Al Victoria & Albert Museum una grande mostra sull’età d’oro dei transatlantici.

Ah, il fascino delle navi da crociera! Alzi la mano chi appartiene alla mia generazione e non ricorda Love Boat la serie televisiva americana ambientata su una nave da crociera, trasmessa da noi su Canale 5  negli anni Ottanta, con il suo equipaggio più simile ad un gruppo di colonnisti della posta del cuore?

Ma i transatlantici al centro della mostra del Victoria and Albert Museum, dal tirolo Ocean Liners: Speed and Style, sono gli antenati delle torreggianti navi da crociera dei nostri giorni, quelle città galleggianti che trasportano oltre 6000 passeggeri e che oscurano con la loro spaventosa mole la Giudecca e rovinano le delicate pietre di Venezia. Il povero Ruskin sarebbe devastato al pensiero…

Ma il transatlatlico più famoso è certamente quello che è andato a fondo, il Titanic affondato durante il suo viaggio inaugurale al largo delle coste della Groenlandia. Ma qui al museo il focus è sugli altri transatlantici, quelli che sono sopravvissuti ai ghiacci e alla Seconda Guerra Mondiale e che sono diventati il simbolo di un’epoca di ottimismo, progresso ed eleganza.

Come l’inglese Queen Mary per esempio (1936), o il francese Normandie (1935), o il tedesco Bremen (1928) – anche se, naturalmente, non poteva mancare il relitto del Titanic, lo stesso che (in forma di replica) figura nella tragica scena del naufragio a cui si aggrappano Kate Winslet e Leonardo di Caprio del filmone di James Cameron…

 The Queen Mary ocean liner Credit: V&A
The Queen Mary ocean liner Credit: V&A

Quando il mare era l’unica strada per andare da un continente all’altro, il transatlantico era l’unico mezzo di trasporto capace di solcare gli oceani e di raggiungere parti remote del mondo. Ma viaggiare per mare era una faccenda scomoda e affollata e nessuno avrebbe affrontato la lunga traversata transoceanica a meno che non fosse stato assolutamente necessario. Compito delle nuove compagnie di bandiera era far cambiare idea alla gente e, visto il successo ottenuto, direi ci riuscirono in pieno! Non a caso che l’epoca d’oro dei transatlantici coincide con quella della grafica, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Accattivanti campagne di marketing che offrivano spazi personalizzati alla portata di tutte le tasche, promuovono un’idea del viaggiare per mare che va oltre alla questione  puramente pratica in breve attraversare l’oceano non è più solo una questione pratica, ma anche e soprattutto un piacere.

Tra le due guerre Gremania, Francia ed inghilterra competono per la supremazia europea  e queste vere e proprie città galleggianti divennero potenti simboli del progresso e della modernità del XX secolo. E ogni anno si disputavano la Blue Riband, il premio per la nave più veloce ad attraversare l’Atlantico. Inutile dire che conquistarla era un onore patriottico, oltre che una manna per la reputazione

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Chi viaggiava per mare si sentiva speciale e le compagnie di navigazione facevano in modo che questo i passeggeri non lo dimenticassero mai. Ogni aspetto del viaggio – dal momento della prenotazione, all’arrivo a destinazione – era perso attentamente in considerazione e ed era volto a promuovere un’idea di lusso ed eleganza dapprima inesistente. Questo lusso aveva lo scopo di attirate i passeggeri più ricchi in un momento in cui, negli anni Venti del Novecento, gli stati uniti avevano imposto restrizioni all’immigrazione e non essendo più necessario tanto spazio per trasportare  bagagli, parte della stiva poté essere trasformata in cabine – la cosidetta classe turistica. Sale da ballo, piscine, negozi: a bordo ogni desiderio era esaudito. Chi se lo poteva permettere, poteva portare a bordo cameriere e maggiordomi, animali, automobili e tutto il bagaglio che poteva portare con sé (come fece l’ex re Edoardo VIII che si imbarcò con la moglie Wallis Simpson sul SS United States portandosi appresso un centinaio di valige). Le navi più grandi come la Queen Mary erano persino dotate di cappelle  cattoliche o protestanti, o di sinagoghe a seconda delle necessità.

Queste navi erano disegnate in moda da creare una serie di “momenti” nella giornata dei passeggeri. E nulla era più importante della “grande descent” durante la quale le signore eleganti scendevano in modo teatrale dalla scalinata che portava alla sala da pranzo e potevano così sfoggiavano i loro abiti. Questo momento divenne cosi importante che elaborate scalinate divennero un elemento fisso dell’architettura degli interni dei transatlantici – tanto la la loro assenza, soprattutto in una nave come la Queen Mary fece esclamare al fotografo Cecil Beaton che i progettisti britannici non avevano preso in considerazione i bisogni delle loro clienti! Che la moda a bordo era una cosa importante, e molti passeggeri (uomini e donne) ordinavano abiti nuovi per l’occasione, come quello splendido di Christian Dior indossato da Marlene Dietrich a bordo della Queen Mary diretta a New York nel 1950.

Ma L’eleganza non era limitata agli abiti: gli interni erano vere e proprie opere d’arte: se il salone di prima classe del Normandie decorato in stile Art Decó, con un gigantesco pannello in metallo dorato con figure a rilievo dell’artista Jean Dunand era il massimo dell’eleganza, la sala da pranzo di prima classe  dell’italiana Conte Grande aveva mobili disegnati da Giò Ponti.

 

Ma lungi dall’essere solo un luogo di lusso ed eleganza, questi giganti del mare si rivelarono cruciali per il trasporto delle truppe americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale (e rimpatriarle alla fine) e di emigranti in fuga dall’Europa in guerra e dalle persecuzioni naziste, o che andavano in cerca di una vita migliore nel nuovo continente. La Queen Mary in particolare era la nave più rappresentativa della marina britannica e durante la guerra Hitler arrivò ad offrire 250.000 sterline al sottomarino che l’avesse affondata. ma grazie alla sua stazza e alla sua velocità la nave era inaffondabile. su di lei furono perse alcune delle decisioni più importanti per il destino della guerra: era per Churchill il quartier generare marittimo, l’equivalente del Cabinet War Rooms di Londra.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita. E non si può lasciare la mostra senza provare una certa nostalgia per un periodo senza controlli di sicurezza ad ogni angolo e aerei perennemente in ritardo e cui viaggiare era una cosa più certamente più lenta, ma infinitamente più  elegante.

Londra// fino al 17 Giugno 2018

Ocean Liners: Speed and Style @ Victoria and Albert Museum

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2018 ©Paola Cacciari

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Jasper Johns: Something Resembling Truth @ Royal Academy

Per i miei nonni la bandiera americana a stelle e strisce cucita sulle uniformi dei soldati che marciavano per le strade distribuendo calze di nylon e cioccolata di Bologna (e di molte altre città) era un simbolo di libertà; per i miei genitori era il Rock’n Roll, il Far West, il boom economico, gli anni Sessanta. Per me, cresciuta negli anni Ottanta, era la musica di Bruce Springsteen, era Footloose e Ritorno al Futuro, era On the Road di Jack Kerouac – grandi fiumi, cieli immensi e strade senza fine.

Ed ora? Ora è Donald Trump. Scommetto che quando, anni addietro, i curatori della Royal Academy, della Tate Gallery e del British Museum hanno pianificato il programma delle future mostre delle tre famose istituzioni londinesi includendo mostre come Abstract ExpressionismAmerican Dream: pop to the presentAmerica after the fall, Robert Raushemberg ed ora questo Jasper Johns: Something Resembling Truth – non avevano previsto gli effetti dell’uragano Donald Trump sugli Stati Uniti d’America.

Penso a tutto questo persa nelle stelle e strisce di Jasper Johns (1930-). Si chiama Flag (1954–55) ed è quello che dice di esse re: una bandiera. Ma è anche un’opera d’arte, un quadro a tutti gli effetti dipinto con la tecnica ad encausto, un’antica tecnica pittorica applicata su muro, marmo, legno, terracotta, avorio e a volte anche sulla tela in cui i colori vengono mescolati a cera punica (che ha funzione di legante), mantenuti liquidi dentro un braciere e stesi sul supporto con un pennello o una spatola e poi fissati a caldo con arnesi di metallo chiamati cauteri o cestri (grazie Wikipedia!).

Flag, 1958 (encaustic on canvas) Photograph: Jamie Stukenberg/© Jasper Johns / VAGA, New York / DACS, London 2017
Flag, 1958 (encaustic on canvas) Photograph: Jamie Stukenberg/© Jasper Johns / VAGA, New York / DACS, London 2017

Verso la metà degli anni cinquanta Jasper Johns si impone sulla scena artistica americana, instaurando un nuovo rapporto tra immagine reale e immagine dipinta. Non per nulla fu uno dei principali esponenti del New Dada, la corrente artistica americana molto vicina al Nuovo realismo francese, per la quale gli oggetti di uso comune vengono inseriti in un’opera d’arte, così come già si era visto nell’arte Dada di Marcel Duchamp.
Come per Duchamp, anche per Johns il problema della rappresentazione del reale trova una possibile soluzione attraverso l’inserimento dell’oggetto stesso (il famoso ready-made di Duchamp) all’interno del dipinto. E molto prima di Andy Warhol e della Pop Art, Jasper Johns inserisce nelle sue opere “quegli oggetti “[…] che si guardano, ma che non si vedono”. Come una bandiera appunto. O una lattina di birra. O una scopa. Uh!

Fool’s House, 1961–62. Photograph: Jasper Johns/VAGA, New York/DACS, London 2017

Johns libera l’arte dalla struttura filosofica dell’espressionismo astratto, riducendo al minimo l’intervento dell’artista. Ma c’è molto di più in Johns dell’incorporare una scopa, un piatto di ceramica, o una tazza nei suoi dipinti. La sua filosofia era infatti “Prendi un’ oggetto. Facci qualcosa. Facci qualcos’altro.” Scrive l’americano in uno dei suoi diari negli anni Sessanta – una dimostrazione che l’atteggiamento ironico ed iconoclasta che lo ha sempre contraddistinto e’ molto spesso diretto proprio contro la sua stessa arte.
Almeno fino alla fine degli anni Settanata, dopodiché sembra scivolare nell’astratto virtuosismo (o mera ripetizione che dir si voglia) una cosa che i curatori hanno cercato di nascondere alla meno peggio allestendo la mostra in modo tematico piuttosto che cronologico, ma che non nasconde il fatto che le opere prodotte dagli anni Ottanta in poi sono decisamente inferiori a quelle precendenti.
Detto questo, l’impatto di Jasper Johns sul panorama artistico del XX secolo è innegabile. Lui è l’anello di congiunzione tra il Modernismo e l’arte concettuale. Rompendo con un movimento e inaugurandone un’altro (sebbene forse senza saperlo…) ha influenzato la generazioni di artisti che lo hanno seguito.

Londra// fino al 10 Dicembre 2017

Jasper Johns: Something Resembling Truth @ Royal Academy

2017 ©Paola Cacciari

L’aiuto (The Help) di Kathryn Stockett

Jackson, Mississippi, 1962. Un mondo pieno di controsensi in cui cameriere di colore allevano bambini bianchi, ma sono sospettate di rubare l’argenteria. C’è Aibileen, che alleva il suo diciassettesimo bambino bianco mentre cerca di riprendersi dalla tragica morte del proprio figlio morto in un incidente sul lavoro tra l’indifferenza generale; Minny, bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, la cui cucina è piccante quasi come la sua lingua, una lingua che le cuasa di essere licenziata di continuo. E c’è la bianca Miss Eugenia “Skeeter” Phelan, tornata a vivere in famiglia dopo aver frequentato l’università, che sogna di divenatare scrittrice. Ma per sua madre, però, il fatto che si sia laureata conta ben poco che l’unica cosa che vuole per la figlia è un buon matrimonio.

Skeeter, Aibileen and Minny che diventano amiche a dispetto di tutto e di tutti. Nonostante le barriere quasi insormontabili poste dal colore delle loro pelle e dalla classe sociale. E le cui voci raccontano una storia straordinaria. Pubblicato nel 2009 dopo cinque anni di gestazione, The Help (in italiano L’aiuto) di Kathryn Stockett è davvero un bel libro.

 

Bologna loves Hamburg via The Beatles

Una recensione (questa volta in inglese) di una mostra sui Beatles nella mia Bologna. Astrid Kirchherr with the Beatles, a Palazzo Favae’ davvero da non perdere. Qui nella recencesione di Flaneur in Bologna 🙂 Buona lettura!

Flaneur in Bologna

It was impossible not to sing along this afternoon while Stefanie Hempel, beautiful low voice, cheerful interpretation and ukulele, was tuning Here comes the sun and With a little help from my friend at Palazzo Fava. The german singer was a special gift for the first day of Astrid Kirchherr with the Beatles, by Genus Bononiae and Ono Arte Contemporanea, an exhibition for all of those who have a little Dear Prudence, Blackbird or Lucy in the sky gently tattooed in their hearts.

1. AHDN_FabFour_Press LOWcredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO ASTRID KIRCHHERR 

I’m one of them and I was also one of the many improvised Beatles’ scholars. When I was 17 I spent a couple of weeks eagerly reading their biography, with that typical sting of pain for not having been there. And among the many “there” of the history of the Beatles there’s Hamburg.

7. The Beatles, Hugo Haase, 1960 LOW REScredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO…

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Balenciaga

“Se l’ alta moda è un’orchestra, Cristobal Balenciaga ne è stato a lungo il direttore. Noi altri stilisti siamo i musicisti e seguiamo le indicazioni che dà”

disse di lui Christian Dior. Ed è al genio indiscusso del couturier spagnolo che è dedicata la mostra del Victoria & Albert Museum dal titolo Balenciaga: Shaping Fashion. Con un centinaio di oggetti in mostra tra abiti, cappelli, fotografie di Cecil Beaton e Richard Avedon (e molti altri) e numerosi schizzi, modelli tecnici e immagini a raggi X che svelano i segreti della perfezione dei suoi abiti e che faranno felici gli appassionati del settore della moda, la mostra si concentra sul periodo degli anni Cinquanta e Sessanta del couturier, un periodo durante il quale Balenciaga diede pieno sfogo alla sua creatività e che lo vide introdurre una serie sorprendente di innovazioni nelle forme e nei materiali.

Dovima with Sacha, cloche and suit by Balenciaga, Café des Deux Magots, Paris, 1955. Photograph by Richard Avedon © The Richard Avedon Foundation

Nato nel 1895 a Getaria, un piccolo villaggio di pescatori dei Paesi Baschi in un epoca in cui le donne erano ancora prigioniere di corsetti e crinoline, nulla nella semplice infanzia di Cristóbal Balenciaga Eizaguirre (1895-1972)  sembrava predestinarlo all’olimpo dei grandi dell’alta moda. Alla morte del padre, anche lui pescatore, il dodicenne Cristóbal fu mandato a guadagnasi da vivere come apprendista da un sarto, mentre la Señora Balenciaga si dava da fare a cucire e a rammendare gli abiti degli aristocratici che trascorrevano l’estate nella ville vicine; fu così che il giovanotto conobbe la Marquesa Casa Torres, Blanca Carrillo de Albornoz y Elio, la donna che diventerà la sua prima cliente e mecenate e che, secondo la leggenda, permise al ragazzino di scucire un tailleur di Poiret comprato durante uno dei suoi viaggi a Parigi per vedere come era fatto. Grazie ai contatti della nobildonna, la fama di sarto esperto del nostro giovane talento cominciò presto a spagersi per la Spagna e al primo atelier a San Sebastián nel 1917, seguirono presto quelli di Madrid e Barcellona.

Elise Daniels with street performers in a suit by Balenciaga in Paris, 1948. Photograph: Richard Avedon/Victoria and Albert Museum London

Erano anni importanti quelli dell’inizio del XX secolo per l’Europa dell’arte e del design, con il Bauhaus di Walter Gropius in Weimar e il De Stijl di Piet Mondrian e Theo van Doesburg in Olanda che promuovevano la semplificazione delle linee e si opponevano strenuamente all’ornamentazione. Ma per il giovane Balenciaga e per i suoi aristocratici clienti, immersi nel mondo provinciale della Spagna d’inizo secolo e lontana anni luce dal modernismo di quei paesi lontani, l’ornamentazione non era certo un crimine, ma qualcosa da celebrare insieme ad elementi caratteristici della sua Spagna come il pizzo, il bolero e il contrasto tra rosa e nero.

Tuttavia, tutto questo era destinato a finire con lo scoppio della Guerra Civile nel 1937 e la conseguente fuga delle famiglie aristocratiche dal regime del Generale Francisco Franco. Trovatosi senza clienti,  Balenciaga decise che anche per lui era arrivato il momento di trasferirirsi a Parigi. Ed è dalla sua nuova casa di moda al numero 10 dell’Avenue George V, nel cuore della capitale francese, che svela  ad una sbalordita clientela la sua prima collezione d’alta moda interamente in nero ispirata al Rinascimento spagnolo. L’incantesimo è gettato: da quel momento Parigi diventa preda di una vera e propria “balenciagamania”: dalla regina Fabiola del Belgio alla Duchessa di Windsor, tutte le donne sono improvvisamente pazze per Balenciaga. E come non esserlo?

Bello, alto ed elegante, aveva l’aspetto e il portamento di un divo del cinema. Eccentrico e solitario, poco amante  del denaro e delle persone (nel corso della sua lunga vita concesse solo un’intervista nel 1971, al Times), Balenciata era tuttavia riverito come una divinità da una clientela, eccentrica come lui che andava da icone di stile  come Jackie Kennedy ed Helena Rubinstein, ad attrici come Ava Gardner, Grace Kelly, a personaggi del jet-set e giornaliste e nobildonne come Mona Harrison-Williams, la Contessa di Bismarck, tanto devota al couturier che persino i suoi pantaloni da giardinaggio erano Balenciaga, e che alla notizia della scomparsa dello stilista nel 1972, si rinchiuse nella sua stanza e non ne uscì per tre giorni.

Ma per Balenciaga il successo, quello con la “S” maiuscola non arriverà prima della fine della Seconda Guerra Mondiale quando, grazie agli investimenti economici americani del Piano Marshall, la Francia assiste ad un boom economico senza precedenti. Nel giro di un trentennio il potere d’aquisto del francese medio cresce del 170% e famiglie che prima della guerra non possedevano il frigo, la lavatrice o il telefono si trovavano improvvisamente in possesso di un reddito disponibile che sono ansiose di spendere. I tempi stavano cambiando e il mondo della moda era pronto per qualcosa di nuovo e radicale. E Balenciaga provvede.

Perché se gli anni Cinquanta sono di Dior e del suo New Look, gli anni Sessanta appartennero a Balenciaga e ai suoi discepoli. Lo spagnolo, che aveva cominciato come sarto (uno dei pochi maestri della moda in grado di disegnare, tagliare e cucire i propri abiti), non partiva mai dal disegno. “È il tessuto che decide” era solito dire a proposito del modo in cui “costruiva” le sue creazioni.  Camicie senza colletto, scollature piatte, abiti a palloncino, a tunica, a sacco e scamiciati: quelli di Balenciaga sono abiti che si staccano dal corpo inventando volumi nuovi che eliminano completante il punto vita e liberano le donne dalla costrizione dei corsetti imposta dal New Look di Dior. Per lui l’unica decorazione mmessa in un abito è la sua forma: basta guardare all’iconico “envelope dress”, il tubino a quattro angoli raccolti sullo scollo in uno spaziale volume conico (che ebbe un grande successo con la stampa, ma che non vendette molti capi in quanto la sua forma così particolare rendeva per chi lo indossava particolarmente difficile sedersi o andare al bagno…), o all’abito da sera “chou” (cavolo), con una monumentale rouche di seta nera che può fungere da cappuccio o mantella. L’immacolato astrattismo di Balenciaga diventa sinonimo di modernismo puro alla Le Corbusier, che non per nulla di Balenciaga era contemporaneo.

L’ironia della situazione era che il nostro Cristóbal detestava il modernismo e la modernità e già nel 1968 ne aveva piene le tasche del movimento giovanile e della rivoluzione degli anni Sessanta. A differenza di Yves saint Laurent, che farà sua la moda di strada incorporandola nella sua linea di Prêt-à-Porter Rive Gauche lanciata nel 1966, Balenciaga aborriva la moda pronta, e piuttosto che scendere a compromessi preferiva condurre di persona i suoi clienti più affezionati nell’atelier del suo discepoli Hubert de Givenchy, Emanuel Ungaro e André Courrèges. E fu proprio quest’ultimo che, dopo essersi fatto le ossa nell’atelier dello spagnolo negli anni Cinquanta, aprì la sua casa di moda nel 1961 e divenne famoso per le sue creazioni dal disegno geometricamente semplice e moderno, come i famosi abitini bianchi spesso abbinati agli iconici stivaletti anch’essi bianchi con tacco basso.

Dal canto suo nel 1968 Balenciaga, sconcertato da un’epoca in cui non si riconosceva e incapace di abbracciare la produzione di massa, decise che era arrivato il momento di chiudere bottega e uscire di scena con lo stesso stile con cui aveva vissuto tutta la sua vita – anche se con una mossa che probabilmente avrebbe fatto orrore allo spagnolo, il marchio fu rilanciato nel 1987 con una linea di prêt-à-porter creata da Michel Goma, che tuttavia non ebbe il successo desiderato. Ora  il marchio Balenciaga è ritornato a quello che sa fare meglio, la haute couture – dapprima nelle mani sapienti di Nicolas Ghesquière ed ora in quelle dell’attuale direttore creativo Demna Gvasalia. Una dimostrazione di quanto ancora oggi le acrobatiche creazioni di Cristóbal Balenciaga continuino ad ispiare una nuova generazione di nuovi talenti.

Pubblicato su Londonita

By Paola Cacciari

Londra// fino al 18 Febbraio 2018

Balenciaga: Shaping Fashion

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London SW7 2RL.

 

 

American Dream: pop to the present @ British Museum

Dopo quella alla Royal Academy America after the fall, che si occupava dell’arte America dopo il crollo della borsa di Wall Street, eccovi un’altra mostra sull’arte Americana degli anni Cinquanta e Sessanta, questa volta al British Museum. Ma il fatto e’ che gli ultimi sessant’anni sono stati tra i più turbolenti ed eccitanti della storia americana. Anni che hanno visto l’omicidio di JFK, il lancio dell’Apollo 11 che per primo portò gli uomini sulla Luna, la guerra del Vietnam, le lotte razziali e quelle per i diritti degli omosessuali, l’AIDS, il terrorismo, le lotte sociali e di classe. American Art fa esattamente quello che dice di fare: esamina il modo in cui gli artisti americani hanno risposto a questi terremoti storico-sociali usando principalmente il mezzo della stampa.

Anche se i Cinesi arrivarono prima, la tecnica della stampa a caratteri mobili fu introdotta in Europa alla verso la metà del XV secolo Johannes Gensfleisch zum Gutenberg, tedesco di Magonza. E il mondo non fu mai più lo stesso. Rendendo possibile la rapida riproduzione in identiche copie di un testo scritto, si aumentò la circolazione della conoscenza, dando così a più persone la possibilità di leggere testi di ogni tipo e creando le premesse per la moderna libertà di informazione. Il fatto poi che i libri stampati, anche se ancora alti, fosse infinitamente più economici dei manoscritti rese la conoscenza una risorsa disponibile se non a tutti, a molti. Questo vale anche per le immagini e quando alla fine del XVIII secolo fu introdotta la tecnica della litografia, anche le immagini a colori e disegni realizzati a mano furono disponibili al grand pubblico.

Ma la stampa come arte fine a se stessa non è mai stata l’oggetto di una mostra, perlomeno non di una così grande come questa del British Museum opportunamente chiamata American Dream: Pop to the present. E già dalla prima sala preparatevi a stupirvi che a darci il benvenuto ci sono le grandi stelle della Pop Art degli anni Sessanta come Andy Warhol a Roy Lichtenstein che si sono impossessati della tecnica della stampa con l’entusiamo di bambini con un nuovo giocattolo. Il boom del dopoguerra diede a personaggi come Lichtenstein la possibilità di accedere con facilità alle stamperie e ai laboratori in cui si producevano immagini e per la prima volta il lavoro dell’artista si trasforma da opera solitaria a lavoro di squadra. La ripetizione degli stessi motivi vuole dare l’idea di una realtà come quella americana contemporanea, mediata da una mole di immagini che sono stampate e trasmesse allo stesso tempo. Ma se si cerca un filo conduttore, questo è dove ci si perde che la quantità di opre è così vasta che si salta dall’astrazione alla figurazione, dalla Pop Art a sezioni sull’HIV/Aids e femminismo lungo cinque decenni e a volte il tutto pare un po’ affrettato. Ma i volti in tecnicolor delle Marilyn Monroe di Warhol, le bandiere americane di Jasper Jones e il sole della California di Ed Rusha restano a ballare sulla retina per un bel po dopo che si e’ usciti dalla mostra. Ipnotici , nel vero senso della parola…

Edward Ruscha’s ‘Standard Station’ (1966) © Scala
Londra//fino al 18 Giugno 2017
American Dream: pop to the present.
The British Museum

Pink Floyd: Their Mortal Remains @Victoria and Albert Museum

Chi sostiene che i maiali non possono volare non ha mai visto quello gonfiabile che si è innalzato sopra la facciata vittoriana del Victoria e Albert Museum di Londra nell’Agosto del 2016. Ma a differenza di quando fu issato sulla centrale elettrica di Battersea nel 1976, quando un colpo di vento ruppe le corde che lo trattenevano facendolo volare via sul cielo di Londra intralciando il traffico sopra l’aereoporto di Heathrow, questa volta il maiale in questione si è limitato a rallentare il traffico sulla caotica Cromwell Road, sotto gli occhi allibiti dei passati. Che, diciamocelo, non capita tutti i giorni di andare al lavoro una mattina e di trovarsi improvvisamente catapultati nell’immaginario di Animals. Ma in quella particolare occasione, il maiale rosa, che insieme a prismi e a martelli è uno dei dei simboli più riconoscibili dei Pink Floyd, è stato fatto fluttuare nel cielo estivo della Capitale per annunciare il lancio di The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, la grande retrospettiva sulla cult-band britannica che, dopo la mai avvenuta apertura alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2014, sarebbe stata ospitata nelle sale del museo di South Kensington il Maggio successivo.

Pink Floyd, Belsize Park ®Pink Floyd Music Ltd

Ed ora, dopo le grandi mostre David Bowie Is nel 2013 e You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-1970 nel 2016, è il momento della grandissima rock band inglese (che quest’anno celebra il cinquantesimo anniversario dell’uscita del loro primo album, The Piper at the Gates of Dawn, uscito nell’Agosto del 1967 e registrato nei mitici studi di Abbey Road, mentre i Beatles stavano lavorando a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nella stanza accanto) di ricevere le attenzioni del grande museo d’arte e design britannico con una mostra che esplora il storico e culturale in cui Pink Floyd hanno mosso i primi passi e sviluppato il loro unica linguaggio visivo e teatrale.

La mostra racconta la storia della lunga e travagliata carriera del gruppo inglese – o almeno dei suoi quattro personaggi principali, il cantante e chitarrista David Gilmour, il bassista e cantante Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason. Una storia fatta di liti, separazioni, riunioni e progetti solisti, ma sempre e comunque di grande, grandissima musica. Una storia raccontata in 350 oggetti che vanno dal materiale d’archivio ai costumi di scena (amorevolmente collezioni e conservati da Nick Mason), dall’amata chitarra Fender Strat nera e bianca di David Gilmour ai sintetizzatori di Rick Wright alle lettere scritte da Syd Barrett alla sua fidanzata Jenny Spiers.

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd
Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Fu proprio a quel genio anticonformista di Barret, forse l’unica vera rock star del gruppo, a cui si deve la nascita dei Pink Floyd nel 1965 (il cui nome deriva dall’unione dei nomi di due vecchi jazzisti, Pink Gingham e Floyd Cramer molto amati da Barret) e a trasformare così un gruppo di studenti di Architettura di Londra in qualcosa di molto più interessante. Per cui quando, nell’aprile del 1968, a causa del progressivo deterioramento della sua già fragile salute mentale, esacerbato dal suo uso divenuto leggendario di droghe e psicofarmaci,  Syd Barret dovette lasciare il gruppo, i più (compresi gli stessi membri della band) pensarono che la carriera dei Pink Floyd fosse arrivata al capolinea ancora prima di aver decollato. Il suo sostituto infatti, il geniale chitarrista e cantante David Gilmour, sebbene avesse sulla carta tutti gli ingredienti per lo status di ‘dio del rock’, era ancora più schivo e riservato degli altri… Fortunatamente (per tutti) le peggiori paure si rivelarono infondate e il gruppo continuò a crescere e a svilupparsi sul sentiero indicato da Barret. Ma basta guardare le loro prime foto in bianco e nero (che mostrano quattro giovani dai volti così puliti e ordinari da essere assolutamente immemorabili – anche con Sid Barret tra loro, che era tanto fotogenico quando talentuoso e creativo) per capire cosa intendeva il mitico John Peel, giornalista, conduttore radiofonico e disc-jockey nonché voce storica della BBC Radio One, quando disse che i Pink Floyd “avrebbero potuto unirsi al pubblico dei loro stessi concerti  senza essere riconosciuti.”

Hands over eyes © Pink Floyd Music Ltd photo by Storm Thorgerson Aubrey Powell 1971 Belsize Park

Di fatto sembrava che tanto più grande diventasse il loro successo, quanto più i Pink Floyd cercassero di allontanare da sé dalle luci della ribalta. Ma l’impegno messo dai quattro nell’allontanare da loro stessi le attenzioni del pubblico era difficilmente una ricetta per il successo per una rock band e la foto promozionale della tourneè del 1972 di The Dark Side of the Moon mostra la band dare le spalle alla macchina fotografica: difficilmente un’immagine in grado di competere con gli iconici fulmini dipinti sulla faccia del Ziggy Stardust di David Bowie o le rune (ZoSo) dei Led Zeppelin

Le cose cambiarono nel 1973 con l’uscita dell’abum The Dark Side of the Moon. Il prisma triangolare rifrangente un raggio di luce raffigurato sulla copertina è un vero e proprio colpo di genio: creato dallo Studio Hipgnosis  di Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell, autori anche di altre iconiche copertine di Wish you were here (due uomini d’affari che si stringono la mano, mentre uno di loro sta andando a fuoco) e Animals (il maiale che fluttua sopra la centrale di Battersea Power Station) è ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza, una delle immagini più riconoscibili della band.

La sezione su The Wall del 1979 è la più drammatica ed è anche la mia preferita: un maestro gonfiabile basato sul disegno caricaturista Gerald Scarfe e basato sui ricordi degli anni trascorsi in collegio da Roger Waters, si affaccia sopra un vasta parete in mattoni bianchi che richiama sia la copertina del disco che il palco del concerto omonimo. È difficile non essere emozionati. Dai sette anni in poi, più o meno il periodo in cui ho cominciato a prestare attenzione ad altre canzoni che non fossero quelle dello Zecchino d’Oro, non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui io non abbia ascoltato i Pink Floyd. E se pare un po’ estremo è perché lo è: credetemi, solo un marziano sarebbe cresciuto negli anni Settanta senza conoscere Wish You Were Here, Money e Another Brick in the Wall.

Il senso dell’isolamento dei Pink Floyd di fronte al loro crescente successo è un tema che ricorre durante tutta mostra. Ma come le copertine dei loro dischi, anche il percorso espositivo – iniziato in modo così potentemente innovativo – si indebolisce con il passare del tempo e l’aumento delle liti tra i membri della band. The Final Cut (1983) è l’ultimo l’ultimo concept-album di Roger Waters con i Pink Floyd, creato sulla scia della guerra delle Falkland e dedicato a suo padre, morto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Grande assente dalla band è il tastierista Richard Wright, allontanato dal gruppo per le divergenze sorte con Waters negli ultimi tempi. Riconvocato da David  Gilmour nel 1986 come musicista “stipendiato” per A Momentary Lapse of Reason (1987) il primo album in studio senza Roger Waters, Wright torna a tutti gli effetti come membro principale del gruppo con l’album Delicate Sound of Thunder (1988) e Division Bell (1994). Morirà di cancro ai polmoni nel 2008.

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari (4)
Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari

Inevitabilmente con più ci si inoltra nella mostra e con essa, nella storia della band (e nelle loro immancabili liti, riunioni e separazioni), si scivola nel manierismo autocelebrativo – un destino inevitabile, vista l’evoluzione dei Pink Floyd dopo la partenza di Roger Waters, indubbiabente la mente più creativa ed innovativa del gruppo. E  insieme alla nozione del tempo, si comincia a perdere un po’ di vista anche ciò che i Pink Floyd come band hanno rappresentato per l’evoluzione della musica, con la loro ricerca filosofica e gli esperimenti sonori, grafici e i loro grandiosi concerti.

Ma il sentimento è di breve durata, immediatamente spazzato via dall’elettrizzante stanza finale dove il video di Comfortably Numb (con i Pink Floyd al Live 8 del 2005 con un ritrovato Roger Waters ritornato eccezionalmente per l’occasione) proiettato sulle pareti a trecentosessanta gradi, ci risucchia come un vortice nel magia di una delle più grandi band della nostra epoca.

 

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 1 Ottobre 2017

Pink Floyd: Their Mortal Remains

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, Londra.

vam.ac.uk

 

Addio a Roger Moore

È stato un brusco risveglio quello di stamattina. Che uno non si aspetta di iniziare la giornata con la notizia che l’ennesimo fanatico dell’IS si è fatto saltare in aria la sera prima alla fine del concerto della cantante pop americana Ariana Grande nella grande arena nel centro di Manchester, al Nord dell’Inghilterra.  Ma la cosa non mi sorprende: mentre gli occhi di tutti erano fissi su Londra,  un solo pazzoide è riuscito a prendersi la vita di 22 persone (molti poco più che bambini) e a lasciarsi dietro una scia di almeno 59 feriti. Un numero che probabilmente è destinato a salire, visto che molti erano gravi.

Tra l’orrore generale che ha investito la Gran Bretagna alla vigilia delle elezioni, la notizia della morte di Roger Moore è passata praticamente sotto silenzio, ignorata dai telegiornali del mattino e ridotta ad un piccolo avviso sul telefono – cortesia dell’app della BBC. Aveva 89 anni e ha vissuto una vita piena – al contrario di molti dei ragazzini falciati dal terrorista di Manchester che semplicemente non ne hanno avuto la possibilità di avercela affatto una vita. Ma nonostante tutto la notizia mi ha messo una gran tristezza.

From 1962 to 1969, Sir Roger became one of the UK's most popular TV stars playing the Saint, aka the debonair Simon Templar,
The Saint, aka the debonair Simon Templar,

Con lui se n’e andato un pezzo della mia giovinezza, quella che sognava un’Inghilterra piena castelli e passaggi segreti, di prati verdi su cui correvano cavalli neri che si chiamavano Black Beauty, di detectives con la bombetta e l’accento francese (pardon, belga!) e di Lord giovani e belli che avessero i occhi azzurri e la fossetta nel mento e la faccia di Roger Moore.

Che ho sempre avuto un debole per Roger Moore. Non quello di 007 (QUELLO era Sean Connery), ma quello di Simon Templar ne Il Santo (The Saint) e di Attenti a quei due (che in UK si chiamava The Persuaders) dove Moore interpretava la parte dell’aristocratico inglese Lord Brett Sinclair a fianco del geniale Tony Curtis  nel ruolo del milionario americano Daniel Wilde. Inutile dire che queste due serie televisive degli anni Sessanta e Settanta replicate a raffica nei programmi del pomeriggio dalla RAI quando ero alle medie, ebbero effetti devastanti sulla mia (già) galoppante fantasia di figlia unica, con il risultato che appena ho potuto ho fatto le valigie e ho attraversato la Manica.

In 1971 Sir Roger landed the joint lead role in the actioncomedy TV show The Persuaders! alongside Tony Curtis. Sir Roger played Lord Brett Sinclair and Curtis the self-made millionaire Danny Wilde.
Roger Moore and Tony Curtis in The Persuaders!

MA di Attenti a quei due ricordo anche a distanmza di tanti anni  anche il motivo musicale della sigla, uno dei più famosi e riconoscibili della storia televisiva, composto da John Barry, già autore delle musiche dei film di James Bond.

 

David Hockney @ Tate Britain

Quando nel 2012 sono andata a vedere David Hockney: A Bigger Picture la mostra che la Royal Academy aveva dedicato ai nuovi paesaggi che David Hockney aveva dipinto nel suo natio Yorkshire non capivo il motivo di tutto quel trambusto. I quadri belli certo, e grandi e molto colorati, ma per quanto guardassi non riuscivo a ‘vedere’ il cosa facesse di questo pittore il più grande pittore inglese vivente. Tanto che quando, l’anno scorso, la stessa Royal Academy ha montato David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still-life, non mi sono neppure presa la briga di andare a vedere la mostra.

Il fatto è che ci sono artisti che fanno così parte della nostra vita che alla fine si pensa di conoscerli bene, anche se di fatto (e certamente nel mio caso), non si sfiora neppure la conoscenza superficiale. Così, quando in realtà mi sono trovata faccia a faccia con un “vera” retrospettiva di Hockney – quella che la Tate Britain ha dedicato a questo gigante dello Yorkshire e del XX secolo per celebrare i suoi 80 anni e una carriera che dura da sessant’anni, è stato come incontrarlo davvero per la prima volta. Il fatto poi che propro di recente la BBC4 abbia riproposto HOCKNEY il magnifico documentario diretto da Randall Wright sulla vita dell’artista, è stata una fortunata coincidenza per chi come me non aveva mai avuto il tempo (e l’inclinazione) per fare una conoscenza un po’ più approfondita con questo questo personaggio. Ed è stato amore a prima vista.

David Hockney è un artista che va oltre i confini. Da quelli artistici (sperimenta praticamente con tutte le tecniche a sua disposizione: dalla tradizionale pittura ad olio all’acrilico, dal disegno alla fotografia, dalla videoarte all’arte digitale creata con l’ipad) a quelli geografici, avendo scambiato l’Inghilterra con la California nel 1964. Daltra parte chi può dargli torto. Lo Yorkshire sarà anche bellissimo, ma piove sempre e uno viene anche scusato se ha la possibilità di abbandonare la pioggia e il freddo di Bradford per il sole di Los Angeles come ha fatto Hockney nel 1964, quando ha lasciato tutto e per dirigersi verso climi più miti. Ciò che ha trovato dall’altra parte dell’Atlantico è stato un mondo pieno di colore, di piscine blu, di libertà sessuale (o almeno di più libertà sessuale rispetto alla Gran Bretagna, dove l’omosessualità era illegale fino al 1967) e di infinite possibilità che cambiano la sua arte per sempre. Abbandonando i toni cupi alla Francis Bacon, Hockney adotta un colorato naturalismo leggero come una boccata d’aria fresca. I quadri del periodo non riflettono solo il sole e il clima della California, ma la libertà e la leggerezza della sua nuova vita. E sono bellissimi.

Dipingere immagini naturalistiche lo fa sentire libero, una reazione all’astrattismo e al modernismo, la possibilità finalmente di esprimere se stesso. Ma sono i suoi ritratti che mi colpiscono in modo particolare: si tratta di amici, genitori, altri astisti, scrittori e (spesso) i suoi amanti. E se i soggetti sembrano messi in posa, quasi finti e irreali è perché lo sono che per Hockney realtà (o meglio, irrealtà) e artificialità sono parte della stessa medaglia. Uno dei miei quadri preferiti ritrae lo scrittore inglese Christopher Isherwood e il suo compagno, l’artista americano Don Bachardy nella loro casa di Santa Monica. I due si erano incontrati nel 1952 quando Bachardy aveva 18 anni e Isherwood 48 e nonostante la differenza d’eta’ rimasero insieme per oltre trent’anni, fino alla morte di Isherwood nel 1986. Hockey li ritrae in un’atmosfera di intima, confortevole domesticità: un audace dichiarazione da parte di quella che, all’epoca, era l’unica coppia di alto profilo apertamente gay, come lo era Hockey nonostante in Gran Bretagna l’omosessualità fosse ancora un crimine.

I lived in Bohemia, and Bohemia is a tolerant place.’

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968
Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968. Private Collection, London © David Hockney

E se i soggetti ritratti sono affascinanti, è la tecnica con cui sono immortalati che mi colpisce più di ogni altra cosa. Quasi tutti i quadri di questo periodo (anni Sessanta/Settanta) sono dipinti in acrilico, che si asciuga subito e non può essere rimosso dalla tela rendendo correzioni e ripensamenti impossibili e richiedendo quindi mano sicura e idee chiare. Ma sin dall’infanzia disegnare per Hockney è sempre stato un modo per osservare la realtà con più attenzione e nel corso degli anni ha sviluppato una la capacità di catturare l’essenza di una scena nel più breve tempo (e metodo) possibile. Basta guardare il disegno del suo amico, lo stilista Ossie Clark: poche linee tracciate ad inchiostro e pastello e il gioco  è fatto!

“Ossie Wearing a Fairisle Sweater” 1970 Private Collection, London © David Hockney

Eppoi ci sono le foto. L’idea che una foto catturi la vita in modo più realistico di un dipinto non attacca con Hockney, per il quale noi non vediamo le cose da una solo punto di vista come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ma da tanti punti diversi.

“When you put one piece of paper on top of another… you put two pieces of time together, and therefore make a space. I thought I was making time, then you realise you’re making space… Then you realise time and space are the same thing.”

Cosi ha cominciato a fare collage di fotografie dello stesso soggetto visto da angoli diversi. E il risultato è mozzafiato, un po’ come deve vedere il mondo attraverso gli occhi di una mosca suppongo…

Hockney cameraworks internal5 1000 650x682 joiners Creative Polaroid Collages by David Hockney

Negli anni Novanta torna nello Yorkshire per stare vicino alla madre molto anziana. Il ritorno alla terra natia non poteva non avere impatto anche sulla sua arte. Improvvisamente si trova immerso in boschi e sentieri, circondato da dolci colline. Il risultato sono una serie di giganteschi paesaggi (quelli della Royal Academy del 2012 che ho citato prima) che cercavano di catturare o ri-catturare i luoghi del suo passato e nonostante la scala monumentale sono stranamente intimi… Al giorno d’oggi alla veneranda età di ottant’anni Hockney non ha ancora finito di sperimentare e le sue ultime opere sono creata e con un’applicazione dell’ipad. Un’ennesima prova che, a dispetto della tecnica, Hockney è sempre lo stesso avventuroso Hockney.

“I’m interested in ways of looking and trying to think of it in simple ways. If you can communicate that of course people will respond, after all everybody does look. The question is, how hard.”

Qui trovate una selezione di opere di Hockney presenti nella mostra

Londra//fino al 29 Maggio 2017

David Hockney

Tate Britain

tate.org.uk

Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm
Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York
Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.
Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk