rivista (che aveva quadruplicato le vendite dalla sua fondazione nel 1914) dipendesse oltre che all’uso della carta migliore, di un design moderno e un’impeccabile presentazione tipografica, anche al suo largo uso della fotografia – impiega i fotografi migliori. Ma il suo primo editore britannico, la battagliera Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e comincia ad inserire anche articoli di costume e società, dando sin da subito a British Vogue quel taglio tutto particolare che ne fa ancora oggi quell’icona contemporanea che conosciamo oggi.

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Per assicurare la consistenze tra le due riviste gemelle Conde Nast si fa spedire il secondo editore della sorella britannica, Dorothy Todd a New York perche imparasse a fare il suo lavoro alla maniera americana. Tornata alla direzione editoriale nel 1922, non era del tutto chiaro cosa avesse imparato dal suo soggiorno americano, visto che con lei Vogue si trasforma da rivista di moda che si occupa anche di arte, in una rivista di arte che, a tempo perso, parla anche di moda.

 Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Gli appartenenti al Bloomsbury Group erano tra gli entusiasti della rivista e la stessa Virginia Woolf scrisse almeno cinque saggi per la Vogue, ma le preoccupazioni letterarie della Todd furono un disastro commerciale per lei (che fu licenziata) e per il giornale. Ma da questo momento la rivista britannica ottiene la reputazione di una rivista per tutti, tanto per i “pensatori” che per gli amanti della moda. Durante la Guerra Vogue ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere alto il morale delle donne rimaste a casa a mandare Avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte. Non solo: nell’ora piu’ drammatica della Gran Bretagna, la rivista si propone come fronte d’informazione di primo piano con i reportage di Cecil Beaton e Lee Miller

Vogue è sempre rimasto fedele al suo obiettivo iniziale che era quello di riferire sul mondo della moda e dello stile, e lo fa utilizzando i migliori talenti dell’epoca e con un occhio attento alla cultura e alla società contemporanee , cosa che conferisce a Vogue una base di lettori molto più ampia delle riviste di moda. D’altra parte Vogue è sempre stato molti di più di una semplice rivista di moda, come dimostrano i reportage di guerra di Lee Miller. Tra i suoi collaboratori troviamo anche Huxley e persono il sindaco di Londra Boris Johnson, riuscito a infilarsi tra le sue pagine, fortunatamente in qualità di scrittore piuttosto che di fotomodello. E naturalmente ci sono tanto la regina Elisabetta II che la regina madre, che era una grande amica di Cecil Beaton.

Innumerevoli i volti famosi immortalati da vari grandi fotografi: dalle stelle del cinema come Helena Bohnam Carter, Hugh Grant e Kate Winslet, a quelle della moda come Stephen Jones, Il cappellaio matto del New Romantic e le ‘Supermodels’ degli anni Novanta; non mancano icone come del mondo dell’arte come Matisse, Francis Bacon, Lucian Freud, David Hockney e naturalmente lui, l’iperfotografato Damien Hirst.

 Alexander McQueen, photographed by Tim Walker Picture credit: Tim Walker

Alexander McQueen, photographed by Tim Walker
Picture credit: Tim Walker

Persino Margaret Thatcher che, in linea con la sua condotta di vita, vedeva le riviste di moda come una frivolezza inutile soccombe al potere di Vogue e abbigliata di velluto nero e perle, prende posto nel pantheon della moda fotografata da David Bailey.

Tra i protagosnisti del 2000 naturalmente non poteva mancare lui, il geniale ed infelice Alexander McQueen, la cui mostra al Victoria and Albert Museum è stato l’evento del 2015, con file chilometriche, scene isteriche da parte di grandi e piccini e aperture notturne per sopperire all’incredibile domanda di biglietti.

Certo, il più delle volte Vogue vede la vita con gli occhiali rosa dell’ottimismo, avendo il suo baromentro puntato su elemti come bellezza, eleganza e stile, ma come dice Alexandra Shulman, che dirige la risvita dal 1992, Vogue permette alle persone di indulgere per un attimo in un mondo non è necessariamente il loro, ma è comunque qualcosa che si divertono a guardare. E comunque la pensiate, il divertimento è assicurato.

Londra// fino al 22 Maggio 2016

npg.org.uk

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

Le mille facce di Audrey Hepburn alla National Portrait Gallery

Ebbene sì, sono un’inguaribile romantica e Sabrina è uno dei mei film preferiti. Parlo dell’unico ed inimitabile Sabrina, quello del 1954 con Humphrey Bogart, William Holden e lei, la bellissima Audrey Hepburn.

Sono passati sessantacinque anni da quando Audrey Hepburn (1929-1993) salì sul palcoscenico del night club Ciro’s come ballerina di fila. Ora il club non esiste più, sostituito dall’edificio che ospita gli archivi della National Portrait Gallery. Sembra pertanto un gesto opportuno da parte della galleria londinese, quello di dedicare una mostra a questa icona del XX secolo. E infatti la mostra si chiama esattamente così Audey Hepburn: Portraits of an Icon.

Oltre ad immagini scattate dai più famosi fotografi del Novecento come Richard Avedon, Cecil Beaton, Angus McBean, Irving Penn e Norman Parkinson, la mostra include locandine di film, effetti personali e fotografie provenienti dalla collezione personale della famiglia della Hepburn. Dalla sua difficile infanzia in Belgio e Olanda, dove visse sotto il regime nazista durante la seconda guerra mondiale, ad Amsterdam dove studia danza, al suo debutto in teatro e al cinema – la mostra traccia il percorso di un’incredibile vita e un’altrettanto incredibile carriera.

Cresciuta fra Belgio, Gran Bretagna e Paesi Bassi la Hepburn era bilingue in inglese e olandese, oltre ad essere fluente anche in francese, tedesco, italiano e spagnolo e come ambasciatrice dell’UNICEF negli anni Ottanta viaggiò in alcuni alcuni dei paesi più poveri del Mondo – viaggi anch’essi documentati in una serie di fotografie incluse nella mostra.

Sabrina 1954 Copyright Paramount Pictures

Audrey Hepburn Sabrina, 1954 ©Copyright Paramount Pictures

Fino al 18 Ottobre 2015

National Portrait Gallery

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(Cinque mostre di fotografia per l’estate a Londra articolo pubblicato su Londonita)

Amici miei: I ritratti di John Singer Sargent alla National Portrait Gallery

Quando penso ai personaggi dei romanzi di Henry James (1843-1916), li immagino con i volti eleganti e le mani allungate dei ritratti di John Singer Sargent (1856–1925). Nella mia mente i due sono inscindibili. Forse perché entrambi provengono da famiglie ricche e giramondo, sono entrambi americani, entrambi espatriati, artisti e appartenenti a quell bel mondo dorato ed elegante che era l’Inghiterra di Edoardo VII. Con tanto in comune non sorprende che i due fossero diventati grandi amici.

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Carolus-Duran by John Singer Sargent, 1879. Copyright: Sterling and Francine Clark Art Institute, Williamstown, Massachusetts, USA (photo by Michael Agee)

Affascinato dalla bellezza, sin da bambino Sargent vuole diventare un artista. A Firenze, dove nasce nel 1856, frequenta i corsi all’Accademia di Belle Arti, con buona pace del padre, un noto chirurgo di Philadelphia, che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica. Ma la testardaggine del giovane John paga, e nel 1874 entra nello studio del pittore ritrattista Carolus-Duran, allora molto popolare tra gli studenti d’arte americani espatriati a Parigi.

In breve tempo Sargert acquisisce numerosi clienti sia americani che francesi, tra cui il drammaturgo Edouard Pailleron (1834-1899) di cui ritrae i due figli, Edouard e Marie Louise (1881) in un inquietante doppio ritratto che combina eleganza nervosa e una straordinaria capacità di intuizione psicologica: freddi e seri come due bambole nella loro passiva aggressività, i due bambini sembrano usciti dalle pagine di The Turn of the Screw di Henry James (e non a caso, visto che il racconto fu scritto nel 1998, diciassette anni dopo la realizzazione del dipinto…).

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Édouard and Marie-Louise Pailleron by John Singer Sargent, 1881. Copyright: Des Moines Art Center, Des Moines, Iowa

Ma la fulminante ascesa della sua stella è bruscamente interrotta dallo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) esposto al Salone di Parigi del 1884. Ad un passo dalla rovina, Sargent abbandona Parigi per Londra, incoraggiato in questo dal suo amico Henry James. E nella Capitale britannica si dedica pazientemente a rimettere insieme i pezzi della sua brillante carriera. O quantomeno di ciò che ne rimane…

Nella campagna del Cotswolds, dove trascorre le sue estati, Sargent dipinge all’aperto e i suoi esperimenti con l’impressionismo dell’amico Monet risultano in dipinti come Carnation, Lily, Lily, Rose (1885-6) in cui Simbolismo e Impressionismo si combinano con Estetismo e preraffaellitismo e con le influenze giapponesi tanto in voga all’epoca, o Group with Parasols (1904-05) in cui lo spazio piatto della scena e la composizone in primo piano guardano avanti al Modernismo del nuovo secolo.

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Robert Louis Stevenson by John Singer Sargent, 1887. Copyright: Courtesy of the Taft Museum of Art, Cincinnati, Ohio

L’inizio del Novecento vede Sargent diventare il pittore più conteso dall’alta società da entrambi i lati dell’Atlantico, il ‘van Dyck dei nostri tempi’, come l’aveva definito Auguste Rodin. Ma l’artista che dipinge la società elegante alla maniera di van Dyck non piace al secolo delle Avanguardie che lo relega al dimenticatoio senza pensare che criticare Singer Sargent per non essere Picasso o Matisse è come criticare Henry James per non essere James Joyce o Marcel Proust, che Sargent è un ritrattista ed un ritratto è quello che si aspettano da lui i suoi clienti.

E che ritrattista è il nostro americano! Sargent dipinge circa 600 ritratti, oltre a dipinti e acquerelli di soggetti diversi, diventando l’artista prediletto del bel mondo. Come quelli di van Dyck, i ritratti di Sargent si preoccupano di esprimere lo status del soggetto attraverso l’abbigliamento, i gioielli e la posa del personaggio. Ma come spesso accade nei ritratti ‘ufficiali’, il virtuosismo della composizione e l’attenzione alla resa dello status del personaggio finiscono con il prevalere, a scapito dell’espressività.

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William Butler Yeats, 1908

Per questo Sargent: Portraits of Artists and Friends alla National Portrait Gallery è una vera rivelazione. Dipingendo amici e cognoscenti, Sargent può finalmente essere se stesso. E libero di rispondere solamente alle esigenze della pittura invece che a quelle del committente e del suo status sociale, l’artista ci regala un’abbagliante carrellata di volti appartenenti al mondo dell’arte, della musica e della letteratura, come gli artisti Auguste Rodin e Monet, il musicista Gabriel Fauré, lo scrittore R.L. Stevenson, e naturalmente lui, il suo grande amico Henry James. E non mancano anche splendini ritratti femminili come quello dell’attrice Eleonora Duse, nota nel mondo del teatro semplicemente come “La Duse”, reso con una pennelatta larga e soffice, che ricorda quella di Giovanni Boldini – quel Boldini a cui Sargent, abbandonando Parigi, aveva lasciato campo libero.

L’unico ritratto da cui non traspira nulla del carattere del soggetto è il suo autoritratto. Elegante e raffinato, Sargent parlava quattro lingue, era un lettore accanito e un bravo musicista: eppure il personaggio che ci osserva da questo ritratto è un libro chiuso. Gelosamente protettivo della sua privacy, sembra quasi che l’artista abbia volute evitare di proposito di aprire un benché minimo spiraglio che potesse gettare luce sulla sua personalità: e non a caso tutti gli autoritratti da lui completati furono commissionati da terzi, piuttosto che frutto di una spontanea auto-osservazione…

Sargent non si sposò mai, ma continuò a viaggiare tra l’Europa e gli Stati Uniti, circondato dall’affetto e dalla compagnia degli amici e della famiglia. Una famiglia che continua a ricordarlo e ad onorarlo anche adesso, e che annovera tra i suoi discendenti anche lo storico dell’arte Richard Ormond, qui nei panni di curatore della mostra.

Paola Cacciari
Pubblicato su Londonita

Fino al 25 Maggio.
Sargent: Portraits of Artists and Friends.
National Portrait Gallery, St Martin’s Place, London WC2H 0HE
Orario: dal martedi al venerdì dalle 10 alle 18; giovedì e venerdì fino alle 21

I ritratti di Hoppé a Londra

Sono una fotografa frustrata. E allora mi sfogo ammirando le fotografie altrui, come questa bellissma mostra alla National Portrait Gallery di Londra dal titolo Hoppé Portraits: Society, Studio and Street.

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Ezra Pound (1918) by E.O. Hoppé

Ma chi era Hoppé? Ammetto senza remore che non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora. E allora ho fatto qualche ricerca biografica. Nato in Germania, ma naturalizzato cittadino britannico, Emil Otto Hoppé (1878 –1972) è uno dei più importanti fotografi della prima metà del XX secolo.
Famosissimo tra i suoi contemporanei -tanto da indurre Cecil Beaton a chiamarlo “il Maestro”- ed ora quasi completamente dimenticato, tra il 1907 e il 1945 Hoppé sembra avere fotografato tutte le maggiori personalità del mondo della politica, della letteratura e delle arti: da Henry James a Rudyard Kipling, da Leon Bakst a Vaslav Nijisky (e numerosi altri ballerini della compagnia dei Balletti Russi); da Richard Strauss a Jacob Epstein. Negli anni Venti, oltre ai ritratti di Albert Einstein, Benito Mussolini, Aldous Huxley, Hoppé è invitato a fotografare la Regina Madre, Re Giorgio VI ed altri membri della famiglia reale.

Figlio di un banchiere ed egli stesso destinato ad una carriera finanziaria, Hoppé arriva a Londra nel 1902 dove si appassiona alla fotografia. Abbandonata la carriera commerciale, nel 1907 apre uno studio e in pochi anni diventa il leader indiscusso del ritratto fotografico in Europa.
Spinto da un’instancabile curiosità, a partire dal 1919 Hoppé comincia a viaggiare per  il mondo alla ricerca di nuovi soggetti (‘tipi’) e paesaggi.  I suoi viaggi lo portano in Africa, Germania, Polonia, Romania, Cecoslovacchia, gli Stati Uniti, Cuba, Giamaica e i Caraibi, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Indonesia, Singapore, Malesia, India e Ceylon. Esperienze che culminano nella pubblicazione di due libri fotografici, Taken from Life  (1922) e London Types (1926).

British Museum Underground Station, 1937 – EO Hoppé

 A partire dagli anni Trenta, Hoppé esce dallo studio con sempre maggiore frequenza per cercare in strada i soggetti da fotografare. Affascinato dalla diversità culturale della società Britannica, esplora la multienicità della capitale fotografando persone appartenenti ad etnie differenti impegnate in lavori diversi (addetti delle pulizie, cameriere, venditori ambulanti), spesso servendosi di una macchina fotografica nascosta in un sacchetto di carta per non togliere nulla alla spontaneità della scena. Le sue foto sono cariche di atmosfera. Una vera ri-scoperta e una mostra da non perdere per gli amanti della fotografia!
Fino al 30 Maggio 2011
[NB: il post in qui sopra si riferisce ad una mostra del 2011; per chi vuole saperne di più su questo fotografo, il Mast di Bologna presenta Emil Otto Hoppé: Il Segreto Svelato dal 21 Gennaio al 3 Maggio 2015, dedicata alle sue fotografie industriali http://www.mast.org/it/home ]

Cinque mostre per l’Autunno

  1.   Late Turner: Painting Set Free. Tate Britain, fino al 25 Gennaio 2015 
  2.   Constable: The Making of a Master. Victoria and Albert Museum, fino all’11 Gennaio 2015
John Constable, Stonehenge, 1835. London, Victoria and Albert Museum

Tutti conoscono John Constable e JMW Turner e a partire da questo mese di Settembre li conosceremo  ancora meglio grazie alle grandi mostre  che ilVictoria and Albert Museum e la Tate Britain hanno dedicato a questi due titani della pittura di paesaggio inglese  nati ad un solo unanno di distanza l’uno dall’altro. I loro sublimi, quanto diversi, concetti di “paesaggio”  portarono loro vari gradi di successo nella  vita. Mentre Tate Britain esplora la tarda carriera di Turner, un periodo in cui si dedicò alle radicali sperimentazionitecniche per cui è tanto celebrato, ilVictoria and Albert Museum approfondisce le vicende che stanno dietro alla genesi dei  capolavori dipinti da Constable, molti dei quali ricevettero il riconoscimento dovuto solo dopo la sua morte. Tante le delizie in mostra, tra cui gli splendidi  Norham Castle all’alba di Turner  e Salisbury Cathedral from the Meadows di Constable.

3. Anarchy & Beauty: William Morris and his Legacy, 1860-1960. National Portrait Gallery, dal 16 Ottobre  all’ 11 Gennaio 2015.   
Altro grande protagonista della scena artistica dell’autunno londinese è William Morris, il genio alla base del movimento delle Arts and Crafts che fece de “L’arte per il popolo” il suo grido di battaglia. Sebbene ricco, infatti, Morris era un socialista che si opponeneva alla volgarità della produzione industriale e lottava per portare la bellezza alle masse. Il suo famoso motto “non tenere in casa nulla che non sia utile, o non si consideri bello” ha ridefinito la creatività in epoca vittoriana. Curata da Fiona MacCarthy, acclamata autrice e biografa nota per i suoi approfonditi studi sui Preraffaelliti e sullo stesso Morris, la mostra include arredi originali, tessuti, opere di amici e contemporanei come Dante Gabriel Rossetti ed Edward Burne-Jones, nonché libri, gioielli, ceramiche e abiti creati da artigiani e designers del XX secolo come Eric Gill, Bernard Leach e Terence Conran. A dimostrare come l’eredità di Morris, lungi dall’estinguersi con la sua morte abbia influenzato persone ed eventi anoi contemporanei.
 

 4. Rembrandt: The Late Works. National Gallery, dal 15 Ottobre al 18 Gennaio 2015 
Sull’orlo della bancarotta e distrutto dalla morte della moglie e di tre dei suoi figli, gli ultimi anni di Rembrandt furono segnati da tragedie e difficoltà economiche. Ma furono anche quelli in cui la sua opera raggiunse i livelli più alti di espressività. Con oltre 40 dipinti, 20 disegni e 30 stampe in prestito da musei di tutto il mondo, la mostra della National Gallery esplora un periodo della vita dell’artista che  va dal 1650 alla sua morte, avvenuta nel 1669. Tra le delizie in esposizione, oltre ad una serie di incredibili autoritratti, c’è anche  la Sposa ebrea,  un dipinto che portò  Vincent van Gogh a confessare ad un amico che avrebbe dato volentieri dieci anni della sua vita per potersi sedere per due settimane davanti al quadro con solo una crosta di pane secco da mangiare. 

5. Sherlock Holmes: The Man Who Never Lived And Will Never Die. Museum of London, dal 17 Ottobre al 12 Aprile 2015 
Il grandissimo successo ottenuto dalla serie televisiva della BBC1 che ha per protagonista Benedict Cumberbatch dimostra che il fenomeno “Sherlock”  è sempre attuale. E allora ben venga la mostra del  Museoum of London – la prima organizzata a Londra dal 1951 dedicata al grande detective. Da oggetti autentici del periodo vittoriano, dipinti, fotografie, manoscritti e il primo filmato documentario girato a Londra, a “reliquie” contemporanee come il cappotto e la vestaglia indossati dallo stesso Cumberbatch,  la mostra  che esplora il come e perché dell’incessante successo del mito  di Sherlock Holmes, nonché il legame tra Holmes, Conan Doyle e la capitale.


Paola Cacciari

Articolo pubblicato su Londonita