Borse e borsette

Ah, la borsa! Dimmi che borsa possiedi, ti dirò chi sei: intrise di significati simbolici, le borse sono molto di più di semplici oggetti funzionali.

Il dizionario italiano la definisce come un “Sacchetto, contenitore di varia forma, grandezza e materia, destinato a usi diversi, in part. a contenere oggetti di uso personale da portare con séb. di stoffa, di pelle, di paglia, di plasticab. per la spesab. per signorab. del tabacco” (Borsa degli arnesi, dei ferri; Borsa diplomatica, Borsa da viaggio, Borsa del ghiaccio,; Borsa dell’acqua calda, etc). Certamente, la loro capacità di trasportare più oggetti di quanto si potrebbe fare a mano, ha fatto delle borse un elemento fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana. Dalle borse medievali e bisacce dei messaggeri alle semplici borse di tela o di plastica, dai classici del design come i modelli di Prada e Chanel agli zaini militari o da tempo libero e da viaggio e ai marsupi da portare in vita alle valigette porta-documenti – ma sempre con una stretta relazione tra funzione e contenuto, la borsa è un’accessorio necessario e onnipresente, utilizzato da da uomini e donne da migliaia di anni in tutte le culture e in tutti i paesi.

Left to right: Burse for the Great Seal of England, 1558 – 1603, England. Museum no. T.40-1986. © Victoria and Albert Museum, London; John Peck & Son, London, Winston Churchill as Secretary of State for the Colonies Despatch Box No.7. Image Courtesy of Sotheby’s

Il disegno delle borse si è evoluto insieme alla storia dei viaggi e degli spostamenti. E se quando si viaggia la portabilità è l’elemento principale, i diversi mezzi di trasporto (transatlantico, treno, automobile, cavallo, a piedi) hanno influenzato lo sviluppo di diversi materiali e di specifiche forme di bagaglio (viaggiare con un baule come questo baule di Louis Vuitton doveva essere una vera fatica, soprattutto per i facchini) . Lo stesso si può dire dell’Esercito, di cui materiali durevoli, lo stile pratico delle uniformi e l’armamentario dei soldati, ha grandemente influenzato la moda civile soprattutto nella creazione delle borse sportive.

Ma neanche la minaccia della guerra e l’obbligo di portare sempre con sé la maschera anti-gas, aveva fatto desistere le signore bene di Londra dal rinunciare all’eleganza, e un’intraprendete ditta inglese creò una pochette da donna in pelle nera con lo spazio per un respiratore standard di tipo civile con maschera di gomma nera e filtro metallico.

Come le scarpe e vestiti, anche una borsa può raccontarci molte cose del proprietario – dal ceto sociale, alle aspirazioni e ambizioni della persona, al desiderio di appartenere ad un determinato mondo o madre un determinato messaggio politico, artistico o sociale. E come un paio di scarpe, anche una borsa per quanto costosa, è sempre più abbordabile di un abito di alta moda, e quindi più alla portata di tutti. E in questo caso è la scelta del modello che conta, poiché indica la tribù di appartenenza.

Da sinistra a destra: la partenza di Grace Kelly da Hollywood (foto di Allan Grant The LIFE Images Collection via Getty Images); Paris Hilton e Kim Kardashian con Marc Jacobs per le borse “Monogram Miroir” di Louis Vuitton a Sydney, Australia 2006. Foto di PhotoNews International Inc, Getty Images

E se negli anni Cinquanta e Sessanta personaggi come Grace Kelly e Jaqueline Kennedy Onassis hanno visto le loro borse preferite ribattezzate con il loro nome, gli anni Ottanta hanno visto la nascita del famoso modello creato da Hermès per Jane Birkin nel 1984 (sulla quale si vedono ancora le tracce degli adesivi che le piaceva attaccarci sopra (cosa che avrebbe fatto venire un infarto a Samantha in Sex and the City) e dell’elegantissima Lady Dior, dedicata a lady Diana Spencer.

Ma il vero boom dei testimonials esplose negli anni Novanta e Duemila, con la creazione delle cosiddette “It bags”, borse promosse da personaggi famosi, da bloggers, vloggers e influencers (da Chiara Ferragni al cinese Mr Bags). Il possedere una (o molte) di queste borse e borsette create in edizioni limitate da marchi come i Chanel, Hermès e Fendi e vendute a prezzi astronomici diventa simbolo di lusso e consumismo.

Da eterna fan di Sex and the City, la mia preferita è naturalmente la Baguette di Fendi, celebrata in un episodio del serial americano in cui Carrie, derubata della borsetta, informa costernata il ladro che non è una semplice borsa, ma una baguette. Creata nel 1997, questa è stata la prima It bag con oltre 60,000 esemplari venduti tra il 1997 e il 2007 e recentemente ritornata in fabbricazione.

Ripensandoci, non so come ho fatto a sopravvivere nella mia adolescenza ficcando tutto nelle tasche di jeans e giubbotti … 🤭 Quando, anni fa mi fu rubata la borsa, il senso di perdita fu schiacciante, e non solo per il portafoglio e la noia di dover rifare i documenti: mi sembrava di aver perso un pezzo di me stessa. Il che in parte era vero, che novella Mary Poppins, tendo portarmi appresso ogni cosa che potrebbe essere utile in (ipotetiche) emergenze – Kleenex, cerotti, assorbenti, paracetamolo, burro di cacao, crema, bottiglia d’aqua, le chiavi, l’agenda (che mi piace la carta) e l’immancabile libro. E naturalmente, dato lo schizofrenico tempo inglese, ombrello e occhiali da sole. Senza scomodare Freud e le sue teorie della sessualità (che naturalmente il nostro austriaco ne ha una anche sulle borse da donna…), la borsa fa le veci – temporanee- del rassicurante tetto domestico. 🏡

2021 © Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Gennaio 2022

Bags, Inside Out, Victoria and Albert Museum

Ferragosto, di Enrico Franceschini: mare, piadina e delitti.

“A quest’ora, l’Adriatico fa la sua figura: il mare è vuoto, l’orizzonte è addolcito dalla luce che precede il crepuscolo, perfino l’acqua ha un colore invitante.”

Enrico Franceschini, Ferragosto

L’Adriatico. Sembra di esserci, lì sulla riviera romagnola, con le sue spiagge sabbiose rigate da file ordinate di ombrelloni colorati, nell’aria il profumo di bomboloni freschi, pesce fritto e piadine col prosciutto. Ad abbrustolirsi al sole, immobili come lucertole fino a quando il suono della Publiphono (che risuonava immancabile come il raffreddore in inverno lungo la spiaggia di Rimini e dintorni religiosamente tutte le mattine alle 11 e alle 17 nel pomeriggio) non riscuoteva dal coma indotto dall’overdose di UVB segnalando l’ora del bagno o della merenda. Poi ci si univa all’esodo dei umanità sciabattante fatta di madri e padri carichi come bestie da soma di borse da spiaggia, secchielli e salvagenti con al seguito bambini impastati di sabbia, diretta alle pensioni famigliari dalle sale apparecchiate che facevano presagire le delizie del pranzo. La storia delle mie vacanze. Almeno fino a quando non ho cominciato a viaggiare per conto mio, sostituendo lo zaino alla pensione completa.

Ed ora, con il Covid ancora imperante, e gli inevitabili obblighi di quarantena (sì, no, forse: chi ci capisce qualcosa è bravo…) e costosi PCR tests, e altre difficoltà logistiche legate alla fortuna di avere ancora un lavoro, immergermi tra le pagine di Ferragosto, il nuovo giallo di Enrico Franceschini è stata la cosa più vicina ad una vacanza che mi sia capitata quest’anno – meno gli inevitabili gavettoni. E me le sono godute entrambe, sia la storia che la vacanza letteraria.

File di ombrelloni sulla Riviera Romagnola

In questa seconda commedia noir, ritroviamo i personaggi di Bassa Marea: Andrea Muratori detto Mura, due divorzi alle spalle, un figlio a Londra a fare il quasi avvocato, una vita da corrispondente all’estero alle spalle e ora pensionato anzitempo residente in un capanno sul mare a Bagnomarina – che assomiglia tantissimo a Cesenatico, ma che qui diventa il simbolo universale della località balneare della Riviera Romagnola e dei suoi tre amici di sempre, la famiglia che Mura non ha. Ma era da dire che, dopo una vita passata a caccia di notizie in giro per il mondo, la pesca, la lettura del giornale, la corsetta sulla spiaggia e la partitella a basket con gli amici finiscono per non bastare più. E il Mura comincia ad annoiarsi.

La noia e la sua debolezza per le donne, la cui vicinanza è sufficiente a trasformare  il nostro eroe in un ‘minchione’ come avrebbe detto mia nonna, un credulone incapace di dire loro di no – si tratti di una procace moglie che sospetta che il marito le metta le corna, una bellissima trans brasiliana o la vistosa ballerina martinicana che recluta Mura per investigare sulla morte del marito, noto fotografo erotomane ritrovato morto nel suo studio dalla donna delle pulizie in una posa a dir poco oscena. Ma quelli che sembrano due casi completamente diversi come una banale questione di corna e un delitto a sfondo pornografico, sono in realtà uno solo che porta Mura ad imbattersi in qualcosa di molto più grande. Una storia dell’Italia fascista che coinvolge addirittura Mussolini e Claretta Petacci e lo scoop che potrebbe riportarlo in prima pagina – alla faccia di chi lo ha costretto al prepensionamento.

Come Bassa Marea, anche Ferragosto è una riflessione sul passato e presente dell’Italia, di un Paese emerso devarstato dal dopoguerra e che grazie ai dollari americani pompati nelle industrie dal piano Marshall ha visto una ripresa economica senza precedenti. Un vero e proprio miracolo economico quello degli anni Sessanta, “quando la Romagna ambiva a diventare la California italiana”, la meta delle ferie democratiche di massa, il luogo in cui quasi tutti potevano permettersi di trascorrere due settimane in albergo o in una delle numerosissime pensioni famigliari che punteggiavano la riviera. “Mezzo secolo più tardi,” continua Franceschini, “il miracolo italiano si è sgonfiato ma la Romagna no: la costa delle ferie di massa, delle vacanze a basso prezzo già da prima che fosse inventato il termine low cost, del divertimentificio in disco-pub, aqua-park, go-kart, mini-golf, night-club e tutto quanto si può dire in un inglese facilmente comprensibile con due parole separate da un trattino.”

Avendo trascorso le mie prime diciotto estati tra Rimini e Riccione, con un breve intervallo a Lido di Classe, la Romagna raccontata da Franceschini la conosco bene che è la Romagna dei miei ricordi. Riaffiorano alla memoria nomi da tempo dimenticati come Fiabilandia, Mirabilandia, l’Italia in Miniatura, e luoghi mitici come la Baia degli Angeli (che io ho conosciuto quando era già la Baia Imperiale), il Pineta e il Cocoricó e altre discoteche storiche che hanno fatto ballare generazioni di vacanzieri, inclusa la sottoscritta. Lungi dall’essere solo lo sfondo della storia, la Romagna ne è in realtà la vera protagonista, qui descritta con amore infinito dalla sapiente penna di Enrico Franceschini. Ne emerge una nostalgica mappa socio-culturale di una generazione non troppo distante dalla mia che si ritrova ad abitare un mondo che non riconosce più.

È impossibile non simpatizzare con questi quattro ex ragazzi di ieri, sorpresi dalla sesta decade della loro vita come da un improvviso temporale estivo che li ha travolti come un fulmine a ciel sereno. Ed che ora si ritrovano a cercare di riconciliare la loro esuberante voglia di vivere e divertirsi con gli acciacchi portati dall’inevitabile avanzare dell’anagrafe. Lo so benissimo, che ho lo stesso problema: la non coincidenza tra età interiore ed età anagrafica. Che in fondo i cinquanta o i sessanta sono i nuovi trenta o quaranta: non si è vecchi, ma solo un po’ vintage – come il paio di Ray Ban regalati a Mura da Caterina (detta Cate), corrispondente di guerra e sua amica/amante. E se non lo sa lei che ha trent’anni meno di lui…

E se mi sono divertita ad immergermi nell’atmosfera nostalgico-felliniana di Bassa Marea, devo dire che in Ferragosto la trama noir è più solida, meglio sviluppata, la storia più avvincente e temi recenti come prostituzione, immigrazione, la pericolosa risorgere della destra – sono intessuti con la naturalezza del flusso di coscienza nella trama di questa deliziosa black comedy dal sapore di sale. I personaggi sono meglio delineati, soprattutto quelli femminili – donne forti e indipendenti, che sanno quello oche vogliono e come ottenerlo e che tollerano i loro compagni bambocci con l’affetto che si potrebbe avere per un cucciolo pasticcione a cui si è abituati e di cui si apprezza la compagnia. Sebbene, come donna, non possa esimermi dall’arricciare il naso davanti commenti bonariamente volgari se vogliamo, ma sempre volgari, di una generazione di uomini come Mura & C. cresciuta prima del “politically correct”. Non che il politically correct del giorno d’oggi abbia miracolosamente fatto sparire i commenti volgari diretti alle donne (basta guardare i socials per accorgersi del contrario), le pressioni sociali ancora esistenti per quanto riguarda decisioni fondamentali come famiglia, maternità, figli e lavoro, sia ben chiaro…

Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che vedere con il libro in questione, anche se confesso che mi piacerebbe vedere le donne dei Moschettieri avere un ruolo più centrale nelle avventure della combriccola. Chissà cosa ci riserverà la prossima storia al profumo di piadina di Mura e C. …

Paola Cacciari © 2021

I Mews di Londra: le case nelle stalle

Per molto tempo non ho avuto idea di cosa fossero i “mews“, le piccole stradine (private e non) che a Londra sembrano fare capolino dietro ogni casa signorile che si rispetti. Ne’ per tutti gli anni in cui ho abitato a Londra il non saperlo mi ha creato problemi, perfettamente contenta com’ero della definizione che avevo desunto dal contesto topografico della capitale. Ai miei occhi e ai mai piedi che li percorrevano, si trattava stradine piccole di conseguenza dovevano essere vicoli o qualcosa di simile. Neppure la presenza della stessa parola nel nome Royal Mews mi aveva illuminato, non avendo mai visitato le scuderie reali, ma limitandomi sempre e solo alla Queen’s Gallery poco distante. Se mi fossi soffermata a considerare il fatto che la parola mews era li’ usata in relazione con le scuderie reali dico, ecco, forse mi sarei posta prima prima la domanda sulla funzione originale dei mews.
O forse no, e sarei stata perfettamente felice ugualmente. Questo ci fa il lockdown: restringendo la nostra vita, ci fa guardare con occhi nuovi a cose che fino a quel momento avevamo visto senza vederle davvero. Certamente lo ha fatto a me.

London 2020 © Paola Cacciari
Kynance Mews, Kensington. London 2021 © Paola Cacciari

Originariamente indicante il luogo in cui, durante il regno di Enrico VIII erano racchiusi i falchi e gli uccelli rapaci, col tempo la parola mews diventò sinonimo di stalle. O nel caso di Londra, di una strada di servizio o un piccolo cortile su cui si affacciano una fila (o file) di stalle e rimesse per le carrozze con alloggi sopra di loro, costruiti dietro grandi case di città prima che i veicoli a motore sostituissero i cavalli all’inizio del XX secolo. I Mews di solito si trovano in zone residenziali come Kensington e Chelsea, Mayfair, Belgravia, Marylebone, Bayswater e sono un fenomeno quasi esclusivamente londinese essendo stati costruiti per provvedere ai cavalli, ai cocchieri e ai servitori delle scuderie dei ricchi residenti.

London 2021 © Paola Cacciari
Redcliffe Mews, Earl’s Court. London 2021 © Paola Cacciari

Che quando tra il XVIII e il XIX secolo la zona Ovest di Londra si coprì di imponenti residenze signorili costruite nell’architettura classica in stucco bianco furono intorno alle ampie strade, alle piazze e ai giardini di Belgravia e dintorni, era fuori questione che le stalle o l’entrata per i commercianti potessero rovinare la vista della facciata.

La soluzione ideale era quella di mettere sul retro una strada di servizio, a volte semi-nascosta dietro un arco, in cui in piacevoli ma semplici edifici erano sistemati tanto i cavalli e le carrozze dei ricchi residenti che i garzoni e cocchieri che li attendevano, ma senza che ne gli ne gli altri dessero troppo nell’occhio – e certemante senza che l’odore dei cavalli arrivasse alle delicate narici delle signore vittoriane.

Quando, nel XX secolo, l’automobile e lo sviluppo della metropolitana e della ferrovia resero obsoleti cavalli e carrozze, sia le stalle che i piccoli edifici che le ospitavano furono trasformati in garage o abitazioni.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, i mews divennero popolari tra gli artisti e personaggi anticonvenzionali come indirizzi economici e discreti nei quartiri migliori. Francis Bacon fu tra i primi ad abitare una di queste ex-scuderie convertire, al numero 7 Reece Mews, a pochi passi dalla stazione della metropolitana di South Kensington, dove la blue plaque di rito ne celebra la residenza. Ora i mews costano milioni. Come cambiano le cose…

Francis Bacon mural in Reece Mews, Kensington. London 2021 © Paola Cacciari

Staying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Dall’archivio del passato, anno 2015: Staying Power, una mostra fotografica- inno all’integrazione e al multiculturalismo.

  Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,  © The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London  Armet Francis, ‘Self-Portrait in Mirror’, London, 1964,  © Armet Francis / Victoria and Albert, London  Normski, African Homeboy - Brixton, London, 1987, printed 2011,  © Normski / Victoria and Albert, London  Yinka Shonibare, Diary of a Victorian Dandy, 1998,  © Yinka Shonibare / Victoria and Albert, London
Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,
© The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London

Vita da Museo

Il V&A non è solo Alexander McQueen, sebbene per arrivare all’ingresso della sala della fotografia bisogna lottare per aprirsi un varco tra la folla in fila per entrare a vedere la mostra della anno. È ancheStaying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Questa piccola e affascinante mostra nella Sala della Fotografia è il frutto della collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e il Black Cultural Archive – il risultato di un progetto durato sette anni e di una collaborazione che ha permesso al museo di raccogliere 118 opere di 17 artisti di colore, oltre alle testimonianze orali dei fotografi stessi, delle loro famiglie e delle persone immortalate nelle loro immagini. La mostra prende il nome dal famoso libro di of Peter Fryer, Staying Power: The History of Black People in Britain (1984) che spiega come gli africani, gli asiatici e i loro discendenti…

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Il cibo nella fotografia

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo è combustibile e nutrimento, ma è anche piacere fisico ed estetico. Mangiare è uno degli atti più necessari e basilari, ma e anche celebrazione e come tale rappresenta una parte centrale dei nostri rituali, del nostro essere umani. Il cibo tocca infatti la nostra sfera pubblica e privata, rappresenta famiglia, razza, genere, classe sociale, salute, religione, i nostri principi morali.

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Io amo mangiare e amo il cibo, e non solo perché sono una buona forchetta, ma perché il cibo è storia sociale, l’espressione della cultura di un popolo. Non la caso, proprio la necessità di comprendere la moltitudine di nuovi ingredienti, sapori e cibi sugli scaffali dei supermercati britannici è stata (oltre alla frustrazione di non poter leggere Jane Austen e Oscar Wilde in lingua originale…😉) uno dei fattori determinanti nel velocizzare il più possibile il mio apprendimento dell’inglese…!

E questo vale anche per la fotografia del cibo. E qui arrivo a Feast for the Eyes l’interessantissima mostra alla Photographer’s Gallery sulla storia del cibo nella fotografia, che le immagini di cibo in realtà solo raramente sono solo di cibo, ma riflettono il nostro stile di vita e il momento storico e sociale in cui ci troviamo a vivere e, come tale, da sempre occupano un posto di primo piano nella Storia dell’Arte e della Fotografia.

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Weegee Phillip J. Stazzone is on WPA and enjoys his favourite food as he’s heard that the Army doesn’t go in very strong for serving spaghetti, 1940 © Weegee/International Center of Photography,

Soprattutto dall’avvento di Instagram il cibo non è mai stato così popolare. Proprio oggi sono passata davanti ad una pasticceria che aveva un cartello uri dalla vetrina, “Our colors are especially instagrammable”. Uh! La cosa mi ha fatto sorridere, ma la dice lunga sullo stato delle cose: e cioè che la fotocamera dello smartphone ha cambiato tutto. Oggi potenzialmente possiamo tutti essere fotografi, soprattutto di quello che sta nei nostri piatti e che condividiamo con entusiasmo su Instagram. Un ex-collega del museo in cui lavoro  è diventato famoso con i suoi  simmetrybreakfast.

E ristoranti dal canto loro, ora progettano i loro piatti in modo che rendano bene in fotografia, poco male se il gusto del cibo viene leggermente sacrificato…

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Una delle mie sezioni preferite della mostra  è una parete piena di schede di ricette WeightWatchers rappresentanti il meglio (o il peggio…) del cibo degli anni Settanta dove quelli che all’inizio erano carne, pesce e verdure sono trasformati in oggetti da incubo che non sembrano avere nulla di commestibile forzati come sono in strane “forme” e coperti da salse o gelatine dai colori altrettanto strani. Non riuscivo a decidermi su quale fosse il meno appetitoso, fino a quando ho notato la cena “da congelatore al forno”, un grumo rettangolare di carne grigia bollita da far sembrare il digiuno un’opzione preferibile.

Londra//fino al 9 Febbraio 2020

Feast for The Eyes – The Story of Food in Photography

@ The Photographers Gallery  16 – 18 Ramillies Street, London, W1F 7LW

Mary Quant e la Swinging london

Molto prima che Cindy Lauper scrivesse Girls want just have Fun, Mary Quant voleva che le donne si divertissero. E così si mette di buona lena a creare un tipo di abiti che permettesse loro di farlo e – dalla biancheria intima che lasciava respirare la pelle, ai tessuti che non si disintegravano dopo un solo lavaggio al mascara resistente all’acqua, il marchio omonimo della Quant, l’iconica margherita monocromatica, ha permesso ai suoi clienti di apparire belli senza davvero sforzarsi, come se fossero tutti nati così…

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London.
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London.

Per Mary Quant, l’abito di una donna doveva assolvere  tre funzioni principali: farla notare, farla sentire sexy e, soprattutto, farla sentire bene.  Che per lei gli abiti non sono “arte da indossare”, ma qualcosa da vivere, con cui andare al lavoro, al supermercato, al cinema, in discoteca; qualcosa con cui poter camminare, correre, ballare e saltare liberamente. Con i suoi abiti dalla linea fluida che scivolano sul corpo senza costringerlo dentro ad una forma prestabilita, Mary Quant  regala alle giovani donne degli anni Sessanta la libertà di movimento e di reclamare il prorio corpo, mostrando chilometri di gambe. Con lo stile rivoluzionario della Swinging London cucito addosso non solo a Twiggy e Jean Shrimpton, ma anche a madri, commesse e dattilografe, Mary Quant anticipando il femmismo, ha contribuito alla liberazione della donna.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

Nata e cresciuta a Blackheath, in un sobborgo del su-est di Londra da due insegnanti gallesi che anche per lei sognavano un tranquillo futuro d’insegnante, dopo il rifiuto dei suoi genitori di lasciarla frequentare un corso di moda,  Mary Quant studia illustrazione presso Goldsmiths, dove ha incontrato il suo futuro marito, l’aristocratico Alexander Plunket Greene, appartenente ad una nobile famiglia inglese e nipote di Bertrand Russell, anche lui smanioso di libertà e di stravaganze. I due iniziano un divertente ménage: mangiano quando hanno soldi, viaggiano come possono, si vestono come passa loro per la testa.

Mary Quant and Alexander Plunket Greene
Mary Quant and Alexander Plunket Greene

Mary ha una predilezione per le gonne corte e gli stivaletti, Alexander si adatta. I due fanno amicizia con un ex avvocato diventato fotografo, Archie Mc Nair, e quando Alexander per il suo ventunesimo compleanno eredita dei soldi, decidono, con l’aiuto di Mc Nair, di comperare una casa. Nello scantinato aprono un ristorante ed al primo piano la boutique Bazaar (1955). La boutique è situata sulla Kings Road a Londra, e tra i giovani ha un successo immediato che finalmente hanno trovato qualcuno che la pensa come loro, che vive come loro e che capisce perfettamente quello che può piacere a loro.

I giovani del Paese più conformista d’Europa sono i primi a sentire la necessità di cambiamenti. E proprio per la forza della tradizione che devono spezzare, questi cambiamenti devono essere necessariamente estremi. La frattura con il vecchio mondo è rappresentata dai capelli lunghi per i ragazzi, dalle gonne corte per le ragazze e dalla musica dei Beatles.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

“Non siamo tutte duchesse,” dice la Quant , e  lei che veniva da una famiglia della “working class” gallese e duchessa non lo era e di certo non voleva sembrarlo, non esistevano gli abiti giusti. Così si mette a disegnarli lei gli abiti che voleva indossare: mini-abiti di jersey di lana dalla linea morbida, svasati all’orlo (un orlo corto) perfetti con le scarpe basse, eleganti e pratici. Perfetti per chi deve correre per prenbdere l’autobus per andare al lavoro. Presto tutavia si accorge di non essere la sola: il mondo stava cambiando e le donne erano pronte a qualcosa di nuovo. “La moda riflette ciò che è nell’aria. Riflette ciò che la gente legge, pensa, ascolta. E l’architettura, la pittura, i comportamenti, la società tutta.”  Scoprendo le ginocchia delle signore. Dapprima tagliando le gonne di una quindicina di centimetri, poi osando sempre di più.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

I suoi vestiti non erano economici, ma non lo erano nemmeno fuori portata. La sua filosofie era anti-elitario, del tipo “tutti meritano-cose carine”, tanto che ci si potava persino cucire da soli i suoi disegni con i modelli di cucito. Dal 1962 in poi, i suoi abiti furono prodotti in multipli democratici di 1.000 disponibili sul grande mercato e quindi alla portata di chiunque.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

Ma l’instancabile Mary Quant  presto si accorge che, una volta cambiati gli abiti, il trucco e le acconciature erano sbagliate: il look androgino e giovani inventato da Quant  mal si adattava con le elaborate acconciature degli anni Cinquanta. Entri Vidal Sasson che con il suo iconico taglio carré “a cinque punte” ha liberato le donne da lacca e bigodini e da ore di cottura sotto il casco.

Questa mostra è un inno alla donna comune. In effetti, molti dei capi sono stati acquistati tramite un appello pubblico per indurre le persone a frugare nei loro armadi. Quindi, insieme agli abiti dei modelli, ce n’è uno appartenente, ad esempio, a un insegnante di Newport.

Questi sono abiti in cui mangiare, bere una pinta, avvolgere le gambe attorno a qualcuno. Abiti in cui poter vivere. #WeWantQuant.

2019 © Paola Cacciari

Londra//fino al 16 Febbraio 2020

Mary Quant @ Victoria and Albert Museum

www.vam.ac.uk

 

Handel and Hendrix: in due sotto un tetto

La vita e la musica di George Frideric Handel (1685-1759) e Jimi Hendrix (1942-1970) sono diverse come il giorno e la notte, eppure questi due grandi per un breve periodo sono stati vicini di casa. Separate da un muro e da due secoli di storia al 23 e 25 di Brook Street, nel cuore dell’elegante Mayfair, sono le case di questi due grandi della musica che fecero di Londra la loro casa e cambiarono la musica per sempre.

Photo: Phillip Reed/Handel House Trust Ltd

Handel prese possesso  del n. 25 di Brook Street nell’estate del 1723, poco dopo essere stato nominato da Giorgio II compositore della Cappella reale poiche’, in quanto straniero, Handel non poteva possedere una proprietà. Ma la zona in cui si trovava Brook Street, nel quartiere elegante dell’alta borghesia georgiana di Mayfair, abbastanza lontano dalla dubbia comunità di artisti e musicisti che ruotavano attorno a Soho e a Covent Garden, ma abbastanza vicino al palazzo di St. James’s Palace, dove svolgeva le sue funzioni ufficiali e King’s Theatre in Haymarket che era al cuore dell’opera italiana su cui al momento si incentrava la sua carriera e Handel rimase li anche dopo la sua naturalizzazione nel 1727. La zona doveva davvero piacergli (lo si può biasimare?) visto che visse lì per quasi 40 anni (fatto di per se notevole, visto che i compositori d’opera all’epoca condicevano una vita alquanto nomadica. Lì ha scritto il Messia, The Water Music (1717), Zadok the Priest (1727), Music for the Royal Fireworks (1749) e molti altri capolavori e lì morì, nella sua camera da letto del primo piano nel 1759.

Handel's Harpsichord. Handel & Hendrix in London. London 2016 © Paola Cacciari
Handel’s Harpsichord. Handel & Hendrix in London. London 2016 © Paola Cacciari

Jimi Hendrix, da molti considerato il più grande chitarrista rock, visse nella casa accanto, al 23 di Brook Street con la sua fidanzata inglese, la DJ Kathy Etchingham per due anni prima di morire in circostanze ancora misteriose in un hotel di Notting Hill nel 1970, a soli 27 anni – probabilmente soffocando nel sonno in seguito ad un’overdose accidentale, anche se alcuni non escludono  il suicidio.

Entrambe le case sono tipiche dimore borghesi dell’epoca georgiana e la disposizione degli ambienti segue le convenzioni tipiche degli edifici di questo periodo, con le cucine nel seminterrato, le camere disposte su ciascuno dei tre piani (una stanza anteriore e una posteriore più piccola con un bagno vicino) e con gli alloggi della servitù nella la soffitta.

Fu Kathy Etchingham a trovare l’appartamento nel Giugno del 1968 grazie ad un annuncio su uno dei giornali della sera (quando ancora c’erano) mentre Hendrix era a New York per la cifra di £30 alla settimana. La coppia visse nell’appartamento all’ultimo piano per una anno circa prima di separarsi nel 1969. Pare che Hendrix, per il quale questa era la “prima vera casa” si sia divertito un mondo ad arredarla secondo i suoi gusti con tessuti colorati e soprammobili e gingilli vari comprati a Portobello Road e in vari altri mercatini.

Jimi Hendrix flat. Handel & Hendrix in London. London 2016 © Paola Cacciari
Jimi Hendrix flat. Handel & Hendrix in London. London 2016 © Paola Cacciari

La Etchingham ricorda interminabili spedizioni da John Lewis, il grande magazzino su Oxford Street, per acquistare tende e cuscini dove Hendrix si lanciava in interminabili discussioni con i commessi su colori e accostamenti dei tessuti. E l’atmosfera e’ davvero di accogliente intimità, anche se credo che mai come in questo caso la frase “se i muri potessero parlare” sia appropriata. E davvero non avrei voluto essere il vicino del piano di sotto di questa coppia di creativi e dei loro amici della scena della Swinging London!

Strano ma vero: quando Hendrix venne a sapere chi fosse stato il suo illustre vicino ne fu molto felice e non sapendo molto di Handel si precipitò nel famoso negozio One Stop Records in South Molton Street per acquistare le registrazioni di The Royal Fireworks e The Water Music – cosa che ha fatto dire ad alcuni musicofili di poter individuare i riff del compositore nella musica successiva di Hendrix…

Handel & Hendrix in London

25 Brook Street
Mayfair, London W1K 4HB
Telephone: +44 (0)20 7495 1685

2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Swinging London: basta la parola per evocare  capelli gonfi, abiti colorati, tappeti di pelliccia e i Beatles sul passaggio pedonale di Abbey Road. La nuova mostra del Fashion and Textile Museum, tuttavia, offre una storia diversa del termine.

Gli anni Sessanta sono gli anni del cosiddetto “Youth Quake”, il cosiddetto “terremoto giovanile”, che scuote alle basi la società del dopo guerra con tutta la potenza dell’insoddisfazione cresciuta tra i giovani, gettando così le basi del modo di vivere che conosciamo.

Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Una cultura proto-pop si era inizialmente evoluta nei primi anni del dopoguerra in un gruppo di giovani architetti, designer, artisti, musicisti e dilettanti radicali che vivevano e lavoravano principalmente nei dintorni di Chelsea, una zona bohémien un po’ sbiadita di Londra. Tra i personaggi di questo “Chelsea Set”, come era diventato noto il gruppo, erano anche due nomi destinati a cambiare il cosro della storia del costume britannico: Terence Conran e Mary Quant.

Incentrata sulle figure della stilista Mary Quant e su Terence Conran, il fondatore dell’iconico negozio di design Habitat, la mostra accende i riflettori non solo sulla moda, ma anche sulla vita domestica dal 1952 al 1977, mostrando come piatti e posate e mobili per la casa sono cambiati tanto quanto gli orli della gonne.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Legati da una stretta amicizia che coinvolgeva anche il di lei marito Alexander Plunkett-Greene, e dal desiderio di creare un design di qualità accessibile alle masse, Terence Conran e Mary Quant, iniziano una straordinaria collaborazione, con Conran che progetta l’interno della boutique della Quant a Londra nel 1955, e lei che a sua volta disegna le divise dello staff quando Conran decide di aprire il primo negozio Habitat nel 1964.

Questa rivoluzione, in parte dovuta a nuove necessità economiche date dall’avvento della produzione di massa, grazie a cui gli articoli eleganti per la casa e abbigliamento erano diventati ampiamente disponibili e di conseguenza più accessibili a tutti. Affermando che lo snobismo era fuori moda e che nei suoi negozi duchesse e dattilografe sgomitavano le une con le altre per comprare lo stesso vestito, Quant diventa l’evangelista di questo nuovo modo di vita.

Iconic londoner: Michael Caine. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Ciò che sorprende è come queste minigonne e calze colorate siano allo stesso tempo radicali ed eccentriche, anche se forse gli “hotpants” non sono stati proprio l’invenzione ideale per chi non disponeva di gambe chilometriche. Ma le sue tunichette, i grembiulini e gli abiti di maglia erano pratici e facili da indossare e  liberavano il corpo femminile dalle gonne a ruota e dal vitino a vespa degli anni Cinquanta, e dal New Look di Dior. E comunque il mostrare le gambe era una grande liberazione.

Certo, pentole e minigonne non sono forse le prime cose che vengono in mente quanto si pensa alla Swinging London, ma sono probabilmente quelle più vicine ai ricordi di chi, come mia suocera, gli anni Sessanta britannici li ha vissuti – a meno che uno non si chiami Mick Jagger o Marianne Faithfull.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Accanto ai primi progetti come la Cone Chair di Conran e l’iconico Banana Split Dress della Quant, la mostra include anche rari esempi di designer, artisti e intellettuali d’avanguardia che hanno lavorato al loro fianco, come lo scultore Eduardo Paolozzi ei designers Bernard e Laura Ashley e l’altrettanto rivoluzionario ricettario di Elizabeth David, dal titolo A Book of Mediterranean Food. Il libro, scritto e pubblicato nel 1950 in epoca di razionamento alimentare (che in Inghilterra dura fino al 1954) quando la dieta nazionale era dominata da pane e polpette di riso, cipolle, carote e carne in scatola, è la sfida di una donna alla tristezza dell’austerità britannica del dopoguerra.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Certo, paragonati a  certi indumenti dei nostri giorni, gli abiti esposti sembrano tutto tranne che scioccanti, ma sono centamente portabili (farei carte false per una delle tunichette in jersey di lana colorata di Mary Quant) soprattutto i coloratissimi impermeabili in PVC, vista questa questa pazza estate britannica…

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Fashion and Textile Museum

Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca.

“L’Italia è fatta, gli italiani quasi.” Così si apre l’ntroduzione alla prima edizione di Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca (1920-2011). Apparso nel 1962, il libro fu accolto dalla stampa moderata alla stregua di un libello rivoluzionario in quanto osava parlar male dei ricchi e potenti del paese, prendendosi gioco allo stesso tempo dei valori della borghesia dell’epoca, in bilico tra demagogia e populismo.

“Ciò che non riuscì al papa-re dei guelfi, all’imperatore-messia dell’Alighieri, al principe macchiavellico, alla burocrazia piemontese di Cavour e ai federali di Mussolini sta riuscendo alla civiltà dei consumi e al suo oracolo televisivo: tra non molto gli italiani, popolo compatto, avranno usi, costumi e ideali identici dalle Alpi alla Sicilia, vestiranno penseranno, mangeranno, si divertiranno tutti alla stessa maniera, dettata e imposta dal video.”

Il boom economico arriva in Borsa tra il 1959 e il 1960. Speculatori d’Europa e d’America scoprono che i titoli italiani costano poco e rendono molto. L’Italia e’ da poco entrata nel Mercato Comune Europeo e tra il 1955 e il 1963 un’ondata di euforia attraversa il Paese. E fu proprio la rapidità con cui questi i cambiamenti socio-economici si verificarono, che si gridò al “miracolo economico”. Un miracolo che pur trasformando radicalmente lo stile di vita degli italiani (almeno di una parte), fece sì che il paese non riusci’ tutavia a risolvere i fondamentali problemi che si portava dietro da prima della guerra, tra cui le differenze tra nord e sud. La ricchezza si concentra soprattutto al Nord, nel cosiddetto “triangolo industriale” formato da Milano, Torino e Genova, città che attirano flussi di disoccupati dal meridione (essi stessi divisi da profonde differenze culturali) e vedono in pochi anni la loro popolazione quasi raddoppiare. Inutile dire che lo shock culturale è fortissimo. Per la prima volta gli italiani si incontrano tra loro e non si piacciono.

Dire che l’Italia degli anni Sessanta è una nazione profondamente nuova è inadeguato. Il miracolo italiano è avvenuto a ritmo talmente serrato da dare le vertigini: l’artigiano diventa imprenditore, piovono i miliardi, ma la gente è troppo occupata a fare soldi e a moltiplicare le cose che hanno per chiedersi il perché queste “cose” siano improvvisamente diventate una necessità, perlomeno su quella scala.

“Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste”

Sembra il mantra di Gordon Gekko nel film del 1987 Wall Street,  ma questa frase di Giorgio  Bocca (riferita non a New York, ma a Vigevano) è ancora adesso attualissima quando si pensa al nostro Centro-Nord, alle distese infinite di brutti capannoni che sfregiano con la loro bruttura le campagne di Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. Tutto questo non è una novita’: le avvisaglie di questa trasformazione erano già in atto allora e Bocca lo aveva notato, mentre si gli altri si coprivano gli occhi e si turavano le orecchie davanti alla mancanza di un’ideologia, di una fede, di una prospettiva sociale di qualche tipo.

Il fatto è che, come osserva Bocca, nell’italia ghettizzata del dopoguerra, dove ognuno stava al suo posto e dove un piccolo borghese non avrebbe mai messo piede a Cortina o Portofino, il miracolo economico degli anni Sessanta aveva portato una fluidità di classe dapprima impensabile. Quella in atto era una vera e propria rivoluzione che stava mescolando le classi e la storia in modo irreversibile.

“Non riuscimmo a vedere bene quali moltiplicatori di disordine e degradazione sociale stavano mettendosi in moto e come avremmo poi pagato duramente i comodi e le disinvolture del capitalismo assistito, della partitocrazia , la saturazione del consumismo di massa, i pericoli della scuola di massa.”

Tra gli indici di più diffuso benessere, la crescita dell’industria automobilistica e l’aumento di consumi legati agli elettrodomestici. Le automobili ed elettrodomestici si moltiplicano con essi cambia lo stile di vita, gli interni delle case (in particolare la cucina), il modo di vestirsi e di mangiare, persino di parlare che in questi anni si attua lo spostamente della lingua dall’uso del dialetto a quello dell’Italiano. Anche la famiglia si modifica e con esso  i rapporti generazionali. I giovani degli anni Sessanta godono di una maggiore indipendenza economica e libertà di scelta dapprima impensabile.

Nasce l’idea del tempo libero (il week-end), la gente va in vacanza e le code in autostrada delle famiglie operaie che si mettono in marcia tutte insieme alla chiusura delle grandi fabbriche, sembravano “cortei trionfali”. Oltre alla televisione, è l’automobile che diventa il simbolo di questo nuovo benessere. Mio padre aveva una Fiat Cinquecento e si sentiva un re.

Il Vittorio Gassman de Il Sorpasso è la personificazione del “miracolo” italiano: il borghese fanfarone dalla vitalità debordante che nasconde (o cerca di farlo) con l’esuberanza un vuoto della vita e paura del futuro. Girato del 1962, lo stesso anno in cui Giorgio Bocca scrive il suo Miracolo all’italiana, il film descrive un’Italia al culmine della ricchezza dove macchine veloci, spiagge affollate, locali pieni di musica e di gente che balla sfrenataente diventano il simbolo di una vita finta, quella della borghesia arricchitasi con il miracolo italiano, un’esistenza effimera che si schianterà duramente sul muro degli anni di piombo della decade successiva.

E mentre leggevo, mi veniva da chiedermi che è successo a quel patto sociale da cui tutto ciò aveva avuto origine alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che vedeva un equilibrio di fondo tra capitalismo e democrazia e stato sociale. Il processo che aveva permesso il raggiungimento di tale benessere si è spezzato: il giocattolo del miracolo si è rotto e nessuno sa come riaggiustarlo. Certo la classe politica non sa che pesci pigliare, e questo accade non solo in Italia, ma anche in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, tutte nazioni in quel diritto inossidabile alla scelta che è il voto politico, si è ridotto ad uno sfogo rabbioso di quella parte di popolazione che si è sentita rapinata del proprio futuro.

2019 ©Paola Cacciari

L’Italia del miracolo economico (1958-1963) Alberto Saibene https://www.doppiozero.com/materiali/made-in/l-italia-del-miracolo-economico-1958-1963

I tessuti magici di Anni Albers a Tate Modern

Si sarà anche chiamato Modernismo, ma la modernità non era sempre all’ordine dell’giorno e certi l’atteggiamenti erano duri a morire anche all’interno del piu’ “moderno” dei movimenti storici e culturali..

Affascinata dal mondo dell’arte, ma soprattutto dalle arti visive e grafiche e dalla pittura, Anni Albers (1899-1994) aveva iniziato a studiare nella scuola di Weimar nel 1922. Ma per tutte le sue aspirazioni all’uguaglianza, anche nel tempio del Modernismo, il Bauhaus di Walter Gropius, alle donne erano precluse specifiche discipline come l’architettura, la pittuta e la scultura (anche quella del vetro, che lei voleva frequentare insieme al futuro marito, il pittore Josef Alber.

Anni Albers © 2018 The Josef and Anni Albers Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York/DACS, London
Anni Albers © 2018 The Josef and Anni Albers Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York/DACS, London

Come per altre studentesse, anche la Albers fu indirizzata, suo malgrado, verso il laboratorio di tessitura, consideratto piu’ consono ad una signora. Ma le discipline sono porose e niente lo è più del tessile. E non essendo una che si fa dominare dagli eventi, invece di scoraggiarsi, la Albers decide presto si sfruttare al massimo la possibilità datale, creando per il Bauhaus una serie di opere che hanno cambiato per sempre non solo il significato di geometria astratta, ma anche il concetto di cosa sia un tessuto. A Dessau, dove Anni e Josef si erano trasferiti nel 1925 dopo essersi sposati seguendo le deambulzazioni del Bauhaus,  Anni studia con  Kandinsky e Paul Klee. Molti suoi disegni furono pubblicati e ricevette molti contratti per degli arazzi

Ma fu solo quando, con il marito Joseph decidono di scambiare la Germania nazista per gli Stati Uniti, dove al nuovo Black Mountain College in North Carolina la Albers può dare pienamente sfogo alla sua creatività con una serie di tessuti puramente “pittorici”.

Ma quelli della Albers non sono tessuti decorativi, almeno non SOLO tessuti decorativi, ma esemplari unici come un’opera d’arte, eppure replicabili a livello industriale. E per sottolineare questo concetto, la mostra si apre con un telaio, a dimostrare la relazione tra uomo e macchina. E se molti dei suoi tessuti hanno uno scopo pratico, almeno all’inizio, questo scopo si diluisce nel tempo fino a scomparire nella pura arte per l’arte, nella decorazione fine a se stessa. Devo ammettere che più che in un museo a volte sembra di essere dentro un negozio della catena Habitat (il che mi va benissimo che adoro Habitat…), e questo mi porta a pensare del cosa ne sarebbe stato di Habitat senza la Albers… Lei infatti demolisce ogni distinzione tra pittura e artigianato, tra arti applicate e arti decorative, tra tradizione e modernità.
Che nonostante il suo essere donna l’abbia forzata al telaio piuttosto che al cavalletto, e abbia oscurato i suoi meriti per quelli del marito Joseph, Anni è riuscita comunque a tessere la sua magia.

2019 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 gennaio 2019

Anni Albers @ Tate Modern

www.tate.org.uk