David Hockney @ Tate Britain

Quando nel 2012 sono andata a vedere David Hockney: A Bigger Picture la mostra che la Royal Academy aveva dedicato ai nuovi paesaggi che David Hockney aveva dipinto nel suo natio Yorkshire non capivo il motivo di tutto quel trambusto. I quadri belli certo, e grandi e molto colorati, ma per quanto guardassi non riuscivo a ‘vedere’ il cosa facesse di questo pittore il più grande pittore inglese vivente. Tanto che quando, l’anno scorso, la stessa Royal Academy ha montato David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still-life, non mi sono neppure presa la briga di andare a vedere la mostra.

Il fatto è che ci sono artisti che fanno così parte della nostra vita che alla fine si pensa di conoscerli bene, anche se di fatto (e certamente nel mio caso), non si sfiora neppure la conoscenza superficiale. Così, quando in realtà mi sono trovata faccia a faccia con un “vera” retrospettiva di Hockney – quella che la Tate Britain ha dedicato a questo gigante dello Yorkshire e del XX secolo per celebrare i suoi 80 anni e una carriera che dura da sessant’anni, è stato come incontrarlo davvero per la prima volta. Il fatto poi che propro di recente la BBC4 abbia riproposto HOCKNEY il magnifico documentario diretto da Randall Wright sulla vita dell’artista, è stata una fortunata coincidenza per chi come me non aveva mai avuto il tempo (e l’inclinazione) per fare una conoscenza un po’ più approfondita con questo questo personaggio. Ed è stato amore a prima vista.

David Hockney è un artista che va oltre i confini. Da quelli artistici (sperimenta praticamente con tutte le tecniche a sua disposizione: dalla tradizionale pittura ad olio all’acrilico, dal disegno alla fotografia, dalla videoarte all’arte digitale creata con l’ipad) a quelli geografici, avendo scambiato l’Inghilterra con la California nel 1964. Daltra parte chi può dargli torto. Lo Yorkshire sarà anche bellissimo, ma piove sempre e uno viene anche scusato se ha la possibilità di abbandonare la pioggia e il freddo di Bradford per il sole di Los Angeles come ha fatto Hockney nel 1964, quando ha lasciato tutto e per dirigersi verso climi più miti. Ciò che ha trovato dall’altra parte dell’Atlantico è stato un mondo pieno di colore, di piscine blu, di libertà sessuale (o almeno di più libertà sessuale rispetto alla Gran Bretagna, dove l’omosessualità era illegale fino al 1967) e di infinite possibilità che cambiano la sua arte per sempre. Abbandonando i toni cupi alla Francis Bacon, Hockney adotta un colorato naturalismo leggero come una boccata d’aria fresca. I quadri del periodo non riflettono solo il sole e il clima della California, ma la libertà e la leggerezza della sua nuova vita. E sono bellissimi.

Dipingere immagini naturalistiche lo fa sentire libero, una reazione all’astrattismo e al modernismo, la possibilità finalmente di esprimere se stesso. Ma sono i suoi ritratti che mi colpiscono in modo particolare: si tratta di amici, genitori, altri astisti, scrittori e (spesso) i suoi amanti. E se i soggetti sembrano messi in posa, quasi finti e irreali è perché lo sono che per Hockney realtà (o meglio, irrealtà) e artificialità sono parte della stessa medaglia. Uno dei miei quadri preferiti ritrae lo scrittore inglese Christopher Isherwood e il suo compagno, l’artista americano Don Bachardy nella loro casa di Santa Monica. I due si erano incontrati nel 1952 quando Bachardy aveva 18 anni e Isherwood 48 e nonostante la differenza d’eta’ rimasero insieme per oltre trent’anni, fino alla morte di Isherwood nel 1986. Hockey li ritrae in un’atmosfera di intima, confortevole domesticità: un audace dichiarazione da parte di quella che, all’epoca, era l’unica coppia di alto profilo apertamente gay, come lo era Hockey nonostante in Gran Bretagna l’omosessualità fosse ancora un crimine.

I lived in Bohemia, and Bohemia is a tolerant place.’

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968. Private Collection, London © David Hockney

E se i soggetti ritratti sono affascinanti, è la tecnica con cui sono immortalati che mi colpisce più di ogni altra cosa. Quasi tutti i quadri di questo periodo (anni Sessanta/Settanta) sono dipinti in acrilico, che si asciuga subito e non può essere rimosso dalla tela rendendo correzioni e ripensamenti impossibili e richiedendo quindi mano sicura e idee chiare. Ma sin dall’infanzia disegnare per Hockney è sempre stato un modo per osservare la realtà con più attenzione e nel corso degli anni ha sviluppato una la capacità di catturare l’essenza di una scena nel più breve tempo (e metodo) possibile. Basta guardare il disegno del suo amico, lo stilista Ossie Clark: poche linee tracciate ad inchiostro e pastello e il gioco  è fatto!

“Ossie Wearing a Fairisle Sweater” 1970 Private Collection, London © David Hockney

Eppoi ci sono le foto. L’idea che una foto catturi la vita in modo più realistico di un dipinto non attacca con Hockney, per il quale noi non vediamo le cose da una solo punto di vista come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ma da tanti punti diversi.

“When you put one piece of paper on top of another… you put two pieces of time together, and therefore make a space. I thought I was making time, then you realise you’re making space… Then you realise time and space are the same thing.”

Cosi ha cominciato a fare collage di fotografie dello stesso soggetto visto da angoli diversi. E il risultato è mozzafiato, un po’ come deve vedere il mondo attraverso gli occhi di una mosca suppongo…

Hockney cameraworks internal5 1000 650x682 joiners Creative Polaroid Collages by David Hockney

Negli anni Novanta torna nello Yorkshire per stare vicino alla madre molto anziana. Il ritorno alla terra natia non poteva non avere impatto anche sulla sua arte. Improvvisamente si trova immerso in boschi e sentieri, circondato da dolci colline. Il risultato sono una serie di giganteschi paesaggi (quelli della Royal Academy del 2012 che ho citato prima) che cercavano di catturare o ri-catturare i luoghi del suo passato e nonostante la scala monumentale sono stranamente intimi… Al giorno d’oggi alla veneranda età di ottant’anni Hockney non ha ancora finito di sperimentare e le sue ultime opere sono creata e con un’applicazione dell’ipad. Un’ennesima prova che, a dispetto della tecnica, Hockney è sempre lo stesso avventuroso Hockney.

“I’m interested in ways of looking and trying to think of it in simple ways. If you can communicate that of course people will respond, after all everybody does look. The question is, how hard.”

Qui trovate una selezione di opere di Hockney presenti nella mostra

Londra//fino al 29 Maggio 2017

David Hockney

Tate Britain

tate.org.uk

Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk

Gli anni Sessanta: la decade che ha cambiato il mondo

Nessun’altro periodo è stato mitizzato, venerato, catalogato e sezionato come gli anni Sessanta.  Ma questo non sorprende se si considera che quelli furono gli anni in cui un’intera generazione, quella dei figli della guerra, diventa adolescente. E questo terremoto generazionale investe tutto e tutti: gli anni sessanta furono semplicemente la decade in cui tutto esplose. E con l’emancipazione finanziaria dei giovani, cresce un fiorente contro-culura che investe come un ciclone l’arte, la cultura, la musica e la moda e con esse anche la coscienza politica della nuove generazioni. Ispirati da personaggi come Che Guevara e Martin Luther King che, all’epoca non ancora soggetti di cartoline e poster, ma radicali rivoluzionari – i  giovani degli anni sessanta volevano cambiare il mondo. E per un breve, elettrizzante periodo sembro’ che ci riuscissero.

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Questo (e molto altro) è il soggetto di You Say you Want a Revolution: Records and Rebels 1966-1970 l’ennesima incredibile mostra del Victoria and Albert Museum, il cui titolo è una strofa dell’omonima canzone dei Beatles, Revolution. Cinque anni, 1.826 giorni che scuotono la societa’ del dopo guerra e gettano le basi per il modo di vivere che conosciamo.landscape-1474388766-twiggy-ronald-traeger-1967-ronald-traeger

Londra diventa improvvisamente la metropoli più cool del mondo e con essa i personaggi che la popolano si tratti di Biba e Mary Quant o del Primo Ministro Labour Harold Wilson, dei Beatles e dei Rolling Stones o di Michael Caine – questi ultimi immortalati dalla lente del fotografo “cockney” David Baley, lui stesso un’icona della della Swinging London. Ogni decade è rappresentata da una città, dice l’editoriale del settimanale Time del 1966. E ripensandoci ha ragione: se l’inizio del secolo, con gli artisti della Secessione, gli Asburgo e il Valzer appartengono a Vienna, gli anni Venti sono della Parigi di Picasso e i Trenta della Berlino del Bahuaus. E se New York diventa il centro della vita creativa, politica e culturale durante negli anni Quaranta della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta sono della Roma di Federico Fellini, Audrey Hepburn e della Dolce Vita, Londra negli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, il luogo in cui accadeva tutto e dove tutto sembrava possibile – almeno per alcuni.  Che, diciamocelo, non tutti avevano la fortuna di trovarsi al momento giusto nel posto giusto per godere degli aspetti più divertenti ed interessante della Swinging London, come andare alle feste, fare cose, vedere gente. Ma il senso di euforia e e di cambiamente che era nell’aria era infettivo: Winston Churchill era morto, l’aborto stava per essere legalizzato e la disoccupaziore era quasi inesistente. Il futuro sembrava a portata di mano.

Ma questa non è una mostra sulla Londra degli anni Sessanta, perlomeno non solo e grande spazio è dato alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam e alle lotte per i diritti razziali, delle donne e dei gay che, come un fiume in piena, stavano straripando fuori dai confini degli Stati Uniti, portate  dalle parole di Frank Zappa, di Allen Ginsberg e dei Velvet Underground.  L’estate del 1966 fu, per San Francisco, totalmente indimenticabile.

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

I miei oggetti preferiti? Una carta di credito della Barclays del 1966, la prima banca ad estendere il credito alle donne britanniche – tutte le altre dovettero aspettare il 1973. O le parrucche da uomo appositamente create per nascondere i capelli lunghi ai colloqui di lavoro, che suggerisce l’esistenza di un’astuta razza di giovani hippy da weekend. E che dire della sala in cui – erba finta sul pavimento e megaschermi alle pareti – e’ stato ricreato il concerto di Woodstock? Gli ex giovani degli anni Sessanta, che quel periodo l’anno vissuto, abbandonano per un momento il loro ruolo di ‘persone anziane’per ritornare i giovani che in quel periodo volevano cambiare il mondo. Ed e’ bellissimo osservarli ballare, ed esclamare “Io c’ero!”

Revolution exhibition photography © Victoria and Albert Museum, London

 

Londra// fino al 26 Febbraio 2017

You Say You Want A Revolution? Records and Rebels 1966-1970

Victoria al Albert Museum

Il Giugno Fiammeggiante di Lord Leighton (Flaming June)

Gli anni Sessanta furono gli anni della rivoluzione. Il periodo più celebrato e mitizzato della nostra epoca, il decennio che genitori e nonni (e chiunque ci sia passato, anche in modo tangenziale), non ci permetteranno mai di dimenticare. Per la generazione della Swinging London liberarsi del vecchiume passato – si trattasse di idee, stili di vita, moda, pettinature o musica- era una sorta di dovere morale e tale dovere era stato esteso anche all’arte. E per la generazione della Swinging London nulla era più offensivo e fuori moda dell’arte vittoriana. E qui comincia la storia di Flaming June, il capolavoro di Frederic Lord Leighton (1830-1896).

Self portrait of Leighton (1880)

Self portrait of Leighton (1880)

Certo, quando lo presentò alla Royal Academy nel 1895 insieme ad altre cinque opere dipinte per l’occasione (le altre quattro conosciute sono Lachrymae (1895), del Metropolitan Museum of Art in New York; ‘Twixt Hope and Fear, The Maid with the Golden Hair e Candida (1894-95), tutte appartenenti a collezioni private sin dal XIX secolo), Leighton non poteva sapere che Flaming June sarebbe stato uno degli ultimi quadri che avrebbe dipinto. O che sarebbe diventato il suo dipinto più famoso e celebrato. Ma l’opera fece scalpore per il suo sapore vagamente erotico (e forse proprio per quello…) diventando da subito una delle immagini più amate e riprodotte già nel XIX secolo.

William Luson Thomas, artista e incisore e proprietario del settimanale illustrato The Graphic, lo acquistò da Leighton nel 1895, al suo ritorno da un soggiorno in Nord Africa, dove il pittore sperava di guarire dai problemi di cuore che lo avrebbero ucciso nel Gennaio dell’anno successivo. Con l’opera, Luson si era assicurato anche i diritti di riprodurla, inaugurando così una nuova era di mercificazione di quadri famosi,  prontamente trasformati in manifesti volti a decorare le abitazioni della borghesia vittoriana amante dell’arte, ma priva dei mezzi finanziari per acquistare gli originali. Tuttavia, nonostante il suo successo commerciale fosse già stabilito, il giornale vendette Flaming June nel 1906 alla famiglia Watney, titolare dell’azienda produttrice di birra James Watney & Co. che nel 1915 a sua volta lo prestò all’Asmolean Museum di Oxford, dove il dipinto rimase fino al 1930 quando fece ritorno per un breve periodo a Leighton House, allora da poco trasformata in museo per il centenario della nascita dell’artista.

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive) The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive)
The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Dopodiché il vuoto. Il quadro scomparve letteralmente dalla faccia della terra per oltre trent’anni, prima di riapparire nel 1962 nella vetrina del negozio di un un corniciaio di Battesea (portatovi da un muratore che sosteneva di averlo trovato in una casa non lontana da lì destinata alla demolizione), dove attrasse l’attenzione del musicista e compositore Andrew Lloyd Webber. Ma Lloyd Webber, allora uno squattrinato studente d’arte con la passione per l’arte vittoriana e ambizioni da collezionista, non possedeva le cinquanta sterline necessarie per comprare il quadro (il successo di musical come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e Il fantasma dell’opera che gli averebbe portato fama e denaro e che gli ha permesso di ammassare un’impressionante collezione di arte vittoriana, era ancora lontano) e avendo appena speso la stessa cifra in libri antichi, si risolse a chiedere un prestito a sua nonna. Che glielo rifiutò, dicendo che non voleva ‘cianfrusaglie vittoriane’ in casa sua. Con buona pace di Lloyd Webber che dovette rassegnarsi a dire addio alla sua bella addormentata.

Eventualmente il dipinto fu comprato nel 1963 per sole £2,000 dall’uomo di affari portoricano Luis Ferré, a cui invece le ‘cianfrusaglie’ vittoriane piacevano molto, tanto da costruire persino un museo a Ponce, la sua città natale, sulla costa meridionale dell’isola di Puerto Rico, in cui ospitare la sua collezione di Preraffaelliti. E da quell’isola del mar dei Caraibi, la fama del dipinto ha continuato a crescere inesorabilmente: oggigiorno Flaming June è un quadro talmente famoso che si fatica a ricordare che manca dall’Europa dal 2008, quando cioè fu esposto a Tate Britain insieme ad un altra chicca della collezione di Luis Ferré, The Sleep of Arthur in Avalon di Burne Jones.

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

A prima vista Flaming June sembra solo un groviglio di tessuto stropicciato di un arancione, caldo e luminoso come il sole di una calda giornata di Giugno. La stagione preferita dai pittori dell’Estetismo era infatti la piena estate, quando il sole accende di luce i colori della natura. Nel dipinto di Leighton brillanti colori tizianeschi rivestono un corpo dalla potente anatomia michelangiolesca: Michelangelo non a caso utilizza quella posa raggomitolata di origini classiche nella figura de La Notte (1521-34) per le Cappelle Medicee nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, scultura di cui Leighton possedeva diverse fotografie che conservava nel suo studio.

Le immagini di donne inconsapevoli – fossero esse addormentate, assorte, morte o morenti come l’Ophelia di John Everett Millais (per cui Millais fece immergere Lizzie Siddal, la moglie dell’amico Dante Gabriel Rossetti in una vasca da bagno riscaldata da candele – esperienza dalla quale la giovane uscì con una feroce bronchite che quasi la uccise per davvero…) sono una caratteristica dell’epoca vittoriana. Ma a differenza della tormentata Ophelia preraffaellita di ispirazione botticelliana, con Flaming June ci troviamo davanti all’Estetismo all’ennesima potenza. Come le sensuali bellezze dalle labbra carnose del Rossetti dell’ultimo periodo, anche Flaming June è esattamente ciò che rappresenta: una giovane donna addormentata. Inutile cercare tra le pieghe di quel brillante tessuto arancione un significato più profondo dello squisito esercizio di padronanza della linea e del colore in cui gli esteti erano maestri. Leighton, dapprima associato ai Preraffaelliti, si allontanò verso la fine della sua carriera da soggetti allegorici per abbracciare il credo estetico dell’arte per l’arte. Per lui e per gli altri artisti, Whistler, Watts, Albert Moore e Burne-Jones, ciò che importava non era il soggetto, ma la sublime combinazione di amosfera, armonia del colore e bellezza della forma. Dipinto al tramonto della sua vita, Flaming June è l’ultimo colpo di coda del più intellettuale e rigoroso dei figli dell’Estetismo.

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Flaming June: The Making of an Icon

Leighton House Museum, 12 Holland Park Rd, Kensington, London W14 8LZ

Paola Cacciari, pubblicato su Londonita

Malick Sidibé: L’occhio di Bamako. A Sommerset House

Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, ammetto che la mia conoscenza della geografia Africana ha sempre lasciato un po’ a desiderare. Il fatto è che non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee  dritte, trattaciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose.
Per cui prima di entrare a Sommeset House a visitare la retrospettiva che l’istituzione londinese ha dedicato al fotografo Malick Sidibé (1936-2016) ho dovuto cercare su Google lo stato del Mali (“il Mali è uno stato dell’Africa occidentale situato all’interno e senza sbocchi sul mare che confina a nord con l’Algeria, ad est con il Niger, a sud con il Burkina Faso e la Costa d’Avorio, a sudovest con la Guinea e ad ovest con il Senegal e la Mauritania.” Grazie Wikipedia…).

2067Il fatto che il Mali si chiamasse Sudan Francese prima di proclamare la sua indipendenza dalla Francia nel 1960 non ha reso le cose più semplici. Un’indipendenza di breve durata, che il giovane stato si libera da un colonialimo solo per passare ad un altro anche se di un’altro tipo, quello americano del Rock’n’Roll, jeans e delle motociclette. E Sidibé è pronto ad immortalare con grande entusiasmo questo incredibile momento storico ed economico di un paese che si scrolla di dosso le restrizioni del colonialismo accogliendo la cultura Pop a braccia  aperte.

Le sue straordinarie foto in bianco e nero della gioventù di Bamako hanno un’immeditezza travolgente: coppie che ballano il Twist, pantaloni a zampa di elefante, occhiali da sole oversize e giacche dalle stampe caleidoscopiche la fanno da padroni. E non mi meraviglio che “l’occhio di Bamako”, come Sidibé era conosciuto, ha ricevuto molti premi nella sua lunga carriera diventanto nel 2007 il primo fotografo e il primo artista africano a vincere il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia.
Chissà ne è stato di quei volti sorridenti e di tutto quell’ottimismo, quale futuro e quali difficoltà aspettavano questi giovani dopo quel breve peridodo di promettente democrazia, e che ha portato guerre civili e colpi di Stato militare. Chissà se sono ancora vivi e come se la passano. Ma in queste bellissime fotografie, avvolte dalla magnifica colonna sonora di Rita Ray, questi volti sorridenti rimarranno per sempre giovani e felici.

Regardez-moi (1962) by Malick Sidibé. Photograph: Malick Sidibé/Jack Shainman Gallery, New York

Regardez-moi (1962) by Malick Sidibé. Photograph: Malick Sidibé/Jack Shainman Gallery, New York

 

Nuit de Noël (Happy Club), 1963 (c) Malick Sidibé. Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris

Malick Sidibé Les jeunes bergers peulhs, 1972 Tirage argentique baryté Papier : 50 x 60 cm Signé et daté © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, ParisBB=9.99Topaz2

 

“Les très bons amis en même tenue”, 1972 © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris

“Les très bons amis en même tenue”, 1972 © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris

 

Londra// estesa fino al 26 Febbraio 2017

Malick Sidibé: The Eye of Modern Mali a Sommerset House

somersethouse.org.uk

Entrata libera

In giro per musei: Design Museum

Giorno libero, fa un bel freschino ma il sole splende e il cielo blu: perfetto per una scarpinata sulla riva sud del Tamigi. È una parte della vecchia Londra che trovo davvero suggestiva. Qui, nascosto dietro al Tower Bridge e le ottocentesche banchine portuali di Butler’s Warf, i cui imponenti magazzini per le merci sono stati trasformati in appartamenti di lusso, si trova quello che fino all’anno scorso era il Design Museum e che ora è diventato l’archivio dello studio di architettura della compianta Zaha Hadid.

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Aperto nel 1989 per volere di Sir Terence Conran, il Design Museum è stato il primo museo al mondo dedicato a al design in tutte le sue forme, compresa la moda, l’architettura e la grafica. Nonostante il mio ex-compagno fosse un fanatico di Habitat e non facesse entrare in casa sua nulla che non provenisse dal grande grande negozio di Tottenham Court Road, non avevo idea di chi Terence Conran fosse. Fino a  quando, nel 2011, in occasione degli 80 anni di Conran, il Design Museum allesti’ una mostra davvero geniale, opportunamente intitolata The way we live now. E i rimandi alla geniale satira di Anthony Trollope non sono casuali, che questa mostra offre la stessa penetrante visione della società inglese offertaci da Trollope nel XIX secolo, anche se decisamente meno cattiva…

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran ha fatto per il design quello che Mary Quant ha fatto per la moda: l’ha cambiato. È grazie a lui se gli inglesi hanno scoperto il piumone (duvet), gli utensili da cucina francesi e la cultura del caffè del continente. Designer, imprenditore, innovatore e buongustaio, Conran ha iniziato la sua carriera nel clima austero del dopoguerra, quando decide che il design doveva essere accessibile a tutti, sia nel gusto che nel costo. Il primo negozio Habitat, aperto nel 1964, in Fulham, vendeva mobili e oggetti per la casa funzionali, semplici e lineari.  E non a caso il suo spirito innovatore trovò ampio consenso nella Swinging London degli Anni Sessanta e in Mary Quant, per cui Conran disegno’ gli interni del negozio.

Sull’onda del successo di Habitat, Conran ha aperto una nuova serie di negozi, The Conran Shop, che ancora oggi offrono una selezione dei maggiori brand del design internazionale. Ma non finisce qui. Che oltre ai mobili questo instancabile creativo ha firmato anche spazi pubblici, (il Terminal One dell’aeroporto di Heathrow), librerie e ristoranti -l’altra sua grande passion, tra cui il famoso Bibendum all’interno dello storico edificio Michelin House, acquistato nel 1985. Da allora ne ha inaugurati più di 30 nelle più importanti città del mondo contribuendo non poco a modificare anche il gusto inglese per la tavola. Quando si dice la passione…

Il nuovo Design Museum riaprirà il 24 Novembre 2016 nella nuova sede di High Street Kensington, nel vecchio edificio che in precedenza ospitava il Commonwealth Institute in High Street Kensington, nella zona Ovest di Londra vicino ad Holland Park. Per maggiori informazioni cliccate qui

Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino Claudio. Di sei mesi più giovane, Claudio è stato durante l’adolescenza per me che sono figlia unica, la cosa più vicina ad un fratello. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library

AL Barbican la Gran Bretagna raccontata dai fotografi internazionali

Ci sono molte ragioni per cui amo la fotografia, ma quella principale è che ha il potere di fermare il tempo. Io stessa sono un’entusiasta fotografa, anche se all’ingombro della DLSR preferisco una piccola Canon che sta in una mano e che viene con me ovunque nel caso ci sia un attimo di interessante, uno di quei “momenti decisivi” per dirla alla Cartier-Bresson, di cui voglio appropriarmi. Che per me la fotografia è fotogiornalismo, ritrattistica, natura o travel photography, insomma un mezzo per documentare la realtà.

Per questo non vedevo l’ora di visitare la mostra fotografica della Barbican Art Gallery: perché sapevo che avrei trovato tutto quello che mi piace di questa tecnica. Curata dal Martin Parr, Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers fa esattamente quello che dice di fare: racconta gli ultimi novant’anni di storia sociale britannica vista attraverso l’obbiettivo di 23 fotografi internazionali.

E ci tengo a sottolineare questa non-britannicità dei fotografi proprio perché la grande maggioranza dei soggetti immortalati mostrano persone di ogni classe sociale, età e razza impegnate in azioni di ogni tipo – da quelle importanti come manifestare contro la guerra, a quelle più banali come aspettare la metropolitana. Inutile dire che non mancano le eccentricita’  di vario tipo – una cosa in cui gli inglesi riescono benissimo anche adesso.

Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

E se tra i fotografi in questione c’era chi era più interessato all’aspetto sociale degli inglesi, chi alla vita dei minatori gallesi e agli slum dell’East End di Londra, i più sembrano essere affascinati dagli stereotipi che ancora adesso affascinano i turisti – autobus double decker avvolti dalla foschia del mattino, minigonne e hippies, lavoratori della City in bombetta e ombrello, famiglie che prendevano il tè (quando ancora il tè era un rito da rispettare) al bordo i una strada armati di tavolo e sedie da campeggio, bobbies e cappelli a cilindro.

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Girl holding a kitten. 1960. Photograph by Bruce Davidson/Magnum Photos

Ci sono nomi che conosco bene, come il mitico francese Henri Cartier-Bresson (1908-2004) o gli americani Paul Strand (1890-1976) e Bruce Davidson (b.1933) , altri che riconosco come l’americano Robert Frank (b.1924) e l’olandese Cas Oorthuys (1908-75) altri che non avevo mai sentito prima d’ora come il nostro Gian Butturini (b.1935) che visita Londra negli anni Sessanta e fotografa la Swinging London. E devo dire che dopo la carrellata di cieli grigi, povertà e sconforto come quelli della fotografa tedesca Edith Tudor-Hart (1908-73), è un sollievo vedere un gruppo i persone che si stanno divertendo un mondo…

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London, Gian Butturini

La sala finale della mostra è dedicata a un video che in realtà è una presentazione silenziosa di centinaia di foto a colori scattate nel centro commerciale Bullring di Birmingham dal fotografo olandese Hans Ejkkelboom (b.1949). Ha organizzato le immagini in griglie e sequenze in base alle similarità degli abiti, colore, forma, taglio, i marchi, modelli di ciò che le persone indossano così via Il commento dice che è ‘mettere in discussione la costruzione dell’identità e autorappresentazionè, il che significa lui sta sottolineando che un gran numero di persone che con affetto si immaginano di essere individui mentre indossano la stessa roba prodotta in serie. La presentazione è inquietante e ipnotica un finale appropriato per un’esposizione stupefacente.

 

Londra// fino al 19 Giugno 2016

Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers

barbican.org.uk

 

Cold War Modern London @ Victoria and Albert Museum

Stimolante, terrificante e terribilmente creativo: è il periodo della guerra fredda. Il V&A racconta di come la lotta per la supremazia progressista non si sia combattuta solo con i missili. Ma anche con lavatrici e sedie di plastica…

La caduta del muro di Berlino pareva aver consegnato per sempre l’espressione “guerra fredda” ai libri di storia. Certo dovevano pensarlo i curatori del V&A quando, quattro anni fa, progettaroro Cold War Modern: Design 1945-1970. Storia recente, questa, e mai come ora attuale in maniera inquietante.
L’irrigidimento della rivalità politica fra Stati Uniti e Unione Sovietica e l’esasperarsi dei conflitti materiali e ideologici tra le due superpotenze porta, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, alla divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti, nettamente separati da una frontiera ideologica, definite da Winston Churchill “cortina di ferro”. Nel tentativo di superare il senso di universale ansietà seguito alla fine della guerra, le due superpotenze si lanciarono in una frenetica gara per il raggiungimento di una superiore visione di progresso. Da entrambi i lati della cortina, le immagini diventano armi al servizio della propaganda. Reclutati dalle nuove democrazie, artisti e designer s’impegnano a cercare nuove soluzioni con cui rispondere alle necessità di una società in cui modernità e catastrofe sembrano inscindibili.
Cold War Modern esplora gli anni cruciali della guerra fredda e l’influenza esercitata da politica e ideologia sull’arte e sul design contemporaneo. Organizzata in otto sezioni, che vanno dall’immediato dopoguerra alla conquista dello spazio, il percorso espositivo si snoda con seriosa ironia attraverso trecento oggetti provenienti da tutto il mondo, inclusi i Paesi dell’ex blocco sovietico. Dalla violenta gestualità pittorica del Manifesto Bum (1951) di Enrico Baj a poster e tessuti disegnati da Picasso, associati ai gruppi pacifisti dell’Europa dell’Est, l’arte del periodo è in bilico tra speranza nel futuro e incontrollabile ansietà. Ma proprio la guerra, con la sua tremenda devastazione, fornisce a maestri come Le Corbusier nuove idee per ricostruire un mondo in cui l’archittettura diventa parte della visione di moderna razionalità.
Pablo Picasso - Sciarpa commemorativa del “Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti per la pace” - Berlino, agosto 1951
A partire dal ‘45, le due superpotenze investono nella produzione di armi nucleari, lanciano ambiziosi programmi spaziali, appoggiano e patrocinano lo sviluppo di nuove tecnologie da utilizzare come strumenti per rafforzare legami già esistenti di dipendenza economico-politica e crearne di nuovi. Si svelano i lati oscuri del periodo, e si scopre che proprio l’icona dei giovani italiani, la Vespa 125cc (1951) deriva dagli scooter dei paracadutisti americani, prodotta in massa con fondi statunitensi per il mercato italiano al fine di avvicinare l’Italia alla causa capitalista. E che le sedie in fibra di vetro dei fratelli Charles e Ray Eames sono realizzate con materiali precedentemente usati per la produzione di radar e aerei.
Nuovi materiali industriali come la plastica e la fibra di vetro trasformano il design di quegli anni, permettendo una libertà creativa dapprima sconosciuta. Utilizzata tanto in oggetti di design che in mobili – come le sedie di Eero Aarnio usate con grande effetto da Stanley Kubrick nell’epico 2001: Odissea nello spazio (1968) – che dai creatori di moda Paco Rabanne e Pierre Cardin, la plastica è il materiale più adatto per esprimere le forme fluide dell’era spaziale, diventando il simbolo stesso di progresso scientifico e di speranza nel futuro. Ma proprio le innovazioni tecnologiche che portano alla conquista dello spazio cambiano per sempre la relazione dell’uomo con la Terra.
Stanley Kubrick - 2001: Odissea nello spazio - 1968 - fotogramma dal film
Nell’ultima sala, Oasis No. 7 (1972) degli architetti austriaci Haus-Rucker-Co è una gigantesca sfera di plastica con palme e un’amaca: un mondo gonfiabile che pare destinato a scoppiare in ogni momento. Già negli anni ‘60 la percezione della fragilità del pianeta aveva sollevato domande sugli effetti di un’industrializzazione indiscriminata. Ora sta a noi trovare le risposte.

Londra//fino all’11 Gennaio 2009
Cold War Modern: Design 1945-70
Victoria and Albert Museum
Cromwell Road – SW7 2RL London
Orario: tutti i giorni ore 10-17.45; venerdì ore 10-22
www.vam.ac.uk